c'è pure questo · della narrazione · gli uomini maturano, le donne invecchiano · il mondo dalla mia stanza · whatever

Lo strano fenomeno della Donna-Pagliaccio

C’è questo fenomeno che mio marito ed io chiamiamo la pagliaccite acuta e che colpisce le donne di un’età che solitamente parte dalla linea d’ombra, circa i quarant’anni, quindi non proprio una crisi di mezz’età, una cosa diversa e solitamente ad esserne colpite sono le donne di sinistra.

Le donne di sinistra colpite da pagliaccite, una volta magari note per vestirsi femminili, con tacchi o anche scarpe basse ma jeans carini, gonne o vestitini in foggia umana, ad un certo punto temendo forse di apparire delle signore – quali diventiamo ci piaccia o no – nel tentativo di apparire giovanili ma con un certo stile ecosostenibile e di sinistra, cominciano ad indossare strane scarpottone piedose, pantaloni a quadrettononi un po’ pallottosi, immancabile gilet e sciarpotta cucita a mano dalle detenute di un carcere lontano, cappellazzi sformati di tela e bracciali con fiorotti di tela.

Sono questi sintomi evidenti di pagliaccite che spesso si accompagnano con vistosi interventi di ritocchini al viso con un filo di labbrotto un po’ gonfiato ma quel tanto per non sembrare di destra, un filo di filler al nasolabiale ma evitando il botox che fa Santanché.

Vittime della pagliaccite sono anche molte attrici che hanno superato la linea d’ombra e che si presentano persino ad eventi mondani non con una scarpetta e un vestitino o un bel completuzzo sobrio che sarebbero magari più d’uopo, ma in tenuta pagliacciosa e atteggiamento abbinato: zampe un po’ larghe, gestualità da Hemingway meet Coco Chanel ubriaca, risata grassa e incredibile capacità di fingere di non vedere la ventenne in tubino al ginocchio e tacco 12 accanto a sé, che porta un look che forse dovrebbe esserle di ispirazione (ma si noterebbe la differenza).

La pagliaccite è subdola e spesso si manifesta da un giorno all’altro senza preavviso ecco perché nel fare nuovi acquisti la donna che attraversa la linea d’ombra deve fare attenzione: vi attira un pantalone o una gonna rotondosi e sformati, magari in lino o lana grezza, quadrettoni? Cercate nell’armadio quel vecchio gilet con i fiori di pezza? Invece di guardare stivaletti di cuoio e scarpe normali vi attirano scarpotte da Topolino meglio se in tre colori di cuoio tra cui il rosso?

Attenzione: potrebbe essere pagliaccite.

Mio consiglio: avvisate un vostro caro e prima di fare acquisti e/o comporre un outfit per uscire, consultatevi, fatevi accompagnare.

Fate lunghe immersioni in analisi di foto di donne adulte non colpite da pagliaccite, osservate le linee degli abiti, dei cappotti, dei jeans umani, delle gonne, degli chignon, dei capelli naturali con le loro trezzette grigie. Ricordate che nulla vieta di mantenere il look che avete sempre avuto e che corrisponda alla vostra personalità: siete sempre state rock? Siete sempre state eleganti? Siete sempre state sportive?

C’è modo di rimanere se stesse adattandosi al fatto di essere – finalmente- delle signore ma di sicuro non siete mai state dei pagliacci.

Quindi, a conclusione della terapia ripetete a voce alta più volte: sono una donna, non sono una ragazza ma soprattutto non sono un pagliaccio.

della narrazione · di cinema · il mondo dalla mia stanza · Uncategorized · whatever

Sulla nostra pelle

Ho appena finito di vedere, finalmente, “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini e non ho potuto non pensare, subito,  alla mia famiglia, a mio marito, alle persone che amo, in particolare al fatto che da quando ero piccola vivo nel terrore che succeda qualcosa a quelle persone che per me sono un pezzo della mia stessa carne, un mio braccio, il mio cuore, qualcosa che sarebbe strappato via senza possibilità di cicatrizzarsi.

Poi succede, ho perso mio padre e non ci si rassegna, mai.

Che un pezzo di te venga ucciso e che muoia solo, non riesco nemmeno ad immaginarlo senza sentirmi scoppiare il cuore.

