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LA NOSTRA RIVOLUZIONE (è la crisi signora, ci rende tutti nervosi)

Un paio di giorni fa hanno proiettato alla Casa del Cinema di Roma un documentario girato da Lorenzo, mio marito, di cui sono pazza (di entrambi, del marito e del documentario). Si chiama “Terra da Fraternidade” l’ha realizzato tra Spagna e Portogallo, prodotto dalla televisione portoghese, coprodotto dall’Italia ma di fatto riguardante l’attuale situazione portoghese, la rivoluzione poi purtroppo sgonfiatasi nel giro di un annetto che ci aveva fatto ben sperare nel 2011/2012. La gente cantava Grândola, Vila Morena, una canzone rivoluzionaria del loro 25 aprile, quello del 1974,  interrompendo una seduta in Parlamento nel 2011;  quella canzone l’hanno cantata un po’ in tutta Europa come simbolo di un popolo che non ce la fa più a veder condizionata la sua vita dalle Banche e da un sistema economico che non ha pietà della gente.

Ci sono un paio di momenti del documentario che sono estremamente toccanti, un professore che ha fatto la rivoluzione del 1974 che si commuove ripensando al loro 25 aprile, un giovane a cui le banche stanno togliendo la casa, dopo che pochi anni fa a fronte di pochissime garanzie gli hanno accollato sulle spalle due prestiti spaventosi. Poi ha perso il lavoro e il resto è immaginabile.

Riguardando quelle interviste mi si è stretto il cuore e finita la proiezione ci siamo tutti scambiati battute un po’ spaventate sul fatto che quindi si sta così in tutta Europa, che lì si parla di Portogallo ma sembra di vedere l’Italia.

Una ragazza finlandese che lavora all’Ambasciata, salutandomi, ha detto “Oddio, speriamo non succeda mai in Finlandia, certo che anche da noi qualcosa è un po’ peggiorato, ultimamente”.

Da quel che vedo dalle persone a me care che vivono lì è peggiorato ben più di qualcosa, ma la caratteristica principale di una delle mie patrie è quella di fare i vaghi, quel Paese non ammetterà all’esterno che qualcosa non va nemmeno se fossero sotto attacco alieno.

Caratteristica invece dell’altra mia Patria, quella in cui ho scelto di vivere, è all’opposto un senso del melodramma che ci fa perdere lucidità e, come il cane che ha mangiato i compiti di scolastica memoria, mi sono resa conto ultimamente che ormai ogni più immondo comportamento viene spesso giustificato dal

“Siamo tutti tanto nervosi”.

È assodato che il mio problema principale nella mia storia personale di sopravvivenza è il contatto umano nel quotidiano, sarà che tendo a essere zen, a credere nel dialogo e sopratutto ho una fortissima fede nel rispetto reciproco, ma dal mio punto di vista di osservazione la vita quotidiana in una città come Roma è una battaglia costante contro cafonaggine e strafottenza.

Il credo del cittadino medio di questa città, che pur adoro, è: “Tu, per non sbagliare, aggredisci”.

Il tono. Quello che fa impazzire è il tono.

Intanto ti danno tutti del tu. E per una figliola ben educata di provincia come me, questa cosa di darti del tu non è sempre ben accetta.

Poi usano prevalentemente la forma verbale imperativa: “Metti/ vai/ prendi/ scrivi”. Un esempio: sei alla Posta dici che devi fare un pacco celere, loro ti passano un modulo e dicono:

“Mettiti da una parte e compila questo, poi me lo dai.”

Non: “Guardi, se si mette lì e compila questo modulo, dopo facciamo la spedizione. Grazie.”

Devi fare delle analisi del sangue, in un Ambulatorio, vai all’accettazione con la tua impegnativa.

Loro prendono, digitano, ti danno un numero:

“Mettiti là e aspetta che ti chiamano col numero 34276717.”

Se poco poco fai una follia tipo chiedere un’informazione aggiuntiva:

“Mettiti là, poi ti chiamano e ti dicono loro”.

Al supermercato:

“Guarda che questi li dovevi pesare.”

