c'è pure questo · della narrazione · il mondo dalla mia stanza · L’Aliena · Uncategorized · whatever

La Nemesi. (nuova lettera aperta a Giuseppe Conte e a tutti noi)

Carissimo Presidente del Consiglio e carissimi politici italiani,

Ieri ho visto come milioni di persone il Papa in una piazza San Pietro deserta. Un uomo anziano e solo, solissimo, zoppicante, che faceva la cosa più antica ed ancestrale che noi esseri umani facciamo quando vogliamo qualcosa. Preghiamo. Vari dèi, un feticcio, la luna, un pianeta, un albero, qualcosa cui attribuiamo un potere che non abbiamo.

Appena le cose vanno un po’ meglio pensiamo che quel potere sia nostro, degli uomini, che tutto dipenda da noi e maciniamo il mondo con gli strumenti che il potere ci dà. Lo fanno un regnante, un governante, un capo spirituale – che di potere temporale o di intercessione con quel dio che decidiamo di condividere si tratti – e lo fanno i singoli con piccoli poteri quotidiani, per il potere del denaro, quello immeritato di essere nati dalla parte giusta del pianeta, e usiamo quel potere per non dare, maltrattando qualcuno che ha più bisogno di noi, oppure dare in beneficienza sbandierando la nostra bontà come status sociale che ci rende eccezionali.

Io sono nata e cresciuta in un contesto molto religioso. Prima la mia nonna finlandese, figlia di un pastore protestante, che quindi conosceva lunghi brani della Bibbia a memoria, e le mie favole della buonanotte erano relative a questo Dio a volte spaventoso e punitivo, a volte buono e misericordioso, e questo Gesù, un ragazzo che fosse o meno figlio di Dio non conta, ne ammiravo le gesta tanto che per anni, forse ancora oggi, è per me l’icona della parte benevola del divino, quella equa e paziente. Poi sono arrivata in Sicilia, altra nonna dedita alla Madonna, persona che per me era fino ad allora la madre di quel Gesù ma a cui non attribuivo particolari poteri, mi hanno messo a studiare dalle suore cattoliche e ho quindi scoperto un cristianesimo quasi politeista, tanti Santi a cui votarsi e un preferito da scegliere.

La mia crisi con Dio è scattata quando ogni cosa che mi avessero detto di Lui è venuta meno in credibilità, un po’ perché ho passione per la scienza, un po’ perché non ho il carattere per poter accettare qualcosa per pura fede.

Ma il mio rapporto con la spiritualità si è persino rafforzato da quando ho deciso di non dare un nome ad un insieme di fattori che per lo più colleghiamo, noi uomini, a qualcosa, qualcuno, con cui mi pare che ci si rapporti veramente solo quando le cose vanno male, mentre non ci stanno bene le sue regole, a volte severe e a volte scomode, quando le cose sembrano sotto controllo.

So che Lei, onorevole Conte, è credente, se non altro in maniera privata e sobria, mentre molti dei nostri politici sbandierano rosari e invocano la Madonna, con tanto di elettori uniti a loro in questa religio spettacolarizzata, qualcosa che li lega, lo stesso Dio.

Ma molti di questi fedeli, con alcuni politici in testa, sono arrivati al punto di rigettarne il portavoce su questa Terra, il Papa, che pur tra i tesori e gli ori di una casa terrena intitolati ad un Gesù dai principi che paiono aver ispirato il comunismo più che il consumismo, ha invece iniziato il suo papato ricordando i principi reali di questa religio, quelli dell’accoglienza, della solidarietà, dell’amore per il prossimo. Molti che si proclamano fedeli lo hanno rigettato, perché quel che dice è “scomodo”, dati i loro principii, egoisti e con senso di appartenenza tribale.

Solo a me è parso, ieri, che i fatti gli stiano dando ragione, a questo Papa?

Se adesso vogliamo osservare quel che sta accadendo dal punto di vista di quel credo, o se vogliamo osservare quel che accade dal punto di vista delle leggi della Fisica per cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, o ancora se vogliamo osservarla dal punto di vista della strategia politica, ogni punto di vista mi ha portato ad un solo concetto.

La Nemesi.

La mia personale paura era, da anni, che qualcosa dovesse prima o poi accadere ad un insieme di persone che hanno dimenticato ogni falsariga morale in un delirio di onnipotenza e dando per garantito quel che si ha ed è così fragile, così incerto, rifiutando gli altri, lasciandoli morire in mare, dicendo che vengono a casa nostra, nostra! che nessuno ce la deve toccare, sputando sui Rom e dicendo che ci entrano in casa per rubare, e ora mi pare ne siano arrivate le conseguenze karmiche: siamo reclusi nelle nostre case.

