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Kafka e la Volpe (T144)

Credo che Kafka in realtà abbia vissuto tutta la sua vita in Italia, molto probabilmente a Roma.

Se poi Kafka era un bravo e ligio cittadino, ogni cosa della sua Letteratura si spiega.

Io, che vivo a Roma da decenni, mi sono resa conto da tempo che a volte per proteggermi mi trasformo in Volpe, mio marito mi chiama infatti Volpe e il nostro gioco è spiegare come Volpe vede le cose. Volpe è ligia, un po’ luterana, candidamente ingenua ma ama nutrirsi di animaletti morti come reazione nervosa a ciò che non capisce delle stranezze degli umani.

Oggi sono andata all’Agenzia Riscossione Tributi di Roma a Via Cristoforo Colombo, un po’ come la terra dei morti viventi per noi romani. Parliamo insomma di quella che per un po’ si chiamava Equitalia e hanno trasformato in Agenzia Riscossione Tributi con l’intento, tra gli altri, di un profondo cambiamento nei rapporti con il cittadino, da Equitalia vessato e maltrattato.

Oggi Volpe ha avuto molto desiderio di animaletti morti, perché il livello di assurdità che si è trovata a vivere ha superato talmente tanto i limiti del comprensibile che io in forma di Volpe ho visto Kafka in forma di scarafaggio che mi diceva: “Poi non dite che so’ io”.

Ma vediamo come sono andate le cose.

Ho un’IVA arretrata che non sono riuscita a pagare perché la scelta era mangiare o pagare l’IVA, mai avuta l’intenzione di non pagare ma, appunto, sapevo che l’avrei fatto in seguito con i dovuti balzelli, vado perciò per rimettere a posto la mia posizione di contribuente, dato che già non sono in grado di salire sul bus senza biglietto, figuriamoci se non ho pagato l’IVA, e il commercialista mi ha chiesto di fare l’estratto conto della mia posizione per non sbagliare e avere la situazione precisa.

Decidiamo di andare all’ Agenzia Riscossione Tributi insieme con un caro amico che doveva rateizzare non so cosa, visto che avevamo entrambi questa scampagnata all’Agenzia Riscossione Tributi da fare, perché non farla insieme, anche perché lui, Francesco, ne sa più di un commercialista, di queste pratiche fiscali.

Premetto: ho provato disperatamente per giorni a fare questa pratica online, iscrivendomi al sito, ma non ha mai funzionato. Ho provato, “dalla mezzanotte”, come da loro richiesto, a fare una prenotazione ma non ci si riusciva, il sito andava in crash, ci ho provato fino a che sono andata a dormire, anche ieri, dallo smartphone, lì fatta la richiesta lo schermo diventa tutto grigio tanto da farti temere un attacco hacker.

Così, scampagnata.

Arriviamo alle otto, dopo un viaggio lunghissimo nel traffico romano.

C’è la fila fin fuori dalla porta, parliamo di un percorso che significa: porta, ingresso, corridoino, sala. Io e Francesco ci mettiamo in fila, un tizio furbetto ci passa davanti, Francesco lo richiama e quello in stile italico finge di essere stato teletrasportato dai basioni di Orione, o essere un ologramma che sembra lì ma in realtà non lo è.

Io dico: “Dai, lascia perdere, se si sente fiero a fare così… non litigare per una cosa del genere”.

Dopo qualche decina di minuti siamo finalmente in sala.

Davanti a noi si piazza in fila una Guardia Giurata, un omino basso e l’aria buona, che mette una mano sulla spalla di una donna, mi dico che doveva esserne la moglie che lui ha raggiunto, ho pensato: “Che carino, la Guardia Giurata in fila per pagare tributi”.

Intravedo il tavolo in fondo a cui sono seduti dei tizi con il cartellino, a sinistra le poche sedie disponibili già piene di gente seduta davanti agli sportelli, a destra il tabellone che snocciola lettere e numeri.

