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Kafka e la Volpe (T144)

Credo che Kafka in realtà abbia vissuto tutta la sua vita in Italia, molto probabilmente a Roma.

Se poi Kafka era un bravo e ligio cittadino, ogni cosa della sua Letteratura si spiega.

Io, che vivo a Roma da decenni, mi sono resa conto da tempo che a volte per proteggermi mi trasformo in Volpe, mio marito mi chiama infatti Volpe e il nostro gioco è spiegare come Volpe vede le cose. Volpe è ligia, un po’ luterana, candidamente ingenua ma ama nutrirsi di animaletti morti come reazione nervosa a ciò che non capisce delle stranezze degli umani.

Oggi sono andata all’Agenzia Riscossione Tributi di Roma a Via Cristoforo Colombo, un po’ come la terra dei morti viventi per noi romani. Parliamo insomma di quella che per un po’ si chiamava Equitalia e hanno trasformato in Agenzia Riscossione Tributi con l’intento, tra gli altri, di un profondo cambiamento nei rapporti con il cittadino, da Equitalia vessato e maltrattato.

Oggi Volpe ha avuto molto desiderio di animaletti morti, perché il livello di assurdità che si è trovata a vivere ha superato talmente tanto i limiti del comprensibile che io in forma di Volpe ho visto Kafka in forma di scarafaggio che mi diceva: “Poi non dite che so’ io”.

Ma vediamo come sono andate le cose.

Ho un’IVA arretrata che non sono riuscita a pagare perché la scelta era mangiare o pagare l’IVA, mai avuta l’intenzione di non pagare ma, appunto, sapevo che l’avrei fatto in seguito con i dovuti balzelli, vado perciò per rimettere a posto la mia posizione di contribuente, dato che già non sono in grado di salire sul bus senza biglietto, figuriamoci se non ho pagato l’IVA, e il commercialista mi ha chiesto di fare l’estratto conto della mia posizione per non sbagliare e avere la situazione precisa.

Decidiamo di andare all’ Agenzia Riscossione Tributi insieme con un caro amico che doveva rateizzare non so cosa, visto che avevamo entrambi questa scampagnata all’Agenzia Riscossione Tributi da fare, perché non farla insieme, anche perché lui, Francesco, ne sa più di un commercialista, di queste pratiche fiscali.

Premetto: ho provato disperatamente per giorni a fare questa pratica online, iscrivendomi al sito, ma non ha mai funzionato. Ho provato, “dalla mezzanotte”, come da loro richiesto, a fare una prenotazione ma non ci si riusciva, il sito andava in crash, ci ho provato fino a che sono andata a dormire, anche ieri, dallo smartphone, lì fatta la richiesta lo schermo diventa tutto grigio tanto da farti temere un attacco hacker.

Così, scampagnata.

Arriviamo alle otto, dopo un viaggio lunghissimo nel traffico romano.

C’è la fila fin fuori dalla porta, parliamo di un percorso che significa: porta, ingresso, corridoino, sala. Io e Francesco ci mettiamo in fila, un tizio furbetto ci passa davanti, Francesco lo richiama e quello in stile italico finge di essere stato teletrasportato dai basioni di Orione, o essere un ologramma che sembra lì ma in realtà non lo è.

Io dico: “Dai, lascia perdere, se si sente fiero a fare così… non litigare per una cosa del genere”.

Dopo qualche decina di minuti siamo finalmente in sala.

Davanti a noi si piazza in fila una Guardia Giurata, un omino basso e l’aria buona, che mette una mano sulla spalla di una donna, mi dico che doveva esserne la moglie che lui ha raggiunto, ho pensato: “Che carino, la Guardia Giurata in fila per pagare tributi”.

Intravedo il tavolo in fondo a cui sono seduti dei tizi con il cartellino, a sinistra le poche sedie disponibili già piene di gente seduta davanti agli sportelli, a destra il tabellone che snocciola lettere e numeri.

Uno dei tizi con cartellino, look da Vorrei essere Benito ma non ho potuto altro che la pelata (da qui in poi VeB), si alza e viene verso di noi. Timbro tipico del romano che vuole far sentire la sua voce fin sopra il Colosseo, voce di testa, tono prepotente alla VeB. Si rivolge alla Guardia Giurata:

“Aoh, fino ando stai te, l’artri se ne possono pure annà!”

