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Apolide, rifugiata morale, donna, straniera.

Le ragioni per cui mi arrabbio e mi preoccupa spaventosamente quello che sta succedendo in Italia, non tanto per la prevedibile inettitudine dei 5 Stelle, quanto per la prepotenza e l’atteggiamento di Salvini, personalmente non nascono da una visione provinciale e chiusa sulle faccende italiche, da uno sguardo alla Talkshow-dopo-pranzo o da ultras calcistico che tiene per una parte piuttosto che per l’altra, che ama o odia come ci fossero nemici e non avversari, gente da minacciare di morte solo perché non la pensa come te e con cui litigare al sicuro della tastiera del computer perché si è frustrati o ci si annoia, perché non pare vera l’illusione che il proprio pensiero conti.

Io mi preoccupo per quello che succede nel mondo perché questo mondo lo conosco, conosco la Storia ma sopratutto perché io so.

Si dovrebbe parlare sempre di ciò che si conosce davvero o per sapere o per esperienza e, riguardo quel che sta accadendo, cioè il dividere il mondo in noi e loro, l’escludere, il rifiutare, l’isolare attaccandosi a infantili sensi di appartenenza, così vecchi, così ciechi e così superati dalla Storia stessa, su tutto ciò credo di sapere più di molti altri.

So cosa significhi l’essere sempre stranieri, sempre diversi, sempre fuori, di lato, di sotto, ma mai dentro.

Recentemente, mettendo a posto il mio fitto epistolario con mio padre ho ritrovato un concetto che gli ho scritto molti anni fa e sono rimasta veramente colpita da una simile citazione nella saggezza dei miei venticinque anni, quando avevo finalmente messo pace in me stessa riguardo tutto ciò che hanno creato in me l’esclusione e l’isolamento, l’umiliazione e la costante sensazione di trovarsi fuori da un cerchio magico cui tutti appartenevano e da cui solo io, mia madre e mia sorella eravamo costantemente fuori. Sia in Finlandia, che in Sicilia.

Ho iniziato questo mestiere e capito che anche qui, in questo mio microcosmo, si ripeteva lo stesso destino perché persona di sesso femminile che ambiva ad un mestiere all’epoca considerato prevalentemente maschile e in più, anche in quel caso, perché fuori da certe logiche, sistemi, salotti ed appartenenze politiche.

Questo essere fuori dal bordo, come lo definiva Foucault, questo essere esclusi, non ci ha mai abbandonato in questo mio amatissimo nucleo familiare, che sconta un destino di fatica e umiliazione che – a dimostrazione del fatto che non è il luogo né forse nemmeno la Storia ma la mentalità di un certo momento storico a rendere cattivo un Paese – prosegue ora nella vita di mia sorella e le sue figlie in Finlandia. La tanto esaltata Finlandia che si racconta e si vende nel resto del mondo come accogliente, perfetta, socialmente protettiva, con le migliori scuole del mondo, in lotta con il bullismo scolastico e tante chiacchiere che nella nostra vita sembrano favolette per bambini.

Perché portatrice di un cognome italiano, anche se siamo tutte di nazionalità finlandese, mia sorella ha sofferto un mobbing talmente grave al lavoro che ha dovuto licenziarsi: stava male da tempo e quando chiedeva aiuto al medico del lavoro, quello si limitava in buona sostanza ad alludere al fatto che fosse una lavativa perché italiana, cosa che non hanno esitato a mettere per iscritto, mentre si è poi scoperto che mia sorella ha una forma grave di Fibromialgia. La mia prima nipote è stata talmente bullizzata e massacrata per le sue origini e per il suo aspetto esotico, che ha avuto paura ad andare a scuola e quando siamo andati a parlare con gli insegnanti minimizzavano “sono fraintendimenti, ha capito male, è scivolata” (quando l’hanno spinta giù per le scale dicendole che la gente della sua etnia deve fare le pulizie).

