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MESSAGGI DA UN RAGAZZO CHE AMAVA LA POLITICA NEL 1974 (del linguaggio e della conoscenza)

Sto leggendo da qualche tempo i quaderni privati di un ragazzo, italiano, ventunenne nel 1974, poi diventato giornalista, per un lavoro che stiamo facendo relativamente al 25 aprile portoghese e questa lettura che sta andando avanti parallelamente alle vicende politiche italiane, si è rivelata una sorta di epifania, per me.

Un ragazzo di ventun anni interessato alla politica prende appunti nei suoi quaderni personali con un linguaggio che oggi appare forbito, colto, nonostante un gergo che oggi può farci tenerezza e ricordare alcuni dialoghi di Ecce Bombo, e parla di avversari politici, di paura del fascismo, di speranza per il popolo, argomentando politicamente, mostrando conoscenza ed è evidente, soprattutto, un certo orgoglio – non certo vanità, dato che non sapeva che un giorno avrebbe fatto leggere questi quaderni a registi o scrittori – per la conoscenza dei testi, per l’aver studiato su libri e preso informazioni in prima persona in viaggi effettuati in situazioni a dir poco precarie, per vedere con i propri occhi.

Qualità che non poteva che farne un giornalista.

Leggo questi quaderni tra ammirazione e tenerezza, poi scorro i social mentre aspetto che bolla l’acqua per cucinare o mentre sto al bagno (lì dove è possibile sopportare tanta superficialità) e leggo il linguaggio non solo dei gregari dei politici ma dei politici stessi che adesso ci governano.

Nota a margine: li chiamo gregari perché altra cosa che noto da anni è che chi decide di seguire un politico che come unico argomento abbia l’individuazione di un un nemico, l’unico sentimento che conosca è l’odio, (mascherando con furbizia il proprio costante incitamento all’odio accusando l’altro di odiare e parlando di se stesso come dispensatore di baci e di amore), quello che possa mai per assurdo scegliere di seguire una persona così non è un cittadino che condivide un ideale politico, ma un gregario mai stato abbastanza in gamba da essere capobranco o leader di qualcosa nemmeno nel proprio condominio, quindi cerca un capobranco che ne faccia le vendette. Non un politico che ne rappresenti ideali, che di fatto non ha, nel corso del dibattito politico ma appunto un uomo forte che ammazzi di botte chi non la pensa come lui.

Come le bestie.

Osservo e paragono questo linguaggio incredibile, che sicuramente avrebbe sconvolto o forse sarebbe stato accolto con incredulità dall’uomo civile del passato, per non parlare di un potenziale uomo evoluto del futuro (sempre se riusciamo a sopravvivere a questo momento senza tornare allo stadio degli scimpanzè che si picchiano per avere più banane).

Tu sei un politico professionista, uno che, come ci si aspetterebbe in una democrazia dai tempi della polis greca, dovrebbe essere più colto, più edotto della cosa politica, più saggio, più sereno dell’uomo medio e a quell’uomo medio che spera di attrarre e persuadere al suo pensiero, dovrebbe fungere da esempio.

In un sistema politico democratico, l’uomo politico professionista ha come primo principio morale il “non sono d’accordo con la tua idea ma morirei purché tu possa avere la libertà di affermarla”, nonché la sua prima preoccupazione – anche solo per i principi della morale kantiana – dovrebbe essere che anche o forse persino soprattutto chi non lo abbia votato possa però essere un minimo soddisfatto, forse persino stupito e compiaciuto nel potersi dire di aver sbagliato opinione, che insomma quella minoranza, sia essa enorme o di un minimo scarto, che non lo ha votato veda rispettate anche le sue esigenze, istanze e opinioni.

Quello cui invece ci troviamo di fronte.

Politici che parlano come ragazzini di sedici anni in piena crisi ormonale, mettono foto con il pollicione alzato, una birra in mano, la torta di compleanno.

Parlano dei risultati ottenuti sempre e solo con un tono indispettito, un vocabolario ripetitivo che fa sospettare che nella loro vita quotidiana non conoscano più di trecento parole del nostro meraviglioso e ricco dizionario, in ogni caso con il tono di chi deve costantemente fare la boccaccia al “nemico” a “quell’altro” che tanto sta lì a rosicare, a prendere maalox perché si rode di invidia (nemmeno fossimo sedicenni che si contendono il premio reginetta del ballo), insomma non si tratta di avere idee diverse e/o opposte ma di invidiare, rosicare mentre l’altro ci fa marameo.

