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MESSAGGI DA UN RAGAZZO CHE AMAVA LA POLITICA NEL 1974 (del linguaggio e della conoscenza)

Sto leggendo da qualche tempo i quaderni privati di un ragazzo, italiano, ventunenne nel 1974, poi diventato giornalista, per un lavoro che stiamo facendo relativamente al 25 aprile portoghese e questa lettura che sta andando avanti parallelamente alle vicende politiche italiane, si è rivelata una sorta di epifania, per me.

Un ragazzo di ventun anni interessato alla politica prende appunti nei suoi quaderni personali con un linguaggio che oggi appare forbito, colto, nonostante un gergo che oggi può farci tenerezza e ricordare alcuni dialoghi di Ecce Bombo, e parla di avversari politici, di paura del fascismo, di speranza per il popolo, argomentando politicamente, mostrando conoscenza ed è evidente, soprattutto, un certo orgoglio – non certo vanità, dato che non sapeva che un giorno avrebbe fatto leggere questi quaderni a registi o scrittori – per la conoscenza dei testi, per l’aver studiato su libri e preso informazioni in prima persona in viaggi effettuati in situazioni a dir poco precarie, per vedere con i propri occhi.

Qualità che non poteva che farne un giornalista.

Leggo questi quaderni tra ammirazione e tenerezza, poi scorro i social mentre aspetto che bolla l’acqua per cucinare o mentre sto al bagno (lì dove è possibile sopportare tanta superficialità) e leggo il linguaggio non solo dei gregari dei politici ma dei politici stessi che adesso ci governano.

Nota a margine: li chiamo gregari perché altra cosa che noto da anni è che chi decide di seguire un politico che come unico argomento abbia l’individuazione di un un nemico, l’unico sentimento che conosca è l’odio, (mascherando con furbizia il proprio costante incitamento all’odio accusando l’altro di odiare e parlando di se stesso come dispensatore di baci e di amore), quello che possa mai per assurdo scegliere di seguire una persona così non è un cittadino che condivide un ideale politico, ma un gregario mai stato abbastanza in gamba da essere capobranco o leader di qualcosa nemmeno nel proprio condominio, quindi cerca un capobranco che ne faccia le vendette. Non un politico che ne rappresenti ideali, che di fatto non ha, nel corso del dibattito politico ma appunto un uomo forte che ammazzi di botte chi non la pensa come lui.

Come le bestie.

Osservo e paragono questo linguaggio incredibile, che sicuramente avrebbe sconvolto o forse sarebbe stato accolto con incredulità dall’uomo civile del passato, per non parlare di un potenziale uomo evoluto del futuro (sempre se riusciamo a sopravvivere a questo momento senza tornare allo stadio degli scimpanzè che si picchiano per avere più banane).

Tu sei un politico professionista, uno che, come ci si aspetterebbe in una democrazia dai tempi della polis greca, dovrebbe essere più colto, più edotto della cosa politica, più saggio, più sereno dell’uomo medio e a quell’uomo medio che spera di attrarre e persuadere al suo pensiero, dovrebbe fungere da esempio.

In un sistema politico democratico, l’uomo politico professionista ha come primo principio morale il “non sono d’accordo con la tua idea ma morirei purché tu possa avere la libertà di affermarla”, nonché la sua prima preoccupazione – anche solo per i principi della morale kantiana – dovrebbe essere che anche o forse persino soprattutto chi non lo abbia votato possa però essere un minimo soddisfatto, forse persino stupito e compiaciuto nel potersi dire di aver sbagliato opinione, che insomma quella minoranza, sia essa enorme o di un minimo scarto, che non lo ha votato veda rispettate anche le sue esigenze, istanze e opinioni.

Quello cui invece ci troviamo di fronte.

Politici che parlano come ragazzini di sedici anni in piena crisi ormonale, mettono foto con il pollicione alzato, una birra in mano, la torta di compleanno.

