FAVOLE REALISTICHE

favola realistica 3: CENERENTOLA

C’era una volta una bambina brava e bella, con un papà che l’adorava. Purtroppo la mamma della bambina era morta e quindi il suo papà, anche pensando di dare alla bimba una nuova mamma, si risposò con una tizia che aveva a sua volta due figlioline.

Il papà della bimba era molto benestante, quindi la tipa che aveva sposato non è che lo avesse fatto esattamente per amore, ma era una sventolona e una gran furba quindi l’uomo si era convinto di aver messo su una famiglia perfetta e armoniosa, anche per il bene della sua piccola.

Purtroppo però, quando la bimba e le sue sorellastre erano già delle donnine fatte, l’uomo morì. La moglie mise in mezzo gli avvocati e così la casa e tutti i beni se li pappò lei e alla figlia legittima è già tanto che le permettesse di vivere con loro.

La sistemò nella stanza della servitù e lieta di poter risparmiare sulla donna delle pulizie, chiamò la figliastra “Cenerentola” e  di fatto sostituì la filippina che li aveva serviti per anni. Senza contributi e senza nessuno che rompesse le palle per avere liberi i giovedì, quindi un affarone.

La ragazza non conosceva i suoi diritti, sia perché aveva vissuto protetta dal mondo dall’amore del padre e dal loro benessere, sia perché sostanzialmente era bionda, quindi un po’ sciocchina. Dunque pensò di doversi piegare al suo destino e anzi ringraziare il cielo, come le diceva sempre la matrigna, di non venire buttata in mezzo ad una strada a doversi procurare da vivere offrendo il suo corpo.

Cenerentola però non reagì proprio bene allo shock dei grandi mutamenti della sua vita: cominciò a parlare coi topi, le blatte e i piccioni, affermando di aver finalmente trovato degli amichetti.

La matrigna lasciava fare, il fatto di poter dire che era pazza come un riccio la proteggeva da eventuali problemi legali.

“E’ incapace di intendere e di volere” affermava infatti se i vecchi amici del marito mostravano preoccupazioni per la sorte della ragazza:  la mostrava loro mentre cantava rivolta ai piccioni e alle blatte, e stava a posto.

Nella cittadina in cui viveva l’allegra famiglia, c’era un imprenditore ricchissimo che tutti chiamavano “il re”, perché di fatto possedeva tutto lui.

Questo “re” viveva in una villa lussuosissima sulla collina e aveva un figlio solo, maschio. L’erede, detto quindi “il principe”.

Il re impazziva perché suo figlio – ribadiamo: unico figlio maschio – si dava sempre da fare con degli strani ragazzetti palestrati e coi colpi di sole con cui organizzava festicciole in piscina.

Esasperato dalle malelingue e preoccupato di non avere discendenza a cui lasciare il suo impero, un giorno disse al figlio: tocca che ti trovi una moglie.

Il principe, avvolto nella sua vestaglia con tanti loghi DG, faceva colazione con muesli e latte di soia, e gli disse, piccato:

“Babbo, uffa! Non mi interessano le ragazze, lo sai! Io sono felice così. Anzi, ti ho già detto che voglio andare per un po’ a San Francisco?!”

Il re era disperato, possibile che suo figlio non solo fosse evidentemente gay ma dovesse esserlo pure così intriso di luoghi comuni?

“E’ colpa tua!” disse alla regina, sua moglie, che grugnì facendo spallucce (grugnì perché aveva il viso tutto fasciato in seguito all’ennesimo lifting).

“Allora sai che nuova c’è?!” disse il re “Se non ti trovi una moglie ti diseredo e lascio tutto a un’associazione di quelle che salvano i bambini magri!” concluse.

La regina lanciò uno sguardo assassino al figlio, il quale – succube di lei e conoscendo la sua preoccupazione per l’eredità – sospirò e disse:

“Va bene va bene, troviamo ‘sta moglie, che mi frega a me. Trovami una qualunque e me la sposo, poi vado a San Francisco. Però una cosa: io quella non la tocco, se vuoi un erede facciamo l’inseminazione!”

Il padre, esasperato, acconsentì.

“Almeno che sia bella, però”.

“Certo, sennò sai che figuraccia sui giornali di gossip. Certo che deve essere bella” concluse il principe.