Chiunque non sia d’accordo con “loro” è del PD, il branco non conosce altra realtà sul pianeta che l’essere “loro”, il “loro branco” da una parte,  e di contro IL PD.

Senza nemmeno riflettere sul fatto che se tutta la gente che non è d’accordo con “loro” fosse del PD, questo famigerato PD avrebbe stravinto. Intendo: se la matematica non è un’opinione, sommando le percentuali ottenute alle elezioni da Lega, M5s, PD e quel magma per “loro” oscuro di altri, se non esistesse quel magma nel quale sono convogliati tutti gli altri voti, allora o “loro” avrebbero vinto con l’80% dei voti, o il PD avrebbe fatto almeno il 40%.

Ma non ci arrivano, perché non ragionano. Non ragionano perché quel che conta è litigare, aver ragione,  quel che conta nell’agone è aver l’ultima parola e possibilmente chiudere con il marameo gna gna gna di cui sopra.

Il linguaggio e la postura sono, come ho già notato precedentemente, da talent show, da talk show del pomeriggio.

È tutto un insulare senza prima leggere cosa abbia realmente scritto “quell’altro” nei commenti relativi a post e status puerili e superficiali di questi nostri politici contemporanei oggi al governo.

Questa infinita campagna elettorale trascinata su un terreno così squallido e volgare mi conferma che quelli che hanno vinto, hanno vinto proprio perché il cittadino medio italiano è diventato un qualcosa di quanto più lontano ed alieno rispetto al ventunenne del 1974 di cui sopra, un ragazzo che leggeva libri di pensatori, di politici, di statisti, che aveva ancora negli occhi le macerie del dopoguerra, consapevolezza di parenti morti al fronte, di vicini di casa dei genitori deportati nei campi di concentramento e quindi cosciente, nonostante i pochi giovani anni, dei pericoli che possono causare qualunquismo e superficialità.

E soprattuto del farsi gregari.

Nessuno di questi gregari si accorge né è in grado di avere il pensiero critico per valutare il fatto che la questione delle barche che arrivano in Italia al momento è davvero l’ultimo dei nostri problemi, in questo Paese, che non c’è nessunissima crisi immigrazione, che questa gente che arriva sulle nostre spiagge non è né la minaccia, né la ragione del progressivo impoverimento di questo Paese né tantomeno dell’Europa.

Che non sono poche migliaia di persone, in un Paese di 65 milioni di persone, ad aver creato o creare il nostro progressivo collasso.

L’italiano medio contemporaneo che non sa avere altra funzione né dare altro valore alla propria esistenza che quella del gregario, non usa la politica perché conscio dei propri diritti e doveri di cittadino ma perché è infantile ed egoista e se alla politica guarda (perché fino a qualche tempo fa se ne disinteressava totalmente) è perché ha ravvisato in questi nuovi figuri apparsi sulla scena qualcuno che possa portare avanti ideologicamente il loro egoismo, dare un valore socialmente e moralmente accettato al loro costante livore e fastidio di non essere il centro del mondo; questo cittadino è uno che non conosce altra forma di dialogo che la litigata in piedi tra il pubblico, il pettegolezzo tra due tizi chiusi nella casa del Grande Fratello, non conosce altra modalità di scelta tra una cosa e l’altra che il televoto.

Non segue idee ed ideologie ma è fan o follower di uno che urla più forte e gliene dice quattro, peraltro con la volubilità del bambino capriccioso, infatti basta poco e costoro cambiano tizio da seguire e da amare.

Cosa che ai politici contemporanei che ci governano in questo momento è ben chiara ed ecco perché tentano di aggrapparsi agli unici ideali che questa categoria di persone conosca, che sono appunto l’egoismo e la ricerca del nemico, la frustrazione di un mondo che non è il parco giochi che sembra loro essere per quelli che vivono una vita di lustrini e successi, e che vorrebbero tanto per se stessi.

Semplificandola: questo genere di persona non ce l’ha con chi ha il Rolex e l’attico perché ritiene che il mondo sarebbe più giusto con una più equa distribuzione delle ricchezze, o perché pensino che quelli dovrebbero pagare più tasse o perché pensino che non è giusto che qualcuno abbia tanto e tanti non abbiano niente.