Francesco ed io siamo subito dietro Guardia Giurata, in realtà saremmo stati davanti a lui se non fosse che ci è sgusciato davanti appena siamo arrivati e non fosse stato per il maleducato che ci ha scavalcato.

Dietro di me un signore dall’aria sofferente scatta subito:

“Ma scusi, e noi?”

C’è da dire che dopo Guardia Giurata eravamo, in quel momento, in sei.

“Vabbè – dico io – visto che siamo tutti qui, metta un cartello da adesso e se riusciamo a prendere tutti il numero fate passare…” propongo.

“Nun se semo capiti!” riponde VeB “Qua ne famo 140, finiti i 140 gnente!”

Gli risponde un urlo roboante:

“Ma noi allora che siamo, coglioni, scusi? Siamo qua da mezz’ora, che vuol dire ne fate 140?” il signore sofferente (che scoprirò aver fatto un intervento il giorno prima) è fuori di sé, scattato da zero a dodicimila in otto secondi.

I due si parlano con le mani in faccia, come si dice in Sicilia, e quasi si azzuffano.

Intervengono anche altri, persino gente che era in fila molto prima:

“E che ne so che non finiscono prima che arrivi io? Io vengo da duecento chilometri/io sono atterrato oggi da Urano/io c’ho ‘a ragazzina nel forno!”

Io invece lascio un messaggio vocale a mio marito, prevedendo possibile morte per essere stata coinvolta in rissa impropria, dato che il tasso di testosterone e cortisolo nell’aria superava il tritolo:

“Non so cosa succederà ma volevo dirti che ti amo…”

A quel punto la donna con la mano di Guardia Giurata sulla spalla, presa dall’isteria generale gli dice:

“Senta, comunque se evita di toccarmi, cortesemente, non c’è bisogno di spingere!”

Da cui capisco che non è la moglie ma che Guardia Giurata stava in realtà scortando i probabili Eletti.

Cosa che ho realizzato quando ho notato che l’altra mano di Guardia Giurata era sulla spalla di un signore anziano dal lato opposto.

“Vabbè vedemo ando arrivamo, fate come ve pare, a 140 il compUter (prounciato come si scrive, ndr) se ferma, non so’ io!”

“Ma se ieri ne avete dati più di 200!” urla un povero commercialista che poi scoprirò andare in quel girone dantesco ogni giorno.

“Ce sta l’aggoritmo (trad: voleva dire algoritmo) lui oggi sente che con ‘sto ritmo s’ariva a 140, poi se arivamo a 140 e ancora non so’ le tre, ne damo artri. E il compUter.”

Lì mi sono trasformata in Volpe.

Volpe ha pensato: ma perché se tanto il compUter ha un algoritmo che non ti lascia emettere più di 140 bigliettuzzi, tu devi venire a fare terrorismo psicologico trattandoci come schiavi in fila?

Volpe immagina il comportamento corretto che il signor VeB avrebbe potuto tenere per evitare litigi e umiliazioni.

Una voce all’interofono, forse? Un cartello alla porta?

“Signori, scusate, vogliamo avvisarvi che il flusso degli utenti è determinato da un AGGORITMO che calcola il tempo di accoglienza degli sportelli. Purtroppo arrivati ad un certo numero blocca l’emissione dei bigliettini, oggi il compUter comunica che bloccherà l’emissione dei suddetti biglietti a 140 utenti, cui è garantito il servizio. Dopo questo numero se vorrete aspettare, potete attendere ma non garantiamo il servizio, o consigliamo di tornare in secondo momento”

“Aoh ve ne potete pure anna’!” suona un po’ diverso, siamo d’accordo?

Procediamo.

Naturalmente arrivati a quello prima di me, che è il tipo che ci ha scavalcato nella fila iniziale, è il numero 140.

Naturalmente Francesco e io saremmo stati 141 e 142.

Volpe è talmente stressata che le si è gonfiata la coda e non ha coraggio di guardare in faccia quel Francesco cui aveva detto:

“Ma lascia perdere ma che ti metti a litigare…” mezz’ora prima. Quello stesso uomo scavalcatore ha preso il 140.

“Occhei basta!” dice VeB, sbracciandosi “Finiti i numeri!”

Ovviamente uomo sofferente esce letteralmente di testa. Lui era tre persone dietro di me, dietro di me c’erano – scoprirò – una simpatica ragazza che era lì con l’anziana madre, poi una donna che aveva l’ansia perché doveva andare a parlare con l’insegnante della figlia, poi l’uomo sofferente.

