la buona educazione (ovvero: non basta avere il pollice opponibile)

Una volta ho citato qui la frase di Hannah Arendt per cui una promessa è un’isola di certezza nell’oceano dell’incertezza futura. Un’altra isola di pace nel caos e nell’alea del mondo umano per me è

La buona educazione.

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Quando si parla di buona educazione la maggior parte di noi si vede davanti il fantasma di una zia o di una nonna coi capelli grigio azzurro a riccioletti, gli orecchini a perla e le mani rugose che ti dice: “Cara, stai dritta con la schiena, non fare schiamazzi, non usare quella forchetta come una zappa”.

Ma la buona educazione di cui parlo io è qualcosa che ha più che fare con il tacito patto per cui io non faccio agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me e concordiamo sull’idea che essere rispettati fa vivere più sereni che non esserlo; che il buon gusto, sotto sotto, al di là di tutte le rivoluzioni e i nostri periodi punk,  è più piacevole della volgarità;  infine che, in fondo, arrivati a questo punto non c’è protesta più grande che quella per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua, e magari chiedendo permesso prima.

Senza tirar fuori parentele introiettate o ricordi traumatici d’infanzia, dunque, mi ricordo di essere stata una cultrice della buona educazione persino nel periodo dark, quello punk, persino girando per locali chiassosi per l’Europa, nel corso delle manifestazioni di protesta, duranti i sit in. Anche nel periodo adolescenziale, insomma. Che è tutto dire. Per intenderci, ho sempre detto “Per favore, mi passi la canna?” e mai “Passa ‘sta canna”.

L’imperativo è una forma verbale che non si usa nemmeno per qualcuno che sta lavorando per noi. Io non riesco a usarlo nemmeno con il cane,  vedo che gli effetti di un “Shara per favore, smetti di distruggermi il tappeto” parrebbero identici a “Lascia quel tappeto, brutta carogna”, se non per il fatto che IO mi sento meglio.

La questione sta tutta nel minor tasso di aggressività non solo di chi riceve, ma soprattutto di chi usa la buona educazione.

Ricordo ancora una volta: l’aggressività fa male alla pelle, si fa fuori mezza tonnellata di radicali liberi al minuto, provoca gastrite, flatulenza, orticaria, alito cattivo.

Essere sdegnati, non concordi, protestare, ribattere alla provocazione, discutere, non implicano necessariamente aggressività; l’aggressività è sempre volgare, non porta a nulla, umilia chi la pratica più di chi la riceve.

Se qualcuno ci disturba, ci fa incazzare, l’aggredirlo mancandogli di rispetto forse ferirà di più l’altro e noi avremo più effetto (magari iniziando una bella scazzottata) ma soprattutto umilia più chi reagisce così, perché usa poco la propria intelligenza, si mostra limitato usando armi improprie verso quella persona.

In fondo vincere facile è umiliante, colpire basso è da vigliacchi.

E poi nel rispetto o meno degli altri, per me, vince la regola della ruota che gira e il principio di cui sopra: cerca se possibile di non puntare il dito su cose che potrebbero capitare anche a te o colpe di cui potresti macchiarti, anche perché la presunzione in tal senso viene spesso – se non sempre – ripagata.

Una cosa che ha colpito la mia formazione oso dire MISTICA da bambina era questa mia amichetta che veniva a giocare da me e, non ho mai capito perché, se la prendeva sempre con una bimba schiva, timida, che viveva nel mio palazzo e con cui ho tentato di legare, ma lei era appunto complessata e solitaria: era una bimba molto grassa. La mia amichetta se la prendeva con questa bambina e le faceva cantilene orrende con al centro parole quali grassa e cicciona.

E se io tentavo di fermarla lei si accaniva ancora di più.

Bene, due anni dopo la mia amichetta ha avuto non so più che problema di salute ed è diventata grassottella. Lei era shockata, infelice, mia madre mi ha raccontato che i suoi genitori erano preoccupati perché piangeva sempre e si detestava.  Poi in qualche anno la mia amichetta è guarita, ma io quando l’ho vista grassotella e infelice, potete immaginare cosa abbia pensato e come abbia collegato gli eventi.

Il pensiero forte nella mia testa era “Veeeeedi che non si insultano gli altri!”

Bene, quindi nella mia ossessione per la buona educazione si è aggiunta molto presto anche una sfumatura esoterica. Prova a trattare male qualcuno e vedi come finisce, se il resto degli argomenti non basta a convincerti.

Per cui, oggi come sempre, ho moti di stupore quasi ingenuo di fronte al mondo in cui vivo, limitando per comodità l’osservazione al Paese che abito.