Così il re organizzò un grande party. Disse al suo ufficio stampa:

“Fai una cosa, così facciamo notizia. Dici che mio figlio cerca moglie e la cerca tra le ragazze normali della città in cui è nato. Mica attrici, gente famosa, no. Lui ama  la gente normale, le ragazze semplici…”

“Ok, capito, una che prende i soldi e sta zitta” concluse l’ufficio stampa e si avviò con l’I-pad sotto braccio.

E torniamo alla nostra Cenerentola. Ovviamente anche in casa sua arrivò la notizia che il principe, figlio del più ricco uomo della regione, dello stato e uno dei più ricchi del mondo, cercava moglie.

Capirai, la matrigna stava come una matta. Mannaggia a non averci vent’anni di meno, si disse. Si diceva questo perché lei per l’appunto era una gran bella donna, le figlie – dimenticavo di dire – erano una  un cesso e l’altra una cozza. Decine di interventi estetici a nulla avevano potuto se non peggiorare la situazione. Una aveva labbrona enormi, l’altra era talmente tirata da sembrare un cucciolo di gatto in bocca a sua madre. Insomma, brutte.

Cenerentola era un po’ cretina ma di sicuro bella come il sole.

Dunque la matrigna doveva fare in modo che lei al party non ci andasse proprio, ci mancava pure che poi il principe sposava lei.

La sera della festa, Cenerentola provò ad accodarsi alle altre:

“Ma tutte le ragazze della città sono invitate!”, lamentò.

“Sì, e ti ci porto vestita così, col vestitino sfigato dell’upim? Ma vedi d’annartene”, disse la madre.

In effetti Cenerentola aveva tentato di dare una sistemata a uno dei suoi vestiti più carini, un tubino nero semplice, di quelli scollati a v e sopra il ginocchio. Ma era d’un cotonino scialbo, anche un po’ scolorito e ai piedi aveva delle scarpette che parevano quelle della nonna coi calli. Nonostante questo era sempre meglio delle sorellastre, che pur avendo svaligiato l’atelier di Cavalli, sembravano vestite di carnevale (lo zebrato non donava loro affatto, sembravano a tutti gli effetti due zebre).

Ma con la scusa del vestito inadeguato, lasciarono Cenerentola a casa.

Lei rimase seduta sui gradini tutta piangente circondata dai piccioni e dai topini. A quel punto passò sul marciapiede La Fata, un noto travestito della zona che batteva dopo la mezzanotte. Aveva un vestito da paura, un abito da sera originale Laura Biagiotti, tutto crema e rosa, vaporoso. Tacco 13 Manolo Blahnik. “I travestiti sono rimasti gli ultimi a sapersi vestire…” commentò il piccione appollaiato sulla spalla di Cenerentola.

Lei sospirò e chiese: “Chi sono i travestiti?”. Il piccione fece spallucce. Certo, proprio una scheggia non era, Cenerentola, ma era tanto buona…

La Fata vide la povera ragazza seduta sui gradini piangente e la riconobbe.

“Ciao bellina! Ma tu sei la figlia di Oreste, vero?”

Lei annuì con la testa, sorpresa.

“Eh, conoscevo bene tuo padre, che uomo generoso…”sospirò La Fata.

“Poi si è sposato con quella strega!” aggiunse. Scrutò la ragazza e le chiese di raccontare cose fosse successo.

“Ah, senti, è inammissibile!” esclamò dopo il racconto di Cenerentola.

“Ti aiuto io. Facciamo così. Tu hai un gran bel corpo. Quanto porti?”

“La 42…”disse lei, asciugandosi le lacrime.

“Ti dò questo vestito e ti aspetto qua a casa tua. Però entro mezzanotte devi tornare, cocca, che io devo lavorare”.

Lei, incredula, finalmente sorrise e annuì.

Mezzora dopo, una bellissima ragazza in Biagiotti si presentò davanti alla villa megagalattica del re.

Scese da un taxi arancione guidato da un africano coi capelli rasta, detto il sorcio, amico de La Fata e che mosso a compassione aveva deciso di portarla alla festa gratis.

“Fagliela vedere a tutti!” disse il sorcio salutandola e incoraggiandola. Cenerentola non capiva.

“Non fagliela vedere nel senso di fagliela vedere, ouh!” chiarì lui “Daglie giù, insomma” cercò di spiegare.

“Vabbè, ti aspetto qui a mezzanotte in punto, mi raccomando”. Concluse.

Lei entrò, dentro la gente ballava, c’era un buffet pazzesco con ogni ben di Dio, dal sushi al finger food, champagne a volontà.