Questi comincia a urlare:

“NO! Io adesso voglio parlare con il Direttore! Quello (riferito a VeB) l’ha fatto apposta! Ma che siamo impazziti!”

VeB si eclissa, restano altri due che si prendono urla e improperi. Intanto dietro di noi sono arrivate almeno cinquanta persone.

Volpe, stressata ma non lo dà a vedere, dice a uomo sofferente:

“Non faccia così, le fa male, se si arrabbia così produce cortisolo, le viene la gastrite, stia calmo.”

Stasi.

Tutti fermi, non sappiamo che fare.

“Ma a che ora chiudono qua?”, chiede Volpe.

“Alle tre.” dice la ragazza dietro di me.

Tutti fermi, increduli, non abbiamo coraggio di lasciare la postazione, come il giapponese che non sa che è finita la guerra.

“Ma…se chiude alle tre, ce la fanno a fare altre cinquanta persone, comprese quelle in fila” dice Volpe.

Perchè Volpe è cintura nera di statistica, infatti aveva notato che eravamo intorno al numero 70 e quanto velocemente andassero avanti i numeri.

Il commercialista recidivo interviene:

“Ma infatti, è una cosa assurda, sicuramente ci finiscono tutti, è ‘sto sistema che è assurdo…”

Uomo sofferente vede arrivare un signore con gilet con le tasche, a Volpe sembra un macchinista di Cinema quindi pensa appartenga al suo mondo, ma l’abito non fa il monaco.

Scoprirò dopo che era il fratello di uomo sofferente e hanno un’azienda, fonte del problema per cui erano lì.

“Mio fratello!” dice uomo sofferente, che lascia il gruppo e va verso di lui.

I due vagano, vaghicciano, parlottano.

Torna fuori VeB, i due gli vanno incontro, Volpe pensa che adesso tireranno fuori le spade, invece parlano tranquilli.

Uomo sofferente si siede con il fratello.

Francesco ha un’idea e dice:

“Vabbè, visto che c’è da aspettare, facciamo un elenco dell’ordine di arrivo, così le persone possono sedersi, tanto secondo i calcoli, se riaprono l’emissione dei numeretti, succederà intorno all’una, mica possiamo stare qua in piedi per tre ore!”

Tutti contenti, annuiamo e ci armiamo di carta e penna.

Ognuno dice il nome, Francesco scrive un elenco.

Si avvicina Guardia Giurata e fa a Francesco, l’aria cospirativa:

“Guarda che non poi fare elenchi, se quello (riferito a VeB) te vede co’ ‘na lista, t’a strappa”.

Un signore dietro di me, finora molto tranquillo dice:

“Venisse a strapparla, ma che cazzo dici? Se ci organizziamo tra noi che gli frega, ma che è matto?”

“Lo facesse e chiamo i Carabinieri!” urla un’altra signora.

Volpe, con ormai addosso la tunica del Maestro Yoda, mette una mano sulla spalla di Guardia Giurata, visto che il gesto gli piace:

“Ma perché devi dire una cosa del genere, non vedi che la gente si agita, lascia perdere, no? Siamo tutti stressati, lascia fare…”.

Poi Volpe si gira verso la ragazza e la signora che doveva correre alla scuola della figlia e dice:

“Se c’è una cosa che crea conflitto è iniziare le frasi con espressioni come devi, non devi, fai, non fare, dobbiamo cercare di stare tranquilli, troviamo una soluzione insieme!”

Mentre Volpe si vedeva fluo in questo momento di grande saggezza e tutti annuivano convinti, anche Guardia Giurata:

“No, certo, io volevo solo dire che…”

è arrivato il Lato Oscuro della Forza.

“No, ve lo dico subito, se volete ripija er numeretto quanno riapre, O me state in fila come siete tenendo l’ordine O io nun garantisco gnente, per me nun ce sta nessuna lista, chi arriva arriva!”.

Lo guardiamo tutti basiti.

Volpe si è vista un po’ come gli schiavi in fila a morire in piedi prima di salire sulla nave, un po’ come i protagonisti di Non si uccidono così anche i cavalli, film di cui parla alla ragazza dietro che commenta:“Deve essere bello, lo cerco!”

Francesco, carta e penna alla mano, non appena VeB torna ad abbracciarsi lingua in bocca al fratello dell’uomo sofferente, si gira e sussurra:

“Noi, facciamo la lista.”