Noi che abbiamo riso e fatto spallucce, preso in giro quando non minacciato, dei ragazzi quasi bambini che ci hanno detto che la dobbiamo piantare di fare di questo pianeta il nostro parco giochi, e abbiamo invece continuato a volere le nostre fabbriche inquinanti, le nostre auto pestifere, la nostra bottiglietta di plastica, il nostro vestito alla moda, fare i nostri viaggi avanti e indietro in aereo per fare le foto su Instagram e avere tanti followers, che trangugiamo e divoriamo come se non ci fosse un domani (nel senso reale dell’espressione) ci aspettavamo davvero che non arrivasse la nemesi?

Ma al di là dell’ispirazione spirituale, c’è un’altra nemesi che vedo compiersi, più pragmatica, che Vi riguarda, Voi alle prese con la gestione del Paese, mi è accaduto di farci i conti stamattina quando mio marito mi ha letto la notizia su gente che nel Sud Italia ha assaltato un supermercato, pensavo perché stanca di stare in fila, invece è accaduto perché non avevano soldi per fare la spesa, e ieri ho visto le immagini di quella coppia di commercianti disperata davanti ad una Banca perché non hanno più soldi, ad un certo punto un cittadino uscendo dalla Banca ha dato loro qualche banconota piegata, per pietà, un dono caritatevole che forse oggi ti mette il piatto in tavola ma che uccide la tua dignità e ho visto sempre ieri che in Cina migliaia di persone hanno aggredito i poliziotti che tentavano di fermarli mentre andavano al lavoro, al lavoro santoiddio, non a fare una passeggiata, volevano solo andare a lavorare e guadagnare.

Ebbene ho visto un’altra nemesi di cui i politici sono responsabili.

Abbiamo costruito, nell’ultimo secolo, una società capitalista, consumista, fondata sul lavoro, sfruttato, mal pagato, mal distribuito.

In questo Paese, nello specifico, nessun governo mai dal dopoguerra, ha voluto affrontare davvero il fatto che la violazione più grave del diritto di un uomo libero è negargli la dignità del portare il pane a casa.

Questo Paese non può, adesso, fingere di essere una nazione scandinava o qualunque nazione in cui la situazione messa in piedi in questa emergenza è gestibile perché non hanno i nostri scheletri negli armadi, questo Paese più di altri, per la sua Storia, non può non ascoltare la lezione che questa nemesi universale ci sta dando: non possiamo più funzionare, mai più, come si è fatto fino ad oggi.

Non ho bisogno di scomodare il Dio in cui credete, o quello in cui credo io, per vedere che se non cambiamo adesso, ora, subito, contando anche possibili perdite sul campo perché questa, come state dicendo tutti, è una guerra, significa una ancora più grande catastrofe futura.

La catastrofe di oggi ce l’hanno donata i noi stessi di ieri, prima di tutto – pragmaticamente – l’aver ignorato colpevolmente che questo è un Paese fondato sul lavoro sommerso, lavoro a nero a giornata, che è quello con cui mangiavano le persone che hanno cominciato le loro proteste ieri.

Non potete non tener conto che non potete permettervi il panico di andare avanti a braccio, di tirare a campare sui numeri settimana per settimana, gestire l’oggi, perché continuate a seminare male anche il futuro.

Quello che state facendo come politici, come governanti un po’ ovunque, è farvi guidare e farci accettare soluzioni che nascono dalla paura, quella di cui parlava ieri il Papa.

Parlando secondo quello che è il mio, di credo, forse pragmatico, insegna che, davanti alla paura, noi esseri umani possiamo reagire – come tutti gli animali – in maniera ancestrale,  reagire per ogni animale può significa scappare, congelarsi, forse combattere con violenza. Ma noi abbiamo il dono, come umani, del poter dare una risposta.

La risposta è razionale, non dettata dalla paura, analizza i dati soprattutto in vista del loro rapporto causa-effetto.

Ci state chiedendo a tutti di reagire, non di rispondere e cosa gravissima, state reagendo Voi.

Vedo in tutto questo una reazione di paura, che infatti ci fa, per la nostra umana debolezza, approdare adesso agli dèi, a chiedere soccorso, forse pure a fare ammenda battendoci il petto, ma non a fare i conti con le conseguenze di azioni precedenti e soprattutto non rispondendo con risposte nuove a situazioni nuove ma tentando di applicare reazioni vecchie a situazioni nuove.

Non possiamo permettercelo e soprattuto non potete permettervelo Voi, nel Vostro ruolo.

Io vi chiedo, come cittadina, visto che per mia scelta o meno (sicuramente per la mia scelta di accettare le Leggi di un Paese democratico) governata da Voi, di avere la forza morale e prendervi la responsabilità di mettere sul piatto della bilancia, come uno stratega di guerra, il bene futuro, non solo quello presente, di una popolazione che ha bisogno della vita, della salute ma anche della dignità, del pane non elargito per elemosina.

