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Di Asia e delle tricoteuses dei nostri giorni

Come al solito facciamo confusione perché ormai costantemente invasati da notizie vere o false, dicerie e condivisioni social di tutto questo senza darsi almeno 24 ore per pensare.

Asia Argento.

Forse ha fatto sesso con un diciassettenne o forse no, forse questi l’ha ricattata o forse lei ha deciso di chiudere una faccenda comunque scomoda pagandolo per non aver guai.

Fatti loro.

Oso dire FATTI LORO non perché il “peccato” di Asia di non aver parlato di questo suo problema mentre puntava il dito verso molestatori e ricattatori sessuali sia stata al più una mossa poco furba ma perché, scusatemi, le due cose – quel che lei avrebbe fatto e ciò per cui si è messa in prima linea come principio – NON corrispondono.

Che Asia Argento sia una persona eccessiva, nel senso che la provocazione e l’essere una che ami deragliare dalle regole, lo sappiamo quindi stupirsi che abbia fatto sesso con un diciassettenne (se è vero) è da ipocriti.

Dire che lei quindi “è come Weinstein”, invece, è da distratti: lei ha chiesto sesso in cambio di un lavoro? Il fanciullo potrebbe aver avuto l’impressione che “non dandoglielo” avrebbe bruciato carriera, anni di studio, sogni?

Non mi pare.

Quindi quale sarebbe il punto che la accomuna a coloro che hanno distrutto carriere e rovinato vite in un commercio di sesso in cambio di favori?

L’unico punto che accomuna Asia Argento e i protagonisti al centro delle accuse del movimento #metoo è che anche lei ha – avrebbe – commesso un reato.

La Legge pensa a come punire i reati, i moralisti pensano di avere il diritto di dirti come devi vivere mentre, appunto, non si guardano la trave nel proprio occhio.

Ho trovato esagerata la sentenza del moralista su Kevin Spacey, trovato del tutto fuori luogo la sentenza del moralista sulla questione Brizzi, figuriamoci se non trovo naive chi chiede che Asia Argento non faccia più X Factor, perché avrebbe commesso un reato “morale”.

Ma ciò che davvero vedo di strampalato nel tribunale mediatico scoppiato in queste 48 ore e su cui insisto, è l’associazione tra lei e coloro che ha accusato e criticato, perché il suo reato non ha nulla a che vedere con quello di quanti lei e le vittime di richieste sessuali in cambio di lavoro, avrebbero commesso, in ogni caso.

Puntualizzo: non la sto difendendo perché donna o perché a me faccia simpatia, infatti ho a volte discusso con le mie compagne di genere perché hanno pensato difendessi alcuni degli uomini messi al patibolo dall’opinione pubblica per la faccenda delle molestie (ripeto alla nausea: limito il discorso alla questione dello “scambio”, il resto è un argomento molto più complesso).

Ma sono coerente: come in quei casi, anche nel caso dell’eventuale peccato di questa donna, penso che dovremmo avere l’intelligenza di non farci ricamatrici sotto la ghigliottina e comari che stampano lettere scarlatte sulle fronti altrui e nel contempo l’umiltà di non farci giudici senza una Laurea in Legge.

Esiste una Legge degli uomini, quella dei tribunali, e una Legge degli dèi.

Se non siamo né gli uni né gli altri almeno facciamoci saggi.

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L’elefante nella stanza non è quello che mi ha toccato il culo

Poche ore fa viene messo in giro un comunicato firmato dalle “donne del Cinema” che intitolano “Dissenso Comune”, questo.

Quello che, come mi scrive una delle firmatarie e coinvolte nella stesura del documento e che mi ha contattato chiedendomi l’adesione venerdì scorso (una settimana fa) è “l’intervento sicuramente in ritardo, delle lavoratrici del Cinema italiano in merito alla questione Weinstein/molestie”.

Personalmente sono anni che non credo più molto nelle azioni collettive, in questo Paese, perché le mie esperienze passate mi hanno fatto rendere conto che purtroppo qui è lontano dall’essere risolto il problema del provincialismo di una Repubblica fondata sul rosicamento, sull’individualismo, un Paese in cui sopratutto l’intellighenzia è da decenni in mano a gente profondamente ipocrita, chi pensa solo a sé e ai propri cavoli utilizzando e manovrando i numeri o le categorie, a cui si ricordano di appartenere alla bisogna, sempre e solo per i propri cavolacci e narcisismo.