Il punto è che a possedere Rolex ed attici vorrebbero essere loro e per non mettere in dubbio le proprie azioni, capacità o scelte, se ce l’ha un altro e non io sicuramente l’altro chissà cosa abbia combinato di ingiusto e immeritevole, sicuramente lui non ha merito e ciò che io vorrei ce l’ha lui è dato dal suo essere un infame e io un “puro”.

I politici contemporanei che oggi ci governano hanno capito bene la psicologia di questa categoria umana.

Dunque piuttosto che proporre reali e concrete idee per migliorare la vita di tutti i giorni dei cittadini, Sanità, Scuola, trasporti e soprattuto più lavoro per tutti, un futuro per i più giovani, tutto si riduce alla creazione di nuovi antagonisti, come si fosse nella writers room di una scarsissima soap opera, nemici e armi di distrazione di massa che vanno dallo straniero a quelli con il Rolex e l’attico, sperando così di pilotare l’odio sociale che nasce dalla frustrazione di cui sopra verso obiettivi diversi che non siano ciò che veramente serve a rendere migliore un Paese.

Perché sfugge, ai gregari, che non sono “quelli di sinistra”, “quelli del PD” ad avere la vita ricca e dorata che loro stessi sognano bensì una classe sociale che ben si distribuisce tra le appartenenza politiche.

Pensare che esistano davvero i “radical chic con il Rolex e l’attico” è un’idea talmente infantile che le prime volte che ho letto queste affermazioni ho riso di cuore, hanno il sapore della favola dell’Unicorno e la superficialità del “signora mia” in fila alla cassa del supermercato.

E invece no, l’ideazione di un simile antagonista ha avuto immediata presa tra i gregari, la massa di bambini genericamente arrabbiati su cui questi politici contano corrono dietro a questa insana idiozia con la cecità di quelli che correvano con i forconi dietro una poveretta accusata di stregoneria solo perché aveva un neo strano.

È la stessa ignoranza, la stessa totale mancanza di un pensiero critico, di buon senso o logica. Non dico di Cultura perché siamo arrivati al paradosso che la rifiutano, anche se oggi l’accesso alla Cultura sarebbe aperto a tutti, perché persino l’aver Cultura è diventato un difetto e un problema, come nei periodi più bui della nostra Storia. Millenni per arrivare a capire che solo l’avere una Cultura rende le persone libere di avere un pensiero critico, personale, che l’aver Cultura consente, tra l’altro, un’evoluzione umana adulta verso il saper scegliere ideali e non persone, capire chi tenta di usarti e di fregarti.

La più grande vittoria di un Sistema Politico che, mondialmente, vuole far tornare i cittadini da persone pensanti a sciocchi gregari e che è in atto da decenni, è quella cui stiamo assistendo.

Non ne ho trovato uno, in questo fiume di incredibili commenti e frasi sgrammaticate e deliranti, che rispondesse mai seguendo un ragionamento, facendo una citazione che possa darci la speranza di un libro letto, un’informazione approfondita. È tutto un rosicate, morite, state soffrendo eh? Zitto che sei del PD, Pddini schifosi, tieniti tu i negri a casa, pigliati il maalox, però bacioni. Non una sola argomentazione politica, non un accenno di saggezza.

Poi passo agli appunti di questo ragazzo del 1974 e mi sembra di saltare da un pianeta ad un altro, non mi chiedo come siamo arrivati a questo perché sarebbe un’affermazione naive: conosco la Storia e ho sempre seguito con attenzione quello che succedeva nel mondo quindi non posso dirmi stupita.

Ma è come un doccia scozzese, un vero trauma, passare da tanta civiltà e passione politica, anche quando  con un ingenuo ottimismo verso l’umanità, a questo collettivo urlare volgare e pieno di odio.

Siamo un mondo, nel nostro caso un Paese, nel bel mezzo di una tristissima caduta libera e personalmente non vedo più alcuna speranza.