“Oddio, mi scusi..sono nella confezione, pensavo bastasse il codice a barre…”

“No, vanno pesati. Vai e pesali, se vuoi, sennò lasciali qua che io devo andare avanti.”

Ultimamente mi è scattata una cosa strana. Un tempo questo genere di comportamenti standard del romano tipo mi lasciavano sì interdetta, ma sopportavo.

Tuttavia, nel tempo qualcosa dentro di me si è smosso, un amor proprio, un ritrovato ardore e buon senso, non so. Un giorno, senza nemmeno rendermene conto, d’emblée, dal cuore, ad uno di questi individui danti del tu con forma verbale imperativa ho risposto:

“Mi scusi, ma come si permette? Che tono è?”

Intorno a me il mondo si è fermato. Altri utenti in fila hanno fatto un passo indietro pensando che probabilmente sarei stata acchiappata da due energumeni da sotto le ascelle e portata via, chissà dove, per scomparire per sempre. O forse sarebbero entrati gli stessi due energumeni in tenuta antisommossa e ci avrebbero gridato. “Tutti a terra, giù!!” e saremmo stati presi in consegna perché magari ormai il contagio era avvenuto.

Invece, sorprendentemente, quello ha cambiato tono, borbottato un: “No, è che …”

“Non capisco questo tono.” ho insistito “Sono qua per un servizio e lei mi sta servendo, perché mi tratta come se fossimo nell’esercito e io una recluta?”.

Egli ha fatto quel che doveva fare, mi ha improvvisamente dato del lei, è stato normalmente educato.

Il suo collega mi ha guardato e detto:

“Sa, siamo tutti nervosi. La crisi.

Insomma noi riusciamo a portare sempre tutto a nostro favore, qui. Ti schiacciano un piede sul bus, ti urtano con la macchina, ti fregano l’ultima barretta di cioccolato sul bancone dei dolciumi:

è la crisi, siamo nervosi.

Altrove l’idea della crisi e la paura del futuro mettono insieme la gente, qua diventano un pretesto per parlare agli altri come se l’interlocutore gli avesse strozzato il gatto.

Ma rompere l’isteria a volte funziona. A rischio di sembrare matti, essere diretti può essere una formula, anche se poi l’italiano medio ha sempre la risposta pronta: “nonna sta male, non ho potuto studiare”, ringraziando che non ti prendano invece a sediate.

Che altro si può fare, alla fine, invece di stare sempre a lamentarci, ché tanto siamo incapaci di metterci davvero insieme e trovare soluzioni, sappiamo solo prendere i forconi per finire a scannarci tra di noi, sbagliare l’individuazione del nemico, sparare roba populista e qualunquista. Almeno riprendiamoci i formalismi e la buona educazione, pretendiamoli, che sono diventati la nostra prima rivoluzione necessaria.

Abbasso il tu non consentito, a morte l’imperativo.

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BREAKING NEWS: NON SONO LE DONNE CHE PARLANO DI PIU’

L’altra sera durante una cena con tanta gente a tavola una persona ha raccontato di una recente ricerca (non ricordo se si trattasse dei soliti studiosi americani, tedeschi o giapponesi) che dimostrerebbe da un punto di vista scientifico, in seguito ad anni di osservazione e raccolta dati, che non è vero che

le donne parlano di più

le donne interrompono più spesso.

Ci sono una serie di leggende e opinioni popolari, come tutti sappiamo, in merito alla maggiore logorrea femminile e, appunto, alla nostra tendenza ad “interrompere”. Ma pare che ad incrociare anni e anni di dati, i suddetti studiosi abbiano stabilito che non è vero, non c’è alcuna differenza di genere nella tendenza al prendere la parola e non restituirla mai più, ad interrompere a gamba tesa quando parla un altro.

Così mi sono ricordata della mia (buona) educazione e nello specifico di come venissi psicologicamente brutalizzata da piccola proprio su questa faccenda: non si interrompe la gente che sta parlando.