L’altra, la piccola, anche lei tenace, piena di volontà e ambizioni, anche lei bullizzata a scuola, ha cercato di resistere a mille angherie, tra cui l’accusa di aver rubato un Ipad, che alcune bambine avevano nascosto per uno scherzo, e alle richieste di spiegazioni del trattamento che l’insegnante le ha riservato davanti a tutti, la docente ha affermato che sì, pensavano che potesse essere stata lei perché magari desiderava tanto quell’oggetto, e “viste le radici culturali…”. Insomma le hanno dato della ladra per le stesse radici culturali italiche per cui hanno spinto anche mio padre a lasciare la Finlandia, dopo dieci anni che ci viveva, lavorava e pagava le tasse. La mia seconda nipote ha appena saputo di non essere rientrata nel numero di quelli ammessi al Liceo, nel loro sistema scolastico dividono i ragazzi tra chi merita il Liceo e chi la Scuola professionale per fare lavori manuali, discrezionalmente: nell’anno fatidico per mia nipote, in una scuola con un quarto di stranieri nessun cognome straniero figura tra gli ammessi.

Una ragazza che ha sempre avuto la media dell’otto/nove fino al quadrimestre precedente e per tutta la carriera scolastica, si ritrova a un 0, 50 sotto la media necessaria per poter accedere, il minimo per escluderla. A domanda come mai sia accaduto questo improvviso bizzarro tracollo ad una persona che ha sempre studiato, la risposta, in buona sostanza, è il riferimento al dovere del personale didattico di selezionare la classe dirigente del futuro.

Che vogliono, in una Scuola con programmi veramente ridicoli e un Liceo alla portata di uno studente di prima media italiano, 100% nazionale.

Quindi per noi, che abbiamo passato la nostra vita in Sicilia da finlandesi fuori dai piccoli cerchi magici di conoscenze di una vita, legami familiari, logiche interne perché straniere, con nostra madre che sognava il ritorno nella sua Patria come la pace da ritrovare perché stanca dei pregiudizi verso di noi, fatti di luoghi comuni quali le scandinave sono tutte zoccole, sicuramente tradirà il marito e chissà quelle due sue figlie che combinano, ci siamo ritrovate a confrontarci con il grande shock – mia madre compresa – di ritrovarsi in un Paese razzista, dove sulla porta di mia madre che porta ancora il cognome da sposata, italiano, si è ritrovata dello sterco di cane sul nome e un sacchetto riempito con la stessa sostanza nella cassetta della posta, ci siamo insomma dovute confrontare con il trauma di ritrovare la stessa identica sensazione di rifiuto, crudeltà gratuite, ottusità e ignoranza, cui per miracolo siamo sopravvissute nell’adolescenza al Sud.

Questo ci tengo a dirlo, a rivelarlo, anche per rispondere a chi a volte senza volerlo commenta stucchevolmente le mie osservazioni sull’Italia, sia quando fanno riferimento chiedendo perché allora anche io non sia tornata in Finlandia quando mia madre è tornata su in seguito alla definitiva separazione da mio padre, come ha fatto mia sorella, sia chi pensa che io esprima giudizi magari dall’alto delle mie origini nordiche, paragonando differenti culture e mi permetta di criticare questo nostro Paese mediterraneo.

Posso quindi garantire che ciò che critico e mi spaventa è il particolare di un generale, non ho paragoni da fare con mondi in cui la crisi economica e il terrorismo non abbiano tirato fuori il peggio da persone che poco conoscono la Storia e poco sanno valutare la verità delle cose.

Per me, in questi anni, è stato invece devastante notare come sia qui, in Italia, che nella mia seconda Patria, le cose stiano andando nello stesso identico modo.

Come una nazione pilota della libertà come gli Stati Uniti d’America, dove i miei genitori sognavano di andare negli anni ’70, sognando San Francisco, sia diventato un Paese che spaventa i bambini e umilia i loro genitori davanti ai loro occhi.

Sensazione che conosco molto bene e vorrei che nessuno al mondo, mai, si dovesse sentire così.