Uno dei tizi con cartellino, look da Vorrei essere Benito ma non ho potuto altro che la pelata (da qui in poi VeB), si alza e viene verso di noi. Timbro tipico del romano che vuole far sentire la sua voce fin sopra il Colosseo, voce di testa, tono prepotente alla VeB. Si rivolge alla Guardia Giurata:

“Aoh, fino ando stai te, l’artri se ne possono pure annà!”

Francesco ed io siamo subito dietro Guardia Giurata, in realtà saremmo stati davanti a lui se non fosse che ci è sgusciato davanti appena siamo arrivati e non fosse stato per il maleducato che ci ha scavalcato.

Dietro di me un signore dall’aria sofferente scatta subito:

“Ma scusi, e noi?”

C’è da dire che dopo Guardia Giurata eravamo, in quel momento, in sei.

“Vabbè – dico io – visto che siamo tutti qui, metta un cartello da adesso e se riusciamo a prendere tutti il numero fate passare…” propongo.

“Nun se semo capiti!” riponde VeB “Qua ne famo 140, finiti i 140 gnente!”

Gli risponde un urlo roboante:

“Ma noi allora che siamo, coglioni, scusi? Siamo qua da mezz’ora, che vuol dire ne fate 140?” il signore sofferente (che scoprirò aver fatto un intervento il giorno prima) è fuori di sé, scattato da zero a dodicimila in otto secondi.

I due si parlano con le mani in faccia, come si dice in Sicilia, e quasi si azzuffano.

Intervengono anche altri, persino gente che era in fila molto prima:

“E che ne so che non finiscono prima che arrivi io? Io vengo da duecento chilometri/io sono atterrato oggi da Urano/io c’ho ‘a ragazzina nel forno!”

Io invece lascio un messaggio vocale a mio marito, prevedendo possibile morte per essere stata coinvolta in rissa impropria, dato che il tasso di testosterone e cortisolo nell’aria superava il tritolo:

“Non so cosa succederà ma volevo dirti che ti amo…”

A quel punto la donna con la mano di Guardia Giurata sulla spalla, presa dall’isteria generale gli dice:

“Senta, comunque se evita di toccarmi, cortesemente, non c’è bisogno di spingere!”

Da cui capisco che non è la moglie ma che Guardia Giurata stava in realtà scortando i probabili Eletti.

Cosa che ho realizzato quando ho notato che l’altra mano di Guardia Giurata era sulla spalla di un signore anziano dal lato opposto.

“Vabbè vedemo ando arrivamo, fate come ve pare, a 140 il compUter (prounciato come si scrive, ndr) se ferma, non so’ io!”

“Ma se ieri ne avete dati più di 200!” urla un povero commercialista che poi scoprirò andare in quel girone dantesco ogni giorno.

“Ce sta l’aggoritmo (trad: voleva dire algoritmo) lui oggi sente che con ‘sto ritmo s’ariva a 140, poi se arivamo a 140 e ancora non so’ le tre, ne damo artri. E il compUter.”

Lì mi sono trasformata in Volpe.

Volpe ha pensato: ma perché se tanto il compUter ha un algoritmo che non ti lascia emettere più di 140 bigliettuzzi, tu devi venire a fare terrorismo psicologico trattandoci come schiavi in fila?

Volpe immagina il comportamento corretto che il signor VeB avrebbe potuto tenere per evitare litigi e umiliazioni.

Una voce all’interofono, forse? Un cartello alla porta?

“Signori, scusate, vogliamo avvisarvi che il flusso degli utenti è determinato da un AGGORITMO che calcola il tempo di accoglienza degli sportelli. Purtroppo arrivati ad un certo numero blocca l’emissione dei bigliettini, oggi il compUter comunica che bloccherà l’emissione dei suddetti biglietti a 140 utenti, cui è garantito il servizio. Dopo questo numero se vorrete aspettare, potete attendere ma non garantiamo il servizio, o consigliamo di tornare in secondo momento”

“Aoh ve ne potete pure anna’!” suona un po’ diverso, siamo d’accordo?

Procediamo.

Naturalmente arrivati a quello prima di me, che è il tipo che ci ha scavalcato nella fila iniziale, è il numero 140.

Naturalmente Francesco e io saremmo stati 141 e 142.