Chi mi conosce sa che di poche cose sono fiera come dell’educazione che mi è stata data, cioè che fino a un certo punto della mia vita non mi ero resa conto di quanto non sia scontata una buona educazione e pensavo che le abitudini di mia sorella e mia fossero la normalità.

Guardandomi intorno mi sono quindi invece resa conto di quale bene prezioso sia stato questo dono.

Restringendo il campo, l’altra sera mi sono messa quindi a riflettere sull’arte della conversazione.

Parlare con un’altra persona e/o partecipare ad una situazione in cui ci sono più persone secondo me è rivelatrice non solo dell’educazione di un individuo ma soprattutto della sua natura.

A me è capitato spesso di sentirmi dire “è così bello parlare con te”, quando a conti fatti si tratta di persone con cui non dico più di dodici parole in tutta la conversazione, perché il punto è che la maggior parte di noi trova miracoloso incontrare qualcuno che ascolta davvero.

Fateci caso: parlate con qualcuno e vi accorgete che quando ha finito di dire la sua e state parlando voi l’interlocutore di distrae, ha l’occhio perso, se poi addirittura non si mette a guardare il cellulare, rispondere a una mail, leggere un messaggio.

In quei momenti sento rimbombare nelle orecchie la voce di uno dei miei genitori o nonni che strilla: “Che maleducazione! Ma non vede che l’altro sta parlando?”.

Se assisto ad una cosa del genere di solito intervengo incrociando lo sguardo del poveretto/a che parla da solo/a sentendosi via via più imbarazzato per la distrazione dell’interlocutore e mi propongo con un silenzioso “ti sto ascoltando io, non ti preoccupare”. Quando mi capita di essere io l’interlocutore abbandonato di solito interrompo il discorso a metà o mi lancio in un discorso alla Amelie con il padre distratto (vi ricordate, no? No? Non stavate ascoltando)


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Tanto l’altro non si accorge di niente, al più,  smarrito dal silenzio, alza gli occhi e dice: “E insomma ti stavo dicendo” e lascio che riprenda la sua attività preferita, l’ascolto della propria voce.

Osservando quindi la gente quando conversa, ho fatto un mio personale Studio, che nulla ha da invidiare agli studiosi americani, tedeschi e giapponesi, che chiameremo:

Dimmi come conversi, ti dirò chi sei.

Tipo, state ad una tavolata, c’è quello che se deve raccontare una cosa ci mette ottantadue minuti, si bea del suono della propria voce, parla lentissimo, infila particolari che non sono che digressioni, e tutti ascoltano, pazienti.

Trattasi di

monologante/narratore

il quale si caratterizza per l’incapacità di cogliere le reazioni degli astanti, perché li considera il suo pubblico e quello ormai lì sta e deve seguire.

Non coglie lo sguardo paziente, la fatica malcelata, la sacra forma di rispetto con cui si segue il monologo del parlante. Non si domanda mai nemmeno per un secondo se non sarebbe più educata l’arte della sintesi. La circostanza più critica si verifica quando ad una cena, una tavola rotonda etc, si ritrovano PIU’ monologanti /narratori: lì il nervosismo diventa palpabile, le loro voci assumono toni irritati, si interrompono di continuo tra loro, una specie di Cambogia verbale in cui volano parole senza senso, voci concitate, colpi senza pietà di “stavo dicendo una cosa/scusa se mi fai finire”. E gli altri, gli educati, non possono che seguire questi scontri all’ultima sillaba seguendo le parole volanti come la pallina di una partita di tennis.

Comunque si riconosce un monologante/narratore DOC dal fatto che non appena prende parola qualcun altro questi si astrae, oppure interrompe di continuo anche solo per una sciocchezza o appunto volge la sua attenzione al cellulare e persino a un televisore acceso nell’altra stanza. Spesso il monologante/narratore è quindi anche interrompitore, ma non è detto.

Esiste infatti

l’interrompitore puro.

Quello che interrompe di continuo magari anche solo per dire una frase sola, giusto per il gusto di disturbarti, di immettere la sua voce, infiorettare continuamente il discorso altrui con le sue opinioni.