Annuiamo, complici.

Lui inizia la lista e tra noi nascono piccole complicità:

“Vai in bagno, non ti preoccupare, ti tengo il posto.”

“Ma fai sedere tua mamma, mica perde il posto!”

“Secondo te se scappo un attimo a fare una telefonata…”

“Tranquillo..”

Ci raccontiamo vita, lavoro, figli, parliamo di politica senza litigare, perché il nemico era talmente e compattamente odiato dal gruppo, che persino le divergenze di opinioni sono diventate:

“Sì, certo, capisco il tuo punto di vista ma sai, io mi voglio fidare…”

“Rispetto la tua opinione ma …”

Come dovrebbe essere la vita.

Intanto scorrevano i numeretti con la voce della Morte Nera che diceva, all’interfono:

T 87 sportello 7

T 88 sportello 11.

E noi ormai eravamo allo scambio dei contatti sui social.

Alla fine, fibrillazione.

Anche uomo sofferente si riavvicina al gruppo.

T 133 sportello 9

“Stiamo arrivando! È quasi il 140! Vieni, vieni, è quasi il 140!”

Francesco metteva le persone in fila ricontrollando i nomi, italiani, srilankesi, filippini, rumeni, sudamericani.

“Sì, sono io, sono dopo Garcia!”

“Eccomi, sono subito prima di Rossi!”

Guardia Giurata si avvicina e ci dice:

“Scusate ma c’è un disabile, lui deve passare prima, appena riapriamo…”

Tutti annuiscono:

“Ma certo!”

“Ovvio!”

T 138 sportello 4

T 139 sportello 12

Insieme, le faccine verso il tabellone, aspettiamo:

T 140 sportello 7.

Un “Ooooohhhhhh” sollevato, trepidante.

Ci sorridiamo.

Volpe è felice, è bello che tutto sia tornato a posto e nessuno litighi o faccia cose cattive agli altri.

Ma VeB si siede vicino alla macchinetta dei numeretti e sussurra all’uomo sofferente con cui si stavano per uccidere tre ore prima:

“Che devi fa…?

“…per la rottamazione…”

VeB fa l’occhiolino a uomo sofferente, appena la macchinetta riaccende il pulsante touch di “T”, il nostro despota fa velocemente tre bigliettini:

uno lo dà al disabile

uno lo dà all’uomo sofferente

uno lo dà al fratello.

Volpe adesso ha gli occhi iniettati di sangue:

“Ma … scusi? Noi eravamo subito dopo, saremmo stati 141 e 142, considerato il signore disabile eravamo…”

Francesco prende il suo numeretto, e quando lo prende tutta la fila applaude.

Volpe attonita quando prende il suo:

T 144.

“Senta, scusi” dice Volpe a VeB, tornando indietro.

“Quello che lei ha fatto non è bello, lo sa? – prosegue – “Lo sa che così ha dimostrato a tutti che si ottiene di più facendo i bulli? Mi spiega perché ha fatto passare prima il signore con cui ha litigato e suo fratello? Mi spiega?”

“Era prima di lei” risponde VeB, l’aria prepotente e di chi ti sta dicendo “dimostralo e comunque che mi fai?”.

“…Ma non è vero. Lo sa che non è vero…”

Quello sorride, prepotente.

Volpe rimane senza parole, con soltanto un improvviso appetito di animaletti morti.

Talmente shockata che quando scatta il suo numero non riesce a riaversi dallo stupore nell’incontrare un’impiegata giovane, bella, sorridente, che è talmente gentile da averle chiarito ogni cosa, reso persino più dolce l’idea che i soldi che lo Stato vuole da Anne-Volpe, Anne-Volpe non li ha e dovrà chiedere una rateizzazione e che sarà seccantissimo.

Sono io. Mi vedo specchiata nel vetro dello sportello.

Prendo i miei foglietti di carta dall’impiegata-angelo, mi giro per andare via, guardo la fila che mi pare di quelli in attesa di Caronte, ancora lì.

La ragazza dopo di me, che sta per raggiungere il suo sportello si avvicina e mi dice, allarmata:

“Hanno bloccato di nuovo! Ne hanno dati tipo dieci di numeretti, e gli altri sono di nuovo bloccati!”

Chiamo Francesco, che ha appena finito anche lui:

“Li hanno di nuovo bloccati!”

Andiamo da Guardia Giurata, chiediamo.