E ci tengo a dire che questa preoccupazione, questo dispiacere per i cittadini del Paese in cui vivo, non è “rosicamento”, è l’ultima traccia che rimane in me di pietas che non so negare neanche verso chi non la pensa come me. Mi dispiace davvero, perché la Storia e persino un documentario sulla fauna insegnano che i gregari sono sempre i primi a pagarne le spese quando il capobranco decide chi si deve salvare e chi no, quando tutto precipita.

silhouette of child looking on window blinds
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Non volevo fare Biancaneve (ovvero della libertà delle Rete: un conto è travestirsi da personaggio, un conto è il “getta la pietra e nascondi la mano”).

Stamattina leggevo i giornali (sì, ogni tanto li compriamo anche cartacei, soprattutto se ci sono gli inserti, ho un vero e proprio guitly pleasure per riviste come “il Venerdì” o “D donna”, “Io donna”…) e leggere un cartaceo fa un effetto diverso che sfogliare i quotidiani online sul computer o Ipad che sia, perché hai davanti a te una visione d’insieme, un po’ come gli appunti universitari sparsi sul tavolo con le sottolineature di tutti i colori per far ricorso alla memoria fotografica ed avere, appunto, una visione d’insieme. E’ utile soprattutto per la Storia.

Dunque oggi sfogliavo il giornale, dopo colazione, e la visione di insieme cuciva tra loro cose come violenza, donne uccise qua e là, minacce alla Boldrini (via web), insulti alla Kyenge (via web), la Biancofiore che si difende dalle accuse di omofobia e richiama, anche lei, agli insulti ricevuti via web, Rodotà che interviene sulla questione della cattiva interpretazione del concetto di “libertà d’espressione” quando si parla del web, e pone anche l’accento su quanto sia stata grave la violazione della posta elettronica dei deputati grillini, qualche giorno fa.

Una decina di giorni fa qualcuno ha clonato l’ identità di una delle mie mail (quella che consulto solo in web e che uso di più per lavoro), non hanno proprio invaso la mia casella e tutto ciò che contiene, hanno semplicemente clonato l’identità e cominciato a mandare mail con richieste di soldi o offerte di lavoro, di rolex a prezzi stracciati o viagra, “a nome mio”.

Ho risolto abbastanza facilmente, nel senso che ho mandato una mail di avviso a tutta la mia rubrica (soprattutto per tranquillizzare gli amici di non trovarmi in difficoltà bloccata in un Hotel nella Terra del Fuoco e in attesa di un vaglia, né di aver risolto la crisi vendendo patacche), cancellato la rubrica dalla casella, avvisato il provider e cambiato password.

Anni fa mi è invece successo che qualcuno fosse entrato proprio nella mia casella e da lì inviava mail che ho persino trovato tra la posta inviata – ma lì è stato qualcuno che conoscevo e che ha capito la mia password, un tempo eravamo tutti più ovvi nello scegliere la password – ed è vero che la sensazione di invasione del proprio spazio è paragonabile ad un furto in casa: qualcuno senza volto è entrato, ha toccato la tua roba, ha trattato male le cose che ami, preso cose tue.

Rodotà dice una cosa, nella sua intervista, che appare pacifica ma che è l’uovo di colombo:

ciò che è reato nella vita reale lo è anche nella vita virtuale

Aggiunge che ci sarebbero le leggi ma non si applicano, e via così.

Il punto, secondo me, è che la Rete ha galvanizzato e reso facilissimo un atto che in fondo l’essere umano conosce da sempre, e che è la scelta più vigliacca che una persona possa fare per esprimersi:

L’Anonimato.

Io personalmente non ho mai avuto un nickname, non mi sono mai “nascosta” nemmeno per gioco. Diciamo che ho evidentemente sempre avuto un’identità solida e una buona autostima, o che comunque probabilmente sono sempre stata contenta di me o non ho mai avuto problemi ad assumermi le conseguenze delle mie parole o azioni.

Non mi è mai servito, ma nemmeno piaciuto, inventarmi altre identità o nascondermi. Persino travestirmi per Carnevale, da piccola, non è che mi facesse impazzire. Quando sono arrivata in Italia – in Finlandia non avevamo nessuna festa del genere – mia madre, per integrarsi con gli altri e fare in modo che lo fossi io con gli altri bambini, decise di comprarmi un travestimento per una certa festa.

Siccome mia cugina, che era l’unica bambina amica che avessi appena arrivata qua, si vestiva da Biancaneve, mia madre pensò di comprarmi lo stesso vestito. Era il vestito della Biancaneve della Disney, per intenderci.  “Biancaneve” quella è.