Parlano dei risultati ottenuti sempre e solo con un tono indispettito, un vocabolario ripetitivo che fa sospettare che nella loro vita quotidiana non conoscano più di trecento parole del nostro meraviglioso e ricco dizionario, in ogni caso con il tono di chi deve costantemente fare la boccaccia al “nemico” a “quell’altro” che tanto sta lì a rosicare, a prendere maalox perché si rode di invidia (nemmeno fossimo sedicenni che si contendono il premio reginetta del ballo), insomma non si tratta di avere idee diverse e/o opposte ma di invidiare, rosicare mentre l’altro ci fa marameo.

Chiunque non sia d’accordo con “loro” è del PD, il branco non conosce altra realtà sul pianeta che l’essere “loro”, il “loro branco” da una parte,  e di contro IL PD.

Senza nemmeno riflettere sul fatto che se tutta la gente che non è d’accordo con “loro” fosse del PD, questo famigerato PD avrebbe stravinto. Intendo: se la matematica non è un’opinione, sommando le percentuali ottenute alle elezioni da Lega, M5s, PD e quel magma per “loro” oscuro di altri, se non esistesse quel magma nel quale sono convogliati tutti gli altri voti, allora o “loro” avrebbero vinto con l’80% dei voti, o il PD avrebbe fatto almeno il 40%.

Ma non ci arrivano, perché non ragionano. Non ragionano perché quel che conta è litigare, aver ragione,  quel che conta nell’agone è aver l’ultima parola e possibilmente chiudere con il marameo gna gna gna di cui sopra.

Il linguaggio e la postura sono, come ho già notato precedentemente, da talent show, da talk show del pomeriggio.

È tutto un insulare senza prima leggere cosa abbia realmente scritto “quell’altro” nei commenti relativi a post e status puerili e superficiali di questi nostri politici contemporanei oggi al governo.

Questa infinita campagna elettorale trascinata su un terreno così squallido e volgare mi conferma che quelli che hanno vinto, hanno vinto proprio perché il cittadino medio italiano è diventato un qualcosa di quanto più lontano ed alieno rispetto al ventunenne del 1974 di cui sopra, un ragazzo che leggeva libri di pensatori, di politici, di statisti, che aveva ancora negli occhi le macerie del dopoguerra, consapevolezza di parenti morti al fronte, di vicini di casa dei genitori deportati nei campi di concentramento e quindi cosciente, nonostante i pochi giovani anni, dei pericoli che possono causare qualunquismo e superficialità.

E soprattuto del farsi gregari.

Nessuno di questi gregari si accorge né è in grado di avere il pensiero critico per valutare il fatto che la questione delle barche che arrivano in Italia al momento è davvero l’ultimo dei nostri problemi, in questo Paese, che non c’è nessunissima crisi immigrazione, che questa gente che arriva sulle nostre spiagge non è né la minaccia, né la ragione del progressivo impoverimento di questo Paese né tantomeno dell’Europa.

Che non sono poche migliaia di persone, in un Paese di 65 milioni di persone, ad aver creato o creare il nostro progressivo collasso.

L’italiano medio contemporaneo che non sa avere altra funzione né dare altro valore alla propria esistenza che quella del gregario, non usa la politica perché conscio dei propri diritti e doveri di cittadino ma perché è infantile ed egoista e se alla politica guarda (perché fino a qualche tempo fa se ne disinteressava totalmente) è perché ha ravvisato in questi nuovi figuri apparsi sulla scena qualcuno che possa portare avanti ideologicamente il loro egoismo, dare un valore socialmente e moralmente accettato al loro costante livore e fastidio di non essere il centro del mondo; questo cittadino è uno che non conosce altra forma di dialogo che la litigata in piedi tra il pubblico, il pettegolezzo tra due tizi chiusi nella casa del Grande Fratello, non conosce altra modalità di scelta tra una cosa e l’altra che il televoto.

Non segue idee ed ideologie ma è fan o follower di uno che urla più forte e gliene dice quattro, peraltro con la volubilità del bambino capriccioso, infatti basta poco e costoro cambiano tizio da seguire e da amare.