Volpe è talmente stressata che le si è gonfiata la coda e non ha coraggio di guardare in faccia quel Francesco cui aveva detto:

“Ma lascia perdere ma che ti metti a litigare…” mezz’ora prima. Quello stesso uomo scavalcatore ha preso il 140.

“Occhei basta!” dice VeB, sbracciandosi “Finiti i numeri!”

Ovviamente uomo sofferente esce letteralmente di testa. Lui era tre persone dietro di me, dietro di me c’erano – scoprirò – una simpatica ragazza che era lì con l’anziana madre, poi una donna che aveva l’ansia perché doveva andare a parlare con l’insegnante della figlia, poi l’uomo sofferente.

Questi comincia a urlare:

“NO! Io adesso voglio parlare con il Direttore! Quello (riferito a VeB) l’ha fatto apposta! Ma che siamo impazziti!”

VeB si eclissa, restano altri due che si prendono urla e improperi. Intanto dietro di noi sono arrivate almeno cinquanta persone.

Volpe, stressata ma non lo dà a vedere, dice a uomo sofferente:

“Non faccia così, le fa male, se si arrabbia così produce cortisolo, le viene la gastrite, stia calmo.”

Stasi.

Tutti fermi, non sappiamo che fare.

“Ma a che ora chiudono qua?”, chiede Volpe.

“Alle tre.” dice la ragazza dietro di me.

Tutti fermi, increduli, non abbiamo coraggio di lasciare la postazione, come il giapponese che non sa che è finita la guerra.

“Ma…se chiude alle tre, ce la fanno a fare altre cinquanta persone, comprese quelle in fila” dice Volpe.

Perchè Volpe è cintura nera di statistica, infatti aveva notato che eravamo intorno al numero 70 e quanto velocemente andassero avanti i numeri.

Il commercialista recidivo interviene:

“Ma infatti, è una cosa assurda, sicuramente ci finiscono tutti, è ‘sto sistema che è assurdo…”

Uomo sofferente vede arrivare un signore con gilet con le tasche, a Volpe sembra un macchinista di Cinema quindi pensa appartenga al suo mondo, ma l’abito non fa il monaco.

Scoprirò dopo che era il fratello di uomo sofferente e hanno un’azienda, fonte del problema per cui erano lì.

“Mio fratello!” dice uomo sofferente, che lascia il gruppo e va verso di lui.

I due vagano, vaghicciano, parlottano.

Torna fuori VeB, i due gli vanno incontro, Volpe pensa che adesso tireranno fuori le spade, invece parlano tranquilli.

Uomo sofferente si siede con il fratello.

Francesco ha un’idea e dice:

“Vabbè, visto che c’è da aspettare, facciamo un elenco dell’ordine di arrivo, così le persone possono sedersi, tanto secondo i calcoli, se riaprono l’emissione dei numeretti, succederà intorno all’una, mica possiamo stare qua in piedi per tre ore!”

Tutti contenti, annuiamo e ci armiamo di carta e penna.

Ognuno dice il nome, Francesco scrive un elenco.

Si avvicina Guardia Giurata e fa a Francesco, l’aria cospirativa:

“Guarda che non poi fare elenchi, se quello (riferito a VeB) te vede co’ ‘na lista, t’a strappa”.

Un signore dietro di me, finora molto tranquillo dice:

“Venisse a strapparla, ma che cazzo dici? Se ci organizziamo tra noi che gli frega, ma che è matto?”

“Lo facesse e chiamo i Carabinieri!” urla un’altra signora.

Volpe, con ormai addosso la tunica del Maestro Yoda, mette una mano sulla spalla di Guardia Giurata, visto che il gesto gli piace:

“Ma perché devi dire una cosa del genere, non vedi che la gente si agita, lascia perdere, no? Siamo tutti stressati, lascia fare…”.

Poi Volpe si gira verso la ragazza e la signora che doveva correre alla scuola della figlia e dice:

“Se c’è una cosa che crea conflitto è iniziare le frasi con espressioni come devi, non devi, fai, non fare, dobbiamo cercare di stare tranquilli, troviamo una soluzione insieme!”