“No, ma ora riparte, il tempo di smaltire, riparte.”

Allora noi andiamo via, salutiamo i nostri compagni di viaggio, che agitano le mani:

“Ciao! In bocca al lupo!”

“Mi raccomando!”

“Grazie, lei è proprio una brava persona!” dice un signore anziano a Francesco che sembrava non voler lasciare il suo gruppo al proprio destino.

Mentre la ragazza e sua mamma stanno andando via ci facciamo un segno di vittoria e ci salutiamo

Volpe sembra nuovamente rasserenata ma poi si gira, vede VeB seduto al tavolo, le braccia conserte su cui poggia la testa e l’aria prepotente, tutta quella gente in fila ora in silenzio, improvvisametne intristita, il cartellone che snocciola lettere e numeri.

E, in fondo, un enorme scarafaggio che mi guarda.

Mi vede Volpe, lo so.

 

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Perché l’ostililità verso la Laurea e le competenze toglierà tutti i diritti a chi la sostiene

L’ossessione dei componenti di questo governo e dei loro seguaci contro la Cultura e nello specifico la famigerata Laurea a me non stupisce affatto, è anzi una ovvia manifestazione di quella che Paolo Virzì in una sua intervista ha più o meno definito come la rivincita del mediocre, dove non possiamo certo definire “mediocri”, questi personaggi al governo, perché un mediocre non arriva a rimettere in piedi un partito morto e seppellitto dalla vergogna, un partito che aveva come fondamento l’odio verso gli italiani del Sud per poi ottenere il 17% dei voti alle elezioni, di cui la maggior parte da quanti ha sempre disprezzato e oggi prende in giro; un mediocre non arriva dal non avere alcun merito né preparazione non dico in Politica ma in nessun campo della vita e trovarsi Vice Premier e a capo di un partito che ha preso alle elezioni più del 30% dei voti.

Mediocri casomai sono i loro seguaci che, nella vittoria di gente che non ha alcuna qualità né preparazione vede una speranza, sì, ma consolatoria riguardo i propri fallimenti, e quindi una proiezione verso un possibile riscatto nonostante non ci si sia sforzati granché.

Si è di fronte al 2.0 del “Reality” di Garrone, la sindrome del Grande Fratello (televisivo) insomma, ergo non c’è bisogno che io sappia nulla o sia preparato, o studi, o fatichi: posso diventare famoso o persino (oggi) diventare un politico alla guida del Paese, basta che io sia popolare per essere popolare. Pleonastico ricordare da dove provengano le competenze di Casalino, infatti.

Siamo al 5.0 del berlusconismo, o meglio alla putrefazione del berlusconismo, che aveva se non altro il pregio di privilegiare tra i suoi adepti gente che avesse fatto il Liceo Classico e ovviamente avesse una Laurea perché ancora si era in una fase acerba del complesso di inferiorità di chi non ha voluto o potuto o mai conosciuto la possibilità di studiare, ottenere grazie a studio e Sapere un pensiero autonomo, critico e veramente libero.

Questo astio verso ciò contro il quale si era prima, appunto, complessati, è una rivincita di chi ad una tavolata non sapeva cosa rispondere se si parlasse di un qualunque argomento che non fosse il libretto delle istruzioni del Motorola o l’ultimo gossip sui giornali scandalistici, l’imbarazzo che coglieva quando magari qualcuno ti correggeva una forma verbale da te usata, la sensazione di inadeguatezza del fax pieno di errori grammaticali che mandavi in giro.

È la vendetta del barbaro, non dissimile dai talebani che buttano giù opere d’arte antiche e create per chi comprende la Bellezza: il barbaro non comprende la Bellezza. Non dissimile da quelli che bruciavano i libri: i libri, come già veniva detto da una ragazza intervistata in un programma sui libri degli anni ’90 (e guarda caso trasmesso da Italia 1) che ho visto a suo tempo, “i libri non si leggono perché faticano gli occhi, meglio la TV almeno lì non devo muovere gli occhi”.

Adesso, il dire che non si comprende perché la Laurea debba avere valore legale, detto da uno che l’Università l’ha fatta, ma mai conclusa (cosa che io non trovo una colpa, come non trovo una colpa il non volerla frequentare l’Università ma diventa sospetto quando poi diventi lesivo e offensivo invece verso chi quel percorso lo ha voluto fare fino in fondo) è un’evidente schiacciatina d’occhio a quanti hanno prima provato quel disagio e il suddetto complesso di inferiorità: “Ehi ma alla fine siamo meglio noi, siete meglio voi di quei ridicoloni che hanno studiato, e soprattuto ma che avranno mai più di voi per presentarsi ad un concorso o ricoprire una carica, alla fine quello che conta è essere simpatici, avere tanti like sui social, cosa vuoi che conti!” e via coratella e tagliatelle e pollicione in alto nelle foto.