Stiamo pagando la nemesi, la retribuzione karmica, dell’ieri non solo per i morti sul campo di questo orribile invisibile mostro, ma per un potenziale esercito che rischia di morire anche peggio, magari giovane e senza neanche l’onore delle armi di morire con dignità, da un immediato domani.

Dovete prendervi la responsabilità di pensare ad un sistema che permetta alla gente non solo di stare bene in salute, (e anche in questo come sa bene paghiamo l’altra nemesi, quella politica nazionale del non aver mai investito decentemente nella nostra Sanità, quella scientifica mondiale, di aver avuto la hybris di non investire più nella epidemiologia pensando che tanto a noi non ci sarebbe capitato) ma bisogna permettere al popolo di stare bene e in salute lavorando, vivendo, prendendosi se è il caso la responsabilità personale di rischiare di ammalarsi.

Non si può pensare di passare da una gestione politica, ripeto, decennale e con chiunque sia passato al governo, in cui non si è avuta cura della salute e della vita di nessuno, lasciando che intere città si avvelenassero, che cadessero operai dalle impalcature come foglie, ad un paternalismo che ci mette in camera nostra mentre fuori infuria il bombardamento senza avere un piano e/o senza renderci partecipi.

Vi prego,  che siate credenti o meno, se sia per le Leggi degli uomini o per quelle degli dèi, non seminate nuove catastrofi future per non avere colto la lezione.

Non dateci solo i numeri dei morti in battaglia e vaghe notizie su quel che sarà, non togliete alla gente il poco che ha costruito per campare le proprie famiglie, siete lì per questo, ci siete voi e non noi, dovreste essere quelli che non cedono al panico e alla confusione di chi ha paura, Voi non potete avere paura e, considerandola da credenti o meno, prendiamo atto che ogni scelta e azione di oggi, scrive il nostro domani.

Dovete darci un piano, e che tutto non sia assolutamente e mai più, come prima.

Scusate la lunghezza, non mi aspetto risposte ma quel che lasciamo scritto se non altro rimane per il futuro.

Buon lavoro.

c'è pure questo · della narrazione · il mondo dalla mia stanza · L’Aliena · Uncategorized · whatever

Lettera aperta a Giuseppe Conte (della comunicazione e le sue trappole)

Carissimo Presidente,

Le scrivo, in una dinamica forse inconsueta, sicuramente per fare a tutti voi i complimenti per la gestione di una situazione eccezionale e che in pochi avrebbero saputo affrontare. È quasi commovente come la politica in genere stia facendo muro contro questo piccolo mostro oscuro che ha portato le nostre vite ad essere un film di fantascienza. Ma scrivo, forse stupidamente, per chiedere a voi, sia al governo, che non al governo, alla Presidenza e qualunque ruolo istituzionale, per supplicarvi – non pregarvi ma supplicarvi – di fare una riflessione sulla comunicazione, in queste difficili giornate.

Come comunichiamo fa una differenza cruciale, sarà perché lo faccio per lavoro, come narratrice, perché lo insegno ai miei studenti, come docente di Cinema, ma quel che conta nella narrazione spesso è più come si comunicano le cose che ciò che viene comunicato in sé.

Capisco perfettamente che al momento, stare in casa e muoverci il meno possibile, come ha detto un medico a Sky tg24 giorni fa: “È forse l’unica cosa che si possa fare, anche se non sappiamo come funzioni esattamente questo virus” , soprattutto per solidarietà verso quelle Regioni falcidiate dall’orribile invisibile mostro (perché di fatto, a quanto pare, c’è un forte legame tra il mostro e la nostra incuria e indifferenza verso l’inquinamento, le polveri sottili, e quindi ha favorito la circolazione del Virus lì dove la gente viveva in delle camere a gas), capisco che dobbiamo aiutare come possiamo Ospedali che non hanno abbastanza mezzi e strutture per reggere una simile catastrofe ma vi prego, per il bene dell’armonia sociale, di iniziare voi che tanto influenzate pensiero e linguaggio della gente e chiedere alla Stampa e ai Media di evitare un clima da caccia alle streghe, additando, accusando, cercando un colpevole umano ad una situazione che ci fa disperare, e quindi creando presupposti per innescare quel meccanismo superstizioso per cui “se va bene è merito del dio, se va male dobbiamo trovare il capro espiatorio” nel runner o il signore che porta fuori il cane tre volte al giorno (che poi sono le volte che servono a un povero quadrupede per non farti i bisogni in casa).

Questo Paese soffre, da decenni, una degenerazione morale per cui si cerca sempre un nemico, qualcuno con cui prendersela per paure e frustrazioni, e qua si è passati dalla povertà causata dal migrante, alla pandemia causata dalla gente per strada, passando per la delazione del vicino; persino da parte di gente che ha proclamato la sua tolleranza, fraternità etc. fino a due mesi fa accusando e additando il razzista, e ora fotografa un runner che corre nel nulla assoluto o il vicino che esce; stiamo consentendo che si scateni la delazione e l’odio per il vicino, il caccia all’untore o caccia al corridore, e questo significa abbattere moralmente quel sottile muro che ci salva da un possibile totalitarismo futuro, creando le basi del dividi et impera. Passare dall’odiare lo straniero ad odiare la vicina che fa jogging, lei capisce cosa intendo,  contribuisce a creare le basi del dividi et impera, quando si porta l’odio fino al proprio condominio.