Cosa che ai politici contemporanei che ci governano in questo momento è ben chiara ed ecco perché tentano di aggrapparsi agli unici ideali che questa categoria di persone conosca, che sono appunto l’egoismo e la ricerca del nemico, la frustrazione di un mondo che non è il parco giochi che sembra loro essere per quelli che vivono una vita di lustrini e successi, e che vorrebbero tanto per se stessi.

Semplificandola: questo genere di persona non ce l’ha con chi ha il Rolex e l’attico perché ritiene che il mondo sarebbe più giusto con una più equa distribuzione delle ricchezze, o perché pensino che quelli dovrebbero pagare più tasse o perché pensino che non è giusto che qualcuno abbia tanto e tanti non abbiano niente.

Il punto è che a possedere Rolex ed attici vorrebbero essere loro e per non mettere in dubbio le proprie azioni, capacità o scelte, se ce l’ha un altro e non io sicuramente l’altro chissà cosa abbia combinato di ingiusto e immeritevole, sicuramente lui non ha merito e ciò che io vorrei ce l’ha lui è dato dal suo essere un infame e io un “puro”.

I politici contemporanei che oggi ci governano hanno capito bene la psicologia di questa categoria umana.

Dunque piuttosto che proporre reali e concrete idee per migliorare la vita di tutti i giorni dei cittadini, Sanità, Scuola, trasporti e soprattuto più lavoro per tutti, un futuro per i più giovani, tutto si riduce alla creazione di nuovi antagonisti, come si fosse nella writers room di una scarsissima soap opera, nemici e armi di distrazione di massa che vanno dallo straniero a quelli con il Rolex e l’attico, sperando così di pilotare l’odio sociale che nasce dalla frustrazione di cui sopra verso obiettivi diversi che non siano ciò che veramente serve a rendere migliore un Paese.

Perché sfugge, ai gregari, che non sono “quelli di sinistra”, “quelli del PD” ad avere la vita ricca e dorata che loro stessi sognano bensì una classe sociale che ben si distribuisce tra le appartenenza politiche.

Pensare che esistano davvero i “radical chic con il Rolex e l’attico” è un’idea talmente infantile che le prime volte che ho letto queste affermazioni ho riso di cuore, hanno il sapore della favola dell’Unicorno e la superficialità del “signora mia” in fila alla cassa del supermercato.

E invece no, l’ideazione di un simile antagonista ha avuto immediata presa tra i gregari, la massa di bambini genericamente arrabbiati su cui questi politici contano corrono dietro a questa insana idiozia con la cecità di quelli che correvano con i forconi dietro una poveretta accusata di stregoneria solo perché aveva un neo strano.

È la stessa ignoranza, la stessa totale mancanza di un pensiero critico, di buon senso o logica. Non dico di Cultura perché siamo arrivati al paradosso che la rifiutano, anche se oggi l’accesso alla Cultura sarebbe aperto a tutti, perché persino l’aver Cultura è diventato un difetto e un problema, come nei periodi più bui della nostra Storia. Millenni per arrivare a capire che solo l’avere una Cultura rende le persone libere di avere un pensiero critico, personale, che l’aver Cultura consente, tra l’altro, un’evoluzione umana adulta verso il saper scegliere ideali e non persone, capire chi tenta di usarti e di fregarti.

La più grande vittoria di un Sistema Politico che, mondialmente, vuole far tornare i cittadini da persone pensanti a sciocchi gregari e che è in atto da decenni, è quella cui stiamo assistendo.

Non ne ho trovato uno, in questo fiume di incredibili commenti e frasi sgrammaticate e deliranti, che rispondesse mai seguendo un ragionamento, facendo una citazione che possa darci la speranza di un libro letto, un’informazione approfondita. È tutto un rosicate, morite, state soffrendo eh? Zitto che sei del PD, Pddini schifosi, tieniti tu i negri a casa, pigliati il maalox, però bacioni. Non una sola argomentazione politica, non un accenno di saggezza.