Cenerentola, non sapendo bene cosa fare, prese un bicchiere di champagne  e si mise in un angolo a seguire la musica ballicciando sul posto che pareva George McFly  al ballo Incanto sotto il mare.

Il re la notò da lontano e fece gomitino al figlio.

“Ehi, la vedi quella?”

“Embeh?” rispose lui annoiato “Sì bella, somiglia un po’ a Gwyneth Paltrow…” aggiunse guardandola meglio.

“Lei è la figlia di Oreste de Rossi. La figlia vera, che pare che la matrigna l’abbia privata di tutto e messa a fare la sguattera. Pare sia anche un po’ cretina…” spiegò il re.

Il figlio non capiva, dall’altra parte l’ufficio stampa gli mise una mano sul braccio e chiarì il pensiero del re.

“E’ una sfigata, la sposi dopo un bel contratto prematrimoniale in cui dici che se rivelasse mai la verità sul vostro matrimonio deve pagare milioni di euro. In cambio lei avrà bella vita, un figlio, se la godrà… un matrimonio di copertura conviene a tutti e due…è quel che ti serve: bellissima e poverissima.”

Finalmente il principe capì e decise di invitare Cenerentola a ballare sulle note di Sexual Feeling.

Tutti li guardavano. Ma chi era quella meravigliosa fanciulla? I fotografi di gossip impazzivano: certo insieme erano belli, sembravano Barbie e Ken.

Cenerentola era persa nel suo sogno: il principe era bellissimo sì, aveva capelli che sembravano scolpiti, pettorali bellissimi, occhioni blu e sopracciglia curate.

Lui, facendole fare un casquet a favore macchine fotografiche le disse “Voglio frequentarti”.

Ma proprio in quel momento la matrigna, che come tutti gli altri aveva osservato la scena senza riconoscere la ragazza, finalmente la vide bene:

“Ma quella è Cenerentola!” esclamò.

Era furibonda: ma dove aveva trovato quel vestito, la zoccola, e come era arrivata alla villa?! Maledetta!!

Cercò di intervenire ma le bodyguard la tenevano a distanza: il re ci teneva che la scena del ballo venisse perfetta per la stampa.

Cenerentola, da parte sua, inconsapevole di tutto e convinta di vivere una bellissima favola, ballava e ballava. Il deejay passava musica anni ’80 che a lei piaceva tanto perché le ricordava la sua infanzia, quando papà le faceva ballare “Just an illusion” degli Imagination con tanto di mossettine.

Improvvisamente l’orologio del campanile battè la mezzanotte. Cenerentola si svegliò dal suo sogno e pensò a La Fata che la aspettava in vestaglia a casa sua. Era stata così buona, non poteva deluderla!

Si scusò velocemente con il principe, e corse via.

“Aoh, dove va quella, ora?” chiese il re. “Inseguila, cretino!” urlò al figlio.

Il ragazzo, un po’ confuso, le corse dietro.

Correndo per le scale Cenerentola perse una scarpa Manolo Blahnik, ma non poteva fermarsi, il taxi del sorcio la aspettava e continuava a strombazzare con il clacson, così la ragazza, zoppicando, raggiunse l’auto e scappò via.

Il principe rimase come un allocco con la scarpa in mano. L’ufficio stampa lo raggiunse e gli disse:

“Non ti preoccupare, ora organizzo io una cosetta ad effetto con la stampa, so dove abita la ragazza, tu tieni la scarpa, al resto ci penso io”.

Il principe sbuffò, provò un attimo a vedere che misura fosse la Manolo, che gli piaceva tanto, ma niente, a lui certo non entrava.

Il giorno dopo, il re, il principe e un bel po’ di fotografi, si presentarono al portone della casa di Cenerentola. La matrigna era lì che li aspettava in pompa magna. Come tutti in città sapeva benissimo del piano dell’ufficio stampa, quindi per fare la furba aveva fatto tingere di biondo i capelli a entrambe le figlie e ci voleva provare.

Il re suonò il campanello, la donna aprì:

“Vogliamo vedere sua figlia!” disse il re.

Cenerentola, poverina, era stata chiusa a chiave in camera sua e a nulla valevano i suoi tentativi di farsi sentire, la stanza era troppo lontana.

“Eccole qua, le mie figlie, quale delle due?”disse la matrigna, mostrando le sue figlie legittime.