Ora, in una situazione in cui ci si chiede di restare in casa (chiarisco: io sono barricata da dieci giorni, sono figlia di Socrate, lo farei anche se non fossi d’accordo perché se seguo le leggi di Atene, le seguo anche quando non condivido, almeno fino a che non violano i principi della democrazia e qui ci stiamo andando vicino, ma è un altro discorso e non è il momento delle polemiche) ma in cui nella stessa Lombardia gli operai devono continuare ad andare al lavoro, peccato che l’Atm limiti le corse e quindi questa gente è costretta ad ammassarsi comunque; una situazione in cui ci si chiede di restare a casa ma anche di “continuare a comprare Made in Italy che tanto ci sono possibilità di farlo online” senza tener conto che a portarci questi prodotti non sono certo degli androidi o dei robot; in cui la gente addita chi va a fare la spesa tutti i giorni ma qua a Roma vedo passare consegne di cibo a domicilio come se non ci fosse un domani, con ragazzi che sfrecciano con i loro box con pizze e cibo cinese, e anche loro non mi sembrano dei robot. Quindi in questa non troppo piccola contraddizione in termini vogliamo avere una capacità di misura e mediazione quando nei TG, comunicati e interviste parliamo della “troppa gente ancora in giro”?

Vogliamo evitare di colpevolizzare e soprattutto non giudicare troppo quando non sappiamo chi stia in giro e perché, per le ragioni di cui sopra?

Non potete anche non tenere conto del male che alla popolazione farà, alla lunga, bambini compresi, non avere nemmeno l’ora d’aria. I tanto vituperati runner se sono abituati a correre un’ora al giorno, o comprate loro dei tapis roulant o mettete conto che una persona con quel grado di allenamento non può e non deve, “per la sua salute”, fermare di botto tali ritmi, per il suo cuore, per i suoi neurotrasmettitori.

Io non corro da vent’anni ma sono stata una quasi agonista e so di che parlo, se lo farà spiegare da un medico sportivo. Così come non potete non tenere conto che la frase “impazzire dentro casa” per alcune persone con problemi (e case!) di varia natura, non è un modo di dire.

Al di là dello sfiorare l’anticostituzionale e sicuramente, lei è Avvocato, lo saprà, l’illegale pur in tempi di emergenza, uno stato militare in cui arrestano uno che fa una passeggiata, per “la nostra salute”,  credo non si debba tirare troppo la corda e trovare sagge vie di mezzo.

Un’ultima cosa, sempre in merito alla comunicazione: le modalità con cui si cerca sensazionalismo, il bicchiere mezzo vuoto sempre, cose come il non sottolineare costantemente quanto detto due giorni fa, durante il quotidiano bollettino della Protezione Civile: “morti CON Coronavirus, non morti PER Coronavirus” come ci ha tenuto a chiarire Borrelli e che fa una bella differenza di percezione e angoscia, non dare un orizzonte di liberazione alla gente, spostare la data senza darne un’altra, sono cose che fanno crescere paranoia e malcontento, anche perché – lo sappiamo bene, glielo staranno dicendo gli scienziati, così come ce lo sussurrano i nostri medici – se non si è fermato in un mese, il contagio non si ferma in due, tre o sei mesi, dunque qualcosa non sta funzionando e non è certo il runner il problema.

Bisogna far fronte ma non si possono tenere in ostaggio le vite della gente, soprattuto in quelle zone in cui dove questa ecatombe non c’è e non ci sono le stesse condizioni per cui si scateni (e questo sono sicura che glielo stiano dicendo).

Ma soprattuto questa comunicazione esasperata ci sta creando un pregiudizio intorno, nel resto del mondo, dal quale non ci riprenderemo per anni.

Bene che l’Europa ci stia aiutando, viste le dimensioni del problema almeno abbiamo attirato la loro attenzione, ma non può non tener conto che per averla comunicata così, mia sorella che vive vicino Helsinki (sono nata in Finlandia, siamo di madre finlandese e padre italiano) si è sentita aggredita per il suo cognome italiano per paranoia che fosse infetta anche se non viene a Roma da un anno.

La nostra è una terra che si basa sul Turismo, ci vorranno anni perché la gente non ci veda come un luogo di peste e di morte, perché è così che la stiamo comunicando, senza alcuna riflessione sul futuro.

