c'è pure questo · il mondo dalla mia stanza

la coerenza

Finisce sempre che decido di scrivere un post perché uno scambio di battute sui social network o davanti ad un caffé veloce al bar non (mi) basta a chiarire un’opinione. Essendo questo il diario di un’osservatrice, non posso esimermi a volte, foss’anche solo per fissare nel flusso del tempo ciò che ho “visto” in vita mia, dallo sviscerare qualcosa che mi colpisce.

Oggi ho fatto una battuta, quando ho sentito la notizia per cui hanno annullato le sentenze di assoluzione nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Ho detto: “Mo’ che famo, se Amanda non torna rapiamo l’Ambasciatore Usa?”

Su facebook una persona, che peraltro stimo, mi ha prima detto di non paragonare Amandina ai due marò, e quando ho chiarito che la battuta era solo spunto per una riflessione sul nostro provincialismo ha chiuso dicendo che la differenza sostanziale è che i due marò “sono della merde”.

Ovviamente mi è scappato il post.

Sulla faccenda dei marò ho un pensiero molto chiaro e preciso. Me lo sono fatto soprattutto leggendo in giro commenti e reazioni intorno a una questione che, per l’appunto, ha sempre giudicato quei due uomini come “due militari”, e a un certa categoria di persone il concetto di militare stesso fa schifo.

Per definire “una merda” qualcuno, devo averne davvero tanto materiale – che uomo sia, padre marito, amico, pensatore, che pensieri abbia espresso, quanto rispetta gli altri, quanto sia coerente con le sue idee pur non fossero le mie, etc – e comunque anche “una merda” per quanto mi possa dispiacere, ha gli stessi diritti di una persona meravigliosa. Non è che la carta dei diritti umani l’abbiano iniziata con il concetto “tutti gli uomini simpatici…”

Per mia fortuna sono stata tirata su, mi ripeto, da persone molto pragmatiche e più possibile morali, non moraliste (ricordiamo che morale è chi soprattutto dice no a se stesso, moralista chi lo dice solo agli altri, gente che insomma c’ha una trave di sei metri per due nell’occhio ma insiste nella caccia alla pagliuzza altrui).

C’è anche, in questo caso dico purtroppo, che la mia personale esistenza a volte mi fa sentire come il protagonista de “Le dodici domande” (da cui hanno tratto il film “The millionarie”) perché mi capita continuamente di rendermi conto di aver avuto esperienza personale quasi in tutto lo scibile delle difficoltà umane.

the-millionaire

Ma va bene, nella misura in cui grazie a questo oggi per me la parola “compassione” (non nel senso di pietà ma d’empatia) non è un termine alla moda, e su qualunque cosa rifletto dodici volte prima di buttare lì giudizi o valutazioni de panza.

Mio padre era una persona idealista, buona, morale. Lavorava in giro per il mondo, nei cantieri, e per sua scelta ha  per lo più scelto commissioni  in zone definite “a rischio”, sia perché ha sempre fatto di tutto per dare più benessere possibile alla famiglia, sia perché appunto per la sua idea del mondo, era felice di costruire strade e ponti dove servissero di più.

Insomma, quando ero adolescente un giorno mi racconta un fatto che lo ha veramente sconvolto. Era in un paese molto povero, e l’autista del camion che lavorava per la ditta in cui lavorava anche lui, ovviamente senza volerlo, investì un bambino di cinque anni in bicicletta. In quel paese vigeva la pena di morte, quindi ovviamente erano tutti preoccupati per l’autista ma rassegnati al fatto che avesse commesso un reato in quel Paese, in cui vigevano quelle leggi, e comunque certo, il bambino meritava giustizia.

Mio padre fu convocato in quanto capo cantiere e perché italiano (l’autista era italiano),  lui sentì subito la Farnesina per capire come comportarsi, era ovviamente molto confuso, moralmente, sul da farsi: lui, come ha insegnato a noi figli, è sempre stato contrarissimo alla pena di morte, trovava allucinante persino le condizioni del carcere in cui il suo collega avrebbe scontato ogni eventuale pena, ma trovava che non ci fosse molto da fare: le leggi di quel Paese erano quelle e il reato era stato commesso lì.

Arrivarono i genitori del bambino e lui, da padre, mi diceva, era devastato dal loro pianto e la loro rabbia verso l’autista. Ci fu una lunga discussione con la polizia locale, e infine questi dissero qualcosa che mio padre si fece ripetere più volte: ai genitori premeva che fosse loro ripagato il prezzo della bicicletta. bicicletta

Il prezzo della bicicletta.

