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Una navicella spaziale su cui non c’è posto per te e i tuoi figli e sei lasciato a morire nel diluvio

Da quando ero adolescente seguo la politica, prima lo facevo perché me lo imponeva mio padre, diceva sempre che quello politico non è solo un diritto ma un dovere e che non possiamo lamentarci, poi, se le cose vanno male e se le regole non ci piacciono se non siamo informati e non facciamo la nostra parte.
Devo dire, da piccola, alzavo gli occhi al cielo e seguivo i TG o leggevo i giornali con la gioia di un cazzotto sulla spalla, ma sono sempre stata una bimba ligia, quindi facevo il mio dovere.
Poi ho scoperto Socrate e ho capito davvero, compreso con ogni cellula il fondamento di ciò di cui parlava la mia famiglia: di ogni regola, di ogni legge, di ogni persona che si candida a curare la cosa pubblica, a me starebbe bene se io fossi parte non solo parte lesa ma anche parte in causa?
Attenzione, porto un esempio estremo per chiarire cosa intendo per pensare a regole, Leggi o persone che devo immaginare agire in assoluto, non per quello che fa comodo a ME in quel momento.
Non pensiamo cose quali “sì daje, allo stupratore la castrazione chimica o per l’omicidio la morte” perché pensiamo a noi come parte lesa, pensiamo se accadesse che nostro fratello venisse accusato ingiustamente di stupro o io di omicidio e non ho le prove per dimostrare la mia innocenza, vorrei una Legge che prevede una pena così irreversibile?
Adesso, per dire, ci sono questi che dicono che è sbagliato accogliere un poveretto che fugge dalla guerra o dalla povertà o dalle torture perché “da noi c’è poco posto” oppure perché sicuramente uno su duemila è un farabutto, ci starebbe bene, come regola valida in assoluto se dovessimo fuggire da un attacco alieno, ci sono 800 posti su una navicella per salvare la vita e a te e alla tua famiglia dicessero:
“No, caro, voi morite, quattro posti in più non ci sono e comunque che ne so che tuo figlio non è un farabutto”?
Vi starebbe bene come regola assoluta, lo trovate “giusto in assoluto”?
Così io ho cominciato a fare quel che potevo come parte attiva in politica, nel microcosmo del mio mestiere e nel tempo che posso dedicargli, mentalmente tanto, praticamente a periodi.
Ma per poter essere onesta in questo mio far parte attiva, devo essere informata, sentire tutte le campane, non chiudermi mentalmente. Oggi questo vuol dire seguire i protagonisti della politica sui social.
Ora, vi assicuro che per me in certi giorni leggere status e dichiarazioni di gente come Salvini, la Santanché o la Meloni (ma di più Salvini) mi fa l’effetto dei video sulla vivisezione, mi fa male l’anima, fa perdere presa e barcollare alla mia più profonda compassione e il rispetto che tento di avere anche verso chi non condivido, perché ho rispetto per ogni essere vivente, io che mi sento male se schiaccio le formiche.
In certe giornate veramente a leggere questa roba e sopratutto i commenti della ggente sotto, non solo auspico l’Apocalisse divina in quanto nuovo repulisti (perché Sodoma e Gomorra non sono luoghi in cui la gente se la spassa, sono i luoghi in cui non si ha più alcuna pietas e senso di fratellanza, lì dove si è perso completamente il messaggio della compassione umana che ci è rivelata da un paio di millenni) ma mi deprimo, ho paura per il futuro delle nuove generazioni, ho paura per le mie nipoti.
In queste giornate mi aiuta a malapena la Bellezza o rileggere qualcosa degli eccelsi ingegni. Ho paura veramente, anche di me, di perdere tutto quello che sono molto fiera di essere diventata, sempre grazie a Socrate di cui ho seguito il principio “diventa ciò che vorresti essere, non limitarti a sembrarlo, diventalo”. Una fa tanta fatica poi arrivano questi barbari.
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gente acida sui social e pericoli della malanova (per chi la manda)

Ultimamente frequento poco i social, nel senso che più che altro sfoglio distrattamente tweet dal cellulare, passo veloce sulle notizie di facebook e nei momenti di buco (quasi sempre mentre aspetto un bus o sto renderizzando un video) butto lì uno status.