Ripeto, qui il “cosa” è chiaro a tutti, ma una persona mediatrice e saggia come deve essere chi sta alla guida di un Paese, sta molto attenta al “come”. Cerca di tenere calmi gli animi, di non colpevolizzare nessuno, cerca di difendere anche l’immagine del Paese, e mi permetto di dire che tale persona pur nell’oggi più cupo, riflette soprattutto sul domani.

E non solo per il dato economico.

Mi scusi la lunghezza e l’ardire di una mossa così ingenua, ma sono sinceramente esasperata dai toni, dal clima, dell’odio e il costante giudizio che sento intorno a me, voi parlate di eccezionali italiani che cantano l’inno, personalmente vedo che il rovescio di questo abborracciato patriottismo è di ostilità e caccia al colpevole che non mi piace per niente. Al di là del resto che mi premeva comunicarLe.

Spero nella sua lungimiranza e che sappia trasmettere alle persone che contano un pensiero forse non tanto peregrino.

Buon lavoro e grazie per l’attenzione (e sempre per la battaglia che state facendo)

Anne-Riitta Ciccone

della narrazione · L’Aliena · Uncategorized

Kafka e la Volpe (T144)

Credo che Kafka in realtà abbia vissuto tutta la sua vita in Italia, molto probabilmente a Roma.

Se poi Kafka era un bravo e ligio cittadino, ogni cosa della sua Letteratura si spiega.

Io, che vivo a Roma da decenni, mi sono resa conto da tempo che a volte per proteggermi mi trasformo in Volpe, mio marito mi chiama infatti Volpe e il nostro gioco è spiegare come Volpe vede le cose. Volpe è ligia, un po’ luterana, candidamente ingenua ma ama nutrirsi di animaletti morti come reazione nervosa a ciò che non capisce delle stranezze degli umani.

Oggi sono andata all’Agenzia Riscossione Tributi di Roma a Via Cristoforo Colombo, un po’ come la terra dei morti viventi per noi romani. Parliamo insomma di quella che per un po’ si chiamava Equitalia e hanno trasformato in Agenzia Riscossione Tributi con l’intento, tra gli altri, di un profondo cambiamento nei rapporti con il cittadino, da Equitalia vessato e maltrattato.

Oggi Volpe ha avuto molto desiderio di animaletti morti, perché il livello di assurdità che si è trovata a vivere ha superato talmente tanto i limiti del comprensibile che io in forma di Volpe ho visto Kafka in forma di scarafaggio che mi diceva: “Poi non dite che so’ io”.

Ma vediamo come sono andate le cose.

Ho un’IVA arretrata che non sono riuscita a pagare perché la scelta era mangiare o pagare l’IVA, mai avuta l’intenzione di non pagare ma, appunto, sapevo che l’avrei fatto in seguito con i dovuti balzelli, vado perciò per rimettere a posto la mia posizione di contribuente, dato che già non sono in grado di salire sul bus senza biglietto, figuriamoci se non ho pagato l’IVA, e il commercialista mi ha chiesto di fare l’estratto conto della mia posizione per non sbagliare e avere la situazione precisa.

Decidiamo di andare all’ Agenzia Riscossione Tributi insieme con un caro amico che doveva rateizzare non so cosa, visto che avevamo entrambi questa scampagnata all’Agenzia Riscossione Tributi da fare, perché non farla insieme, anche perché lui, Francesco, ne sa più di un commercialista, di queste pratiche fiscali.

Premetto: ho provato disperatamente per giorni a fare questa pratica online, iscrivendomi al sito, ma non ha mai funzionato. Ho provato, “dalla mezzanotte”, come da loro richiesto, a fare una prenotazione ma non ci si riusciva, il sito andava in crash, ci ho provato fino a che sono andata a dormire, anche ieri, dallo smartphone, lì fatta la richiesta lo schermo diventa tutto grigio tanto da farti temere un attacco hacker.

Così, scampagnata.

Arriviamo alle otto, dopo un viaggio lunghissimo nel traffico romano.

C’è la fila fin fuori dalla porta, parliamo di un percorso che significa: porta, ingresso, corridoino, sala. Io e Francesco ci mettiamo in fila, un tizio furbetto ci passa davanti, Francesco lo richiama e quello in stile italico finge di essere stato teletrasportato dai basioni di Orione, o essere un ologramma che sembra lì ma in realtà non lo è.

Io dico: “Dai, lascia perdere, se si sente fiero a fare così… non litigare per una cosa del genere”.

Dopo qualche decina di minuti siamo finalmente in sala.

Davanti a noi si piazza in fila una Guardia Giurata, un omino basso e l’aria buona, che mette una mano sulla spalla di una donna, mi dico che doveva esserne la moglie che lui ha raggiunto, ho pensato: “Che carino, la Guardia Giurata in fila per pagare tributi”.

Intravedo il tavolo in fondo a cui sono seduti dei tizi con il cartellino, a sinistra le poche sedie disponibili già piene di gente seduta davanti agli sportelli, a destra il tabellone che snocciola lettere e numeri.