Personalmente, appunto, posso solo star male e dispiacermi, nel mio personale percorso di autoanalisi, tempo impiegato per diventare migliore, più brava possibile nel mio lavoro, una persona giusta, non buona ma giusta, nelle mie valutazioni, ignorando i maschilismi e le facili battute, i pettegolezzi riguardo ogni mio personale traguardo che, essendo femmina e – da giovane – di bell’aspetto, non poteva certo arrivare per merito ma per mie intense e capillari attività sessuali (voci che arrivano per lo più purtroppo da altre donne, da gente che non ti conosce, non ti ha mai visto, non sa nulla di te se non il gossip), personalmente ho affrontato tutto con pazienza e concentrandomi sulle cose importanti, in tutta la mia lunga vita in salita.

Ho trovato una mia dimensione esistenziale in cui imparare a essere felice nonostante tutto, con le poche persone di cui mi fido, stando male però per le persone che più amo al mondo, con il senso di impotenza della rassegnazione che tanto, cambiando il cielo sopra le nostre teste, sarà probabilmente sempre così.

Saremo sempre straniere e questo a quanto pare non te lo perdonano.

Adesso però, quando vedo quella gente respinta in mare, i pregiudizi d’accatto su intere etnie di persone, bambini separati dai genitori, sento tutto questo loro, loro, loro, non posso che sentirmi smarrita e incredula davanti al fatto che dopo millenni di Filosofia, di pensiero, dopo picchi di saggezza raggiunti dal nostro meraviglioso genere, quello umano, possiamo arrivare a trattarci così gli uni gli altri.

Non riusciamo a capire quale sia l’enorme privilegio dell’incontro, cosa per cui vale persino la pena il rischio dello scontro.

L’ho detto nei miei film, che parlano praticamente sempre di questo:  l’esclusione, l’umiliazione dell’altro, il privare un uomo dei suoi diritti, il privarlo dei suoi tesori come l’Occidente ha fatto per decenni con il Sud del mondo,  la mancanza di rispetto che generano la violenza, l’odio e la vendetta.

Anche solo nel senso della morale kantiana non riusciamo a capire che l’essere abbastanza soddisfatti e minimamente felici di tutti aiuterebbe a garantire un mondo più pacifico. Se non lo si sente da quello che chiamano il cuore, dovrebbe essere il cervello a farci capire che non conviene a nessuno che ci sia così tanta gente che soffre.

Ecco dunque a cosa ero arrivata io a venticinque anni e lo scrivevo a mio padre per rassicurarlo del fatto che stavo bene e che nonostante le grandi difficoltà che vivevo nel mio lavoro, il fatto di vivere in una città grande e dispersiva come Roma, dove lui mi vedeva come “il suo piccolo scricciolo che non aveva nessuno” , insomma ero arrivata a questa conclusione:

“L’essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. Non è qualcosa che già possiedi, devi passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa. Io mi sento straniera ovunque e questo è un regalo perché sono tutto e sono niente, per questo capisco tutti e sto bene ovunque. Alla fine io e mia sorella siamo esempi di quello che sarà l’Uomo del futuro, senza più conflitti. La cosa di cui sono più fiera di me e di quello che mi avete insegnato, è che io non odio mai, nessuno, qualunque cosa succeda. ”

papà_e_qualcuno_sauna

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Il fenomeno IKA

Non so siano peggio coloro che non hanno mai letto un libro, sfogliato pigramente quelli di scuola – quando l’hanno frequentata – e non imparato praticamente nulla o quelli che hanno pigramente sfogliato quelli di scuola – quando l’hanno frequentata – non hanno imparato praticamente nulla e poi si sono messi a leggere da grandi.

L’I-know-after (che chiameremo per comodità IKA) è un personaggio abbastanza inquietante, perché mentre da parte di un/una quattordicenne è il momento giusto, ci sta ed è persino tenero un “tu non sai cosa diceva Seneca a tal proposito”, così come è normale, ci sta ed è persino tenero che non sia consapevole della tempesta ideologica e concettuale che circonda l’intera storia del Sapere, quando invece ti ritrovi davanti un/una adultissimo/a in postura studente della Nausea di sartriana memoria, è situazione che può ucciderti.