Dunque mio padre, cosa che potrebbe apparire comica se non si tenesse conto della tragicità della situazione, pare che si sia improvvisamente inalberato insistendo sulla necessità di un processo giusto, che stabilisse una giusta condanna: c’era stato un omicidio! I genitori del bambino, anche un po’ stizziti, volevano questo cavolo di soldi, più una multa, più i soldi per il funerale, e chiusa lì.

Ovviamente mio padre era furibondo e si diceva, e mi diceva, che questo è il livello cui si è giunti in Paesi poveri sfruttati dal Nord del mondo, ma che aveva capito una cosa che voleva tenessi a mente per tutta la vita: se tu tieni un cane al guinzaglio, senza amore, con poco cibo e lo privi di una vita decente, hai commesso un’ingiustizia e sei colpevole della sua aggressività, ma allo stesso tempo non devi mai dimenticare, quando lo sciogli, che lui ormai è aggressivo, e ti morderà.

Da allora, pur non cambiando di una virgola il suo e nostro pensiero sugli eguali diritti di ogni essere umano, pur senza cambiare una virgola del nostro pensiero aperto, accogliente, comprensivo e del più profondo rispetto per chiunque da chi capiamo e condividiamo fino a – soprattutto – chi non capiamo e non condividiamo, abbiamo compreso che rispetto non significa diventare ipocriti o rinnegare i propri convincimenti, sia lui che noi figlie abbiamo tenuto a mente di cercare di non farci ingannare dal pregiudizio al contrario: non è che se uno sta peggio di me e soffre vuol dire che è buono, o che ha sempre ragione solo perché io mi sento in colpa come parte di una popolazione che ha dei torti verso la sua.

Devo tener conto che un rispetto non ipocrita delle diversità e delle culture significa anche non proiettare sulle intenzioni altrui la mia griglia interpretativa del mondo: se un cannibale mi chiede di entrare in una bella vasca d’acqua calda con un fuochino sotto, non è che l’ammazzo per le intenzioni, ma magari declino la generosa offerta.

Dunque, tutta questa vicenda dei marò, così come – è vero – quella intorno alla giovane ragazza americana, hanno mostrato di molti di noi alcuni aspetti veramente grotteschi.

Le persone sono persone, e anche quelle che ci stanno antipatiche, secondo la nostra cultura e, perfortunadiddio, per le nostre leggi e quelle leggi internazionali da noi condivise, hanno uguali diritti.

Niente mi toglie dalla testa, soprattutto leggendo certe affermazioni stucchevoli in giro, che chi ha preteso che l’Italia si calasse le braghe sulla questione indiana è soprattutto gente che non si è resa conto di stare dicendo certe cose “perché faceva chic” o perchè in Kerala ci va a farsi i trattamenti ayurvedici, e a questi è sembrato tanto Occidente cattivo ed opprimente  chiedere che si seguissero le regole internazionali,  in favore di due militari, (voglio vedere cosa avrebbero detto se fossero stati due turisti o due rappresentanti di Medici senza frontiere che a ragione o per paura, per un pasticcio qualunque tipo aver scambiato per ladro uno che entrava di soppiatto in una stanza, si fossero trovati nella stessa situazione), quindi aspettare che i due concittadini venissero affidati al tribunale giusto, ergo un tribunale internazionale, dato che persino il satellite ha dimostrato che il reato è avvenuto in acque internazionali.

Ma c’è di più. Non è solo il rifiuto della realtà che a essere in cattiva fede siano loro, il modo in cui l’Italia –  non il governo ma certi italiani – si sta comportando nel caso dei marò è disgustoso, radical chic, razzista: si “odiano” i marò solo perchè sono due militari. E quindi siccome non provano per loro compassione, riconoscimento alcuno o simpatia, ‘sti cavoli.

Non ci si rende conto dell’incoerenza ridicola per cui quegli stessi applaudono quando giustamente si appendono foto di gente che viene condannata sulla base di leggi che giustamente riteniamo barbare in paesi che – non ce lo diciamo apertamente ma è sillogismo –   riteniamo quindi barbari e pretendiamo che li rilascino, o comunque li affidino ad altri tribunali. Quando non, ergendoci a paladini della “civiltà”, pretendiamo che quelle orrende leggi e la loro crudele applicazione vengano eliminate.

Nessuno più di me dirà fino all’ultimo respiro che questo è giusto e non significa “offendere” un’altra cultura e la sua legalità: lapidare una donna che ha tradito il marito è da barbari, non ho paura di dirlo e la gente cui mi riferisco in questo post non ha paura di dirlo.