Bene, ci fu tutta una tragedia perché non volevo mettermi il vestito, dicevo di sentirmi assurda e ridicola e la cosa su cui non ho voluto sentire ragioni sono stati i capelli: l’idea era una parrucca nera con il cerchietto (ero bionda e avevo i capelli lunghi, Biancaneve bionda non se po’ vede’) ma io quasi mi impiccavo per il rifiuto di non essere “più io”. Alla fine abbiamo patteggiato per il solo cerchietto sui miei capelli nature. (e, come è ovvio, non mi si poteva vedè, non potevo passare nemmeno per la sua stand in).

Parlavo ancora pochissimo italiano ma ricordo bene che quando le mamme degli altri bambini mi guardavano con quei sorrisi dolci che gli adulti riservano ai bambini – più o meno come si fosse tutti cretini – e mi dicevano “Chi abbiamo qui, Biancaneve??” io rispondevo, devastata dalle crisi di identità “No! Anne! Io Anne Riitta!”

Alcune foto di quella giornata raccontano tutto senza bisogno di aggiungere altro, basta lo sguardo.

Imbarazzo? disperazione? spaesamento?anne_biancaneve

Una già arriva dalla Finlandia e non capisce una mazza e mi dovete vestire così?

 

 

 

 

Comunque, questo per dire che una cosa che non ho mai capito fino in fondo è il bisogno di essere qualcun altro.

Se è per gioco, per vivere altre vite, per problemi di disturbo della personalità, sono altri discorsi – quanti Napoleone e Mosè ci circondano! – se è perché si tenta di mitigare la paura della morte dicendosi che esistono altre vite e in quella passata si era mercenari cinesi di stanza in Uruguay, lo capisco anche, e – in Rete – la creazione di alcuni personaggi ha tutta la mia riconoscenza perché sono divertenti, irriverenti (ma senza essere aggressivi violenti)  e al servizio degli altri come poteva essere un tempo la creazione delle Maschere,  al più moleste o irriverenti, ma quello che veramente non capirò mai è

l’incapacità di assumersi la responsabilità di quel che si dice e si fa soprattutto quando si aggredisce qualcuno.

Un tempo, mi raccontava nonna, esistevano le lettere anonime.

In Sicilia gli scrittori di lettere anonime facevano impallidire i vari pimpirulina78 o vendicatoresolitario93. Erano artisti del getta la pietra e nascondi la mano, e ci si mettevano di impegno con le loro lettere fatte di pezzi ritagliati da “Confidenze” o quotidiani locali.

O quelle belle scritture da prima elementare? Gli errori di grammatica?

Ah, quelli sì che erano tempi in cui essere anonimi richiedeva sforzo e rischio.

Ma oggi, con la Rete, nascondersi è facilissimo.

In teoria per iscriverti ad un forum o un blog dovresti lasciare la tua mail, nome cognome e indirizzo, ma immagino le mail più usate pullulino di Mario Rossi e Steven Spielberg abitanti in via dei Cavoli Rossi 25 – Transilvania.

Purtroppo di fatto un controllo non c’è e quindi chi più, chi meno, ha subìto in vita sua l’attacco vigliacco di qualcuno che si nasconde nel buio della sua stanzina sentendosi fichissimo o fichissima mentre ti scrive le peggio cose.

Di fatto risalire all’IP di un computer è un attimo, basta andare alla Polizia Postale o avere un amico chiamiamolo così, smanettone (a me è capitato di doverlo fare, giusto per capire chi fosse a divertirsi a mandare messaggi idioti), ma quel che più mi sconcerta e fa pena più che rabbia, è chi colma i propri complessi e frustrazioni insultando la gente senza un reale confronto.

Si tratta di coraggio delle proprie azioni e soprattutto coraggio dei propri pensieri.

Secondo me la tanto citata violenza crescente, come ho già detto, c’entra eccome con la cattiva abitudine consentita dalla maschera anonima che ti permette la Rete: ci si è abituati a ferire gli altri impunemente.

Impunemente è il termine giusto: perché ferire fisicamente o verbalmente qualcuno è un reato. Il male morale è punibile tanto quanto quello fisico.