Ai tempi dei greci antichi (per chi fosse arrivato alla “G” enciclopedica, sa di che parlo) il Sapere era un obbligo intellettuale ma persino morale e religioso, passando poi per lunghissime epoche per cui è stato un privilegio riservato a pochi, oggi in una parte – non poi così gigantesca – del mondo, è una possibilità data a tutti.

Esistono le Scuole ed esistono le famiglie, esiste il proprio gruppo sociale, esiste la propria personale curiosità per sviluppare l’aspirazione al Sapere fin dalla tenera età.

Ma purtroppo questa bestia strana, il Sapere, è poi diventato un orpello da salotto, un gadget da ostentare, e ci ritroviamo sommersi da una parte dei parvenu, i lettori delle quarte di copertina per intenderci, dall’altra da questi IKA, gli ammorbanti individui che si mettono in cattedra e ti fanno la lezione su quel che in teoria abbiamo assorbito ad, appunto, quattordici anni e scoperto dopo che c’era ancora qualche centinaio di universi da scoprire e miliardo più miliardo meno di dubbi di farsi venire.

Sopratutto si è superato lo shock della rivelazione della vacuità del nozionismo.

Come diceva coso, quel tale, credo un calciatore (lo ricorderà chi è arrivato almeno alla S), il “So di non sapere” è la tremenda frustrazione con cui si è costretti a fare pace intorno ai vent’anni o poco più – normalmente – e da lì si prosegue la propria curiosità e forse un personale piacere per il Sapere con motivazioni un po’ da antichi greci.

Le cose che “sai”, le devi dimenticare, ti entrano nel DNA e forse non ricorderai mai più il nome di quel tale Generale tanto importante in una certa guerra o il compendio totale del pensiero di Adorno, ma il Sapere è quella cosa che andrebbe coltivata e di cui ci si dovrebbe nutrire per costruire e migliorare se stessi, per sviluppare pensiero critico e tutte quelle cose lì che non mi pare stiano tanto funzionando con i ragazzini che prendono a parolacce i loro professori (ma questo è ben altro discorso).

I recuperisti IKA sono una realtà ammirevolissima, se ad un certo punto ci si rende conto che vivere in una più o meno gigantesca ignoranza rende quasi inutile la vita umana. Quindi ben vengano.

Ma è abbastanza difficile sopravvivere senza bisogno di drogarsi se ne becchi più di uno/a al mese, soprattutto se ancora non sono arrivati alla N.

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La Setta degli Esercenti Estinti

Ho spesso lamentato il fatto che, pur facendo io di mestiere la regista, la sceneggiatrice, insomma avendo un partita IVA in merito ed essendo mio marito un collega, non riusciamo più ad andare al cinema. Ho scritto in questo post le ragioni personali, legate a deformazione professionale e/o di gusto da spettatore ma sono ormai convinta che dietro la questione della fuga dell’essere umano di razza italica dalle sale cinematografiche, ci sia un vero e proprio complotto da parte delle Distribuzioni (e questo è un discorso serio di cui stiamo parlando in sedi più politiche, errori fatti in tema di Leggi e di contributi pubblici che hanno scatenato un Far West dei furbettini e serial killer di film italiani) ma anche degli esercenti stessi, che evidentemente NON vogliono che la gente frequenti le loro sale. Ma proprio nessun tipo di sala, né quelle chiamate di qualità (dove proiettano i cosiddetti film pallosi) né i multisala (film da popcorn e livello di impegno cerebrale da uno a dieci: due, che ci sta e ne abbiamo diritto).

Me li vedo, gli esercenti, in riunioni segrete, vestiti con cappucci neri e paramenti dorati, che si riuniscono in oscure cantine e studiano le mosse per evitare che il cittadino possa in alcun modo comprare il biglietto dei loro cinema, nell’ottica della loro nuova religione, la religione che onora il dio Masok, per la quale un adepto si spinge alla rovina con le sue stesse mani.

O è così o è un complotto, essi sono foraggiati dalle TV pay e Vod, e ogni genere di gestore di audiovisivo non in sala.