Poi passo agli appunti di questo ragazzo del 1974 e mi sembra di saltare da un pianeta ad un altro, non mi chiedo come siamo arrivati a questo perché sarebbe un’affermazione naive: conosco la Storia e ho sempre seguito con attenzione quello che succedeva nel mondo quindi non posso dirmi stupita.

Ma è come un doccia scozzese, un vero trauma, passare da tanta civiltà e passione politica, anche quando  con un ingenuo ottimismo verso l’umanità, a questo collettivo urlare volgare e pieno di odio.

Siamo un mondo, nel nostro caso un Paese, nel bel mezzo di una tristissima caduta libera e personalmente non vedo più alcuna speranza.

E ci tengo a dire che questa preoccupazione, questo dispiacere per i cittadini del Paese in cui vivo, non è “rosicamento”, è l’ultima traccia che rimane in me di pietas che non so negare neanche verso chi non la pensa come me. Mi dispiace davvero, perché la Storia e persino un documentario sulla fauna insegnano che i gregari sono sempre i primi a pagarne le spese quando il capobranco decide chi si deve salvare e chi no, quando tutto precipita.

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Photo by Johan Bos on Pexels.com
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Apolide, rifugiata morale, donna, straniera.

Le ragioni per cui mi arrabbio e mi preoccupa spaventosamente quello che sta succedendo in Italia, non tanto per la prevedibile inettitudine dei 5 Stelle, quanto per la prepotenza e l’atteggiamento di Salvini, personalmente non nascono da una visione provinciale e chiusa sulle faccende italiche, da uno sguardo alla Talkshow-dopo-pranzo o da ultras calcistico che tiene per una parte piuttosto che per l’altra, che ama o odia come ci fossero nemici e non avversari, gente da minacciare di morte solo perché non la pensa come te e con cui litigare al sicuro della tastiera del computer perché si è frustrati o ci si annoia, perché non pare vera l’illusione che il proprio pensiero conti.

Io mi preoccupo per quello che succede nel mondo perché questo mondo lo conosco, conosco la Storia ma sopratutto perché io so.

Si dovrebbe parlare sempre di ciò che si conosce davvero o per sapere o per esperienza e, riguardo quel che sta accadendo, cioè il dividere il mondo in noi e loro, l’escludere, il rifiutare, l’isolare attaccandosi a infantili sensi di appartenenza, così vecchi, così ciechi e così superati dalla Storia stessa, su tutto ciò credo di sapere più di molti altri.

So cosa significhi l’essere sempre stranieri, sempre diversi, sempre fuori, di lato, di sotto, ma mai dentro.

Recentemente, mettendo a posto il mio fitto epistolario con mio padre ho ritrovato un concetto che gli ho scritto molti anni fa e sono rimasta veramente colpita da una simile citazione nella saggezza dei miei venticinque anni, quando avevo finalmente messo pace in me stessa riguardo tutto ciò che hanno creato in me l’esclusione e l’isolamento, l’umiliazione e la costante sensazione di trovarsi fuori da un cerchio magico cui tutti appartenevano e da cui solo io, mia madre e mia sorella eravamo costantemente fuori. Sia in Finlandia, che in Sicilia.

Ho iniziato questo mestiere e capito che anche qui, in questo mio microcosmo, si ripeteva lo stesso destino perché persona di sesso femminile che ambiva ad un mestiere all’epoca considerato prevalentemente maschile e in più, anche in quel caso, perché fuori da certe logiche, sistemi, salotti ed appartenenze politiche.

Questo essere fuori dal bordo, come lo definiva Foucault, questo essere esclusi, non ci ha mai abbandonato in questo mio amatissimo nucleo familiare, che sconta un destino di fatica e umiliazione che – a dimostrazione del fatto che non è il luogo né forse nemmeno la Storia ma la mentalità di un certo momento storico a rendere cattivo un Paese – prosegue ora nella vita di mia sorella e le sue figlie in Finlandia. La tanto esaltata Finlandia che si racconta e si vende nel resto del mondo come accogliente, perfetta, socialmente protettiva, con le migliori scuole del mondo, in lotta con il bullismo scolastico e tante chiacchiere che nella nostra vita sembrano favolette per bambini.