Ed eccoci.

Anni fa ho partecipato con moltissime altre persone ed associazioni alla raccolta di firme per la moratoria contro la pena di morte ed ero lì quando è venuta a Roma Suor Helen Prejean, di cui ho ascoltato di persona il discorso e ci ho scambiato qualche battuta.

La sensibilizzazione sull’argomento è molto complessa ma io personalmente non ho alcun dubbio. La democrazia di un paese si valuta, per me, da tre cose: la Sanità (se è gratuita o comunque garantita per tutti), come vengono trattate le donne, ma prima di tutto, se vi sia o no la pena di morte.

Non sono nessuno, non è un gesto eclatante, ma io da quando ho parlato con Suor Helen Prejean ho deciso che io, Anne-Riitta Ciccone non riconosco Stati o Paesi in cui viga la pena di morte. Per me sono semplicemente e banalmente incivili, e io non ci metto piede (ho anche rifiutato di mandare, figuriamoci accompagnare, un mio film in un Paese in cui vigesse, motivandolo con questa ragione, e sono così ossessionata da questa mia piccola rivolta quotidiana che adesso, prima di partire per qualunque Paese, controllo). Possono essere posti belli, affascinanti, pittoreschi, avere la più bella e antica cultura e li rispetto ma davvero, i tre elementi sopracitati per me sono imprescindibili e qualcosa, per dare il segnale, la dobbiamo fare pur se nel nostro piccolo. Io non ci vado a fare la turista, non ci porto denaro, non vado a fare: “Oooohhhh com’è tutto spirituale, qua”mentre dietro l’angolo lapidano una donna o impiccano la gente per un reato.

Un minimo di coerenza nella vita, la si può avere, un minimo.

Aki Kaurismäki, che criticava apertamente e ferocemente la politica di Bush, aneddoto molto noto, fu nominato agli Oscar proprio durante la sua presidenza. Lo chiamarono per chiedergli se avesse voluto partecipare alla serata (un regista sa che la tua presenza o meno spesso determina se prenderai o meno il premio, quindi non parliamo solo di mettersi seduti in sala, ndr). Lui aveva giurato che finchè ci sarebbe stato Bush non avrebbe messo piede in America.

Rispose a chi lo chiamava dalla Academy che purtroppo nella serata prevista per la premiazione giocava la sua squadra di hockey e quindi non avrebbe partecipato.

Questa per me è coerenza.

Allora, se questa gente che pur ho visto affermare con vigore la moratoria contro la pena di morte, che non significa solo dire “brutto, no, voglio che lo cancelli” ma prendere una posizione anche potenzialmente antipatica verso quei Paesi che ancora non si decidono ad eliminarla,  perchè pretende che l’Italia si spalmi a pelle di leopardo consegnando due persone al tribunale di un Paese in cui vige la pena di morte e si applicano leggi che francamente, non dovremmo ritenere così condivisibili?

Ma, cosa per me ancora più grave, in tutto questo ci facciamo piacere: “Hanno promesso che tanto la pena di morte non gliela infliggono?” che vor dì? Ma che adesso una cosa del genere si patteggia al loro buon cuore?

E se ci può essere ancora un peggio, molte persone  parlano di questa faccenda come se non ci fossero due persone morte forse per un errore, forse per cialtroneria – questo lo deve decidere il tribunale pertinente – e non ci fossero altre due persone che di mestiere fanno i militari e che dovrebbero a questo punto essere giudicati dal tribunale pertinente in base alle leggi pertinenti per il reato commesso, abbandonate dall’Europa, da una struttura che vuole la battaglia contro i pirati e mi pare che nessuno di noi potrebbe essere d’accordo che li si lasci lavorare indisturbati (i pirati).  Non si riflette su quale lavoro stessero facendo in quei mari, chiesto da chi, che utilità abbia. Non ci si chiede neanche perché il tribunale del Kerala abbia affondato il peschereccio, fatto sparire le prove, scritto tutti i documenti in una lingua che si parla solo in Kerala e che ci vorranno mesi se non anni per tradurre, e perché. Non ci si chiede se sia morale fare tanto i duri per poi mandare a casa due detenuti in cambio di una milionata di euro. No: Oh mio dio si sono offesi! Siamo stati incivili!