Uno dei tizi con cartellino, look da Vorrei essere Benito ma non ho potuto altro che la pelata (da qui in poi VeB), si alza e viene verso di noi. Timbro tipico del romano che vuole far sentire la sua voce fin sopra il Colosseo, voce di testa, tono prepotente alla VeB. Si rivolge alla Guardia Giurata:

“Aoh, fino ando stai te, l’artri se ne possono pure annà!”

Francesco ed io siamo subito dietro Guardia Giurata, in realtà saremmo stati davanti a lui se non fosse che ci è sgusciato davanti appena siamo arrivati e non fosse stato per il maleducato che ci ha scavalcato.

Dietro di me un signore dall’aria sofferente scatta subito:

“Ma scusi, e noi?”

C’è da dire che dopo Guardia Giurata eravamo, in quel momento, in sei.

“Vabbè – dico io – visto che siamo tutti qui, metta un cartello da adesso e se riusciamo a prendere tutti il numero fate passare…” propongo.

“Nun se semo capiti!” riponde VeB “Qua ne famo 140, finiti i 140 gnente!”

Gli risponde un urlo roboante:

“Ma noi allora che siamo, coglioni, scusi? Siamo qua da mezz’ora, che vuol dire ne fate 140?” il signore sofferente (che scoprirò aver fatto un intervento il giorno prima) è fuori di sé, scattato da zero a dodicimila in otto secondi.

I due si parlano con le mani in faccia, come si dice in Sicilia, e quasi si azzuffano.

Intervengono anche altri, persino gente che era in fila molto prima:

“E che ne so che non finiscono prima che arrivi io? Io vengo da duecento chilometri/io sono atterrato oggi da Urano/io c’ho ‘a ragazzina nel forno!”

Io invece lascio un messaggio vocale a mio marito, prevedendo possibile morte per essere stata coinvolta in rissa impropria, dato che il tasso di testosterone e cortisolo nell’aria superava il tritolo:

“Non so cosa succederà ma volevo dirti che ti amo…”

A quel punto la donna con la mano di Guardia Giurata sulla spalla, presa dall’isteria generale gli dice:

“Senta, comunque se evita di toccarmi, cortesemente, non c’è bisogno di spingere!”

Da cui capisco che non è la moglie ma che Guardia Giurata stava in realtà scortando i probabili Eletti.

Cosa che ho realizzato quando ho notato che l’altra mano di Guardia Giurata era sulla spalla di un signore anziano dal lato opposto.

“Vabbè vedemo ando arrivamo, fate come ve pare, a 140 il compUter (prounciato come si scrive, ndr) se ferma, non so’ io!”

“Ma se ieri ne avete dati più di 200!” urla un povero commercialista che poi scoprirò andare in quel girone dantesco ogni giorno.

“Ce sta l’aggoritmo (trad: voleva dire algoritmo) lui oggi sente che con ‘sto ritmo s’ariva a 140, poi se arivamo a 140 e ancora non so’ le tre, ne damo artri. E il compUter.”

Lì mi sono trasformata in Volpe.

Volpe ha pensato: ma perché se tanto il compUter ha un algoritmo che non ti lascia emettere più di 140 bigliettuzzi, tu devi venire a fare terrorismo psicologico trattandoci come schiavi in fila?

Volpe immagina il comportamento corretto che il signor VeB avrebbe potuto tenere per evitare litigi e umiliazioni.

Una voce all’interofono, forse? Un cartello alla porta?

“Signori, scusate, vogliamo avvisarvi che il flusso degli utenti è determinato da un AGGORITMO che calcola il tempo di accoglienza degli sportelli. Purtroppo arrivati ad un certo numero blocca l’emissione dei bigliettini, oggi il compUter comunica che bloccherà l’emissione dei suddetti biglietti a 140 utenti, cui è garantito il servizio. Dopo questo numero se vorrete aspettare, potete attendere ma non garantiamo il servizio, o consigliamo di tornare in secondo momento”

“Aoh ve ne potete pure anna’!” suona un po’ diverso, siamo d’accordo?

Procediamo.

Naturalmente arrivati a quello prima di me, che è il tipo che ci ha scavalcato nella fila iniziale, è il numero 140.

Naturalmente Francesco e io saremmo stati 141 e 142.

Volpe è talmente stressata che le si è gonfiata la coda e non ha coraggio di guardare in faccia quel Francesco cui aveva detto:

“Ma lascia perdere ma che ti metti a litigare…” mezz’ora prima. Quello stesso uomo scavalcatore ha preso il 140.

“Occhei basta!” dice VeB, sbracciandosi “Finiti i numeri!”

Ovviamente uomo sofferente esce letteralmente di testa. Lui era tre persone dietro di me, dietro di me c’erano – scoprirò – una simpatica ragazza che era lì con l’anziana madre, poi una donna che aveva l’ansia perché doveva andare a parlare con l’insegnante della figlia, poi l’uomo sofferente.