C’è poi

l’interrompitore professionista

che ha il solo scopo di NON farti dire niente. Potrebbe anche cantare “Viva la pappa col pomodoro” pur di non fare esprimere l’altro, vissuto come un avversario o un nemico solo perché è di idea opposta alla sua.

L’interrompitore professionista è quello, tristemente noto soprattutto in politica, per cui l’opinione altrui non è che una parentesi marron-cacca tra quando parla lui e quando parla lui.

Conosciamo bene, nella nostra politica, sia in Parlamento che nei talk show, il proliferare di interrompitori professionisti: la parola dialogo per loro riferisce al più alle battute scritte sul copione di una fiction, la conversazione ha come unico scopo non fare dire nulla all’altro perché sembri che comunque hai sempre ragione tu.

Da questa osservazione si evince in modo abbastanza automatico quale sia il minimo comune denominatore di personaggi come il monologante/narratore e gli interrompitori di ogni genere.

Uno straripante ego. Un  Egone gigante.

 

 

L’Egone gigante è una cosa che, dicono gli studiosi e qui mi trovo d’accordo, nasce molto banalmente dall’educazione che hai ricevuto. Ecco quindi che torniamo alle premesse di questo Studio.

Se mamma e papà ti hanno fatto credere di essere il principe della Terra o la principessa sul pisello, oppure sei stato tanto seguito e sei cresciuto con una Tata il cui compito nella tua educazione era quello di farti capire come si scelgono le posate e NON che tu sei un puntino fra sette miliardi, che hai sì tutti i diritti di farti rispettare in ogni situazione e di seguire le tue ambizioni ma MAI dimenticando il rispetto degli altri, l’attenzione per gli altri, l’importanza che ogni essere ha assolutamente parimenti alla tua, che insomma anche se alla fine per incidente tu fossi o diventassi davvero “qualcuno” alla fine dei conti non sei un cazzo come non lo è nessuno dei mortali sette miliardi di abitanti umani della Terra, se non ti è fatto chiaro questo allora penserai sempre che tu hai ragione, che tu la sai meglio degli altri, che dalla tua bocca cola oro liquido, che le cose che tu hai da dire sono talmente più interessanti di quel che dica chiunque altro da non avere alcuna attenzione né rispetto per nessuno.

Così dalla conversazione, dagli incontri pubblici in cui, per dire, ci si segna per parlare e ti chiedono di tenere il microfono per non più di cinque minuti, da una chiacchierata davanti a un caffé, possiamo trarre un inarrivabile strumento di misurazione del peso dell’Egone altrui.

Altri segnali che ci possono aiutare nel nostro test Voight-Kampf del portatore di Egone.

Tu parli, dici una cosa qualunque. L’Egone inizia sempre la sua con:

  • No. … bla bla-

L’Egone quasi non ha ascoltato quel che hai detto, coglie qualche parola ma giusto per contraddirti. Inizia ogni sua risposta con “No.” Persino quando deve poi darti ragione, lui non resiste, il suo inconscio sputa un “No”, una negazione, una contraddizione.

Stai parlando in un consesso pubblico e avresti cinque minuti per parlare? Ti danno un compito che deve durare un tot di minuti? Egone si fonde con il microfono e devono portarlo via di peso, gli hanno chiesto una cosa della durata di due minuti, la fa di venti. Tanto, a farla di due ci stanno quegli altri poveracci che respirano l’ossigeno del suo pianeta.

Per Egone non esistono opinioni, esiste il giusto e lo sbagliato, la ragione e il torto.

Egone è il depositario del giusto e lui ha sempre ragione. Il parametro è questo.

Se tu dici “A me piace di più il the con il limone piuttosto che con il latte”, egli non dirà “Ah, vedi, a me piace con il latte”. NO. Lui dirà: “Blaaaaaahh come fai a berlo con il limone, non si beve con il limone, non si fa così”. Egone interviene in ogni conversazione e in ogni scelta personale riportando l’equilibrio cosmico: lui ha ragione, chi non la pensa come lui ha torto.

