pursuit of happiness (purtroppo anche in questo, c’entra la natura)

Una domanda veramente imbarazzante e intima, forse oscena, che invece è entrata a fare parte dei gadget a cui siamo più abituati è

SEI FELICE?

Lo domandano giornaliste spumeggianti e finto-spiritose nelle interviste per riviste patinate o nei programmi televisivi, te lo chiedono i buddisti o qualunque psicologo improvvisato.

Avendo avuto una vita non proprio pianeggiante mi sono sentita chiedere questa cosa per gran parte dell’adolescenza e una risposta che ho dato per molti anni è stata: “Sono felice nonostante tutto”.

Questo nonostante tutto per me è stato un dato scontato che più o meno traducevo in ma ti pare che mi faccio fregare perché ci sono dei problemi? Io sarò felice comunque.

Dove però, come per il 99,9 % dell’umanità finché non mi sono persa nei meandri della Filosofia, non sapevo definire esattamente il concetto stesso di “felicità”.

Crescendo ho definito il mio atteggiamento “resilienza”, ma poi mi sono resa conto che non è quello il punto.

Spesso ci chiedono se siamo infelici, o ci definiamo infelici, se non addirittura depressi (che è una malattia che merita tutto il rispetto e l’attenzione del caso) solo perché siamo un po’ tristi.

Confondiamo felicità con gioia, a volte con contentezza, a volte con esaltazione, così come la delusione, un po’ di tristezza, la reazione a un dispiacere diventano subito infelicità o appunto – è di moda – depressione.

Ultimamente mi sono resa conto, facendo due conti, valutando me, tante persone che ho incontrato e quella creatura assurda che è il mio cane, che la felicità è una questione di predisposizione, di carattere. Diciamo di talento.

Non confondiamo la faccenda con l’ottimismo o con lo stolto che sorride sempre. Eliminiamo ‘sto stereotipo della persona che zompa “felice” sui materassi o verso il cielo azzurro nonostante la menopausa, il ciclo o per aver passato un esame con facilità.

La persona felice non necessariamente è sempre energica, piena di vitalità, sorridente e organizza gite per il proprio reparto dell’ufficio. Quella chiamasi persona esaltata o stereotipo fitness vagamente anni ‘80.

E’ come il talento per il disegno, uno a quattro anni disegna i cavalli manco fossero fotografati, un altro a trent’anni fa gli omini con quattro linee e un rotondo.

Hai una predisposizione, ci nasci, sei quello che se non arriva l’infermiera a portarti dalla mamma per la poppata quando hai fame, ripiega sul dito da ciucciare e si concentra su quelle fantastiche apine sul letto, o quello che se si è vomitato l’anima perché l’omogeneizzato era di gnu e non di pollo, dopo cinque minuti sta giocando con il pupazzo del panda e non ci fa troppo dramma.

Da qualche bambino che ho visto crescere ho cominciato a sviluppare questa teoria, chi non ha il talento per la felicità non vede l’ora d’avere un trauma, una mamma che gli dice “sei brutto” , un ornitorinco che l’ha morso al circo, per sderenarsi (e sderenare) l’esistenza con un pretesto per dirsi infelice, incompreso, crivellato dal karma, mentre ci sono esseri che pur senza zompare sul letto con un maglioncino azzurro intorno alle spalle sorridendo come s’avesse l’emiparesi, amano la vita con tutta la sua finitezza e non riescono ad evitare di divertirsi, essere curiosi e, persino quando piangono, stare bene perché si pensa che anche quel piangere è interessante.

E’ vero che la persona con una forte predisposizione alla felicità ha comunque i suoi momenti di malinconia, i suoi dolori e il resto del mondo, che ha ormai assimilato quella sua falsariga per affrontare la vita spesso nemmeno se ne accorge e quindi rischia di ritrovarsi più sola degli emergenzialisti lagnosi, ma di fatto chi ha questo imprinting genetico ha momenti di apine anche nei momenti più bui.

Perché appunto, è una predisposizione.

Ora, ho capito anche un’altra cosa: è vero che c’è chi nasce con il talento dell’essere felici e chi no. Però come in tutti i talenti, se proprio – da fruitori – si ama un’arte, magari non si diventa Michelangelo ma si può diventare ottimi artigiani. Sarebbe quindi bello e utile all’umanità se potessimo sviluppare un sapiente artigianato della felicità.

Rimanendo intesi, da semi-siciliana super-superstiziosa che quando si è contenti e le cose vanno bene  non si dice perché  porta male.

Quindi se qualcuno domanda “Sei felice?” si dovrebbe in ogni caso  rispondere, se non altro per svicolare, come una persona sensata risponderebbe a una domanda sul talento:

“Beh questo lo devono decidere gli altri”.

felicità

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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