Ovunque l’esempio è univoco, la gente insulta anche per pochissimo, manca di rispetto perfino per discutere dell’ultima zucchina rimasta sul banco, o anche si comporta male senza nemmeno rendersene conto con quelli che ama e che ritiene amici.

Ci sfugge che siamo sette miliardi di persone e nessuno è il nostro mezzo, né il nostro giocattolo, e nemmeno gli altri sono una massa di spettatori o comparse della nostra presunta straordinaria esistenza.

Guardiamoci intorno.

La prima cosa che mi viene in mente: perchè la gente si interrompe di continuo? I nostri talk show insegnano e qualunque conversazione quotidiana dimostra, che le persone non lasciano mai finire di parlare. Ma non solo quando litigano, eh? Uno sta parlando e qualcuno – ansiosissimo di dire la sua, perché si sa, la “sua” è più importante e interessante a priori – lo interrompe. Di solito inizia la frase con : “No, senti…” oppure “Sì, sì, ma una volta…”.

Perché questo poco rispetto per quello che sta dicendo l’altra persona, o perché pensi che tu la stessa cosa la diresti meglio?

La cosa più grave sono certe coppie di lungo corso. Purtroppo quasi sempre accade che quello oggettivamente meno interessante non lascia proferire parola a quello che, di fatto, dice qualcosa che gli altri starebbero seguendo. Dici: sono dinamiche di coppia, gente che forse si sopporta poco, oppure l’altro non stima il proprio partner e pensa che tutto il mondo lo trovi egualmente imbarazzante.

Ma è un’altra cosa. Pure se accanto a te c’è un pazzo che ti racconta come sia andata veramente a Waterloo, la buona educazione pretenderebbe che lo si lasci finire, o se sta parlando da 36 ore si aspetta  un momento in cui Amleto prenda fiato e si entra delicatamente nella conversazione (o monologo che dir si voglia, il monologo è ovviamente un’altra forma di maleducazione ma come non si risponde all’omicidio con la pena di morte, la maleducazione non giustifica che si risponda con la stessa arma.)

Una sera sono stata a cena da una coppia che ha parlato ininterrottamente, interrompendosi l’un l’altro di continuo e senza MAI fare dire una parola a noi invitati.

Dico, ma: siamo all’ABC. Quando capiremo che se vogliamo blandire o far sentire bene qualcuno la cosa più bella che si possa fare per l’altro è chiedergli di LUI? Che presunzione si deve avere di sé da pensare che le proprie opinioni siano un intrattenimento così ghiotto?

Stai in fila alla posta, sei in piedi su un bus?

Perché la gente dice “SCENDE?” se stai accanto alla porta centrale del bus e non: “MI SCUSI, SCENDE ALLA PROSSIMA?” Cos’è, il mondo è diventato un enorme twitter in cui per parlare hai a disposizione persino meno di 140 caratteri? Dice: mio dio, per oggi mi sono rimasti dieci caratteri, quando torno a casa devo dire “ciao” me ne restano sei… ok..

“Scende?”

E perché non “sc?”

E il peggio è che pure se dici “Sì”, ti scostano. TI SPINGONO.

Tu, spazientito ma decoroso insisti:  “Scusi, ho detto che scendo anche io”. Niente, quello spinge.

Perché di fatto “Scende?” Corrisponde a “Levati dal cazzo, tu essere che occupi spazio”. Il punto è sempre io sono più importante.

Un mondo, poi, in cui ogni principio di buona educazione è perso, è il mondo virtuale.

Sono stati scritti fiumi di parole in merito, ma non c’è verso, la gente maleducata nel mondo virtuale è scatenatissima. Di solito una persona maleducata è volgare ma anche vigliacca.

Te lo insegna la vita, se a uno che si comporta da maleducato in un qualunque contesto rispondi o fai notare che si sta comportando male cosa fa quello in un buon 70% dei casi? (l’altro  30% litiga con toni da vajassa e più sono in torto più urlano e insultano).

Quel 70% dei casi TI IGNORA. Ha parlato il fantasma di Ghost, ti fa pensare che hai finalmente realizzato uno dei tuoi sogni più grandi: hai i superpoteri! Sei diventato invisibile!

Provate, se non vi è mai successo:

“Scusi, guardi che c’è una fila…” quello guarda fisso davanti a sé, fa il vago.

Poi c’è il tipo che usa con te l’imperativo e ti da’ del tu come foste stati compagni di scuola anche se non vi conoscete affatto, e tu per tenere il punto parli educatamente e gli dai del lei e continui a dargli del lei. Anche lui,  mica capisce.

Dunque il mondo virtuale è il brodo primordiale del maleducato, nella sua natura di volgare e vigliacco.

Può nascondersi dietro dei nickname e insultarti, quando parliamo direttamente di un cattivo in sé e per sé.

