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il vero femminismo nella proposta di facebook e apple (e di chi guarda il dito e non la luna)

Un paio di giorni fa leggo questa notizia, in cui ci comunicano che Facebook e Apple, i due (ricchi) colossi americani, hanno avuto quest’idea, pagare il congelamento degli ovociti a quelle impiegate che lo volessero. Congelare gli ovuli è una scelta secondo me sensatissima ma anche costosina, quindi non è che i due (ricchi) colossi americani abbiano fatto un’offerta da poco. La cosa che mi ha stupito è stata constatare come, al solito e quindi come ho già detto in altri post, qualunque cosa passi per le scelte che una donna fa rispetto al suo corpo diventi materia delle più strane reazioni, da parte del sistema politico, della società, si direbbe della società degli uomini ma lo cosa davvero più stravagante è quando alcune posizioni ottuse arrivano da altre donne.

Ne ho già parlato a proposito del movimento nato negli USA del cosiddetto “Nuovo femminismo” ma anche un paio d’anni fa quando mi ha colpito la notizia di quella donna di cinquantotto anni che ha avuto una figlia con la Fecondazione Artificiale e una solerte giudice-donna (giovane) glielo ha tolto, dicendo che “era troppo vecchia”, come se metà di noi esseri umani non fossimo stati cresciuti e molto bene da nonne ben molto più anziane e più forti, più sveglie la notte e più pazienti delle giovani o giovanissime madri da cui siamo nate, e come se il fatto di essere riuscita a portare avanti una gravidanza a quell’età non dimostrasse da sé quale potesse essere la forza biologica e non di quella donna.

Comunque.

Anche in questo caso mi è capitato di leggere commenti molto strampalati, tipo “Ehi, ma mica questi capitalisti colossi penseranno di dire a me quando devo fare in figlio per fargli l’impiegata a loro?” spostando completamente lo sguardo dalla luna al dito.

Vero è che quando sei giovane dici cose che vanno dal “Ah belli, se voglio fare un figlio/comprarmi una moto/farmi un tatuaggio ORA sono io che decido, capito??? Fuck the power!” a “Io non farò MAI figli, non comprerei mai un’inquinante moto, non sarò mai schiavo del sistema da farmi un tatuaggio!” perché da giovani si è tutto meno che lungimiranti, si pensa di poter sapere cosa saremo domani e che desideri avremo, visto che – come disse quel tizio di cognome Kant – la felicità è un concetto totalmente oscillante e l’unica cosa che potremo mai fare per creare isole di certezza nell’oceano dell’incertezza futura (come disse invece quella signora di cognome Arendt) è cercare di mantenere le promesse che facciamo agli altri e gli impegni che ci siamo presi con il mondo.

Ma cose così private ed intime come decidere di fare un figlio, sono questioni personalissime e quel che sfugge ai più è che decidere se fare o meno un figlio nell’età migliore per una donna, che nonostante il progresso tecnologico e scientifico del nostro mondo rimane assestata alla stessa forbice dell’età della caverna (dai quindici ai ventisette anni, a trenta sei già una “primipara attempata”), non è davvero e sempre dato dalle esigenze della società, dal lavoro, la carriera e il mutuo. Lo dice una che ha due splendide e ben nutrite nipoti nate in momenti che davvero definire economicamente inadeguati è un eufemismo, mia sorella ha fatto delle scelte coraggiose e dettate dal suo desiderio e non da questioni economiche, una volta a vent’anni e una a trenta. So che nessun pretesto avrebbe potuto fermarla e sono testimone oculare del fatto che alcune cose che ci diciamo sui costi di un figlio sono spesso tirate per i capelli.

Come tante altre cose che ci diciamo sui nostri “Avrei fatto tanta carriera se mì madre, mì padre o mì zia non mi avessero tarpato le ali”.

Raramente sono reali le ragioni con cui giustifichiamo le nostre scelte, più spesso è che non avevamo abbastanza coraggio o non è vero che poi ci andasse così tanto.