La stessa vigliaccheria la vedo anche nelle azioni di quelli che ingaggiano degli hacker per violare la privacy di una persona – quale sia il lavoro che faccia, che sia personaggio politico o meno – per metterla alla gogna.

La gogna e il concetto di lettera scarlatta sono faccende che ho sempre disprezzato più di ogni cosa, e solo dopo anni di filosofia e sviluppo di un pensiero – e la sua pratica – non violente, sono riuscita a sopire la voglia di prendere a sediate le persone che lo fanno, quelli che tentano di distruggere le vite altrui tentando di ricorrere alla morte sociale o al pubblico ludibrio. E’ la cosa più primitiva e demente che ci possa essere. Ci risiamo: sono cose che offendono e rendono inaccettabile chi le fa molto più di chi le riceva, ricorrere alla gogna e al pubblico ludibrio è persino più vigliacco dell’insulto.

La cosa che addolora e che io collego sempre alla radice della crescente mancanza di rispetto per le donne, è che persino nel caso delle mail dei deputati M5S, in ogni caso in cui il bersaglio delle proprie frustrazioni sia una persona di sesso femminile,  la presunta “gogna” riguarda sempre e comunque la vita sessuale, il corpo, il comportamento sessuale.

E’ vero che questa tendenza ha contribuito e contribuisce ad alimentare una crescente rabbia e disprezzo per le femmine, in questo Paese e, mi spiace, è vero che la Rete c’entra moltissimo con tutto questo.

In una cosa sono di sicuro totalmente d’accordo con quello che ho letto oggi: quel che bisogna combattere è l’idea che possa esistere un anonimato “impunito”.

Chiunque voglia giocare un gioco di ruolo inventandosi un personaggio che osserva il mondo secondo il pensiero e la visione che attribuisce al suo alter ego, non dovrebbe poterlo fare per fare del male agli altri.

Un conto è travestirsi da Biancaneve, un conto mettersi il passamontagna per ammazzare di botte qualcuno e poi correre a nascondersi.

Ci hanno rotto le scatole per anni dissertando sulla differenza tra satira e insulto, e si vuol mettere invece in discussione la sottile linea che separa l’insulto dalla minaccia, confondendo l’idea di “privacy” e “libertà d’espressione” con quella della tutela del cittadino dalla violenza (sia essa fisica o morale: essere minacciati penso che sia una della più grande violenze morali che si possano immaginare). Per come la vedo io “libertà di espressione” non può essere separato dal concetto dell’assunzione di responsabilità di quel che si dice e le conseguenze che potrebbe comportare. Se solo si pensa cosa abbiano dovuto passare alcuni giornalisti o Assange, per essersi assunti la responsabilità delle loro parole o azioni. La libertà d’espressione è esattamente l’opposto del butto la pietra e nascondo la mano. Tirare fuori un concetto così alto per, di fatto, tutelare dei teppisti è da matti.

Chi scriveva lettere anonime, un tempo, o chi mandava lettere minatorie, veniva ricercato eccome, ovviamente fino a casa, e ovviamente sanzionato.

Insultare e peggio ancora minacciare qualcuno senza metterci il nome è terrorismo, violare lo spazio virtuale degli altri è furto con scasso.

Il mondo virtuale non è che la casetta per le bambole della nostra vita nel mondo, e non vedo perché debbano valervi altre regole. Per deduzione, l’abitudine ad un certo modo di trattare gli altri senza conseguenze,  mi sembra evidente che faccia poi perdere, nel macrocosmo della nostra vita sulla Terra, il controllo del rispetto dello spazio dell’altro e del suo diritto a vivere, a non essere d’accordo con noi, a non volere le stesse cose che vogliamo noi.

Queste forme di infantile coercizione e brutalizzazione delle vite altrui sono evidentemente collegate, ed è per questo che secondo me togliendo il costume ai bambini e ricordandogli che non sono né il Vendicatore Solitario né Jeeg Robot d’acciaio nella vita, e se hanno fatto male saranno puniti come il Mario o il Pasquale che ci sono sotto la maschera, può essere un passo molto utile a costringere le persone più vigliacche e infantili a ricordare che nel mondo democratico e civile, nel mondo degli adulti, nel mondo libero, ci si prende la responsabilità del proprio pensiero, così come delle azioni e parole con cui si decida di esprimerle.