Tu la cosa la stai facendo sbagliata e lui te lo deve dire.

  • Quest’estate pensiamo di andare al mare perché…

  • Al MARE? Sei pazza, non dovete andare al mare. IO vado sempre in montagna, dovete andare in montagna! C’è questa montagna dove vado…

    sei ore di narrazione, tu educato aspetti. Poi, quando finisce, più o meno al tramonto:

  • …in realtà dicevo che volevamo andare al mare perché il bambino ha l’asma e il dottore ha detto che..

  • … l’asma? Ma allora in montagna a inerpicarvi! Il vostro dottore non capisce un cazzo, ho io un dottore bravissimo che dice che l’asma…

    dodici ore di narrazione con aneddoti sul dottore, spiegazioni su teorie sull’asma, si torna alla montagna come luogo giusto in cui andare.

Lo Studio che citavano l’altra sera non mi ha scatenato alcuna sorpresa: dalle mie personali statistiche non c’è alcuna differenza di genere, la persona più noiosamente logorroica che mi sia capitato di incontrare in vita mia è un uomo, interrompitori e monologanti ne ho incontrati in eguale misura tra femmine e maschi.

La leggenda metropolitana della tendenza femminile a parlare di più o interrompere più spesso è spiegata da un altro Studio che mi è capitato di leggere su La Repubblica qualche mese fa: la voce delle donne risulta molto fastidiosa per il cervello maschile, quindi ogni parola che noi diciamo tendono ad ascoltarla meno di base, ogni parola che diciamo per molti uomini è già troppo.

Ma la capacità o meno dell’ascolto, secondo me, al di là della nostra anatomia, si incrocia con una banalissima buona educazione. Se ci educano al dialogo, ascoltare è quasi sempre più interessante che parlare e non ci si sognerebbe mai di interrompere qualcuno che parla. Uomo o donna che sia.

Certo, gli educati hanno vita difficile. Non a caso per esprimermi, di solito scrivo.

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la buona educazione (ovvero: non basta avere il pollice opponibile)

Una volta ho citato qui la frase di Hannah Arendt per cui una promessa è un’isola di certezza nell’oceano dell’incertezza futura. Un’altra isola di pace nel caos e nell’alea del mondo umano per me è

La buona educazione.

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Quando si parla di buona educazione la maggior parte di noi si vede davanti il fantasma di una zia o di una nonna coi capelli grigio azzurro a riccioletti, gli orecchini a perla e le mani rugose che ti dice: “Cara, stai dritta con la schiena, non fare schiamazzi, non usare quella forchetta come una zappa”.

Ma la buona educazione di cui parlo io è qualcosa che ha più che fare con il tacito patto per cui io non faccio agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me e concordiamo sull’idea che essere rispettati fa vivere più sereni che non esserlo; che il buon gusto, sotto sotto, al di là di tutte le rivoluzioni e i nostri periodi punk,  è più piacevole della volgarità;  infine che, in fondo, arrivati a questo punto non c’è protesta più grande che quella per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua, e magari chiedendo permesso prima.

Senza tirar fuori parentele introiettate o ricordi traumatici d’infanzia, dunque, mi ricordo di essere stata una cultrice della buona educazione persino nel periodo dark, quello punk, persino girando per locali chiassosi per l’Europa, nel corso delle manifestazioni di protesta, duranti i sit in. Anche nel periodo adolescenziale, insomma. Che è tutto dire. Per intenderci, ho sempre detto “Per favore, mi passi la canna?” e mai “Passa ‘sta canna”.

L’imperativo è una forma verbale che non si usa nemmeno per qualcuno che sta lavorando per noi. Io non riesco a usarlo nemmeno con il cane,  vedo che gli effetti di un “Shara per favore, smetti di distruggermi il tappeto” parrebbero identici a “Lascia quel tappeto, brutta carogna”, se non per il fatto che IO mi sento meglio.

La questione sta tutta nel minor tasso di aggressività non solo di chi riceve, ma soprattutto di chi usa la buona educazione.