Quindi è sacrosanto che una donna dica “adesso non ho voglia di fare un figlio, non escludo che potrei volerlo un giorno ma adesso no.”

Perché se un uomo ha una vita in cui decide di viversi esperienze, concentrarsi sul lavoro, saltare anche la cavallina se ne ha voglia e poi decide che ha voglia di farsi una famiglia e/o lasciare progenie sulla Terra più tardi, a quasi quaranta o oltre i quaranta e passa anni, questo è ritenuto moralmente normalissimo fino ad arrivare ad allegri e colorati servizi sui giornali più trendy sui padri a cinquanta anni. Ma se questo accade ad una donna pare essere una specie di follia, egoismo, roba innaturale, squallore morale, ripiego alla “poverina, non l’ha potuto fare prima…”.

Dite, per quella forbice biologica di cui sopra, giusto?

Quello che non mi spiegherò mai è perché l’umanità non si lasci morire di influenza e tetano, visto che sembreremmo tutti d’accordo sul fatto che il progresso della scienza in merito a come funzioni il nostro organismo sia cosa sana e giusta, e anzi spesso mettiamo le manette a quelli che per ideologia religiosa rifiutano che al figlio vengano dati antibiotici o fatto un trapiantato un rene, ma se poi nel momento in cui la scienza ha messo sotto scacco l’orologio biologico di una donna permettendole di scegliere quando avere un figlio e, ripeto, non perché glielo chiedono ma perché decide di rimandare lei, forse, o forse no, ma vuole decidere di avere la scelta di non sentirsi sul collo il fiato delle zie che le chiedono ogni anno “ma tu quando lo fai un figlio”e avere ‘sto benedetto marmocchio dopo i trentacinque (considerati la nostra ultima soglia) ecco, perché invece si agitano tutti e la scienza diventa cosa brutta e innaturale?

Vi agitate se una donna decide di interrompere una gravidanza, vi agitate se una donna vuole pianificarla, vi agitate a prescindere se di mezzo c’è il nostro sistema riproduttivo.

A me questa proposta del congelamento degli ovuli è stata fatta quando di anni ne avevo ventisette da una ginecologa di mentalità molto nordica e molto lungimirante, mentre nel rimettermi i miei anfibi ai piedi dicevo “ah, io non farò mai figli”.

Mi ha ricordato che una delle mie qualità è sempre stata la prudenza, e che nella vita “mai dire mai”.

È una pratica molto costosa, molto, cosa abbia deciso io sono fatti miei, ma vi assicuro che essendo una persona che non ha mai avuto la presunzione di dire “Io non farò mai..” quando si tratta di scelte che riguardano la nostra felicità intima, ho davvero trovato geniale e grandiosa quella ginecologa, le sono stata grata di avermi fatto presente questa possibilità, perché non è una cosa che, quando pensi che tu non invecchierai mai e non morirai mai, ti verrebbe mai in mente.

Tant’è che spesso mi sono ritrovata anche io a dirlo ad amiche molto più giovani che si vantavano di questa non volontà di figliare, perché doversene pentire non è come cancellare un tatuaggio e può diventare un vuoto o un dolore su cui nessuno può permettersi di sindacare, men che meno qualche uomo con la panza nei talk show chiosando con degli inaccettabili “Eh vabbè, mica se po’ ave’ tutto”.

Tutto non si può avere, ma farsi l’antitetanica per evitare che ti debbano tagliare un braccio si può pianificare, anche mangiare in un certo modo per evitare di avere il cancro, si può e anzi il mondo ti dice che “si deve”fare, non vedo davvero la differenza, parlando di scelte di vita e di come la scienza possa aiutarci a sostenerle.