Perché portatrice di un cognome italiano, anche se siamo tutte di nazionalità finlandese, mia sorella ha sofferto un mobbing talmente grave al lavoro che ha dovuto licenziarsi: stava male da tempo e quando chiedeva aiuto al medico del lavoro, quello si limitava in buona sostanza ad alludere al fatto che fosse una lavativa perché italiana, cosa che non hanno esitato a mettere per iscritto, mentre si è poi scoperto che mia sorella ha una forma grave di Fibromialgia. La mia prima nipote è stata talmente bullizzata e massacrata per le sue origini e per il suo aspetto esotico, che ha avuto paura ad andare a scuola e quando siamo andati a parlare con gli insegnanti minimizzavano “sono fraintendimenti, ha capito male, è scivolata” (quando l’hanno spinta giù per le scale dicendole che la gente della sua etnia deve fare le pulizie).

L’altra, la piccola, anche lei tenace, piena di volontà e ambizioni, anche lei bullizzata a scuola, ha cercato di resistere a mille angherie, tra cui l’accusa di aver rubato un Ipad, che alcune bambine avevano nascosto per uno scherzo, e alle richieste di spiegazioni del trattamento che l’insegnante le ha riservato davanti a tutti, la docente ha affermato che sì, pensavano che potesse essere stata lei perché magari desiderava tanto quell’oggetto, e “viste le radici culturali…”. Insomma le hanno dato della ladra per le stesse radici culturali italiche per cui hanno spinto anche mio padre a lasciare la Finlandia, dopo dieci anni che ci viveva, lavorava e pagava le tasse. La mia seconda nipote ha appena saputo di non essere rientrata nel numero di quelli ammessi al Liceo, nel loro sistema scolastico dividono i ragazzi tra chi merita il Liceo e chi la Scuola professionale per fare lavori manuali, discrezionalmente: nell’anno fatidico per mia nipote, in una scuola con un quarto di stranieri nessun cognome straniero figura tra gli ammessi.

Una ragazza che ha sempre avuto la media dell’otto/nove fino al quadrimestre precedente e per tutta la carriera scolastica, si ritrova a un 0, 50 sotto la media necessaria per poter accedere, il minimo per escluderla. A domanda come mai sia accaduto questo improvviso bizzarro tracollo ad una persona che ha sempre studiato, la risposta, in buona sostanza, è il riferimento al dovere del personale didattico di selezionare la classe dirigente del futuro.

Che vogliono, in una Scuola con programmi veramente ridicoli e un Liceo alla portata di uno studente di prima media italiano, 100% nazionale.

Quindi per noi, che abbiamo passato la nostra vita in Sicilia da finlandesi fuori dai piccoli cerchi magici di conoscenze di una vita, legami familiari, logiche interne perché straniere, con nostra madre che sognava il ritorno nella sua Patria come la pace da ritrovare perché stanca dei pregiudizi verso di noi, fatti di luoghi comuni quali le scandinave sono tutte zoccole, sicuramente tradirà il marito e chissà quelle due sue figlie che combinano, ci siamo ritrovate a confrontarci con il grande shock – mia madre compresa – di ritrovarsi in un Paese razzista, dove sulla porta di mia madre che porta ancora il cognome da sposata, italiano, si è ritrovata dello sterco di cane sul nome e un sacchetto riempito con la stessa sostanza nella cassetta della posta, ci siamo insomma dovute confrontare con il trauma di ritrovare la stessa identica sensazione di rifiuto, crudeltà gratuite, ottusità e ignoranza, cui per miracolo siamo sopravvissute nell’adolescenza al Sud.