Ricordo ancora una volta: l’aggressività fa male alla pelle, si fa fuori mezza tonnellata di radicali liberi al minuto, provoca gastrite, flatulenza, orticaria, alito cattivo.

Essere sdegnati, non concordi, protestare, ribattere alla provocazione, discutere, non implicano necessariamente aggressività; l’aggressività è sempre volgare, non porta a nulla, umilia chi la pratica più di chi la riceve.

Se qualcuno ci disturba, ci fa incazzare, l’aggredirlo mancandogli di rispetto forse ferirà di più l’altro e noi avremo più effetto (magari iniziando una bella scazzottata) ma soprattutto umilia più chi reagisce così, perché usa poco la propria intelligenza, si mostra limitato usando armi improprie verso quella persona.

In fondo vincere facile è umiliante, colpire basso è da vigliacchi.

E poi nel rispetto o meno degli altri, per me, vince la regola della ruota che gira e il principio di cui sopra: cerca se possibile di non puntare il dito su cose che potrebbero capitare anche a te o colpe di cui potresti macchiarti, anche perché la presunzione in tal senso viene spesso – se non sempre – ripagata.

Una cosa che ha colpito la mia formazione oso dire MISTICA da bambina era questa mia amichetta che veniva a giocare da me e, non ho mai capito perché, se la prendeva sempre con una bimba schiva, timida, che viveva nel mio palazzo e con cui ho tentato di legare, ma lei era appunto complessata e solitaria: era una bimba molto grassa. La mia amichetta se la prendeva con questa bambina e le faceva cantilene orrende con al centro parole quali grassa e cicciona.

E se io tentavo di fermarla lei si accaniva ancora di più.

Bene, due anni dopo la mia amichetta ha avuto non so più che problema di salute ed è diventata grassottella. Lei era shockata, infelice, mia madre mi ha raccontato che i suoi genitori erano preoccupati perché piangeva sempre e si detestava.  Poi in qualche anno la mia amichetta è guarita, ma io quando l’ho vista grassotella e infelice, potete immaginare cosa abbia pensato e come abbia collegato gli eventi.

Il pensiero forte nella mia testa era “Veeeeedi che non si insultano gli altri!”

Bene, quindi nella mia ossessione per la buona educazione si è aggiunta molto presto anche una sfumatura esoterica. Prova a trattare male qualcuno e vedi come finisce, se il resto degli argomenti non basta a convincerti.

Per cui, oggi come sempre, ho moti di stupore quasi ingenuo di fronte al mondo in cui vivo, limitando per comodità l’osservazione al Paese che abito.

Ovunque l’esempio è univoco, la gente insulta anche per pochissimo, manca di rispetto perfino per discutere dell’ultima zucchina rimasta sul banco, o anche si comporta male senza nemmeno rendersene conto con quelli che ama e che ritiene amici.

Ci sfugge che siamo sette miliardi di persone e nessuno è il nostro mezzo, né il nostro giocattolo, e nemmeno gli altri sono una massa di spettatori o comparse della nostra presunta straordinaria esistenza.

Guardiamoci intorno.

La prima cosa che mi viene in mente: perchè la gente si interrompe di continuo? I nostri talk show insegnano e qualunque conversazione quotidiana dimostra, che le persone non lasciano mai finire di parlare. Ma non solo quando litigano, eh? Uno sta parlando e qualcuno – ansiosissimo di dire la sua, perché si sa, la “sua” è più importante e interessante a priori – lo interrompe. Di solito inizia la frase con : “No, senti…” oppure “Sì, sì, ma una volta…”.

Perché questo poco rispetto per quello che sta dicendo l’altra persona, o perché pensi che tu la stessa cosa la diresti meglio?

La cosa più grave sono certe coppie di lungo corso. Purtroppo quasi sempre accade che quello oggettivamente meno interessante non lascia proferire parola a quello che, di fatto, dice qualcosa che gli altri starebbero seguendo. Dici: sono dinamiche di coppia, gente che forse si sopporta poco, oppure l’altro non stima il proprio partner e pensa che tutto il mondo lo trovi egualmente imbarazzante.