La mancanza di rispetto verso la preparazione, le competenze, è partita da lontano, da un comico fallito che anni fa sbraitava sul TG3 dicendo che i giornalisti non lo intervistavano e che la TV lo aveva abbandonato per le sue cause con Berlusconi, da quello stesso berlusconismo inteso come motore di subcultura che ha dato vita alla logica del famoso per essere famoso di cui sopra e all’oklocrazia suggerita dal pubblico dei programmi della De Filippi.

Questa deriva e mancanza di rispetto per il ruolo non sono quindi colpa di Salvini e Di Maio, loro ne sono semplicemente un prodotto.

La mancanza di rispetto per il ruolo e la funzione dei giornalisti non è, a mio avviso, (solo) segnale di pensiero totalitaristico (ogni regime non tollera i giornalisti che scavino alla ricerca della Verità, questo è ovvio), a mio avviso quest’idea è persino eccesso di stima nei confronti delle motivazioni dietro ai “puttaneesciacalli” di quel ragazzetto vanesio che scarozza la famiglia in giro per fare belle foto in zone pittoresche del mondo usando chissà quali denari, questo non se lo chiede nessun giustizialista del taglio ai privilegi.

Arrivare al punto di insultare i giornalisti, ovviamente solo quando riportano notizie o fanno congetture sui “loro”, quando hanno attaccato “gli altri”, tanta purezza non è mai emersa, secondo me fa sempre parte dell’incapacità di comprendere il valore e soprattuto il rispetto dovuto al ruolo, che viene dai bifolchi.

L’ignorante, verso cui andava e va tutta la simpatia e comprensione perchè non è colpa sua se non ha potuto informarsi o approfondire il proprio animo a causa delle ingiustizie sociali della vita umana, ingiustizia che proprio la diffusione democratica della Cultura può risolvere, ti poteva anche far sorridere quando si rivolgeva al dottore senza rendersi conto che non poteva lui saper meglio di uno che aveva studiato patologia, chimica, anatomia, che “lì ci sta il fegato e non lo stomaco” (da racconto reale di medico di provincia sul contadino che si innervosiva quando il medico gli diceva che a suo avviso a dargli fastidio era la colicisti e non “lo stomaco”).

Ma diventa allucinante quando ti rendi conto che nella vita di ogni giorno ti può capitare che qualcuno venga a dirti come devi fare il tuo lavoro o che non rispettino il tuo ruolo – nel mio campo è un continuo di inconsapevoli mancanze di rispetto tipo “mi fai delle riprese per favore, però mettiamo che la regia è mia” senza capire che se chiedi ad uno di pensare e girare delle cose sta facendo il regista, non l’operatore e che magari da te che non hai mai fatto nulla in vita tua sarebbe un po’ bizzarro il chiedere ad una persona che ha fatto diversi film e varie e ha cinquant’anni “fammi tu le riprese ma io firmo la regia”, però capita anche questo – diventa allucinante quando ti rendi conto che venga insultata una categoria come quella dei giornalisti il cui lavoro è informarsi, informare ma anche denunciare, come se dovessero essere tutti dei Barbara d’Urso con l’unica funzione di compiacerti mandando in onda il montaggio di tuoi fotogrammi migliori mentre abbracci tuo figlio o la gente ti dice bravo per strada chiudendo con te che annusi le margherite o accarezzi un dolce cagnetto.

Quello sì, è propaganda tipica di un totalitarismo fondato sul culto della personalità. Il giornalismo “buono” di cui parlano loro si chiama “propaganda” non “giornalismo”, sottolineo.

È allucinante che gente senza alcuna preparazione urli come una vajassa contro i medici la cui funzione è tutelare la Salute, ribattendo con aneddoti su tu’ cugino, (salvo poi quando si tratta dei suoi, di figli, correre a vaccinarli), è allucinante anche che chi giornalista non è, si metta a fare servizi televisivi pseudo- giornalistici creando campagne da gogna di piazza, senza che nessuno si opponga sottolineando che non è il suo lavoro, non ha le competenze per fare quello che sta facendo.

