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Sulla nostra pelle

Ho appena finito di vedere, finalmente, “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini e non ho potuto non pensare, subito,  alla mia famiglia, a mio marito, alle persone che amo, in particolare al fatto che da quando ero piccola vivo nel terrore che succeda qualcosa a quelle persone che per me sono un pezzo della mia stessa carne, un mio braccio, il mio cuore, qualcosa che sarebbe strappato via senza possibilità di cicatrizzarsi.

Poi succede, ho perso mio padre e non ci si rassegna, mai.

Che un pezzo di te venga ucciso e che muoia solo, non riesco nemmeno ad immaginarlo senza sentirmi scoppiare il cuore.

La storia di Cucchi mi ha fatto stare male dalla prima volta che ho visto sua sorella parlarne, perché mi bastava proiettarmi in quel che stesse provando quella famiglia per ritrovarmi bambina nel letto di notte, quando ancora credevo nel Dio più semplice in cui credere cioè un essere buono cui chiedere le cose, e lo supplicavo piangendo: “Ti prego togli la violenza, togli i pericoli, non fare succedere niente di brutto alle persone, fai che non ci siano più i cattivi”.

Il fratello di mio zio era Boris Giuliano, un commissario che ai miei occhi di bambina era il Bene, quelli che ti proteggono e allora pensavo, dato che lui era un uomo buonissimo e coraggioso – e infatti lo era – che per fortuna esistono i poliziotti che sono buoni e combattono la violenza.

Quando ero bambina quindi non facevo che proporre a Dio fioretti perché esaudisse quel mio desiderio che mi rendeva insonne, e cioè che non ci fossero più i cattivi.

Poi, crescendo e studiando ho capito meglio che la violenza, la crudeltà, sono parte dell’Uomo, che sono irrisolvibili ma anche che molti esseri umani di incommensurabile saggezza, dai profeti al Buddha, dai filosofi al più grande rivoluzionario della Storia che era quel Gesù di cui mi leggeva le parole mia nonna, da Gandhi a Martin Luther King hanno capito e insegnato due concetti molto semplici, qualcosa che pensavamo aver finalmente capito tutti dopo l’orrore della Storia recente, la Seconda Guerra Mondiale e il suo spaventoso e demoniaco orrore, e cioè che

la violenza non è mai la soluzione

che l’essere umano ha diritti innegabili anche quando è in torto.

Nella mia infanzia, per certi versi faticosa, sicuramente solitaria ma sopratutto poi dopo nella mia ancor più complicata adolescenza, dato che quel Dio semplice in cui credere non pareva rispondermi, ho cercato di capire, sono sempre stata curiosa e quindi volevo capire cosa, come, perché, dell’Universo.

Mi sono rifugiata prima nella fantascienza perché la realtà così com’è non mi piaceva e mi faceva paura, da lì ho cominciato ad amare lo studio dell’Universo, capire come fosse fatto, dove iniziava e dove finiva. Da ragazza passavamo ore con il mio migliore amico, in Sicilia, a guardare le costellazioni e l’idea di quella infinità, ancora oggi l’idea che questo Universo esista da 13,8 miliardi di anni, questo pianeta da quattro, e che ci sia stata ogni forma possibile e immaginabile di violenza per arrivare a darci la vita, a fare l’essere umano con questa misteriosa scintilla in grado di capire, di sentire, di creare, di inseguire l’equazione perfetta, è diventata il mio rifugio:

Dai, come possiamo veramente farci del male, piccoli piccoli e soli in uno Spazio di grandezza inimmaginabile, che coincide con un Tempo inimmaginabile, lo capiremo, troveremo vera pace prima o poi.

Prima o poi avverrà che la violenza non sarà la soluzione per nessuno, che ci sarà quel patto di alleanza che ponga fine alle guerre, alla legge del taglione, al violare la vita altrui o il suo benessere, prima o poi questo cuore enorme, collettivo, che è l’Umanità, capirà che non c’è separazione, né differenza, che siamo unico cuore, unica pelle e unico DNA.

Sopratutto quando sono nate le mie nipoti così piccoline e indifese, ho detto: mi ascolterà quel lui di indefinibile natura e, almeno per loro, non dovrò aver più paura.

In questo film invece ho visto tutte le persone che amo, pur avessero sbagliato, fare la propria Via Crucis tra una cella e un lettino d’ospedale e non è vero che siano tutti cattivi in questa storia scritta con ammirevole equilibrio, non capisco perché Polizia e Carabinieri si siano arrabbiati: non sono tutti cattivi e non risulta che le Forze dell’Ordine siano cattive.

Alcuni sono stati cattivi, molti sono rimasti in silenzio di fronte alla cattiveria e alla violenza ed è un fallimento per la missione dell’Umanità tornare ad essere indifferenti o non aver mai smesso di esserlo, di fronte alla banalità del Male.

Invece di vedere un mondo che migliora adesso poi mi sento circondata da una cattiveria e un male, un pericolo sempre più tangibili, gente che minaccia di morte qualcuno per un evento social, un governo che pensa che la soluzione sia la violenza, si parla di taser, di muri, di morti in mare come forma di difesa necessaria.

A volte mi dico che chi la pensa così non può essere tornato così indietro nel processo evolutivo dell’intelligenza e saggezza umane, non possono essere così regrediti dai millenni che ci abbiamo messo per capirlo.