C’è, in questo caso, sempre ripensando a quella ginecologa illuminata e alla sua proposta, che se qualcuno mi avesse detto “te lo pago io”, l’avrei trovata una delle più belle offerte della vita, e non perché mi sarei sentita pressata da una specie di sottesa proposta del lasciare decidere ai miei datori di lavoro quando avere un figlio – che è una visione talmente dietrologica da diventare complottista – ma finalmente un’iniziativa femminista che mi consideri davvero avente gli stessi diritti, moralmente parlando, di decidere quando fare cosa di un uomo, di potermi assicurare la possibilità della scelta. E per far tacere le zie.

woody-allen-sperm

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Dunque ci laveremo i capelli (ovvero facciamoci trovare pronte)

Sono nata di quasi quattro chili con i capelli neri ricci e gli occhi blu. I miei nonni finlandesi esultarono per i capelli neri ricci presi dal papà, i nonni siciliani per gli occhi chiari presi dalla mamma. A tutti, nel mondo, piace quel che non si ha in abbondanza.

Ed effettivamente un siciliano molto scuro e riccio non è strano che impazzisse per una scandinava biondo platino liscissima e viceversa. La mescolanza dei loro cromosomi naturalmente avrebbe potuto creare strani fenomeni.

E infatti dopo pochi mesi dalla mia nascita i miei capelli cominciarono a virare sul rosso e gli occhi dal verde al castano. Nonna siciliana pregava che gli occhi mi restassero verdi, nonna finnica che diventassero castani. Il dio della nonna scandinava era più forte, ma fece concessione a nonna sicula del fatto che la sua nipotina mista avesse capelli che lei definiva biondissimi, in realtà erano ramati, d’estate biondi, sì, ma non promettevano stabilità.

Arrivata bambina dalla Finlandia, dove ero “quella scura” diventai improvvisamente “la biondina”. A onor del vero d’estate i capelli mi diventavano talmente chiari che un giorno i parenti di papà accusarono mia madre di tingermi i capelli: quel passaggio continuo da un colore all’altro non si spiegava. I miei inverni erano in effetti l’anticipazione dello shatush.

E insomma qual è il punto?

Da che mi ricordi di esistere si è sempre fatto un gran parlare, spesso invadente, dei miei capelli. E mi sono resa conto che comunque non è una mia prerogativa e privilegio: il mondo, sulle femmine umane, si sente in diritto dovere di fare in ogni caso un gran parlare dei suoi capelli.

Religioni che su questo mostrare o meno i capelli femminili fanno costanti dibattiti – non a caso in chiesa, pure da noi in Italia, in teoria le donne se li dovrebbero coprire – saremo pure alla fame ma il parrucchiere è sempre pieno di donne che con la loro identità tricologia non hanno pace, chiome fluenti si affacciano da ogni cartellone pubblicitario.

Certo, anche tra uomini ogni tanto può scattare un “Ti sei tagliato i capelli”, ma ci si trova di fronte a situazioni tipo Dante de Blasio che si rasa a zero o di uno che s’è fatto crescere i capelli fino alle caviglie.

Mia nonna, quando nonno annunciava cose sul genere: “Sabato si va lì, martedì si va là”, alla notizia dell’invito lei rispondeva:

“Bene, allora mi laverò i capelli”.

che io tuttoggi trovo una delle frasi nonsense che mi facciano più ridere, anche perché farebbe pensare che nonna si lavasse i capelli ogni due anni. Di fatto li lavava ogni due giorni, quindi perché il suo primo pensiero, all’idea di vedere gente, andare in uno di quei posti per cui avrebbe tirato fuori la collana di perle, era di rassicurarsi e rassicurare che si sarebbe lavata i capelli?

Perché niente fa sentire a posto una donna quanto l’idea di avere i capelli in ordine, per una ragione non solo privata, intima, ma per un’altra su cui ho molto da riflettere ultimamente:

perché sui tuoi capelli, nessuno si fa i cazzi suoi.

Nella mia cronistoria capillifera, intorno ai vent’anni, come ogni giovine, ho fatto esperimenti vari.