La mancanza di quelle competenze che vengono legalmente riconosciutaema ancora più importante le si ottegono con un percorso di studi che significano Laurea e anche oltre, (non è il pezzo di carta, è il percorso, ovviamente, che ti dà gli strumenti di conoscenza) è diventata un valore, l’averle un’onta, abbiamo accettato e avallato un pensiero veramente allucinante per cui non importa che tu abbia le competenze per farlo, se vuoi farlo puoi farlo, basta che stai più simpatico.

Lo abbiamo detto tutti alla nausea: ti faresti operare da uno che non abbia studiato anni per sapere come aprirti la pancia? Ti faresti seguire in Tribunale per una causa da uno che non abbia profonda conoscenza della Legge per ottenere Giustizia?

Non ci faremmo nemmeno tagliare i capelli dal nostro vicino se non fossimo sicuri che non ci rovini la nostra bella chioma e quindi che sia un parrucchiere professionista, come è possibile in campi come quello della Politica (taccio del mio campo di lavoro in cui da decenni si pensa che basti essere apparsi in TV cinque minuti per poter fare gli attori) non solo ci si sia fatti andar bene ma si sia supportata l’idea che va bene che domini la cosa pubblica quello che dice le stronzate che diciamo tutti sul tram quando siamo arrabbiati con il mondo che non ci ha fatto miliardari e quindi consegnato l’auto con autista, che non ci ha fatto miliardari per magia e quindi avere anche noi la casa e la vita di Chiara Ferragni e ci fa star meglio sbraitare che tanto quella non sa fare nulla e sta lì perché non sa far altro che fotografarsi (e devi vedere come si arrabbiano se contesti che quella un lavoro ce lo ha eccome e ci ha faticato eccome per arrivare ad avere quella vita) per poi però votare ed osannare esattamente quelli che non sanno far altro che dire cose che fomentano la nostra serotonina ma non sono capaci di far altro che fotografarsi e ispirarci uno stile di vita che ci illuda che, vista così, potremmo arrivare “lì” pure noi senza bisogno di fare tanti sacrifici?

Ufficializzare il fatto che i giornalisti non servono, i medici non servono, gli architetti non servono, gli avvocati non servono, i registi non servono, anche gli sportivi non servono se sono neri perché al momento abbiamo deciso che i neri sono i cattivi e quindi via anche loro persino se ci fanno vincere medaglie, niente serve se non un generico “consenso” alla Kardashian, non è che il punto più alto di una precisa tendenza dello sviluppo della metastasi della subcultura, e quindi il punto più basso del fallimento della civiltà che stava tanto andando bene dopo le botte prese durante la Seconda Guerra Mondiale, che sembravano averci fatto capire che l’unico modo perchè quegli orrori non fossero più, fosse la diffusione capillare del Sapere.

Personalmente la Laurea non l’ho presa per il pezzo di carta (Filosofia con indirizzo psicopedagico non ti ha mai aperto chissà quali portoni professionali), i corsi e i workshop fatti dopo per prepararmi al mestiere che volevo fare, la mia mania dello studio e dell’approfondimento su qualunque argomento non nascono da un vanesio desiderio di un gadget da mostrare, se ho deciso di impegnarmi nello studio è perché ho deciso, ad un certo punto, che volevo essere una persona migliore, diventare una regista preparata, avere una visione della vita e del mondo che arricchissero il mio mestiere di narratrice ma soprattutto volevo essere una persona più possibile informata. Anche se mi è costato fatica, perché come il nostro Ministro degli Interni ho lavorato per pagarmela, l’Università, per non pesare sui miei, in ogni caso l’ho fatto per me e per essere competente anche come essere umano.

Quindi mi frega poco dell’accento che questa persona dia ai titoli di studio in merito al valore legale, ma lo trovo inaccettabile per chi gli studi li ha fatti per avere le giuste competenze per il lavoro che sognava di fare e per cui è giusto non solo che possa concorrere per una certa posizione solo chi ne abbia le competenze, ma anche che gli sforzi compiuti diano un vantaggio.

Quello che a me disgusta è il plauso di quanti non si rendono conto di star scavando la fossa per sé e per i propri figli. Basta una generazione lontana dalle fatiche del Sapere e torneremo al bifolco analfabeta che non sapeva nemmeno di avere diritti, non sapeva nemmeno di essere sfruttato.