Questi comincia a urlare:

“NO! Io adesso voglio parlare con il Direttore! Quello (riferito a VeB) l’ha fatto apposta! Ma che siamo impazziti!”

VeB si eclissa, restano altri due che si prendono urla e improperi. Intanto dietro di noi sono arrivate almeno cinquanta persone.

Volpe, stressata ma non lo dà a vedere, dice a uomo sofferente:

“Non faccia così, le fa male, se si arrabbia così produce cortisolo, le viene la gastrite, stia calmo.”

Stasi.

Tutti fermi, non sappiamo che fare.

“Ma a che ora chiudono qua?”, chiede Volpe.

“Alle tre.” dice la ragazza dietro di me.

Tutti fermi, increduli, non abbiamo coraggio di lasciare la postazione, come il giapponese che non sa che è finita la guerra.

“Ma…se chiude alle tre, ce la fanno a fare altre cinquanta persone, comprese quelle in fila” dice Volpe.

Perchè Volpe è cintura nera di statistica, infatti aveva notato che eravamo intorno al numero 70 e quanto velocemente andassero avanti i numeri.

Il commercialista recidivo interviene:

“Ma infatti, è una cosa assurda, sicuramente ci finiscono tutti, è ‘sto sistema che è assurdo…”

Uomo sofferente vede arrivare un signore con gilet con le tasche, a Volpe sembra un macchinista di Cinema quindi pensa appartenga al suo mondo, ma l’abito non fa il monaco.

Scoprirò dopo che era il fratello di uomo sofferente e hanno un’azienda, fonte del problema per cui erano lì.

“Mio fratello!” dice uomo sofferente, che lascia il gruppo e va verso di lui.

I due vagano, vaghicciano, parlottano.

Torna fuori VeB, i due gli vanno incontro, Volpe pensa che adesso tireranno fuori le spade, invece parlano tranquilli.

Uomo sofferente si siede con il fratello.

Francesco ha un’idea e dice:

“Vabbè, visto che c’è da aspettare, facciamo un elenco dell’ordine di arrivo, così le persone possono sedersi, tanto secondo i calcoli, se riaprono l’emissione dei numeretti, succederà intorno all’una, mica possiamo stare qua in piedi per tre ore!”

Tutti contenti, annuiamo e ci armiamo di carta e penna.

Ognuno dice il nome, Francesco scrive un elenco.

Si avvicina Guardia Giurata e fa a Francesco, l’aria cospirativa:

“Guarda che non poi fare elenchi, se quello (riferito a VeB) te vede co’ ‘na lista, t’a strappa”.

Un signore dietro di me, finora molto tranquillo dice:

“Venisse a strapparla, ma che cazzo dici? Se ci organizziamo tra noi che gli frega, ma che è matto?”

“Lo facesse e chiamo i Carabinieri!” urla un’altra signora.

Volpe, con ormai addosso la tunica del Maestro Yoda, mette una mano sulla spalla di Guardia Giurata, visto che il gesto gli piace:

“Ma perché devi dire una cosa del genere, non vedi che la gente si agita, lascia perdere, no? Siamo tutti stressati, lascia fare…”.

Poi Volpe si gira verso la ragazza e la signora che doveva correre alla scuola della figlia e dice:

“Se c’è una cosa che crea conflitto è iniziare le frasi con espressioni come devi, non devi, fai, non fare, dobbiamo cercare di stare tranquilli, troviamo una soluzione insieme!”

Mentre Volpe si vedeva fluo in questo momento di grande saggezza e tutti annuivano convinti, anche Guardia Giurata:

“No, certo, io volevo solo dire che…”

è arrivato il Lato Oscuro della Forza.

“No, ve lo dico subito, se volete ripija er numeretto quanno riapre, O me state in fila come siete tenendo l’ordine O io nun garantisco gnente, per me nun ce sta nessuna lista, chi arriva arriva!”.

Lo guardiamo tutti basiti.

Volpe si è vista un po’ come gli schiavi in fila a morire in piedi prima di salire sulla nave, un po’ come i protagonisti di Non si uccidono così anche i cavalli, film di cui parla alla ragazza dietro che commenta:“Deve essere bello, lo cerco!”

Francesco, carta e penna alla mano, non appena VeB torna ad abbracciarsi lingua in bocca al fratello dell’uomo sofferente, si gira e sussurra:

“Noi, facciamo la lista.”

Annuiamo, complici.

Lui inizia la lista e tra noi nascono piccole complicità:

“Vai in bagno, non ti preoccupare, ti tengo il posto.”

“Ma fai sedere tua mamma, mica perde il posto!”

“Secondo te se scappo un attimo a fare una telefonata…”

“Tranquillo..”