Rossissimissimi punk, corti, varie sfumature di biondo.

Quando la gente ti incontra dopo qualche tempo che non ti vede, o nel caso tu cambi spesso pettinatura, per primissima cosa ti dice:

“Ma …” e riempite i puntini con:

Ti sei fatta rossa!

Ti sei fatta bionda!

Ti sei tagliata i capelli!

Che hai fatto ai capelli?

Hai fatto qualcosa ai capelli!

La prima cosa, con la sfrontatezza e l’invadenza con cui al massimo si tocca il pancione, senza chiederlo, ad una donna incinta.

A una che si fa le labbra a canotto nessuno avrebbe mai il coraggio di dire:

“Ma ti sei rifatta le labbra!”

“Che hai fatto alla bocca!”

“Argh!”

Nessuno direbbe:

“Ammazza che bocce ti sei fatta!”

ad una che si è rifatta il seno.

I capelli no, i capelli sono lì a disposizione di tutti, sono merce di pubblico dominio, carne da macello per commentatori del look dell’ultim’ora con un piglio paragonabile solo al critico di cinema della domenica e dell’allenatore di calcio del lunedì.

Dopo i tanti viaggi nel mondo del taglio e del colore, per molti anni sono stata bionda fissa.

La maggior parte dei rapporti personali degli ultimi anni quindi mi hanno conosciuto bionda.

Quando, dopo un’estate in Grecia in cui i colpi di sole uniti ai raggi UV mi avevano infatti reso bionderrima, mi sono detta: vabbè, buttiamoci sul colore unico. Teniamoci bionde.

A quei tempi le reazioni erano:

“Ma sei bionda!”

“Sei diventata bionda!”

“Bionda?!”

Seguiti da commento non richiesto:

– NOo. Non mi piace, stavi meglio naturale.

– Non ero naturale, erano colpi di sole.

– Ma dico, naturale, con i tuoi capelli, così sono troppo biondi.

– Ok.

– Dico, mi piacevi più prima.

– Me lo segno, grazie.

Oppure (sempre non richiesto)

– Fico! Stai meglio! Sei proprio una bionda, tu!

– Veramente io sono rossiccia.

– Ma sei il tipo biondo.

– Ok.

– Stai bene, mi piaci.

– Preso nota, grazie.

Negli ultimi due anni a un certo punto ho deciso che m’ero rotta le palle di tingermi, in più mi sono trasferita a duemila anni luce dall’unica parrucchiera di cui mi fidi, in più la mia base – seguendo coerentemente la follia della mia vita cromosomica – è cambiata ancora e non mi piace la ricrescita che si impasta male, quel biondo che diventa arancio… No.

Così li ho lasciati andare e ora sono del mio colore.

Castano con riflessi ramacciati. Una decina di capelli grigi che mio marito definisce biondi. (ma quello è l’amore)

Libera, liberissima da schiavitù, tinte, appuntamenti importanti dell’ultimo momento in cui ti dici “Cazzarola, c’ho una ricrescita orrida, e quando vado dal parrucchiere prima di…”

Ma chi non mi vedeva da tempo, fa:

– Ma non sei più bionda!

– Sì questo è il mio colore.

– NOOoo. Perché?

– (….ma che te lo devo spiegare a te? Ma è così importante? No.) Così.

– Mi piacevi più bionda! Tu sei bionda! Non ti stanno bene!

– Ok.

– Rifatti bionda!

– No.

Oppure

– Ma non sei più bionda!

– No.

– Eh. ehh-eh. meglio. (ti guarda) Sì, stai meglio, naturale. Sono i tuoi, vero?

– Mh.

– Sì, sono belli, che colore sono?

– Pervinca

– Ti stanno bene pervinca. Belli.

Qualche giorno fa:

– Amore, guarda che sabato abbiamo la festa tal dei tali! (contenti, bella festa di amici a cui teniamo molto ndr)

– Uh, allora mi laverò i capelli.