Ci definiamo incivili senza renderci conto di quanto la situazione sia più semplice di così:  tra l’arrivo dei due marò in Italia per votare e la loro prevista partenza è successo un fatto nuovo: secondo le leggi internazionali da noi (in teoria) condivise viene stabilito che quel Paese non ha più la giurisdizione, dunque a voler essere un po’ più lucidi il  Ministro Terzi in fondo stava semplicemente attenendosi alla legge, aspettando una decisione sul giusto tribunale che giudicasse i due militari in base a leggi internazionali, non quelle indiane. Secondo le leggi internazionali il reato viene giudicato sulla base della legge vigente nel territorio in cui il reato è stato commesso, non quelle del Paese in cui vieni arrestato.

Quindi, lungi da avere interessi, simpatie o parentele con il Ministro Terzi, ma  chi è stato incivile e dovrebbe vergognarsi, qua?

Chi non accetta e pensa di scavalcare la Giustizia, perché su quel processo ci contava.

Civile, secondo me, da parte del Kerala e dell’India in genere sarebbe stato prendere atto del cambio di giurisdizione e quindi che la situazione era cambiata, e dirsi a disposizione del tribunale internazionale, stop.

Tutto quel battere i piedi, reagire scompostamente, rapire un poveraccio di Ambasciatore, lo definiamo giusto?

Se avessero arrestato una donna italiana che fosse stata colta in una camera d’albergo con uno che non fosse stato suo marito e l’avessero processata e condannata alla lapidazione, avremmo detto: “Ok, mi pare giusto, peggio per lei che ha commesso adulterio in un Paese in cui non si fa.” magari aggiungendo: “E poi, era un po’ zoccola, dai”.

Noi viviamo in una società che si pregia di difendere le idee altrui anche quando non le condividiamo, fino alla morte. Mettere sulla scacchiera di una goffa partita due persone perché tanto, dai, “sono delle merde”, o perché tanto sono militari, è peggio di uno che pensa che la vita di un bambino valga il prezzo di una bicicletta, è davvero orribile e ripeto: ipocrita d’una ipocrisia pericolosa.

Perché, a questo proposito, in alcuni contesti in cui si è parlato del pasticcio dei due marò, c’è chi, in risposta a queste mie argomentazioni m’ha detto: “Ma dai, lo sappiamo che non gli succede niente, si accorderanno per una megamulta, pagheremo, e finirà lì, magari vengono a scontare qualche anno in Italia”.

Perché la vita di quei due pescatori e quella di queste due persone in divisa, si può mettere a posto con una bella valigetta colma di banconote, l’importante è non fare la figuraccia di non aver mantenuto una promessa, che tutti sappiamo che non aveva più senso, ma dai, si erano offesi, che cosa sconcia.

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perché giacca e cravatta ci rendono umani (ovvero di quei signori che si alzavano il cappello per salutare)

Ho quivi già scritto a proposito della Buona Educazione, ma ripensavo al concetto in questi giorni, a proposito del fatto che siamo un Paese talmente noioso che sono stati tutti lì voyericissimi a guardare (e parlare) del fatto che i neo senatori grillini forse si sarebbero presentati in Parlamento senza giacca e cravatta, cosa che – tra il passaggio della cometa con una coda insolitamente lunga, l’elezione del Papa e i ghiacciai perenni che si sciolgono – stava nel novero delle ragioni per cui dormo male.

Mi è venuta in mente una cosa detta da Adorno a proposito dell’estraniazione che si manifesta negli uomini come caduta delle distanze, troppa confidenza ma nessun rapporto.

“La caduta dei formalismi è una delle più evidenti manifestazioni della morte della cultura”, mi appuntavo su un quaderno a vent’anni. E aggiungevo “non è una buona ragione per promuovere questo fallimento”.

Così ho ragionato su questa caratteristica bizzarra che mi ha sempre contraddistinto, non sono certo una conservatrice, passato e presente li ho sempre considerati un trampolino di lancio verso il futuro, non sono granché nostalgica e – chi mi conosce o legge sa – sono piuttosto fissata con il mondo di domani, le nuove generazioni, il progresso, MA ho sempre patito la caduta dei formalismi del mio Tempo presente.

Quando ero adolescente, per affermare la mia personalità (come tutti gli adolescenti, ergo fino a vent’anni massimo è normale, dopo è patetico) cercavo “le mie strade” e soprattutto il mio anticonformismo. Ti vesti strano, punk, dark, metti le scarpe al contrario, senti la musica che possibilmente irriti tua madre, cerchi uno slang con termini tipo ciao strapunzangolo, per sentirti dunque anti-conformista, perché pensi che il formalismo, ergo l’aderire a certe regole sociali, ergo esser conforme sia da allineati, ergo da sfigati. Il contrario fa di te un ribelle, uno speciale, uno che

Cambierà il mondo. (vedi post precedente).