La storia di Cucchi mi ha fatto stare male dalla prima volta che ho visto sua sorella parlarne, perché mi bastava proiettarmi in quel che stesse provando quella famiglia per ritrovarmi bambina nel letto di notte, quando ancora credevo nel Dio più semplice in cui credere cioè un essere buono cui chiedere le cose, e lo supplicavo piangendo: “Ti prego togli la violenza, togli i pericoli, non fare succedere niente di brutto alle persone, fai che non ci siano più i cattivi”.

Il fratello di mio zio era Boris Giuliano, un commissario che ai miei occhi di bambina era il Bene, quelli che ti proteggono e allora pensavo, dato che lui era un uomo buonissimo e coraggioso – e infatti lo era – che per fortuna esistono i poliziotti che sono buoni e combattono la violenza.

Quando ero bambina quindi non facevo che proporre a Dio fioretti perché esaudisse quel mio desiderio che mi rendeva insonne, e cioè che non ci fossero più i cattivi.

Poi, crescendo e studiando ho capito meglio che la violenza, la crudeltà, sono parte dell’Uomo, che sono irrisolvibili ma anche che molti esseri umani di incommensurabile saggezza, dai profeti al Buddha, dai filosofi al più grande rivoluzionario della Storia che era quel Gesù di cui mi leggeva le parole mia nonna, da Gandhi a Martin Luther King hanno capito e insegnato due concetti molto semplici, qualcosa che pensavamo aver finalmente capito tutti dopo l’orrore della Storia recente, la Seconda Guerra Mondiale e il suo spaventoso e demoniaco orrore, e cioè che

la violenza non è mai la soluzione

che l’essere umano ha diritti innegabili anche quando è in torto.

Nella mia infanzia, per certi versi faticosa, sicuramente solitaria ma sopratutto poi dopo nella mia ancor più complicata adolescenza, dato che quel Dio semplice in cui credere non pareva rispondermi, ho cercato di capire, sono sempre stata curiosa e quindi volevo capire cosa, come, perché, dell’Universo.

Mi sono rifugiata prima nella fantascienza perché la realtà così com’è non mi piaceva e mi faceva paura, da lì ho cominciato ad amare lo studio dell’Universo, capire come fosse fatto, dove iniziava e dove finiva. Da ragazza passavamo ore con il mio migliore amico, in Sicilia, a guardare le costellazioni e l’idea di quella infinità, ancora oggi l’idea che questo Universo esista da 13,8 miliardi di anni, questo pianeta da quattro, e che ci sia stata ogni forma possibile e immaginabile di violenza per arrivare a darci la vita, a fare l’essere umano con questa misteriosa scintilla in grado di capire, di sentire, di creare, di inseguire l’equazione perfetta, è diventata il mio rifugio:

Dai, come possiamo veramente farci del male, piccoli piccoli e soli in uno Spazio di grandezza inimmaginabile, che coincide con un Tempo inimmaginabile, lo capiremo, troveremo vera pace prima o poi.

Prima o poi avverrà che la violenza non sarà la soluzione per nessuno, che ci sarà quel patto di alleanza che ponga fine alle guerre, alla legge del taglione, al violare la vita altrui o il suo benessere, prima o poi questo cuore enorme, collettivo, che è l’Umanità, capirà che non c’è separazione, né differenza, che siamo unico cuore, unica pelle e unico DNA.

Sopratutto quando sono nate le mie nipoti così piccoline e indifese, ho detto: mi ascolterà quel lui di indefinibile natura e, almeno per loro, non dovrò aver più paura.

In questo film invece ho visto tutte le persone che amo, pur avessero sbagliato, fare la propria Via Crucis tra una cella e un lettino d’ospedale e non è vero che siano tutti cattivi in questa storia scritta con ammirevole equilibrio, non capisco perché Polizia e Carabinieri si siano arrabbiati: non sono tutti cattivi e non risulta che le Forze dell’Ordine siano cattive.

Alcuni sono stati cattivi, molti sono rimasti in silenzio di fronte alla cattiveria e alla violenza ed è un fallimento per la missione dell’Umanità tornare ad essere indifferenti o non aver mai smesso di esserlo, di fronte alla banalità del Male.

Invece di vedere un mondo che migliora adesso poi mi sento circondata da una cattiveria e un male, un pericolo sempre più tangibili, gente che minaccia di morte qualcuno per un evento social, un governo che pensa che la soluzione sia la violenza, si parla di taser, di muri, di morti in mare come forma di difesa necessaria.