Il principe, vedendole, fece un balzo all’indietro inorridito: il biondo riusciva pure a peggiorarle.

“Ma stiamo scherzando? Parliamo della figlia di Oreste, sua figlia vera, non ci provare, ah cosa!” disse il re.

A quel punto apparve La Fata, in versione giorno con un bel pantalone scivolato, camicia di seta e grandi occhialoni da diva e aggredì la matrigna:

“Quella strega, tiene la ragazza segregata nella stanza della filippina, è lì che si trova!”

Il re entrò a forza seguito dal figlio, dall’ufficio stampa e da tutti i fotografi, scansando la matrigna e le sue inguardabili figlie. In modo epico e plateale, il principe chiese a Cenerentola di sposarlo, infilandole la scarpa al piede.

“Questa veramente, è mia!” disse La Fata, riprendendola. Ma tutti si misero a ridere, amiconi e allegri.

Il matrimonio fu sfarzesco, ripreso dai programmi di gossip e anche da qualche telegiornale più mondano. Il principe decise di vendere l’esclusiva fotografica a “Novella 2000”.

La matrigna e le sorellastre erano livide di invidia, ma provarono ad approfittare della situazione, dicendosi parenti, rilasciando interviste a pagamento a destra e manca.

Cenerentola era al settimo cielo, non poteva credere di stare vivendo un sogno così bello, mentre andava all’altare si sentiva avvolta in una nuvola, con il principe che la aspettava sorridendo con i suoi denti bianchissimi.

E così oggi Cenerentola, dopo aver firmato il suo contratto prematrimoniale, vive chiusa nel bel palazzo sulla collina della città tutta di proprietà di suo suocero.

Ha avuto un bambino con l’inseminazione artificiale fatta in gran segreto in Svizzera, bambino che studia in un collegio in Inghilterra. Suo marito il principe è quasi sempre fuori per lavoro con il suo amico del cuore, un bel ragazzo moro e abbronzato che lo accompagna ovunque.

E lei è tanto felice, imbottita di prozac e un tantino alcolizzata, che chiacchiera con le sue amiche rondini e i barboncini rosa di suo marito.

 

FAVOLE REALISTICHE

favola realistica 2: CAPPUCCETTO ROSSO

Il problema della vita di ogni adulto occidentale sta nel fatto che da piccoli ci prendono per il culo, dalle favole a Babbo Natale il nostro imprinting si basa su un inganno costante. Ho deciso che per le nuove generazioni bisogna prendere provvedimenti, quindi io Anne-Riitta Ciccone, ho iniziato un certosino lavoro di revisione delle favole classiche e dei miti dell’infanzia, riportandoli alla realtà. Perché se le favole devono insegnare ai bambini cos’è la vita, che sappiano subito cosa li aspetta e come districarsi nel faticoso mondo della vita umana. Codesta raccolta di Favole si chiamerà FAVOLE REALISTICHE. Ecco a voi come è andata veramente la storia di CAPPUCCETTO ROSSO: 

C’era una volta una madre sola con una figlia di circa dieci anni, che tutti chiamavano “Cappuccetto Rosso” perché portava sempre un cappottino rosso con  – per l’appunto – un cappuccio. Lì dove vivevano la gente era abbastanza pigra nella ricerca dei soprannomi. Mamma e figlia abitavano in un modesto appartamento nella periferia di Roma. La donna aveva un lavoro precario, l’affitto era alto e quindi ogni tanto doveva arrotondare il suo misero stipendio incontrando alcuni gentili signori che per stare un po’ in sua compagnia le davano qualche soldino in più.

In queste occasioni Cappuccetto Rosso si faceva un giro.

La mamma un giorno le disse:

“Senti, ma perché non vai a trovare la nonna?”. Parliamo della madre della nostra mamma single, una donna avida ed egoista che viveva in una bellissima villetta fuori Roma ma non aveva mai aiutato più di tanto né la figlia né la nipote. Diceva sempre alla figlia:

“Se vuoi la ragazzina me la prendo io, ma tu sei una scapestrata degenere e con te non voglio averci a che fare”.  Ma la mamma non voleva perdere la sua amata bambina e quindi stavano così, ognuna ferma sulle sue posizioni.

Nonostante questo  dissapore familiare,  Cappuccetto Rosso andava volentieri dalla  nonna, perché c’era la tv al plasma e un cesso  in cui funzionava persino lo sciacquone.