A un certo punto, a quasi vent’anni appunto, mentre me ne stavo con i miei capelli rosso sangue come le mie amiche, con il chiodo come i miei amici, con il trucco come Nina Hagen, sentendo la musica che ascoltano i punk etc e a un certo punto mi sono resa conto che frequentavo persone con cui ci si vestiva uguali, si diceva le stesse cose, si faceva le stesse cose.

Ero conforme.

Per essere veramente non-conformi si dovrebbe fare una cosa che tu e solo tu fai, indossare qualcosa che tu e solo tu indossi, e nessuno mai nel globo terraqueo e mai da almeno 200.000 anni ha indossato, dovrebbero comporre una musica solo per te, la ascolti tu e solo tu, al massimo un altro, perché se si considera che due persone no ma da tre persone in poi diventa associazione a delinquere, significa forse che si considera che da tre persone in poi sia già un “gruppo”.

Comprovata l’evidenza che il tentativo d’essere anticonformisti è solo un momento – giustissimo – dell’adolescenza in cui si sente il bisogno di pulirsi il culetto da soli e mostrare d’essere individuo, la buona educazione così come la forma sono dunque nient’altro che rituali, quelli che ci hanno distinto da altre forme umanoidi che non a caso si-sono-estinte duecentomila anni fa, rituali che abbiamo sentito il bisogno di compiere circa 60.000 anni fa, facendo di noi un genere vivente che ha memoria e crea cultura. pittura_rupestreE’ una dato infatti talmente intrinseco e imprescindibile nella natura umana che quando decidiamo di voler affermare il nostro io schifando i rituali che troviamo arrivando nel mondo, li sostituiamo velocissimamente con altri rituali.

Certe forme di educazione e certi formalismi che ci si inventa nel vivere collettivo sono rituali che non hanno in sé niente di così grave, fondamentalmente hanno alla base  il rispetto verso gli altri.

Nelle regole non scritte del genere umano, quelle del vivere quotidiano – non parliamo di politica, signori della guerra o mine antiuomo, non parliamo di sopravvivenza ma di qualità della vita che ci è data – i formalismi sono quella cosa che ti ricorda di essere una creatura umana civilizzata, ergo uno che vorrebbe davvero che non trionfassero  la violenza e l’iniquità, che si rende conto che la propria libertà finisce dove inizia quella dell’altro, che si rende conto che siamo sette miliardi di persone con eguali diritti. Come in ogni forma di regolarizzazione della nostra vita collettiva, i formalismi e la buona educazione nascono per lo più dal buon senso, ma anche da un sotteso divertimento nel dare a un certo posto o a un certo evento un significato speciale. E sennò sarebbe tutto uguale, come vivere sugli alberi riconoscendo al massimo il giorno dalla notte e le quattro stagioni, star lì mossi solo dalla paura o dai bisogni primari e mangiare banane.

Non è esagerato dire che i rituali della buona educazione sono la base e/o la prova evidente della nostra umanità e del nostro umanesimo: come mi è stato raccontato di un tremendo campo di concentramento in cui è stato qualcuno che ho conosciuto, un “grazie” o il far sedere uno più anziano ti ricordano che non sei una bestia.

Quando vedo le immagini dei filmati inizio ‘900 in cui ci sono quei signori che si alzano il cappello per salutarsi, o comprendo dai quadri impressionisti certe regole di galateo nel ballare con una signora, quando ricordo i racconti dei miei nonni per cui andare a una prima a teatro non vestiti di tutto punto era impensabile, provo un po’ di sana invidia.

Perché dovrebbe significare qualcosa di ribelle, anticonformista, segno del cambiamento rifiutare che si debba mettere giacca e cravatta in certi contesti, non ho capito poi perché per entrare al Casinò sì, è divertente affittarsi la cravatta al guardaroba, e invece per entrare al Parlamento no, Al Parlamento è una regola violando la quale faccio vedere che io sì, sono un uomo del futuro. Che sciocchezza è?

Si tratta solo del valore che si decide di dare a un luogo, come il non andare in Chiesa in short e canotta, l’obbligo dello smoking e  del lungo per le donne sul carpet di Cannes, non sono cose che abbiano alcun significato esoterico, sono semplicemente appunto dei piccoli rituali. Decidere di dare un certo valore ad un posto o a un certo evento fa sì che non ci si perda in un’esistenza barbarica, in cui si magna, si beve, si rutta e si sopravvive.