Mentre Volpe si vedeva fluo in questo momento di grande saggezza e tutti annuivano convinti, anche Guardia Giurata:

“No, certo, io volevo solo dire che…”

è arrivato il Lato Oscuro della Forza.

“No, ve lo dico subito, se volete ripija er numeretto quanno riapre, O me state in fila come siete tenendo l’ordine O io nun garantisco gnente, per me nun ce sta nessuna lista, chi arriva arriva!”.

Lo guardiamo tutti basiti.

Volpe si è vista un po’ come gli schiavi in fila a morire in piedi prima di salire sulla nave, un po’ come i protagonisti di Non si uccidono così anche i cavalli, film di cui parla alla ragazza dietro che commenta:“Deve essere bello, lo cerco!”

Francesco, carta e penna alla mano, non appena VeB torna ad abbracciarsi lingua in bocca al fratello dell’uomo sofferente, si gira e sussurra:

“Noi, facciamo la lista.”

Annuiamo, complici.

Lui inizia la lista e tra noi nascono piccole complicità:

“Vai in bagno, non ti preoccupare, ti tengo il posto.”

“Ma fai sedere tua mamma, mica perde il posto!”

“Secondo te se scappo un attimo a fare una telefonata…”

“Tranquillo..”

Ci raccontiamo vita, lavoro, figli, parliamo di politica senza litigare, perché il nemico era talmente e compattamente odiato dal gruppo, che persino le divergenze di opinioni sono diventate:

“Sì, certo, capisco il tuo punto di vista ma sai, io mi voglio fidare…”

“Rispetto la tua opinione ma …”

Come dovrebbe essere la vita.

Intanto scorrevano i numeretti con la voce della Morte Nera che diceva, all’interfono:

T 87 sportello 7

T 88 sportello 11.

E noi ormai eravamo allo scambio dei contatti sui social.

Alla fine, fibrillazione.

Anche uomo sofferente si riavvicina al gruppo.

T 133 sportello 9

“Stiamo arrivando! È quasi il 140! Vieni, vieni, è quasi il 140!”

Francesco metteva le persone in fila ricontrollando i nomi, italiani, srilankesi, filippini, rumeni, sudamericani.

“Sì, sono io, sono dopo Garcia!”

“Eccomi, sono subito prima di Rossi!”

Guardia Giurata si avvicina e ci dice:

“Scusate ma c’è un disabile, lui deve passare prima, appena riapriamo…”

Tutti annuiscono:

“Ma certo!”

“Ovvio!”

T 138 sportello 4

T 139 sportello 12

Insieme, le faccine verso il tabellone, aspettiamo:

T 140 sportello 7.

Un “Ooooohhhhhh” sollevato, trepidante.

Ci sorridiamo.

Volpe è felice, è bello che tutto sia tornato a posto e nessuno litighi o faccia cose cattive agli altri.

Ma VeB si siede vicino alla macchinetta dei numeretti e sussurra all’uomo sofferente con cui si stavano per uccidere tre ore prima:

“Che devi fa…?

“…per la rottamazione…”

VeB fa l’occhiolino a uomo sofferente, appena la macchinetta riaccende il pulsante touch di “T”, il nostro despota fa velocemente tre bigliettini:

uno lo dà al disabile

uno lo dà all’uomo sofferente

uno lo dà al fratello.

Volpe adesso ha gli occhi iniettati di sangue:

“Ma … scusi? Noi eravamo subito dopo, saremmo stati 141 e 142, considerato il signore disabile eravamo…”

Francesco prende il suo numeretto, e quando lo prende tutta la fila applaude.

Volpe attonita quando prende il suo:

T 144.

“Senta, scusi” dice Volpe a VeB, tornando indietro.

“Quello che lei ha fatto non è bello, lo sa? – prosegue – “Lo sa che così ha dimostrato a tutti che si ottiene di più facendo i bulli? Mi spiega perché ha fatto passare prima il signore con cui ha litigato e suo fratello? Mi spiega?”

“Era prima di lei” risponde VeB, l’aria prepotente e di chi ti sta dicendo “dimostralo e comunque che mi fai?”.