Essere a posto è un atto di gentilezza per chi ti invita, oltre che una tua vanità. Mi dico: ma dai, a questo giro mi regalo una messa in piega particolare, invece che sempre ‘sti capelli da ragazza di Nashville.

Entro timorosa dentro un parrucchiere vicino casa, di quelli che sembrano affidabili, non troppo fighetti, insomma senza l’aria da “mo’ te concio io”, di quelli che non siano degli Edward mani di forbice per cui tu chiedi una spuntatine e ti ritrovi Sinead o’ Connor. Pur trattandosi di messa in piega, i capelli so’ capelli e non si affidano al primo venuto.

Mi siedo sulla sedia girevole del parrucchiere.

– Quindi messa in piega.

– Sì.

– Ehi, ma questi capelli sono i tuoi, che bel colore. Sono naturali!

Mi aspetto un capannello di gente che accorra al suo richiamo: Ehi, venite a vedere! Sono i suoi!!! Venite! Toccateli!

– Sì, sono naturali.

– Belli i capelli naturali. Soffici.

– Mh.

Mi tocca i capelli come se cercasse di farli stare su dritti sulla testa, se li guarda. Non che mi faccia piacere, tutto ‘sto toccamento ma è un parrucchiere, i capelli lui te li deve toccare.

(pensieroso) Ma delle meches, dei colpi di sole, perché non facciamo due mescine piccole, che richiamano i tuoi riflessi?

– No. Non voglio tingerli per ora, me li tengo così.

– Ah, ho capito. Ma un hennè naturale? Biondo, sennò rosso. Hai tutti e due i riflessi.

(ho i capelli multicolor)

– Ma perché dovrei, che hanno?

– Dico, per riprendere a poco poco confidenza con la tinta.

– Ma mica mi fa paura la tinta, mi stanno bene così.

Lui mi guarda con l’aria di chi sa che se mai rimetterò piede lì dentro, piano mi convincerà. Il punto è che, per principio, il mio prossimo cambiamento, quando ne avrò voglia, non avverrà certo lì. Impiccione.

Magari se faccio un bello shatush di moda incontrandomi mi si dirà:

– Ma ti sei fatta lo shatush! Mh. Non mi piace, stavi meglio prima.

– Ma prima quanto?

– Quando sei nata.

The-ring

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difficile è essere autunno, facile essere primavera (ovvero i professionisti del si stava meglio quando si stava peggio)

E’ vero che tutto è soggettivo, ma c’è una cosa che mi irritava quando ero piccola, mi ha continuato ad irritare da ragazzina, da ragazza, da giovane e posso dire che pur essendo ormai una donna che ha iniziato la sua corsa contro i radicali liberi, mi trovo fiera di trovare irritante ancora oggi, della soggettività:

 

Ah, quanto era meglio prima.

Ah. Com’è tutto cambiato (in peggio).

Un paio di settimane fa una persona che ha fatto il bello e il cattivo tempo di questo Paese tra scandali e narcisismo e che era alla presentazione del libro di Nino fa un discorso tipo:

“Roma è diventata uno schifo, ai miei tempi sì che ci si divertiva, sì che c’erano posti in cui andare! Ora non c’è un posto dove vedersi con gente simpatica. E poi la gente è più brutta, più cafona, più distratta. Ai miei tempi che ci si divertiva.”

Sarà che personalmente – sarà ormai chiaro – ho la tendenza a sentirmi proiettata nel futuro non tanto come persona ( il tempo personale pure fosse di cent’anni, è pochetto e ancora non sono riusciti a inventare uno straccio di corpo immortale) ma più che altro come “umanità”, sarà che mi piace tanto la memoria solo come lunghezza da cui prendere la rincorsa per costruire un futuro meraviglioso, ma il mio pensiero quando sento questo genere di discorsi è:

“Ma sarai te che non c’hai posti dove andare e c’avrai te amici avvizziti che non c’hanno niente da dire o non sanno più divertirsi”.