Ma è un’altra cosa. Pure se accanto a te c’è un pazzo che ti racconta come sia andata veramente a Waterloo, la buona educazione pretenderebbe che lo si lasci finire, o se sta parlando da 36 ore si aspetta  un momento in cui Amleto prenda fiato e si entra delicatamente nella conversazione (o monologo che dir si voglia, il monologo è ovviamente un’altra forma di maleducazione ma come non si risponde all’omicidio con la pena di morte, la maleducazione non giustifica che si risponda con la stessa arma.)

Una sera sono stata a cena da una coppia che ha parlato ininterrottamente, interrompendosi l’un l’altro di continuo e senza MAI fare dire una parola a noi invitati.

Dico, ma: siamo all’ABC. Quando capiremo che se vogliamo blandire o far sentire bene qualcuno la cosa più bella che si possa fare per l’altro è chiedergli di LUI? Che presunzione si deve avere di sé da pensare che le proprie opinioni siano un intrattenimento così ghiotto?

Stai in fila alla posta, sei in piedi su un bus?

Perché la gente dice “SCENDE?” se stai accanto alla porta centrale del bus e non: “MI SCUSI, SCENDE ALLA PROSSIMA?” Cos’è, il mondo è diventato un enorme twitter in cui per parlare hai a disposizione persino meno di 140 caratteri? Dice: mio dio, per oggi mi sono rimasti dieci caratteri, quando torno a casa devo dire “ciao” me ne restano sei… ok..

“Scende?”

E perché non “sc?”

E il peggio è che pure se dici “Sì”, ti scostano. TI SPINGONO.

Tu, spazientito ma decoroso insisti:  “Scusi, ho detto che scendo anche io”. Niente, quello spinge.

Perché di fatto “Scende?” Corrisponde a “Levati dal cazzo, tu essere che occupi spazio”. Il punto è sempre io sono più importante.

Un mondo, poi, in cui ogni principio di buona educazione è perso, è il mondo virtuale.

Sono stati scritti fiumi di parole in merito, ma non c’è verso, la gente maleducata nel mondo virtuale è scatenatissima. Di solito una persona maleducata è volgare ma anche vigliacca.

Te lo insegna la vita, se a uno che si comporta da maleducato in un qualunque contesto rispondi o fai notare che si sta comportando male cosa fa quello in un buon 70% dei casi? (l’altro  30% litiga con toni da vajassa e più sono in torto più urlano e insultano).

Quel 70% dei casi TI IGNORA. Ha parlato il fantasma di Ghost, ti fa pensare che hai finalmente realizzato uno dei tuoi sogni più grandi: hai i superpoteri! Sei diventato invisibile!

Provate, se non vi è mai successo:

“Scusi, guardi che c’è una fila…” quello guarda fisso davanti a sé, fa il vago.

Poi c’è il tipo che usa con te l’imperativo e ti da’ del tu come foste stati compagni di scuola anche se non vi conoscete affatto, e tu per tenere il punto parli educatamente e gli dai del lei e continui a dargli del lei. Anche lui,  mica capisce.

Dunque il mondo virtuale è il brodo primordiale del maleducato, nella sua natura di volgare e vigliacco.

Può nascondersi dietro dei nickname e insultarti, quando parliamo direttamente di un cattivo in sé e per sé.

Twitter, per esempio, rispetto a facebook è una specie di arena dei frustrati. Io amo i social network per stare in contatto con chi non si riesce mai a vedere, come ho detto già in un altro post, twitter ha una funzione – per me – più di punto d’osservazione che di interazione (facebook è più divertente perché l’interazione mi pare meno narcisista, il fatto che uno si faccia seguire da persone senza reciprocità è un rapporto strano e, appunto, non riesce a non sapermi di maleducato, ma tant’è).

Twitter ha di comodo che segui le notizie, quel che fa una squadra che ti piace, personaggi che ti interessano o che ti fanno ridere.