Questo ci tengo a dirlo, a rivelarlo, anche per rispondere a chi a volte senza volerlo commenta stucchevolmente le mie osservazioni sull’Italia, sia quando fanno riferimento chiedendo perché allora anche io non sia tornata in Finlandia quando mia madre è tornata su in seguito alla definitiva separazione da mio padre, come ha fatto mia sorella, sia chi pensa che io esprima giudizi magari dall’alto delle mie origini nordiche, paragonando differenti culture e mi permetta di criticare questo nostro Paese mediterraneo.

Posso quindi garantire che ciò che critico e mi spaventa è il particolare di un generale, non ho paragoni da fare con mondi in cui la crisi economica e il terrorismo non abbiano tirato fuori il peggio da persone che poco conoscono la Storia e poco sanno valutare la verità delle cose.

Per me, in questi anni, è stato invece devastante notare come sia qui, in Italia, che nella mia seconda Patria, le cose stiano andando nello stesso identico modo.

Come una nazione pilota della libertà come gli Stati Uniti d’America, dove i miei genitori sognavano di andare negli anni ’70, sognando San Francisco, sia diventato un Paese che spaventa i bambini e umilia i loro genitori davanti ai loro occhi.

Sensazione che conosco molto bene e vorrei che nessuno al mondo, mai, si dovesse sentire così.

Personalmente, appunto, posso solo star male e dispiacermi, nel mio personale percorso di autoanalisi, tempo impiegato per diventare migliore, più brava possibile nel mio lavoro, una persona giusta, non buona ma giusta, nelle mie valutazioni, ignorando i maschilismi e le facili battute, i pettegolezzi riguardo ogni mio personale traguardo che, essendo femmina e – da giovane – di bell’aspetto, non poteva certo arrivare per merito ma per mie intense e capillari attività sessuali (voci che arrivano per lo più purtroppo da altre donne, da gente che non ti conosce, non ti ha mai visto, non sa nulla di te se non il gossip), personalmente ho affrontato tutto con pazienza e concentrandomi sulle cose importanti, in tutta la mia lunga vita in salita.

Ho trovato una mia dimensione esistenziale in cui imparare a essere felice nonostante tutto, con le poche persone di cui mi fido, stando male però per le persone che più amo al mondo, con il senso di impotenza della rassegnazione che tanto, cambiando il cielo sopra le nostre teste, sarà probabilmente sempre così.

Saremo sempre straniere e questo a quanto pare non te lo perdonano.

Adesso però, quando vedo quella gente respinta in mare, i pregiudizi d’accatto su intere etnie di persone, bambini separati dai genitori, sento tutto questo loro, loro, loro, non posso che sentirmi smarrita e incredula davanti al fatto che dopo millenni di Filosofia, di pensiero, dopo picchi di saggezza raggiunti dal nostro meraviglioso genere, quello umano, possiamo arrivare a trattarci così gli uni gli altri.

Non riusciamo a capire quale sia l’enorme privilegio dell’incontro, cosa per cui vale persino la pena il rischio dello scontro.

L’ho detto nei miei film, che parlano praticamente sempre di questo:  l’esclusione, l’umiliazione dell’altro, il privare un uomo dei suoi diritti, il privarlo dei suoi tesori come l’Occidente ha fatto per decenni con il Sud del mondo,  la mancanza di rispetto che generano la violenza, l’odio e la vendetta.

Anche solo nel senso della morale kantiana non riusciamo a capire che l’essere abbastanza soddisfatti e minimamente felici di tutti aiuterebbe a garantire un mondo più pacifico. Se non lo si sente da quello che chiamano il cuore, dovrebbe essere il cervello a farci capire che non conviene a nessuno che ci sia così tanta gente che soffre.

