attese

Sicuramente lo scambio di battute cui penso più spesso, soprattutto nei momenti più difficili è questo:

“Ma perchè deve succedermi questo? Perchè mai una cosa normale?”

“Forse perchè devi raccontarlo.”

Io e mia nonna, quando avevo una sedicina d’anni.

L’esigenza di raccontare è alla base della scelta, anche un po’ suicida, di fare un mestiere come questo. O scrivi, o racconti per immagini, o fai il giornalista. Insomma decidi che tu vedi le cose, ti rendi conto che quella storia andrebbe raccontata, e a seconda del linguaggio che scegli decidi se va mostrata più possibile così com’è – ne cerchi la verità oppure se ne esista una forma di rappresentazione – comica, poetica, di denuncia, che sia un pugno nello stomaco, che sia catartico o nuovo.

Da un’urgenza un po’ infantile ed egocentrica poi diventa un vero e proprio lavoro, ti metti al servizio del tuo datore di lavoro, il fruitore, e acquisisci una tecnica che renda verosimile il vero, perché la vita se la racconti non ha niente di verosimile.

Decidi anche che sei disposto a mandare a puttane (in senso figurato, non quello di moda in questi giorni) la tua vita privata, metti in conto che sarà complicato avere una famiglia, un mutuo te lo concederanno difficilmente. Tutto questo ovviamente se non “sfondi”, come si dice, per quanto la felicità che è già di per sé un concetto oscillante, lo è molto di più per chi decida di raccontare.

Conosco registi e sceneggiatori che diremmo di successo, anche molto di successo, che oggi sono ricchissimi e comprano un tavolo da pranzo esagerato, per poi avere il problema di mantenere una decente qualità di vita due anni dopo.

Anche perché si finisce per fare dell’incoscienza la propria difesa contro il mondo, per esorcizzare.

Per fortuna non sono mai stata vittimista, che mi pare un sentimento molto poco elegante, quindi questo mestiere mi si confà anche per carattere, cosa che ho capito piuttosto giovane.

Ogni professione e scelta prevedono incerti del mestiere. A parte i suddetti, ogni tanto mi dimentico di varie ed eventuali, tra cui ce n’è uno tutto italiano, che riguarda il cinema:

I TEMPI.

Alle volte faccio l’errore di paragonare la costruzione di un film con una gravidanza e chiamo “miei figli” i miei film.

GRASSA RISATA.

Una gravidanza dura nove mesi, e come mi sono ricordata proprio negli ultimi giorni in cui una coppia di persone cui voglio bene ha avuto una bimba, Matilde,

il periodo che da’ tantissima fatica è soprattutto l’ultimo mese. Nove mesi di gestazione, dunque. Invece la costruzione di un film richiede anni.

Un regista che voglia paragonarsi a una creatura in gestazione deve pensare a questa:

e non parlo della stazza. Questa creatura, per sopportare i 645 giorni di gravidanza che la natura ha previsto per lei, pensa ai registi italiani e ride.

Per avere un appuntamento con chi finanzia i film vedi gli alberi davanti casa tua diventare verdi, poi secchi, poi col nevischio, poi ancora verdi. Questo se hanno detto che il tuo film interessa.

Avresti comunque visto nascere e morire le piante della vicina (le mie tanto muoiono subito quindi non fanno testo) perché ti dicano “non interessa”, ma questa è un’altra storia.

Diciamo che sei nella fase: interessa.

Devi anche imparare un po’ di fondamentali della magia bianca per proteggere le vite dei tuoi interlocutori: niente di più facile che, quando il tuo produttore chiama la persona che ha indicato a te regista come EGLI O ELLA che ha in mano le sorti del tuo film, una segretaria dica al citato produttore “EGLI non sta bene”. Da quel momento conta circa tre mesi prima che ammettano “si è ripreso”.

Sono sempre in viaggio, viaggiano moltissimo tutti. “E’ fuori, parte, partirà, è partito, ha in animo di partire, ma quando torna vi vedete”.

Tu non puoi che commentare con una vocale (“Ah/ Oh”) e aspettare.

La dolce attesa.

Nel frattempo il tuo produttore ti dice che vanno presentate una serie di

DOMANDE

Strutture varie, statali, provinciali, regionali, banche, mecenati che finanziano il cinema, collette, sottoscrizioni che siano, implicano comunque che venga compilata una domanda. Vogliono IL DOSSIER.