Come prova porto due esempi di vita vissuta da parte di due indefessi cineasti cinephile che tentato di osteggiare la setta degli esercenti estinti e mantenendo ciò nonostante il loro amore per il Cinema e le poche regole che questo implica, che per essere concisi constano di: rispetto per l’immagine (il Cinema è prima di tutto immagine, ergo questa va riprodotta più possibile fedelmente alla fotografia pensata e realizzata dal DOP, su indicazioni di un pensiero visivo su cui un povero regista si sarà pure scervellato, nonché andrebbe visto anche nel formato in cui è stato girato, se quel povero regista l’ha pensato in 3D o in Cinemascope una ragione ci sarà) – rispetto per il suono (gente che si è massacrata dal set fino al montaggio ed il mix per una presa diretta coi fiocchi, che va riprodotta in sala come religione comanda) – rispetto per il lavoro degli attori (i film si vedono in lingua originale, il doppiaggio è uno dei principali demoni del lavoro degli attori e del regista).

Quindi per due persone che amano e conoscono il Cinema, lo riconosco, il campo si restringe visto che la maggior parte di Distributori ed esecercenti butta il lavoro della gente in sala alla comeviè, come a dire mettere il ketchup su un ottimo ragù napoletano.

Reperto numero 1. Sala di qualità.

Settimane fa abbiamo il tempo per andare a vedere “La forma dell’acqua”, l’unico film che ci interessasse vedere al cinema da mesi ma appunto non vediamo film doppiati e quindi trovare la sala che abbia il film in V.O. con uno schermo senza macchie di muffa, che sia almeno di due pollici più grande del televisore di casa e con un buon suono, è un’avventura. Troviamo il film al Nuovo Olimipia, quindi in centro (per chi vive a Roma, sa cosa significhi arrivare in centro se non ci vivi). Controllo gli orari inserendo titolo film e nome del cinema sul motore di ricerca Google, vogliamo dire il principale motore di ricerca mondiale?

Direte ma certo, la storia che segue dimostra però che per una persona al mondo non è esattamente così.

Comunque. Questo oscuro motore di ricerca dice che fanno il film alle 17:45. E così noi alle cinque PM, usciamo. Lasciamo la macchina fuori dalla AZTL, prendiamo un bus, arriviamo alle 17:34 ma scopriamo che in realtà il film era alle 17:15, quindi lo abbiamo perso.

Qui inizia la ragione dalla quale mi rendo conto che la nostra battaglia per “riportare la gente in sala” parlando di Cinema di qualità, è persa per una ragione molto facile da inquadrare. Già, ripeto, abbiamo Distribuzioni cui non importa nulla di distribuire davvero la maggior parte dei film, ti sbattono in finte programmazioni con orari fittizi, senza pubblicità né uno straccio di vero ufficio stampa che sappia far almeno parlare del tuo film, dato che è orfano di pubblicità diretta, già ci sono esercenti che per mettere su un film che non arrivi gonfio di premi e tre Angeline Jolie nel cast, chiedono soldi ai Distributori per mettergli il film in sala, e magari te lo sbattono in un solo spettacolo in orario impossibile, insomma già appare inutile e folle pure che le Produzioni si sbattano e rischino la vita per fare film pur fantastici, se non fosse per là speranza del loro destino successivo (Tv, Sky, Netflix, estero etc), cosa succede poi, quando per miracolo un film di qualità arriva in una di quelle sale e giusto perché aveva appena vinto l’Oscar?

Arrivi e il film è ad un orario totalmente diverso, ovviamente prima, non dopo, quindi non mettendoti in condizioni al limite di prendere un caffè e vederti comunque il tuo cavolo di film, e la cosa non è annunciata da nessuna parte se non su un triste cartello stampato in A4 e font Arial, appiccicato sulla porta del cinema.

Dispiaciutissimi per aver perso il film chiediamo alla ragazza come mai ci sia stato questo cambio, io faccio l’ingenuo errore di dirle: “In rete, sul sito, c’era scritto che il film oggi, c’è proprio scritto oggi, sarebbe stato alle 17:45…”.

