BREAKING NEWS: NON SONO LE DONNE CHE PARLANO DI PIU’

L’altra sera durante una cena con tanta gente a tavola una persona ha raccontato di una recente ricerca (non ricordo se si trattasse dei soliti studiosi americani, tedeschi o giapponesi) che dimostrerebbe da un punto di vista scientifico, in seguito ad anni di osservazione e raccolta dati, che non è vero che

le donne parlano di più

le donne interrompono più spesso.

Ci sono una serie di leggende e opinioni popolari, come tutti sappiamo, in merito alla maggiore logorrea femminile e, appunto, alla nostra tendenza ad “interrompere”. Ma pare che ad incrociare anni e anni di dati, i suddetti studiosi abbiano stabilito che non è vero, non c’è alcuna differenza di genere nella tendenza al prendere la parola e non restituirla mai più, ad interrompere a gamba tesa quando parla un altro.

Così mi sono ricordata della mia (buona) educazione e nello specifico di come venissi psicologicamente brutalizzata da piccola proprio su questa faccenda: non si interrompe la gente che sta parlando.

Chi mi conosce sa che di poche cose sono fiera come dell’educazione che mi è stata data, cioè che fino a un certo punto della mia vita non mi ero resa conto di quanto non sia scontata una buona educazione e pensavo che le abitudini di mia sorella e mia fossero la normalità.

Guardandomi intorno mi sono quindi invece resa conto di quale bene prezioso sia stato questo dono.

Restringendo il campo, l’altra sera mi sono messa quindi a riflettere sull’arte della conversazione.

Parlare con un’altra persona e/o partecipare ad una situazione in cui ci sono più persone secondo me è rivelatrice non solo dell’educazione di un individuo ma soprattutto della sua natura.

A me è capitato spesso di sentirmi dire “è così bello parlare con te”, quando a conti fatti si tratta di persone con cui non dico più di dodici parole in tutta la conversazione, perché il punto è che la maggior parte di noi trova miracoloso incontrare qualcuno che ascolta davvero.

Fateci caso: parlate con qualcuno e vi accorgete che quando ha finito di dire la sua e state parlando voi l’interlocutore di distrae, ha l’occhio perso, se poi addirittura non si mette a guardare il cellulare, rispondere a una mail, leggere un messaggio.

In quei momenti sento rimbombare nelle orecchie la voce di uno dei miei genitori o nonni che strilla: “Che maleducazione! Ma non vede che l’altro sta parlando?”.

Se assisto ad una cosa del genere di solito intervengo incrociando lo sguardo del poveretto/a che parla da solo/a sentendosi via via più imbarazzato per la distrazione dell’interlocutore e mi propongo con un silenzioso “ti sto ascoltando io, non ti preoccupare”. Quando mi capita di essere io l’interlocutore abbandonato di solito interrompo il discorso a metà o mi lancio in un discorso alla Amelie con il padre distratto (vi ricordate, no? No? Non stavate ascoltando)


amelie_padre_2

Tanto l’altro non si accorge di niente, al più,  smarrito dal silenzio, alza gli occhi e dice: “E insomma ti stavo dicendo” e lascio che riprenda la sua attività preferita, l’ascolto della propria voce.

Osservando quindi la gente quando conversa, ho fatto un mio personale Studio, che nulla ha da invidiare agli studiosi americani, tedeschi e giapponesi, che chiameremo:

Dimmi come conversi, ti dirò chi sei.

Tipo, state ad una tavolata, c’è quello che se deve raccontare una cosa ci mette ottantadue minuti, si bea del suono della propria voce, parla lentissimo, infila particolari che non sono che digressioni, e tutti ascoltano, pazienti.

Trattasi di

monologante/narratore

il quale si caratterizza per l’incapacità di cogliere le reazioni degli astanti, perché li considera il suo pubblico e quello ormai lì sta e deve seguire.

Non coglie lo sguardo paziente, la fatica malcelata, la sacra forma di rispetto con cui si segue il monologo del parlante. Non si domanda mai nemmeno per un secondo se non sarebbe più educata l’arte della sintesi. La circostanza più critica si verifica quando ad una cena, una tavola rotonda etc, si ritrovano PIU’ monologanti /narratori: lì il nervosismo diventa palpabile, le loro voci assumono toni irritati, si interrompono di continuo tra loro, una specie di Cambogia verbale in cui volano parole senza senso, voci concitate, colpi senza pietà di “stavo dicendo una cosa/scusa se mi fai finire”. E gli altri, gli educati, non possono che seguire questi scontri all’ultima sillaba seguendo le parole volanti come la pallina di una partita di tennis.

Comunque si riconosce un monologante/narratore DOC dal fatto che non appena prende parola qualcun altro questi si astrae, oppure interrompe di continuo anche solo per una sciocchezza o appunto volge la sua attenzione al cellulare e persino a un televisore acceso nell’altra stanza. Spesso il monologante/narratore è quindi anche interrompitore, ma non è detto.

Esiste infatti

l’interrompitore puro.

Quello che interrompe di continuo magari anche solo per dire una frase sola, giusto per il gusto di disturbarti, di immettere la sua voce, infiorettare continuamente il discorso altrui con le sue opinioni.

C’è poi

l’interrompitore professionista

che ha il solo scopo di NON farti dire niente. Potrebbe anche cantare “Viva la pappa col pomodoro” pur di non fare esprimere l’altro, vissuto come un avversario o un nemico solo perché è di idea opposta alla sua.

L’interrompitore professionista è quello, tristemente noto soprattutto in politica, per cui l’opinione altrui non è che una parentesi marron-cacca tra quando parla lui e quando parla lui.