Ecco dunque a cosa ero arrivata io a venticinque anni e lo scrivevo a mio padre per rassicurarlo del fatto che stavo bene e che nonostante le grandi difficoltà che vivevo nel mio lavoro, il fatto di vivere in una città grande e dispersiva come Roma, dove lui mi vedeva come “il suo piccolo scricciolo che non aveva nessuno” , insomma ero arrivata a questa conclusione:

“L’essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. Non è qualcosa che già possiedi, devi passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa. Io mi sento straniera ovunque e questo è un regalo perché sono tutto e sono niente, per questo capisco tutti e sto bene ovunque. Alla fine io e mia sorella siamo esempi di quello che sarà l’Uomo del futuro, senza più conflitti. La cosa di cui sono più fiera di me e di quello che mi avete insegnato, è che io non odio mai, nessuno, qualunque cosa succeda. ”

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Il fenomeno IKA

Non so siano peggio coloro che non hanno mai letto un libro, sfogliato pigramente quelli di scuola – quando l’hanno frequentata – e non imparato praticamente nulla o quelli che hanno pigramente sfogliato quelli di scuola – quando l’hanno frequentata – non hanno imparato praticamente nulla e poi si sono messi a leggere da grandi.

L’I-know-after (che chiameremo per comodità IKA) è un personaggio abbastanza inquietante, perché mentre da parte di un/una quattordicenne è il momento giusto, ci sta ed è persino tenero un “tu non sai cosa diceva Seneca a tal proposito”, così come è normale, ci sta ed è persino tenero che non sia consapevole della tempesta ideologica e concettuale che circonda l’intera storia del Sapere, quando invece ti ritrovi davanti un/una adultissimo/a in postura studente della Nausea di sartriana memoria, è situazione che può ucciderti.

Ai tempi dei greci antichi (per chi fosse arrivato alla “G” enciclopedica, sa di che parlo) il Sapere era un obbligo intellettuale ma persino morale e religioso, passando poi per lunghissime epoche per cui è stato un privilegio riservato a pochi, oggi in una parte – non poi così gigantesca – del mondo, è una possibilità data a tutti.

Esistono le Scuole ed esistono le famiglie, esiste il proprio gruppo sociale, esiste la propria personale curiosità per sviluppare l’aspirazione al Sapere fin dalla tenera età.

Ma purtroppo questa bestia strana, il Sapere, è poi diventato un orpello da salotto, un gadget da ostentare, e ci ritroviamo sommersi da una parte dei parvenu, i lettori delle quarte di copertina per intenderci, dall’altra da questi IKA, gli ammorbanti individui che si mettono in cattedra e ti fanno la lezione su quel che in teoria abbiamo assorbito ad, appunto, quattordici anni e scoperto dopo che c’era ancora qualche centinaio di universi da scoprire e miliardo più miliardo meno di dubbi di farsi venire.

Sopratutto si è superato lo shock della rivelazione della vacuità del nozionismo.

Come diceva coso, quel tale, credo un calciatore (lo ricorderà chi è arrivato almeno alla S), il “So di non sapere” è la tremenda frustrazione con cui si è costretti a fare pace intorno ai vent’anni o poco più – normalmente – e da lì si prosegue la propria curiosità e forse un personale piacere per il Sapere con motivazioni un po’ da antichi greci.

Le cose che “sai”, le devi dimenticare, ti entrano nel DNA e forse non ricorderai mai più il nome di quel tale Generale tanto importante in una certa guerra o il compendio totale del pensiero di Adorno, ma il Sapere è quella cosa che andrebbe coltivata e di cui ci si dovrebbe nutrire per costruire e migliorare se stessi, per sviluppare pensiero critico e tutte quelle cose lì che non mi pare stiano tanto funzionando con i ragazzini che prendono a parolacce i loro professori (ma questo è ben altro discorso).

I recuperisti IKA sono una realtà ammirevolissima, se ad un certo punto ci si rende conto che vivere in una più o meno gigantesca ignoranza rende quasi inutile la vita umana. Quindi ben vengano.

Ma è abbastanza difficile sopravvivere senza bisogno di drogarsi se ne becchi più di uno/a al mese, soprattutto se ancora non sono arrivati alla N.