“…Ma non è vero. Lo sa che non è vero…”

Quello sorride, prepotente.

Volpe rimane senza parole, con soltanto un improvviso appetito di animaletti morti.

Talmente shockata che quando scatta il suo numero non riesce a riaversi dallo stupore nell’incontrare un’impiegata giovane, bella, sorridente, che è talmente gentile da averle chiarito ogni cosa, reso persino più dolce l’idea che i soldi che lo Stato vuole da Anne-Volpe, Anne-Volpe non li ha e dovrà chiedere una rateizzazione e che sarà seccantissimo.

Sono io. Mi vedo specchiata nel vetro dello sportello.

Prendo i miei foglietti di carta dall’impiegata-angelo, mi giro per andare via, guardo la fila che mi pare di quelli in attesa di Caronte, ancora lì.

La ragazza dopo di me, che sta per raggiungere il suo sportello si avvicina e mi dice, allarmata:

“Hanno bloccato di nuovo! Ne hanno dati tipo dieci di numeretti, e gli altri sono di nuovo bloccati!”

Chiamo Francesco, che ha appena finito anche lui:

“Li hanno di nuovo bloccati!”

Andiamo da Guardia Giurata, chiediamo.

“No, ma ora riparte, il tempo di smaltire, riparte.”

Allora noi andiamo via, salutiamo i nostri compagni di viaggio, che agitano le mani:

“Ciao! In bocca al lupo!”

“Mi raccomando!”

“Grazie, lei è proprio una brava persona!” dice un signore anziano a Francesco che sembrava non voler lasciare il suo gruppo al proprio destino.

Mentre la ragazza e sua mamma stanno andando via ci facciamo un segno di vittoria e ci salutiamo

Volpe sembra nuovamente rasserenata ma poi si gira, vede VeB seduto al tavolo, le braccia conserte su cui poggia la testa e l’aria prepotente, tutta quella gente in fila ora in silenzio, improvvisametne intristita, il cartellone che snocciola lettere e numeri.

E, in fondo, un enorme scarafaggio che mi guarda.

Mi vede Volpe, lo so.

 

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I have a dream (to face a nightmare)

Lo so, sono controtendenza. Capisco che per voi il problema sono mille persone povere che sbarcano a casa nostra, o la Francia di cui improvvisamente il governo si accorge perché non sa più con cosa distrarvi.

Io invece ho altri incubi, stanotte ho sognato che improvvisamente stava scomparendo l’atmosfera, non c’era più acqua neanche nei mari, stavamo morendo tutti.

Il compito di un politico onesto sarebbe quello di essere realistici con l’evoluzione del mondo umano e non cercare nemici per non rispondere ai reali problemi. I veri pericoli e problemi dell’Italia sono quelli condivisi con il pianeta: ecologia, guerra nucleare, rischi del progresso tecnologico.

Questi sono i problemi che dovrebbero essere in cima ad un programma politico.

Non aver paura della globalizzazione.

Globalizzazione e contatti hanno creato le società più ricche e soprattutto le culture più evolute e profonde.

Libertà e società democratica sono sono la formula per creare le società più potenzialmente ricche perché creano circolazione idee e non nascondono i dati in mano a pochi. Isolarsi per paura significa impoverire la società e far regredire la cultura di un popolo.

Dargli il contentino di quattro spicci invece di creare lavoro è paternalismo, è creare una catena al piede fatta di gratitudine patetica e asservimento.

È darmi per favore ciò che mi spetta per diritto.

Non mi devi dare un pescetto al giorno, a me cittadino che ti voto, tu governo devi darmi amo, lenza e prima insegnarmi a pescare, devo essere libero di costruirmi il mio benessere, non tenermi legato ai tuoi umori con la tua beneficenza d’accatto.

E devi investire prima di tutto in Cultura, ogni Paese che abbia investito in Cultura è rinato.

Ma c’è un effetto collaterale: la Cultura insegna il pensiero critico e tu, governo, vuoi dei bambini stupidi dipendenti da te, non esseri umani liberi.