C’è una mentalità completamente sballata, forse derivante dal calderone confuso che ci proviene dai rivoluzionari anni ’70 di cui la maggioranza delle persone ha colto e coglie solo la forma e non la sostanza, per cui essere sgarbati e mancare di rispetto significhi “aver personalità” “essere diversi” (ma poi diversi da chi?).

Ho sempre osservato con sincero stupore quelli che piombano davanti a uno che hanno appena conosciuto e pensano di essere simpatici o d’avere ‘sta gran personalità perché ti dicono cose tipo: “Aoh ma che te sei messo?”, fanno una battuta pesante, o ti aprono il frigo di casa la prima volta che ci entrano, non salutano, interrompono quando parla qualcuno o si grattano il culo mentre parlano loro. Mi intristiscono perché mi sembrano quei bambini che si mettono sulla testa solo per farsi notare mentre gli adulti parlano.

Se cadono tutte le distanze e tutto diventa uguale, ogni luogo è uguale, ogni contesto è la cucina di casa tua,  se una falsa idea di “confidenza” abbatte ogni rispetto e cancella il tempo per conoscersi e capirsi, non è che poi possiamo lamentarci se ci si sente tutti sempre più soli e tutto appare sempre più privo di senso.

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LA BANCA DELLA PAZIENZA (ovvero vademecum per difendersi da un terribile nemico)

Considerando che siamo sette miliardi di persone e che, facendo i debiti calcoli dei sei gradi di separazione, per necessità o per scelta anche la più misantropa delle creature umane si ritrova ad avere a che fare con almeno un centinaio di consimili in un anno, e considerando che con la diffusione del mondo virale e i social network questo numero aumenta in modo esponenziale, un essere umano di natura paziente e tendente all’ascolto, a un certo punto della sua vita un minimo di selezione la dovrà pur fare.

Dico, per sopravvivere.

Ci crescono con l’idea che si debba aver pazienza e sopportare chiunque.

In passato ho già parlato, infatti,  delle ragioni per cui non mi piace il termine “tolleranza”: non è che io una persona diversa da me per genere, ceto sociale, razza o religione la “tollero” o loro “tollerino” me, tollerare è un termine che viene troppo spesso usato come sinonimo di sopportare. Ci mancherebbe pure che io sopportassi chi, va da sé, ha i miei stessi diritti e doveri nello stare al mondo.

Sopportare è un’altra cosa, riguarda il quotidiano.

Sopporti uno che ti sta serenamente, decisamente, ufficialmente sulle palle. Sopporti uno che dice delle cose idiote, qualunquiste su cui il punto non è che siano cose vere o false.

Il termine è un altro e andrò presto a chiarirlo.

Quando vai a scuola e racconti ai tuoi genitori di quel dato compagno che vorresti prendere a sediate, i tuoi ti insegnano che devi essere superiore e sopportare.

Poi cresci e prosegui a distribuire impunemente pazienza.

Finché un bel giorno hai una grande illuminazione: ti rendi conto che di fatto dobbiamo sopportare quelli che dobbiamo sopportare.

Non è vero che dobbiamo per forza condividere la nostra vita con qualcuno che ci sta sulle palle, se non è necessario.

Ci sono legami cui sei costretto, anche dolcemente costretto, nella vita. Parenti, colleghi di lavoro che condividono la tua stanza, i tuoi condomini.

Siccome non è elegante e non porta in alcun altro posto fuor che la galera il far fuori un vicino petulante o una collega dispettosa, ti metti in modalità di sopportazione e cerchi di vivere la tua vita e sorridere educatamente con un sorriso tirato e orizzontale davanti alla persona della catena di relazioni in modalità sopportazione cui sei costretto in vita tua, nonostante dentro di te ci sia un omino che urla: “Nnooooooo, non posso credere a quel  che hai detto, noooooooo!!!”.

Negli anni impari le faccette e gli intercalare utili quando sei in modalità sopportazione.

“Ah, ma dai!” “Ah-ha” “Certo”.