Conosciamo bene, nella nostra politica, sia in Parlamento che nei talk show, il proliferare di interrompitori professionisti: la parola dialogo per loro riferisce al più alle battute scritte sul copione di una fiction, la conversazione ha come unico scopo non fare dire nulla all’altro perché sembri che comunque hai sempre ragione tu.

Da questa osservazione si evince in modo abbastanza automatico quale sia il minimo comune denominatore di personaggi come il monologante/narratore e gli interrompitori di ogni genere.

Uno straripante ego. Un  Egone gigante.

 

 

L’Egone gigante è una cosa che, dicono gli studiosi e qui mi trovo d’accordo, nasce molto banalmente dall’educazione che hai ricevuto. Ecco quindi che torniamo alle premesse di questo Studio.

Se mamma e papà ti hanno fatto credere di essere il principe della Terra o la principessa sul pisello, oppure sei stato tanto seguito e sei cresciuto con una Tata il cui compito nella tua educazione era quello di farti capire come si scelgono le posate e NON che tu sei un puntino fra sette miliardi, che hai sì tutti i diritti di farti rispettare in ogni situazione e di seguire le tue ambizioni ma MAI dimenticando il rispetto degli altri, l’attenzione per gli altri, l’importanza che ogni essere ha assolutamente parimenti alla tua, che insomma anche se alla fine per incidente tu fossi o diventassi davvero “qualcuno” alla fine dei conti non sei un cazzo come non lo è nessuno dei mortali sette miliardi di abitanti umani della Terra, se non ti è fatto chiaro questo allora penserai sempre che tu hai ragione, che tu la sai meglio degli altri, che dalla tua bocca cola oro liquido, che le cose che tu hai da dire sono talmente più interessanti di quel che dica chiunque altro da non avere alcuna attenzione né rispetto per nessuno.

Così dalla conversazione, dagli incontri pubblici in cui, per dire, ci si segna per parlare e ti chiedono di tenere il microfono per non più di cinque minuti, da una chiacchierata davanti a un caffé, possiamo trarre un inarrivabile strumento di misurazione del peso dell’Egone altrui.

Altri segnali che ci possono aiutare nel nostro test Voight-Kampf del portatore di Egone.

Tu parli, dici una cosa qualunque. L’Egone inizia sempre la sua con:

  • No. … bla bla-

L’Egone quasi non ha ascoltato quel che hai detto, coglie qualche parola ma giusto per contraddirti. Inizia ogni sua risposta con “No.” Persino quando deve poi darti ragione, lui non resiste, il suo inconscio sputa un “No”, una negazione, una contraddizione.

Stai parlando in un consesso pubblico e avresti cinque minuti per parlare? Ti danno un compito che deve durare un tot di minuti? Egone si fonde con il microfono e devono portarlo via di peso, gli hanno chiesto una cosa della durata di due minuti, la fa di venti. Tanto, a farla di due ci stanno quegli altri poveracci che respirano l’ossigeno del suo pianeta.

Per Egone non esistono opinioni, esiste il giusto e lo sbagliato, la ragione e il torto.

Egone è il depositario del giusto e lui ha sempre ragione. Il parametro è questo.

Se tu dici “A me piace di più il the con il limone piuttosto che con il latte”, egli non dirà “Ah, vedi, a me piace con il latte”. NO. Lui dirà: “Blaaaaaahh come fai a berlo con il limone, non si beve con il limone, non si fa così”. Egone interviene in ogni conversazione e in ogni scelta personale riportando l’equilibrio cosmico: lui ha ragione, chi non la pensa come lui ha torto.

Tu la cosa la stai facendo sbagliata e lui te lo deve dire.

  • Quest’estate pensiamo di andare al mare perché…

  • Al MARE? Sei pazza, non dovete andare al mare. IO vado sempre in montagna, dovete andare in montagna! C’è questa montagna dove vado…

    sei ore di narrazione, tu educato aspetti. Poi, quando finisce, più o meno al tramonto:

  • …in realtà dicevo che volevamo andare al mare perché il bambino ha l’asma e il dottore ha detto che..

  • … l’asma? Ma allora in montagna a inerpicarvi! Il vostro dottore non capisce un cazzo, ho io un dottore bravissimo che dice che l’asma…

    dodici ore di narrazione con aneddoti sul dottore, spiegazioni su teorie sull’asma, si torna alla montagna come luogo giusto in cui andare.

Lo Studio che citavano l’altra sera non mi ha scatenato alcuna sorpresa: dalle mie personali statistiche non c’è alcuna differenza di genere, la persona più noiosamente logorroica che mi sia capitato di incontrare in vita mia è un uomo, interrompitori e monologanti ne ho incontrati in eguale misura tra femmine e maschi.

La leggenda metropolitana della tendenza femminile a parlare di più o interrompere più spesso è spiegata da un altro Studio che mi è capitato di leggere su La Repubblica qualche mese fa: la voce delle donne risulta molto fastidiosa per il cervello maschile, quindi ogni parola che noi diciamo tendono ad ascoltarla meno di base, ogni parola che diciamo per molti uomini è già troppo.

Ma la capacità o meno dell’ascolto, secondo me, al di là della nostra anatomia, si incrocia con una banalissima buona educazione. Se ci educano al dialogo, ascoltare è quasi sempre più interessante che parlare e non ci si sognerebbe mai di interrompere qualcuno che parla. Uomo o donna che sia.

Certo, gli educati hanno vita difficile. Non a caso per esprimermi, di solito scrivo.

amelie_e_il_padre

 

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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