Dunque, un giorno la mamma le fa: “Dai, vai a trovare la nonna, mi serve il pomeriggio libero e se stai sempre qua sotto la gente si insospettisce”.

Cappuccetto Rosso, contenta, disse: “Allora le faccio una bella torta, che dici?”.

La mamma disse “Fa’ un po’ come ti pare”, così la bambina prese una busta di Torta Margherita Cameo, la preparò, la avvolse in un panno e partì.

Era un lungo viaggio, doveva prendere un bus, poi la Metro, poi un trenino detto FR3, poi il 201 e poi fare un grande pezzo a piedi.

Roma è tanto grande per Cappuccetto Rosso

Quella passeggiata le piaceva, però, perché c’era tanto verde (alberi, cespugli, prati) e lei verde ne vedeva proprio pochino.

Dopo il suo lungo viaggio tra metropolitane, trenini e bus arrivò dunque alla sua fermata e da lì iniziò il cammino.

Ad un certo punto da dietro un albero spuntò un lupo. A Cappuccetto Rosso piacevano molto gli animali, infatti a casa aveva un criceto stronzo e puzzolente che la mordeva sempre, ma che lei adorava. Non si era mai accorta che quello che le avevano regalato e che aveva chiamato Batuffolo, era in realtà morto dopo una settimana e sua madre glielo aveva sostituito già tre volte, quindi per lei continuava a essere lo stesso Batuffolo da cinque anni. Anche perché di Batuffolo in Batuffolo, il filo rosso che li legava era l’essere sempre stronzi e morsicatori.

Tornando a noi, nel vedere il lupo Cappuccetto Rosso disse: “Ciao bel lupacchiotto, come ti chiami?”

Lui, sorprendentemente parlò, e le rispose: “Ciao bella bambina, io mi chiamo Lupo, tu?”

“Anche nel quartiere del Lupo sono molto pigri in merito ai soprannomi”, pensò Cappuccetto Rosso prima di comunicargli il proprio.

“E dove stai andando Capuccetto Rosso?” disse Lupo.

“Da mia nonna, abita da sola, nella villetta in fondo alla terza strada a sinistra. E mi aspetta perché non si sente bene. C’ha la sciatica” rispose la bambina.

Lupo, appresa l’informazione, mise giù una scusa e si congedò da Cappuccetto Rosso.

In realtà lesta lesta andò dalla nonna attraverso una scorciatoia che conosceva solo lui. Arrivò dalla nonna e citofonò.

“Chi è?” tuonò la voce della nonna da dentro.

“Sono Cappuccetto Rosso”, rispose Lupo facendo la vocina in falsetto tipo Bee Gees.

La nonna grugnì, borbottò qualcosa a proposito della voce da uomo che stava venendo anche a sua nipote. “Diventerai precisa a tua madre” commentò, ma aprì.

E Lupo gnam!! Se la pappò.

Cappuccetto Rosso arrivò a casa della nonna, un po’ in ritardo dato che si era persa due volte perché non aveva senso dell’orientamento. Finalmente davanti alla porta, la trovò aperta.

Spinse la porta con timore. Pensò che forse erano entrati di nuovo gli zingari e di certo la nonna sarebbe stata di pessimo umore.

“Nonna?” chiamò.

“Amore? Sei tu?” disse una vocetta soave proveniente dalla camera da letto.

“Ammazza, deve essersi proprio rincoglionita, povera nonna, per chiamarmi amore”. Pensò Cappuccetto Rosso prima di avviarsi verso la camera da letto.

“Nonna, avevi lasciato aperto!” disse Cappuccetto Rosso.

“Oh, mannaggia” commentò Lupo facendo la voce della nonna “Sai com’è, sono un po’ rincoglionita”.

Cappuccetto Rosso, intenerita, entrò in camera da letto e vide un pezzetto di faccia di quella che per lei era la nonna, spuntare dal piumone danese.

“Nonna!” disse Cappuccetto Rosso “Ma che baffi! Ma la ceretta no?”

“Figurati, all’età mia, chi mi si piglia?”

Cappuccetto Rosso era perplessa, qualcosa non le tornava.

“Nonna, ma che occhi grandi che hai…” disse.

“E’ per guardarti meglio,bambina mia” rispose la presunta nonna.

“E che mani grandi che hai..” insistette Cappuccetto Rosso.

“E’ per abbracciarti meglio, bambina mia”

“E che piedi grandi che hai…” disse ancora la piccola.