A volte mi dico che chi la pensa così non può essere tornato così indietro nel processo evolutivo dell’intelligenza e saggezza umane, non possono essere così regrediti dai millenni che ci abbiamo messo per capirlo.

Ho finito di vedere il film e mi sono sentita sconfitta, persa, io che ho segretamente deciso già da ragazzina che da grande avrei fatto film dopo aver visto Accattone e pianto davanti a lui che, steso sul selciato diceva: “Ah, ora sto bene”, perché ritenevo che raccontare e far riflettere potessero essere il mio piccolo contributo, la personale missione di questa scintilla nel Tempo che sono, a dare una risposta alla violenza, alla cattiveria degli Uomini.

A volte capisco di essere ancora quella che aveva pochi anni perché mi ritrovo ad immaginarmi che se solo con gente come quella che picchia per nervi o per gioco qualcuno perché è nella posizione per farlo senza conseguenze, o con gente così crudele che per dei soldi rapisce e tortura una povera coppia colta nel sonno,  o con chi ci governa adesso, soprattutto un Salvini e i suoi seguaci così pieni di odio e livore, tanto seminatori di odio e violenza, si potesse parlare con calma e mostrargli questo pianeta visto dal centro della galassia, forse alla fine capirebbero.

Ma probabilmente è più realistico documentare, narrare e conservare per il futuro quello che succede, perché probabilmente i cattivi di cui avevo paura da piccola sono ovunque e alla fine dimostrano che sono più forti e tenaci del divino in cui credevo.

E che non c’è nessuno che verrà a salvarci.

c'è pure questo · della narrazione · il mondo dalla mia stanza · whatever

A-SOCIAL

Mi sono finta persona socievole quando siamo arrivati in Italia soprattutto per spalleggiare mia madre che è sempre stata molto timida ed era stressata dal gran cambiamento, e mio padre era estremamente preoccupato che “ci adeguassimo”, così per aiutare l’una e far felice l’altro mi sono fatta coraggio e finta molto socievole.

Ma la mia natura era già solitaria, da osservatrice.

Amo l’umanità come concetto e nel tempo ho sviluppato ammirazione per il genere animale di cui faccio parte per le potenzialità divine che ha la nostra eventuale intelligenza, il ruolo e la missione che questo nostro genere ha nella corsa del Primo Motore Immobile dell’Universo che cerca l’equazione perfetta.

Ma non amo stare in mezzo alla gente, stare in mezzo alla gente per averci a che fare, come diceva Seneca, mi fa sempre perdere parte di quel che ho costruito di buono in me.

Al più mi piace stare in mezzo alla gente come fossi invisibile, tipo ieri all’aeroporto, perché li osservo e li ascolto anche con una certa sfacciata insistenza, se ho qualcuno accanto sull’aereo che ha voglia di parlare sono gongolante perché adoro ascoltare le storie umane.

Però se mi trovo in un situazione sociale, soffro. Non amo il chiacchiericcio e mi deprime l’autopresentazione.

Così quando sono nati i social ho trovato una dimensione ideale, vedo e comunico quel tanto che non mi pesi esporre, scherzo o esprimo opinioni senza dover avere questi mefistofelici contatti con la gente, ma soprattutto- pacchia- osservo e studio.

La mattina mentre faccio colazione, mentre aspetto un autobus, un treno, di entrare ad un appuntamento (cui arrivo sempre mezz’ora prima) leggo le storie e i pensieri delle persone.

Ultimamente però mi sono accorta che mi sta venendo una certa nausea e scorro i social come fosse un obbligo quotidiano e mi sto chiedendo perché. La violenza, l’arroganza, la presunzione dell’espressione tipica dell’uomo social mi dà la nausea per ovvi motivi ma non è solo questo.

Per ciò che mi interessa, capire l’umanità e continuare ad amarla attraverso le piccole e grandi storie delle persone senza dover avere a che fare con la gente, questa attività è fasulla, perché nessuno è se stesso o minimamente sincero, in rete.

Banale, si dirà, le persone tirano fuori il peggio, nascoste vigliaccamente dietro una tastiera.

Banale per me meno, il punto è che in questa postura le persone diventano gente, e a me non interessa.

Per continuare ad amare e voler aiutare il percorso dell’umanità, che è la mia piccola personale missione, devo trovare il buono, nelle persone. Quindi ultimamente mi sento in una sorta di impasse con tendenza alla fuga rispetto al mondo social e forse dovrò cercare un altro punto di osservazione.