Lei, l’atteggiamento e il tono che definiremo da radical chic ergo analfabeta che però deve insegnarti come funzioa il mondo perché legge le quarte di copertina dei libri più pubblicizzati, mi risponde: – Ma scusi, dove ha guardato? –

Attenzione, qui necessita un fermo fotogramma: non chiede scusa, non si dice dispiaciuta che il cliente/fruitore non abbia potuto accedere alla sua proposta, bensì mi rimprovera.

Di seguito il dialogo:

-Ho guardato su Google e mi è uscita la paginata collegata a Circuito Cinema. –

-Vabbè, lei guarda su Google… –

– .. sì, ho inserito nome film, nome cinema, ovvio.-

-Ma lei se vuole conoscere la nostra reale programmazione deve telefonare.-

-… telefonare?

-(irritata) Certo! (sottotesto: idiota) Guardi qui..-

Tira fuori volantino del cinema stesso. Che non si capisce perchè dovrei possedere.

– Vede? Qui c’è il numero, oppure digita direttamente il sito del cinema. –

Interviene Lorenzo:

-Ma dovremmo fare tutto questo casino per venire a vedere un film da voi, non dovreste voi comunicarlo…-

Dietro di noi, un conoscente, anche lui regista, è seduto sul divanetto con un altro signore. Intervengono e scopriamo che anche loro avevano bucato il film per la stessa ragione e si erano messi lì pazienti ad aspettare la proiezione successiva, alle sette (cosa che noi non potevamo fare e non vedo peraltro perché un poveraccio dovrebbe bivaccare dentro un cinema due ore solo perché hanno deciso di cambiare l’orario) e il signore dice “Anche sul giornale in effetti diceva 17.45…”

La ragazza si innervosisce:

– Ma noi lo abbiamo comunicato, cioè, lo comunichiamo… penso. (faccia da mentitrice poco portata alla menzogna) Insomma uno prima di uscire telefona! –

E, ad un mio pacato quanto autoevidente riferimento al fatto che facendo così si perdono gli spettatori, cosa triste visto che il Cinema è tanto in crisi, costei dice a me:

-(tono saccente) Signora, il Cinema è un prodotto culturale, non solo un divertimento, la gente, se vuole, si informa. –

Giuro, ha detto così.

Mi ha cazziato, insomma, dall’alto del suo essere tanto culturale e io evidentemente no, visto che invece di farmi in quattro pur di vedere un film, sto lì come una specie di folle invasata a cercare riferimenti su ‘sto Google su quali orari saranno quelli esatti…

Quindi per un cinema “di qualità” tu fruitore non devi solo pagare il biglietto, visto che il favore alla fine te lo fanno loro, perché tu povero scemo che non si impegna abbastanza per essere sufficientemtente culturale – cosa peraltro evidente dal tuo essere legato ad un mondo tecnologico che il vero intellettuale rifiuta, al più si usa il telefono possibilmente a manovella – tu devi chiamare, incrociare i dati o, meglio ancora, fare un sopralluogo prima e sennò peggio per te se poi non vedi il film e quindi non compri il biglietto

Reperto 2. Cinema multisala.

Pasquetta. Lorenzo e io abbiamo idea di andare a vedere il film di Spielberg, “Ready player one”, girato in 3D e quindi io – che pur ho fatto un film in 3D quindi so quanto sia insultante il proporlo in altro formato – vorrei vederlo in 3D. Ma ovviamente in 3D anche in originale è pura utopia in Italia, così decidiamo per il 3D e subire il doppiaggio.

Lorenzo constata in quello sconosciuto motore di ricerca di cui sopra che lo danno all’UCI Cinema Roma Est, dove non siamo mai stati ma pare avere una bella sala grande con buon 3D e buon suono.

Partiamo.

Mettiamo l’indirizzo dichiarato dal cinema stesso in rete, sul navigatore.

Secondo l’indirizzo in rete il multisala sta all’interno di un Centro Commerciale, a loro dire situato in Via Collatina 858.

Il navigatore ci porta a Via Collatina 858. C’è un anonimo palazzo.

Riproviamo a cercare in rete un indirizzo alternativo, nisba, sempre lo stesso indirizzo.