“E’ per prenderti meglio a calci nel culo se non la pianti di angosciarmi!” tuonò la nonna.

“Finalmente ti riconosco nonnina!” disse Cappuccetto Rosso ma, povera bimba, fu l’ultima cosa che disse perché Lupo venne fuori dal piumone e se la pappò.

Poco dopo lì vicino passò un cacciatore, vide la porta aperta e per curiosità guardò all’interno.

Vide tutto sangue, pezzi di cadavere, una mano, pezzi di cervello.

Entrò di corsa in casa pensando “Deve esserci quel lupo maledetto che inseguo da anni! Stavolta lo accoppo e sai che pelliccia mi ci faccio!”.

Ma proprio mentre era in casa arrivarono tre volanti della polizia, circondarono la casa.

“Vieni fuori a mani alzate, assassino!” gridavano.

“Ma io non c’entro niente! È stato un lupo!” si difendeva il cacciatore.

“Sì raccontalo a tua nonna, e i tre porcellini non ci stavano?” gli urlò contro un giovane poliziotto.

Così il cacciatore fu accusato di aver ucciso una bambina e un’anziana e ne parlarono tutte le televisioni e i giornali, al programma “Porta a Porta” fecero anche un plastico della bella villetta della nonna.

Villetta che restò in eredità alla mamma di Cappuccetto Rosso che pote’ finalmente smettere di incontrare i signori gentili.

La morale della favola è, che se incontri un lupo che parla non è mai un buon segno.

 

L'immagine diffusa dalla polizia per intenerire l'opinione pubblica
FAVOLE REALISTICHE

favola realistica 1: IL BRUTTO ANATROCCOLO

Il problema della vita di ogni adulto occidentale sta nel fatto che da piccoli ci prendono per il culo, dalle favole a Babbo Natale il nostro imprinting si basa su un inganno costante. Ho deciso che per le nuove generazioni bisogna prendere provvedimenti, quindi io Anne-Riitta Ciccone, ho iniziato un certosino lavoro di revisione delle favole classiche e dei miti dell’infanzia, riportandoli alla realtà. Perché se le favole devono insegnare ai bambini cos’è la vita, che sappiano subito cosa li aspetta e come districarsi nel faticoso mondo della vita umana. Codesta raccolta di Favole si chiamerà FAVOLE REALISTICHE. Ed ecco a voi la prima:

IL BRUTTO ANATROCCOLO

L‘estate era iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate, mentre il fieno tagliato profumava la campagna. In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini ad un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova cova. Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l’altro, i gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni adorabili anatroccoli gialli.
– Pip! Pip! Pip! Esclamarono i nuovi nati, il mondo è grande ed è bello vivere!
– Il mondo non finisce qui, li ammonì mamma anatra, si estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino, ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? – Domandò.
Mentre si avvicinava, notò che l’uovo più grande non si era ancora schiuso e se ne meravigliò. Si mise allora a covarlo nuovamente con aria contrariata.

Finalmente il grosso uovo si aprì e lascio uscire un grande anatroccolo brutto e tutto grigio.
– Sarà un tacchino! – Si preoccupò l’anatra. – Bah! Lo saprò domani!
Il giorno seguente, infatti, l’anatra portò la sua piccola famiglia ad un vicino ruscello e saltò nell’acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso quello brutto e grigio.
– Mi sento già più sollevata, – sospirò l’anatra, – almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi presenterò ai vostri cugini.
La piccola comitiva camminò faticosamente fino al laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre.
– Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo! – Disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul collo.
– E’ così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! – Aggiunse la grossa anitra con tono beffardo.
– E’ un vero peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti adorabili, – rincarò una vecchia anitra che era andata a vedere la covata.

L’anatroccolo, da quel giorno fu schernito da tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo impauriva. Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e maltrattarlo.
Il piccolo anatroccolo era molto infelice.

E indovinate cose accadde al povero piccolo rifiutato e deriso da tutti?

Una bella mattina d’estate, in mezzo alle canne vicino alla palude, si suicidò. E prima di morire pensò: ora sì che tutti si pentiranno e sentiranno in colpa! Infatti poche ore dopo i suoi fratelli, gli altri animali e il fattore trovarono il suo corpicino sgraziato riverso tra le canne, lo guardarono e dissero:

– ‘Sti cazzi!

 

l'ultima immagine del brutto anatroccolo