Ci raccontiamo vita, lavoro, figli, parliamo di politica senza litigare, perché il nemico era talmente e compattamente odiato dal gruppo, che persino le divergenze di opinioni sono diventate:

“Sì, certo, capisco il tuo punto di vista ma sai, io mi voglio fidare…”

“Rispetto la tua opinione ma …”

Come dovrebbe essere la vita.

Intanto scorrevano i numeretti con la voce della Morte Nera che diceva, all’interfono:

T 87 sportello 7

T 88 sportello 11.

E noi ormai eravamo allo scambio dei contatti sui social.

Alla fine, fibrillazione.

Anche uomo sofferente si riavvicina al gruppo.

T 133 sportello 9

“Stiamo arrivando! È quasi il 140! Vieni, vieni, è quasi il 140!”

Francesco metteva le persone in fila ricontrollando i nomi, italiani, srilankesi, filippini, rumeni, sudamericani.

“Sì, sono io, sono dopo Garcia!”

“Eccomi, sono subito prima di Rossi!”

Guardia Giurata si avvicina e ci dice:

“Scusate ma c’è un disabile, lui deve passare prima, appena riapriamo…”

Tutti annuiscono:

“Ma certo!”

“Ovvio!”

T 138 sportello 4

T 139 sportello 12

Insieme, le faccine verso il tabellone, aspettiamo:

T 140 sportello 7.

Un “Ooooohhhhhh” sollevato, trepidante.

Ci sorridiamo.

Volpe è felice, è bello che tutto sia tornato a posto e nessuno litighi o faccia cose cattive agli altri.

Ma VeB si siede vicino alla macchinetta dei numeretti e sussurra all’uomo sofferente con cui si stavano per uccidere tre ore prima:

“Che devi fa…?

“…per la rottamazione…”

VeB fa l’occhiolino a uomo sofferente, appena la macchinetta riaccende il pulsante touch di “T”, il nostro despota fa velocemente tre bigliettini:

uno lo dà al disabile

uno lo dà all’uomo sofferente

uno lo dà al fratello.

Volpe adesso ha gli occhi iniettati di sangue:

“Ma … scusi? Noi eravamo subito dopo, saremmo stati 141 e 142, considerato il signore disabile eravamo…”

Francesco prende il suo numeretto, e quando lo prende tutta la fila applaude.

Volpe attonita quando prende il suo:

T 144.

“Senta, scusi” dice Volpe a VeB, tornando indietro.

“Quello che lei ha fatto non è bello, lo sa? – prosegue – “Lo sa che così ha dimostrato a tutti che si ottiene di più facendo i bulli? Mi spiega perché ha fatto passare prima il signore con cui ha litigato e suo fratello? Mi spiega?”

“Era prima di lei” risponde VeB, l’aria prepotente e di chi ti sta dicendo “dimostralo e comunque che mi fai?”.

“…Ma non è vero. Lo sa che non è vero…”

Quello sorride, prepotente.

Volpe rimane senza parole, con soltanto un improvviso appetito di animaletti morti.

Talmente shockata che quando scatta il suo numero non riesce a riaversi dallo stupore nell’incontrare un’impiegata giovane, bella, sorridente, che è talmente gentile da averle chiarito ogni cosa, reso persino più dolce l’idea che i soldi che lo Stato vuole da Anne-Volpe, Anne-Volpe non li ha e dovrà chiedere una rateizzazione e che sarà seccantissimo.

Sono io. Mi vedo specchiata nel vetro dello sportello.

Prendo i miei foglietti di carta dall’impiegata-angelo, mi giro per andare via, guardo la fila che mi pare di quelli in attesa di Caronte, ancora lì.

La ragazza dopo di me, che sta per raggiungere il suo sportello si avvicina e mi dice, allarmata:

“Hanno bloccato di nuovo! Ne hanno dati tipo dieci di numeretti, e gli altri sono di nuovo bloccati!”

Chiamo Francesco, che ha appena finito anche lui:

“Li hanno di nuovo bloccati!”

Andiamo da Guardia Giurata, chiediamo.

“No, ma ora riparte, il tempo di smaltire, riparte.”

Allora noi andiamo via, salutiamo i nostri compagni di viaggio, che agitano le mani:

“Ciao! In bocca al lupo!”

“Mi raccomando!”

“Grazie, lei è proprio una brava persona!” dice un signore anziano a Francesco che sembrava non voler lasciare il suo gruppo al proprio destino.

Mentre la ragazza e sua mamma stanno andando via ci facciamo un segno di vittoria e ci salutiamo

Volpe sembra nuovamente rasserenata ma poi si gira, vede VeB seduto al tavolo, le braccia conserte su cui poggia la testa e l’aria prepotente, tutta quella gente in fila ora in silenzio, improvvisametne intristita, il cartellone che snocciola lettere e numeri.

E, in fondo, un enorme scarafaggio che mi guarda.

Mi vede Volpe, lo so.

 

fila_agenzia_entrateT144