Ma della persona che mi ha scritto mi fido, come le ho detto ancora oggi, per cui dopo una lettura attenta del documento, ho deciso di aderire soprattutto per iniziare da qui un dialogo su questa questione, spinosa e su cui necessitano analisi e riflessione equilibrata, quindi ho accettato dando veramente molto peso alla mia decisione, pronta a discuterne e pronta anche ad affrontare certe contraddizioni che comunque trovo nella faccenda in sé.

Succede però che mi rendo conto, più che altro da alcune segnalazioni di persone che hanno firmato, tra cui una mia parente che aveva risposto proprio all’ultimo momento, e alcuni amici che mi hanno rimproverato di non aver aderito, che il mio nome non c’è. Mi dico che è stata una dimenticanza ma poi mi accorgo che sui Social alcune signore del Cinema, che molto hanno fatto per questo benedetto mestiere, lamentano di non essere nemmeno state contattate.

Scrivo a chi mi ha chiesto di aderire e a cui ho quindi dedicato del tempo, e mi viene risposto “scusaci, comunque se vuoi aderire scrivi a questa e quest’altra mail”.

Lì mi rendo conto di essere ricascata in una dinamica, da cui avevo capito, da anni, le ragioni per cui in Italia il vero elefante nella stanza, i veri colpevoli della nostra decadenza e del nostro fallimento non sono gli uomini loschi, né le mafie, né le destre, i dittatori, né gli alieni.

Sono quelli che sono stati definiti i “filistei colti” e che sono la vera, grave molestia che non permette a questo Paese di uscire dal provincialismo dell’inconscia (o meno) tendenza a separare la gente in serie A e serie B, in ogni settore: quelli che si blandiscono e coccolano perché il loro nome è VIP e quindi necessario e quelli che vanno in piccionaia senza consumazione perché devono ringraziare di “esserci”. Cosa che nel caso specifico so con certezza perché purtroppo si è inseguita una persona il cui nome veniva considerato più importante di gente che non si è nemmeno degnata di una telefonata.

Poi, nel mio caso, ho risposto a chi a onor del vero mi aveva contattata e poi si è scordata di inserirmi per poi scusarsi con un “uh, scusaci, aderisci scrivendo a ‘sta mail”, che tutto questo veramente mi deprime e mi conferma le ragioni per cui sono sempre diffidente sulla reale possibilità di azioni collettive e soprattutto, mi dispiace, “femminili” in questo Paese, e che quindi a questo punto non ho nessun interesse ad aderire a quella che si è infine rivelata come una delle solite, italiche versioni pagliacciata di azioni altrimenti efficaci nel resto del mondo occidentale e non, scrivendo ora di corsa ad una mail perché “ci devo essere”.
Non avevo detto sì perché “dovessi esserci” ma per dare il mio contributo, dopo aver riflettuto e soppesato con serietà se mi trovassi d’accordo o meno con il peso delle parole utilizzate etc. ma adesso credo, per usare un paradosso, che il problema diventi secondario, poiché le ragioni per cui il mio nome è stato dimenticato e quelle per cui mi è ora evidente perché certe persone siano state contattate e altre escluse, mi ricordano un copione tristemente noto che è quello che invece io ho eletto a mia vera, profonda e prioritaria battaglia, prima di qualunque altra faccenda, perché è la madre di tutte le storture.
Con questa azione è stata fatta una forma di violenza, quella dei distinguo e delle ruote di pavone d’accatto, della mancanza di rispetto, che feriscono le persone più di una mano sul culo.
È ciò che della nostra società mi fa schifo e la ragione per cui da anni sto per conto mio. E forse avrei dovuto continuare a farlo.
Mi dispiace perché sul principio sarebbe molto importante ragionare speculativamente e sociologicamente ma questo Paese non è ancora pronto per preoccuparsi di come arginare o meno un uomo dalle intenzioni e dai comportamenti loschi e impropri, se prima non diventiamo una civiltà di uomini e donne che non arriva all’ABC del trattare tutti con lo stesso rispetto.