Per abitudine e quella tua buona educazione da condizionamento pavloviano, però, vai in modalità sopportazione quando sei davanti a qualcuno che non conosci e magari non vedrai mai più, ma te lo trovi davanti a te sul treno, ci incappi in un molesto commento su facebook, e lo tratti come quelli della modalità sopportazione della tua vita. Ricordiamo: gente con cui sei costretto ad avere a che fare, non sparirà, non si allontanerà dalla tua esistenza come lacrime nella pioggia, no. Fa (purtroppo) parte della tua vita ma non vi piacete, o anche solo non piace a te, non avete niente in comune, siete in disaccordo su qualunque cosa e che consideri quindi senza speranza e con cui, in teoria, è estremamente saggio non provare nemmeno lontanamente a interloquire davvero, tipo aprire una discussione, dare spago, dire “non sono d’accordo”.  Ma perché metterti a discutere in ascensore con il vicino che si esalta parlando di Berlusconi e ne decanta la mascolinità nel commentare il processo Ruby? Negli anni hai imparato che questo significherebbe solo rappresaglie contro il tuo cane che verrà accusato di pisciare sui pianerottoli di tutti i piani (anche se tu abiti al pianterreno). Insomma invecchiando capisci che il proverbio di nonna “chi nasce tondo non  muore quadro” un suo fondamento ce l’ha.

MA, per l’appunto, mi sono resa conto ultimamente che quello che incontri casualmente nella vita NON corrisponde a uno con cui sei COSTRETTO ad avere a che fare.

Sono onde anomale di pazienza sprecata.

Come dicevo nell’ incipit, uno un po’ di selezione la si deve pur fare, bisogna pur prendere delle decisioni. Selezione

E siccome non categorizzo per mia stessa indole, penso che esistano le singole persone, so che  ci  sono singole persone con cui non è proprio necessario che io abbia a che fare,  ed essendo che le categorizzazioni dell’umanità in base a razza, genere, ceto sociale, religione, gusti sessuali sono una evidente minchiata, ne ho creata una universale e nello stesso tempo soggettivissima, trasversale, agile e facile da usare,  scevra da effetti collaterali tipo senso di colpa:

EVITO CHI DICE CAZZATE

E’ quella la parola chiave, non cose giuste o sbagliate, ma quelle che io trovo delle cazzate.

[ “Cazzate” (Cat-sate) : concetti nel migliore dei casi qualunquisti, quando non cattivi, razzisti, ego-riferiti, infarciti di frasi fatte o aneddoti leggendari piegati a proprio uso e consumo, spesso paragoni impropri. Anche: espressione di credenze non personali ma per adesione alla prima frase ad effetto del primo incantatore che passa.  Vedi anche “Cazzaro” (Cats-saro): colui che dice cazzate, essere con mancanza di senso critico, convinto d’essere depositario della Verità. Dal dizionario Ciccone – Ciccone) ]

Il mio primo film, “Le Sciamane”, parlava di una che soffriva di una rara malattia per cui crollava addormentata quando il tasso di cazzate detto davanti a lei fosse troppo elevato.

Dieci anni dopo mi sono evoluta: Cazzaro, io non mi ti addormento davanti, per rifiuto della tua ottusità o cattiveria.

NO.

Io ti lascio lì a parlare da solo, oppure in caso virtuale, ti cancello, ti blocco, o quel che è.

Tutti, tutti noi esseri umani condizionati da bambini ad uno smodato e mal distribuito uso della pazienza e dell’understatement possiamo finalmente essere LIBERI.

Ho cominciato a sperimentarlo sul bus. (Ve lo consiglio, l’autobus o il treno sono un ottimo campo di allenamento). Vi si annidano molti cazzari. E, ripetiamo a costo di essere pedanti:  codesti soggetti vanno e-vi-ta-ti se la vita non ti costringe ad avere a che fare con loro, se non c’è un qualche scopo, se lavoro, condominio o parentele non vi legano a lui. Parliamo di chili e chili di pazienza sprecata, non dimenticatelo.

Dunque, esempio tipo: non ti conosco, non so chi sei, non condividerò con te più di questo viaggio in bus. Tu mi attacchi una mina sugli studenti che rumoreggiano poco distanti (come tutti gli studenti del mondo libero: flirtando, scherzando, facendo il verso ai professori).

E tu, purtroppo, lo fai.

Tu mi dici                                  che i giovani sono tutti maleducati.

CAZZATA.

Io mi allontano. Ti lascio lì a parlare da solo. Tu dirai che sono maleducata, detto da te la cosa mi fa piacere perché mi fai sentire una quindicenne.

Amici. La vita è difficile e non siamo costretti a subire con pazienza le cazzate di chi non abbiamo scelto – o gli dèi non ci hanno scelto – come parte integrante della nostra vita. Ma come regolarci, in generale, che linee guida adottare per non perdere anche solo il tempo di capire che siamo di fronte a una sanguisuga di pazienza?