Ma quel che ho notato, appunto da osservatrice, è che tendenzialmente molta gente segue qualcuno di celebre o semi-celebre per insultarlo e scaricargli addosso le proprie frustrazioni, da roba tipo scrittore di merda, se si tratta di uno scrittore, ma perché non ti impicchi fai schifo un po’ in generale; riservano ai politici una serie di improperi invece che approfittare del fatto che se non a lui a qualcuno del suo staff potrebbero effettivamente chiedere qualcosa che ti interessa, etc. Tutto questo molto spesso da parte di gente che non si qualifica, si nasconde dietro un nickname.

Il senso di giustizialismo che c’è dietro alcune manifestazioni della più banale maleducazione (non ti piace uno, non lo seguire! Vuoi dissentire con quel che dice? Ma perché insulti?) risulta penoso per chi osserva, e alla fine persino chi ha ragione in una faccenda ti appare come quello perdente.

Poi c’è chi, anche su  facebook, pensa che essere “in contatto”, significa che siete “amici”, e si comporta con te come si comporterebbe con un amico. Nel caso delle persone in questione: male.

Sono come quelli che entrano a casa tua, t’aprono il frigo, si prendono una birra, mettono i piedi sul tavolo. Io non riesco a farlo nemmeno a casa di mia sorella, un per favore e un potrei non hanno mai ammazzato nessuno.

Nino, uno dei miei migliori amici da me più volte citato – e anni fa ho anche vissuto da lui in un mio periodo di transizione – mi prende in giro perché non riesco a non chiedere “posso usare il bagno?” e sul serio parliamo di un fratello, per me. Non potrei mai infilarmi nel suo bagno senza chiederlo, è più forte di me.

Ecco, nel mondo virtuale c’è gente che si comporta come se ti entrasse in bagno e pisciasse con la porta aperta (ovviamente senza alzare la tavoletta). E tu di fatto NON LI CONOSCI NEMMENO.

Usano la tua bacheca come fosse il loro spazio pubblicitario per diffondere le cose più assurde (uno una volta sulla mia ha pubblicizzato un frigo) e se tu cancelli il post capita che ti scrivano parole di fuoco in privato.

A me è capitato di tutto, dall’attore che mi augura morte perché s’è messo in testa che sto preparando un film e che io snobbo le sue foto e le sue mail, a quello che se la prende con me perché ha messo “mi piace” su una mia foto, gli esce sulla sua bacheca, litiga con la sua donna e chiede A ME, che nemmeno li conosco,  come fare per non farla apparire e per poi bloccarmi incasinandomi l’account per mezza giornata, fino a quelli che – come sopra – pensano che l’avere un contatto in un social network significhi che possano insultare te, quelli che commentano le cose che scrivi, mettersi a litigare tra loro sotto un commento tuo, etc.

Per giorni sono stati tutti a parlare del dibattito tra Santoro e Berlusconi nel corso del programma del primo. Quello che a me colpisce, come al solito, di Berlusconi, è la sua volgarità. Come può non rendersi conto che – per dire – pulire la sedia su cui sedeva un altro essere umano che ha la colpa di non essere d’accordo con lui, è un gesto solo maleducato, volgare, brutto?

Questi che parlano tutti insieme nei dibattiti, non si rendono conto di sembrare scimmie che urlano per spartirsi un cesto di banane?

Alcuni pensano che certi formalismi appartengano a un mondo non autentico, non vero, invece è proprio dalla caduta di certi piccoli formalismi, che erano l’espressione in gesti di “ho rispetto di te”, ha dato via a un’epoca molto più barbarica il cui credo è fregarsene degli altri, dal momento in cui non raccogli la cacca del tuo cane fino a non accorgerti che tuo figlio fa il bullo con un compagno di classe e lo umilia perché lo ritiene gay ed ogni orrore cui assistiamo ogni giorno che ha alla base l’idea che il mondo sia il proprio parco giochi.

Parte tutto da lì, dal rispettare la buona educazione. Perché anche se forzato, anche se si trattasse di un condizionamento pavloviano falso e non sentito, almeno il risultato sarebbe l’osservanza degli eguali diritti che hanno tutte le persone, anche e soprattutto nel quotidiano.