Allora vaghiamo a intuito, ci diciamo che in una città in cui l’Auditorium è segnalato da Rovaniemi, ci sarà un cartello.

Ne troviamo uno: “Centro Commerciale Roma Est” con una freccia.

Tale freccia ci immette in una strada di campagna.

Cammina cammina ci ritroviamo nel nulla.

Una volta incontrate le pecore ci diciamo che forse non è la direzione giusta, anche perché non stiamo andando verso “Est”. Provo a seguire il consiglio della colta creatura intellettuale della sala di qualità e chiamo un numero di telefono.

Ça va sans dire risponde un bup bup bup da “ma che te credi che era davvero un numero di telefono?”.

Andiamo verso est.

Ancora pecore.

Mi sono chiesta se per caso questo Centro Commerciale di “Roma Est” non sia un luogo noto ai depositari di una tradizione orale, una leggenda tramandata solo in certi clan, un sacro Graal riservato a pochi. Cosa questa confermata da alcuni messaggi sui social, quando ho fatto una battuta sulla nostra ricerca:

Ma è lì. È a Roma Est.

Lo trovi sulle Sacre Scritture: Roma Est, centro commerciale, che non lo sai?

Per cui, per non rovinarci la giornata, ci diciamo che un’altra cosa che vorremmo tanto fare da tempo è vedere la mostra “Gravity”, sulla teoria della relavità, al Maxxi.

Bellissima mostra, peraltro.

Questi pazzi del Maxxi hanno un indirizzo sull’oscuro Google che corrisponde a dove realmente sono, per inciso, noi sapevamo dove fosse perché ci siamo già stati ma per curiosità ho controllato. C’è l’indirizzo esatto e, cosa veramente oltraggiosa, gli orari dichiarati coincidono. Qui vi verranno i brividi: dice “Oggi, pasquetta, siamo aperti dalle- alle”.

Pazzi psicopatici, davvero.

E lì, quando ad un certo punto finita la mostra facciamo merenda nel bar accogliente e bello del Maxxi, mi ricordo di una mia chiacchierata con una estetista, in una delle mie indagini sul mio settore che faccio per cercare di dare una risposta alla domanda: perché la gente, la gente che non fa questo lavoro, il fruitore base, non va più al cinema?

Lei mi ha detto:

-La maggior parte delle sale mi mette tristezza. La maggior parte sono cupe, sporche, con brutte poltrone e sempre gente sgarbata in biglietteria. –

-Quindi ti piacciono i multisala? –

-No, per carità, sembra di stare in dei garage rumorosi con puzza di pop corn, e anche lì gente sempre sgarbata. Anche se certo le sale interne sono meglio… ma no, no, io e il mio ragazzo preferiamo vedere i film su Sky, su Netflix, a casa, si sente bene, si vede bene … che esco a fare e spendo soldi per andare in un posto cercando parcheggio, per trovare un posto triste e con gente sgarbata?-

-Quindi per andare a vedere un film non a casa cosa ti aspetteresti, cosa ti farebbe uscire di casa? –

– Beh, uno esce di casa per andare in un posto bello, magico, fuori dai problemi di tutti i giorni, con persone che ti accolgono allegre, insomma che ti senti che sei uscito da casa per essere coccolato e poi vedere un film, come un rito, insomma. Tipo un teatro, capito, un posto in cui non è come a casa, un posto bello, magico, oppure elegante… –

Eterotopie, le chiamava Michel Foucalt.

Alcuni esercenti che ci credono e combattono per accogliere e coccolare la gente in un non luogo dove vivere pensieri profondi o anche evadere, in giro per l’Italia ci sono, ma spesso non sono liberi e sono lasciati soli

Purtroppo la maggioranza di chi gestisce i cinema, a tutti i livelli, non sa più crearle, le magiche o accoglienti eterotopie per le quali mi va di uscire e partecipare ad un rito. Non c’è amore, o sono snob che pensano di farti un favore, o sono posti trascurati da chi le gestisce e da chi ci lavora.

E se non gli va a loro, perché dovrebbe andare a noi.

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