Twitter, per esempio, rispetto a facebook è una specie di arena dei frustrati. Io amo i social network per stare in contatto con chi non si riesce mai a vedere, come ho detto già in un altro post, twitter ha una funzione – per me – più di punto d’osservazione che di interazione (facebook è più divertente perché l’interazione mi pare meno narcisista, il fatto che uno si faccia seguire da persone senza reciprocità è un rapporto strano e, appunto, non riesce a non sapermi di maleducato, ma tant’è).

Twitter ha di comodo che segui le notizie, quel che fa una squadra che ti piace, personaggi che ti interessano o che ti fanno ridere.

Ma quel che ho notato, appunto da osservatrice, è che tendenzialmente molta gente segue qualcuno di celebre o semi-celebre per insultarlo e scaricargli addosso le proprie frustrazioni, da roba tipo scrittore di merda, se si tratta di uno scrittore, ma perché non ti impicchi fai schifo un po’ in generale; riservano ai politici una serie di improperi invece che approfittare del fatto che se non a lui a qualcuno del suo staff potrebbero effettivamente chiedere qualcosa che ti interessa, etc. Tutto questo molto spesso da parte di gente che non si qualifica, si nasconde dietro un nickname.

Il senso di giustizialismo che c’è dietro alcune manifestazioni della più banale maleducazione (non ti piace uno, non lo seguire! Vuoi dissentire con quel che dice? Ma perché insulti?) risulta penoso per chi osserva, e alla fine persino chi ha ragione in una faccenda ti appare come quello perdente.

Poi c’è chi, anche su  facebook, pensa che essere “in contatto”, significa che siete “amici”, e si comporta con te come si comporterebbe con un amico. Nel caso delle persone in questione: male.

Sono come quelli che entrano a casa tua, t’aprono il frigo, si prendono una birra, mettono i piedi sul tavolo. Io non riesco a farlo nemmeno a casa di mia sorella, un per favore e un potrei non hanno mai ammazzato nessuno.

Nino, uno dei miei migliori amici da me più volte citato – e anni fa ho anche vissuto da lui in un mio periodo di transizione – mi prende in giro perché non riesco a non chiedere “posso usare il bagno?” e sul serio parliamo di un fratello, per me. Non potrei mai infilarmi nel suo bagno senza chiederlo, è più forte di me.

Ecco, nel mondo virtuale c’è gente che si comporta come se ti entrasse in bagno e pisciasse con la porta aperta (ovviamente senza alzare la tavoletta). E tu di fatto NON LI CONOSCI NEMMENO.

Usano la tua bacheca come fosse il loro spazio pubblicitario per diffondere le cose più assurde (uno una volta sulla mia ha pubblicizzato un frigo) e se tu cancelli il post capita che ti scrivano parole di fuoco in privato.

A me è capitato di tutto, dall’attore che mi augura morte perché s’è messo in testa che sto preparando un film e che io snobbo le sue foto e le sue mail, a quello che se la prende con me perché ha messo “mi piace” su una mia foto, gli esce sulla sua bacheca, litiga con la sua donna e chiede A ME, che nemmeno li conosco,  come fare per non farla apparire e per poi bloccarmi incasinandomi l’account per mezza giornata, fino a quelli che – come sopra – pensano che l’avere un contatto in un social network significhi che possano insultare te, quelli che commentano le cose che scrivi, mettersi a litigare tra loro sotto un commento tuo, etc.

Per giorni sono stati tutti a parlare del dibattito tra Santoro e Berlusconi nel corso del programma del primo. Quello che a me colpisce, come al solito, di Berlusconi, è la sua volgarità. Come può non rendersi conto che – per dire – pulire la sedia su cui sedeva un altro essere umano che ha la colpa di non essere d’accordo con lui, è un gesto solo maleducato, volgare, brutto?

Questi che parlano tutti insieme nei dibattiti, non si rendono conto di sembrare scimmie che urlano per spartirsi un cesto di banane?

Alcuni pensano che certi formalismi appartengano a un mondo non autentico, non vero, invece è proprio dalla caduta di certi piccoli formalismi, che erano l’espressione in gesti di “ho rispetto di te”, ha dato via a un’epoca molto più barbarica il cui credo è fregarsene degli altri, dal momento in cui non raccogli la cacca del tuo cane fino a non accorgerti che tuo figlio fa il bullo con un compagno di classe e lo umilia perché lo ritiene gay ed ogni orrore cui assistiamo ogni giorno che ha alla base l’idea che il mondo sia il proprio parco giochi.

Parte tutto da lì, dal rispettare la buona educazione. Perché anche se forzato, anche se si trattasse di un condizionamento pavloviano falso e non sentito, almeno il risultato sarebbe l’osservanza degli eguali diritti che hanno tutte le persone, anche e soprattutto nel quotidiano.

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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