Personalmente, e vi suggerisco di iniziare anche voi a stilarne una tutta vostra, ho cominciato a segnarmi una personale guida di concetti-allarme per cui metto in moto la macchina sto-per-lasciarti-qua-che-parli-da-solo:

– Quello suddetto dell’anziano o quasi anziano che dice che i giovani non sono più quelli di una volta.

– Di contro quelli giovani o retorici della gioventù che dicono che qualunque cosa non vada nel mondo basta prendere un manipolo di ventenni e via, sarà tutto cambiamento.

– Quelli che usano la parola “cambiamento” a ogni piè sospinto. Scrivevo ieri su facebook che trovo  “cambiamento” una parola pessimista e disfattitista. Ottimismo si traduce in “evoluzione” cioè, sono soddisfatto di quel che c’è, di quello che ho nel presente e mi arriva dal passato e si svilupperà sicuramente bene o anche: le cose sono degenerate in una direzione che non mi piace quindi senza voler fare il distruttivo o picconare, rottamare, fare a pezzi la camera di un albergo, penso piuttosto a come trasformare quel che c’è e contribuire a reindirizzare il mondo in una direzione più giusta. Trasformare è una parola costruttiva, Cambiare è una parola distruttiva e disfattista.

Da cui deriva quindi:

–  I disfattitisti.

– Gli apocalittici timidi. Se proprio dobbiamo parlare di Apocalisse si vada di Giudizio Universale, acque che si spalancano, vulcani che esplodono, la Terra che si liquefa sotto i raggi del sole diventato un milione di volte più bruciante. Che è ‘sta apocalisse d’accatto di inceneritori che mancano e piccoli buchini nell’ozono? A “Dove andremo a finire” preferisco un bel coraggioso: “La fine del mondo è vicina!!” meglio se accompagnato da campanaccio rumoroso.

– Quelli che fanno male una cosa e citano Pasolini che ha iniziato a fare cinema senza averne idea. Allora, ragazzi. Intanto quello era tipo un genio, quindi stiamo calmi a fare paragoni, ma anche lì si cavalca la leggenda. Non è che “non avesse idea”, era – come tutte le persone di valore – una persona umile e ha detto di essere digiuno di tecnica, cosa che, detto da chi ci ha lavorato, pare non fosse comunque del tutto vero, non è piombato sul set osservando la macchina da presa e dicendo “oOOOHhhh cos’è?? Come si chiama? Macchina da presa, ma pensa. E poi dove si vedono quegli omini che si riflettono qua dentro? OOOoohhHH cos’è, un lenzuolo questo? Uno schermo? cos’è????”

– Quelli che non riescono a fare una cosa e dicono che anche Einstein ha preso tre in matematica, una volta.

– Quelli che anche se hai una ferita piena di pus e una setticemia in corso dicono che è tutto mentale, psicosomatico, colpa dello “stress”.

– Quelli che usano la parola “mistico” più di due volte in mezzora.

– Quelli che parlando di politica usano le espressioni “noi”/ “loro” con toni ed espressioni da Apocalypse Now.  Per me in politica esistono avversari, non stai giocando a Risiko e non avrai a disposizione l’arma fine di mondo (per fortuna…).

– Quelli che, soprattutto in rete, ti parlano come se si fosse amici da ottantadue anni quando essere amici è un processo lungo, fatto di anni di reciproca conoscenza, accettazione dei difetti, fiducia e affidamento.

-Quelli che ti danno del tu quando tu dai del lei.

Questa scrematura di tematiche mi aiuta a non farmi invischiare con persone con cui so, di per certo, che non mi interessa  condividere il mio tempo o sprecare pazienza, che non è che ce ne distribuiscano una quantità infinita, prima di mandarci quaggiù.

Pensate a tutta ‘sta pazienza sprecata.

E se poi proprio in fin di vita te ne servirebbe un po’, l’hai finita e ti ritrovi a tirare la padella in faccia a un’infermiera che non t’ha fatto nulla?

Sei su un aereo dirottato e, zac, hai finito la pazienza cinque minuti prima per fare “Ah-ha” “Certo” con un signore in fila al check-in  e così salti addosso al dirottatore urlando “M’hai rotto le palleeeeeeeeee!”.

Non è molto diplomatico.

Ecco perché ho deciso, soprattutto dopo le assurdità cui ho assistito e che ho sentito (e sto sentendo…) in occasione di questo ultimo show elettorale, che io metto in banca la mia pazienza. Basta, è ora di cominciare a risparmiarne.

Ergo se uno, con cui non sono costretta per un qualunque scopo del mondo ad avere a che fare, rientra nel vademecum “allarme-cazzata”, via, si va via.