L’evento peggiore che possa capitare è la DOMANDA ONLINE.

Nessuna domanda online è fatta come Dio comanda. Ricordo anni fa, per la prima presentazione online di un mio film al Ministero dei Beni Culturali – Direzione Cinema, di una segretaria in crisi di nervi e in lacrime dopo 12 ore al computer, dato che nella sua prima formulazione la domanda non prevedeva che si potesse uscire dal programma potendo salvare quello che tu avessi già compilato.

Geniale, no?

Alcune domanda hanno la precisione di un Voight Kampf, chiedono anche le analisi del sangue di tutto il cast artistico e tecnico, l’albero genealogico, i sogni ricorrenti del produttore, il certificato di idoneità al lancio del giavellotto e prove dell’esistenza degli unicorni.

Ho visto passare dossier alti come un bambino di tre anni, incartamenti che si gonfiano nel tempo, ho mandato mail con note di regia, spiegazioni dettagliate, confessioni certificate da un ipnotizzatore russo e un agente della CIA che mi ha messo sotto Pentotal.

Niente basta mai, se non il diboscamento dell’intera foresta amazzonica per produzione di documenti, copie di sceneggiature, dossier dossier dossier…. Quale giudice non ti darebbe le attenuanti se poi, davanti a questi anni di attesa costellati da iperproduzione di carte ti dovessero dire “Uh, però sai…sono finiti i soldi” o peggio “A pensarci bene non mi piace, abbiamo notato che in questo periodo questo genere non va” e un regista o produttore li aspetta sotto casa col giavellotto che ha imparato a lanciare e li infilza alla porta in legno del loro garage? Oppure, avendo imparato qualcosina di magia bianca arrotola una loro foto intorno a un limone con degli spilli e la seppellisce sotto la pianta della vicina nelle notti di luna nera.

Passano dai tre agli otto anni di media tra un film e l’altro tra i registi ancora attivi, alcuni entrano nel limbo per cui nemmeno i loro parenti hanno ancora il coraggio di definirli tali. A volte sospetto che ci siano registi e sceneggiatori nascosti in umide cantine, in una sorta di luogo alla Torchwood in cui li studiano per capire come sia possibile che, per dire, abbiano ancora di che nutrirsi.

Nelle cantine ti ci portano anche se cominci a dare segni di squilibrio per la troppa attesa, o persino per il vuoto cosmico che ti acchiappa le viscere quando ti rendi conto che ti hanno pagato ogni singola rata del lavoro precedente e ci hai campato a mala pena un anno. E niente si profila all’orizzonte. E mettici pure che mentre stai sul divano a occhi sgranati pensando a quanto sei poco adatto alla vita del barbone, passa in tv un Brunetta di cui cogli confusamente “privilegiati…caviale quotidiano…”

Di solito si riconosce la fase che precede la misteriosa sparizione da alcuni segnali: questi sceneggiatori e registi appena li incontri si affrettano a dirti su cosa stanno lavorando, raccontarti i loro progetti, e non resistono dal citare continuamente un certo loro film passato a Cannes nell ’89.

Parlano solo di quello che hanno fatto, di quello faranno e di quello che potrebbero fare, mai di chi sono e/o qualcosa che non sia cinema.

Se si discute di Roma, Lazio o Inter, e ci si accalora, dicono cose tipo “Sappi che io ho lavorato con Bertolucci!” .

E se tu ribatti, perplesso “Sì, ma dicevo che è stato l’arbitro a sbagliare…” loro urlano, dando un calcio a una parete: “Sai cosa ha detto di me Mereghetti, nel 2000? eh???”

Lì sei prossimo all’arrivo della squadra antipatetico in tenuta dunque alla Torchwood, che ti fa sparire per un po’.

Osservo quindi questa mia amata e strampalata categoria cercando di non perdere mai di vista da una parte che non siamo i minatori del Cile, (quindi è inutile che rosichiamo per la storiona che hanno loro da raccontare a questo punto della loro vita), ma anche che di fare questo lavoro ce lo siamo proprio scelto e che fa parte del gioco. Tranne che, di sicuro, la cosa più spiacevole è l’aver tante cose da raccontare e un mezzo così costoso, e in mano da gente così viaggiante e caduca in salute, per per poterlo fare.

E mi armo della santa pazienza di vedere cambiare i colori degli alberi, pensando a quanto siano fortunati gli elefanti asiatici con le loro gestazioni di solo 645 giorni.

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