Non sembra ma sono molto impegnata. A parte il chiamiamolo-per-comodità-lavoro, una delle faccende che più mi tiene impegnata è combattere contro il karma destruens: sabato mi si è rotto il terzo blackberry in due anni, più che altro è annegato durante una cena qui a casa. Finita la cena ho trovato il cellulare che navigava nell’acqua sul tavolino della cucina, non so e non saprò mai perché e a causa di chi. Contiamo una giornata persa tra procurarsi un nuovo telefono, configurarlo, buttarci dentro contatti etc che avevo salvato sul computer. Insomma, sono fatiche. Intanto, ieri è finalmente venuto l’idraulico per mettere a posto una perdita che riguardava SIA la lavatrice CHE la lavastoviglie, rotte da dieci giorni. Prima si pensava fosse la lavastoviglie, quindi ci si è messi a fare i piatti solo a mano, poi giovedì ha attaccato con gli tsunami pure la lavatrice, quindi siamo stati costretti a chiamare un idraulico. E anche queste sono tragedie che richiedono la più profonda comprensione. Infine, oggi è venuta l’iraconda signora che mi aiuta con le pulizie, ha aperto tutte le finestre di casa – e sì che la ossessiono con il problema di questo appartamento del riscontro – la porta a vetri del bagno ha fatto prima SBABUM e poi KRAPAM e ora a casa mia non è prevista più privacy. Quindi la mia nuova avventura sarà il vetraio.

Riesco a mantenere un minimo di aplomb zen, perché si sa, un po’ gli oggetti si ribellano tutti insieme, un po’ da brava mezza siciliana riconosco perfettamente in tutto questo l’effetto malanova, cioè il malocchio che ti manda la gente che ti odia. Ma rimango calma perché so che, da illuminista con in pugno una razionale cultura e conoscenza di certe metodiche imparate nella suddetta regione meridionale d’Italia e che ho applicato, che tutto ciò che mi arriva tornerà indietro al mittente moltiplicato per tre (anzi approfitto per avvisare i malanovanti che se si stanno facendo domande sul perché le cose vadano loro così male e gliene succedano di ogni: basta che la smettano di pensare male degli altri, tipo di me, e tutto nella loro vita si calmerà).

Riflettendo dunque sull’indubbia esistenza di malanovanti e iettatori mentre osservavo i cocci di vetro della mia porta del bagno e la signora delle pulizie accusava Lorenzo di aver aperto lui tutte le finestre (lui non era in casa, ma la forza del pensiero, si sa…) mi è venuto in mente che stamattina scorrendo la timeline di twitter, quando il mio bagno aveva ancora una porta e vi stavo dentro, mi è scappato un tweet riguardo le persone acide.

Sì perché a volte scorrere le notizie dei social fa venire i nervi. Almeno a me, perché detesto veramente il conflitto (cosa di cui non si capacita il vecchiodimerda di questo condominio che non fa che stuzzicarmi per litigare per qualunque sciocchezza) e detesto le persone acide. Ma le mie timeline sia del suddetto social cinguettante che di facebook pullulano di livore. Devo dire più su twitter che a casa di Zucky.

Ci sono un paio di persone che ci hanno costruito una notevole fama virtuale su ‘sto passare il tempo ad attaccare tutti, possibilmente chi ha successo. (ci sono persone che ci hanno costruito un seguito politico ma questo è un altro discorso)

Per molto tempo è stato il turno di Sorrentino & co, con picchi all’arsenico nel momento dell’Oscar, si è passati attraverso scrittori che vendono, la new entry degli ultimi tempi è Alice Rohrwacher, visto che ha vinto un Premio a Cannes. Ovviamente l’attacco è iniziato quando è stata selezionata al Festival senza – naturalmente – nemmeno averne visto il film, con punte da bombardamento al napalm quando ha ricevuto il Premio. Ma io dico: ma che v’ha fatto, ‘sta gente?

In questo Paese abbiamo in generale un serio problema con l’accettazione del successo altrui, fin da piccoli. Oddio, non è che altrove il primo della classe non si ritrovi presto o tardi l’Attack nelle mutande ma, come in tutto il resto, qui restiamo eternamente adolescenti in ogni campo.

Saltando tra la terra di mammà e questa in cui vivo, di papà, quello che mi colpisce è l’atteggiamento totalmente opposto con cui la maggioranza vive i trionfi dei conterranei: lì gli regalano una villa e gli intitolano strade da vivi, qua la gente si rotola nel proprio sangue mettendo in chiaro due cose:

– Non sono invidioso, eh? È che mi fa rabbia perché quello non merita, quello che fa è brutto, è l’inteligenzia/il potere/il Papa/il Dalai Lama che lo protegge. (sindrome del depositario dell’oggettività e della morale cosmica)

– E comunque non lo dico solo io, vi dico cosa ha detto un mio amico (che a sua volta non è invidioso, eh?)