Ho finito di vedere il film e mi sono sentita sconfitta, persa, io che ho segretamente deciso già da ragazzina che da grande avrei fatto film dopo aver visto Accattone e pianto davanti a lui che, steso sul selciato diceva: “Ah, ora sto bene”, perché ritenevo che raccontare e far riflettere potessero essere il mio piccolo contributo, la personale missione di questa scintilla nel Tempo che sono, a dare una risposta alla violenza, alla cattiveria degli Uomini.

A volte capisco di essere ancora quella che aveva pochi anni perché mi ritrovo ad immaginarmi che se solo con gente come quella che picchia per nervi o per gioco qualcuno perché è nella posizione per farlo senza conseguenze, o con gente così crudele che per dei soldi rapisce e tortura una povera coppia colta nel sonno,  o con chi ci governa adesso, soprattutto un Salvini e i suoi seguaci così pieni di odio e livore, tanto seminatori di odio e violenza, si potesse parlare con calma e mostrargli questo pianeta visto dal centro della galassia, forse alla fine capirebbero.

Ma probabilmente è più realistico documentare, narrare e conservare per il futuro quello che succede, perché probabilmente i cattivi di cui avevo paura da piccola sono ovunque e alla fine dimostrano che sono più forti e tenaci del divino in cui credevo.

E che non c’è nessuno che verrà a salvarci.

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Giochiamo che questo era il bunker e fuori c’era la guerra atomica

Ieri, buttando un occhio ai social, ho notato questo:

Molti ne hanno parlato con ironia e battute stiracchiate, qualcuno l’ha anche vista come una soluzione. Personalmente al di là di qualche rapido pensiero su quanto debba essere complicata la faccenda se ti scappa la pipì – soprattutto se hai bevuto un po’ – e su come ci si dovrebbe comportare se, sì, esci da sola, ma dovessi poi decidere per un incontro galante e devi mostrarti con una cosa del genere addosso, ma mi sono poi ovviamente sentita tristissima e altrettanto stupita di quando, dopo la tragedia dell’11 settembre, ho visto questo:

Ovviamente queste iniziative da una parte fanno anche ridere ma non troviamo incredibile, folle e pazzesco che a un certo punto si prenda atto del fatto che c’è gente orribile, esseri umani deviati e devianti che riescono a fare violenza ad altri esseri, e ci si rassegna che visto che non si potrà mai fare niente per risolverlo, allora attrezziamoci?

Certo, è una delle bizzarre tendenze dell’umano statunitense quella di non farsi trovare impreparati davanti alla catastrofe, una forma di protezione psicologica che forse deriva loro dalla resilienza che il loro inconscio collettivo ha dovuto sviluppare in quanto pioneri all’avventura, basta pensare ai corsi che organizzano per poter sopravvivere alla fine del mondo, o dirgliene quattro agli alieni se dovessero presentarsi con cattive intenzioni.  Ma quel che è sicuramente universale è la tendenza a cercare di affrontare la paura escogitando una soluzione, insomma una difesa.

Da piccoli, con i miei cugini, si faceva una cosa che oggi trovo buffissima, ci ho ripensato vedendo il video della mutanda antistupro.

Noi ci esercitavamo alla resistenza. Resistere al freddo (sottozero non è quella passeggiata di salute che vi state immaginando) resistere alla fame, resistere appesi con le due mani a un ramo, resistere al buio, resistere con gli occhi chiusi, e via così.

Ma a cosa ci allenavamo mai, qual era il babau per cui volevamo farci trovare pronti?  I pretesti erano ovviamente: fuori c’è la guerra atomica, stanno arrivando gli alieni e faranno a fette il mondo, ci sono i ladri e noi dobbiamo scappare, c’è la guerra.

Se ci si pensa, quando leggiamo le schifose notizie delle violenze che fanno sulle persone, quali sono i primi pensieri? Intanto ci diciamo cosa avremmo fatto noi, rassicurandoci della convinzione che avremmo avuto la reazione giusta e ci saremmo salvati.

Poi, almeno per quanto mi riguarda, il mio primo inconscio pensiero, soprattutto se penso alle persone che amo, se solo penso alle mie nipoti che per me sono l’Intoccabilità assoluta,  è che devo proprio prendere qualche altra cintura di karate e che ho fatto male a mollare le arti marziali, il secondo pensiero è che devo decidermi a fare quel corso di tiro con l’arco, imparare a usare una pistola, tipo, anche se una volta un poliziotto mi ha spiegato che qualunque arma decidessimo di portarci addosso dovremmo sempre immaginarla come l’arma che al cento per cento verrà usata contro di noi, perché purtroppo, per uno più forte di te, strapparti un’arma dalle mani non ci vuole niente. Ma io lo penso, mi immagino come Olivia Dunham con la coda di cavallo e gli anfibi che sparo alle gambe al cattivo che sta aggredendomi o peggio ancora aggredendo una persona che amo.

La parte quella più civile, razionale e pacifista caccia via dalla centrale del cervello il topino vestito da Sarah Connor che già si immagina ad ammazzare stecchiti tutti i cattivi di questo mondo che volessero far male a quelli che amo o a me, ma mentre topino Gandhi mette topino Sarah Connor alla porta, mi assale un disagio tremendo per non avere risposta alla domanda:

Ma cosa si può fare perché non ci siano più teste di cazzo in questo mondo?

Quelli che tentano di calmare l’ansia inventando orrido intimo antiviolenza – senza nemmeno riflettere su cosa questo significherebbe in ordine di reazione in una persona violenta – o progettando di andare in ufficio con il paracadute in spalla, sono un po’ come noi bambini che ci chiudevamo per ore nello sgabuzzino per non avere più paura del buio.

sarah-connor