Le sento o leggo in giro ogni giorno queste affermazioni da latte alle ginocchia, e quelle sono sì, deprimenti. Un conto è la malinconia per il proprio tempo personale che passa, ma il giudizio da vecchio zio novantenne che sbraita contro i capelloni, no.

E’ abbastanza evidente una delle ragioni per cui le persone dicono o scrivono cose tipo: “Sono tornato in quel locale…oh, mio dio. Non c’erano i ragazzi che ricordavo io, quelli di oggi sono tristi, mangiano cose schifose, ascoltano musica schifosa, sono decaduti. ” è semplicemente invidia, l’incapacità di leggere nuovi linguaggi, il fatto di essere naturalmente esclusi.

L’altro must è invece di tipo consolatorio, muoiasansonecontuttifilisteismo: “Il mondo va a rotoli. Secondo me, fra poco finirà”. Sospetto che nella passione per le previsioni catastrofiste da fine del mondo che serpeggiano da che esiste l’uomo pensante, si annidi una forte speranza: il mondo morirà con me.

E’ dai tempi dei greci e dei latini che ogni generazione invecchiante ha sfogato la malinconia dell’invecchiare con il consolatorio pensiero che quando erano giovani loro sì che si stava bene, che se la sapevano spassare e/o siamo comunque prossimi alla fine.

Allora:

TU, TU eri giovane e te la sapevi spassare, TU davi a quel posto, a quel momento del tramonto, a quel sapore o quell’odore un senso fantasmagorico per la semplice ragione che in quel momento eri tutto collagene e ormoni, il mondo era in mano tua e pensavi che gli avresti spaccato il culo.

Questo rende infelice l’invecchiamento: l’aver sempre pensato che la parola “Futuro” significasse il “TUO” futuro.

E’ ovvio che poi sei triste, non sei più curioso, non ti fa spazio dentro l’allegria di capire come sia cambiato un posto, una città, la moda, i gusti e anche dirsi quant’è bello aver assistito a tutti questi cambiamenti, provando ogni tanto a osservare  e basta, senza cercare di mettere voti o stellette a cose, tendenze e persone.

Mio padre faceva parte della generazione dei capelloni invisi alla generazione precedente che ricordava gli anni trenta e quaranta come il periodo più bello della storia – e sì che c’era la guerra –  mia nonna raccontava di sua madre che trovava infernali e inaccettabili la luce elettrica e l’automobile.

La paura del progresso forse è solo rabbia per l’inconscio pensiero di dover passare un giorno la mano, che invece il mondo andrà avanti qualche miliardata d’anni senza di te,  che quelli belli, forti, con la risata contagiosa e i discorsi carismatici oggi sono altri, e che quando quelli c’avranno l’età tua sarà il 2060.

D’altronde come diceva de Montaigne la vecchiaia fa più rughe nello spirito che sulla faccia.

Per dire, chi allora era giovane e con la testa piena di sogni,  potrà MAI affermare in tutta franchezza quanto fossero meglio i capellini cotonati degli Alphaville?

La nostalgia dovrebbe essere dolce, non amara, e soprattutto per chi ha figli, diventa dolcissima se si pensa che si stanno costruendo ora per lui locali che troverà fichissimi, città da visitare che troverà bellissime, nottate che saranno indimenticabili perché saranno sue e solo sue, quali che saranno la situazione, la politica, lo stato del mondo, rassegnatevi: costruirà comunque ricordi che a distanza di anni gli saranno cari. D’altronde: “anche di queste pene caro sarà un giorno il ricordo” disse un tizio.

E’ facile essere felici e trovare tutto bello quando si hanno vent’anni, che hai seminato bene lo dimostri quando sei proiettato avanti e non ti sei fatto fottere dall’amarezza anche quando ne avrai sessanta, settanta, ottanta, novanta o centoventi.  Magari quello sì, con dei capelli meno ridicoli.