Come se il punto fosse l’invidia. Gli acidi da social network non è che attaccano uno qualunque che guadagna seicento euro al mese e si fa la vita sua, NO, essi tengono il mirino sempre puntato verso chiunque ottenga qualcosa di grandioso, per esercitare lo sport nazionale del: lui non lo merita – chissà come ci è arrivato lì – ma come fate a dire che è bravo. Il sottotesto ovviamente è “Io sì che avrei potuto, io sì che meritavo” ma, se interrogati in merito, gli acidi si dividono in due categorie:

– Io? Figurati, faccio un altro mestiere.

– Io? Ma io sono troppo puro, non ci sto a certi sistemi. Arrivare lì come ci è arrivato lui/facendo quelle cacate che fa lui, guarda, preferisco come sto.

Nel piccolo invece delle nostre vite pur anonime, accade un meccanismo praticamente identico: dobbiamo spesso prenderci la cacca in faccia di chi non riesce a capire che i propri fallimenti o quel che non ci piace delle nostre vite raramente è colpa degli altri, soprattutto non è colpa di qualcuno che pensiamo abbia le cose che vorremmo noi, o abbia raggiunto obiettivi che pensiamo di non aver raggiunto (perché per qualunque cosa tranne sconfiggere la morte c’è sempre tempo). Invece di impegnare il proprio tempo a lavorare su se stessi non fanno che macinare giudizi e sarcasmo sulle altrui vite.

Quando, da piccola in Sicilia, imparavo concetti scientifici come la malanova e il malocchio della gente cattiva (ma non invidiosa, eh?) già mi sfuggiva la ragione per cui, con tutto quello che abbiamo da fare a da pensare, dovremmo perdere tempo a guardare quel che fanno gli altri e starci pure a provare dei sentimenti. Soprattutto quando di fatto non ci riguarda: non ci hanno tolto niente, non ci hanno fatto niente. E comunque anche quando la gente ci fa male o ci illude, anche se è faticoso ammetterlo, siamo noi ad esserci fatti illudere o a esporci alle situazioni che ci fanno male.

Insomma sono cose che dovrebbero esserci chiare dal compimento dell’età del giudizio, eppure sembra che dalla vita quotidiana fino all’alta politica passando per quelli che dovrebbero essere i nostri comunicatori, pseudo intellettuali e celebrità, sembra che il passatempo nazionale sia massacrare di osservazioni e commenti la gente con toni che sanno di latte andato a male.

È che poi sono portata a pensare che tutta l’infelicità che probabilmente si nasconde dietro tutto questo livore generi energie negative che tornano al mittente moltiplicate tre volte, come spiega chiaramente l’equazione che mi è stata insegnata. Anche senza bisogno dei piccoli trucchetti con cui ci si può garantire l’efficacia del principio.

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la buona educazione (ovvero: non basta avere il pollice opponibile)

Una volta ho citato qui la frase di Hannah Arendt per cui una promessa è un’isola di certezza nell’oceano dell’incertezza futura. Un’altra isola di pace nel caos e nell’alea del mondo umano per me è

La buona educazione.

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Quando si parla di buona educazione la maggior parte di noi si vede davanti il fantasma di una zia o di una nonna coi capelli grigio azzurro a riccioletti, gli orecchini a perla e le mani rugose che ti dice: “Cara, stai dritta con la schiena, non fare schiamazzi, non usare quella forchetta come una zappa”.

Ma la buona educazione di cui parlo io è qualcosa che ha più che fare con il tacito patto per cui io non faccio agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me e concordiamo sull’idea che essere rispettati fa vivere più sereni che non esserlo; che il buon gusto, sotto sotto, al di là di tutte le rivoluzioni e i nostri periodi punk,  è più piacevole della volgarità;  infine che, in fondo, arrivati a questo punto non c’è protesta più grande che quella per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua, e magari chiedendo permesso prima.

Senza tirar fuori parentele introiettate o ricordi traumatici d’infanzia, dunque, mi ricordo di essere stata una cultrice della buona educazione persino nel periodo dark, quello punk, persino girando per locali chiassosi per l’Europa, nel corso delle manifestazioni di protesta, duranti i sit in. Anche nel periodo adolescenziale, insomma. Che è tutto dire. Per intenderci, ho sempre detto “Per favore, mi passi la canna?” e mai “Passa ‘sta canna”.

L’imperativo è una forma verbale che non si usa nemmeno per qualcuno che sta lavorando per noi. Io non riesco a usarlo nemmeno con il cane,  vedo che gli effetti di un “Shara per favore, smetti di distruggermi il tappeto” parrebbero identici a “Lascia quel tappeto, brutta carogna”, se non per il fatto che IO mi sento meglio.

La questione sta tutta nel minor tasso di aggressività non solo di chi riceve, ma soprattutto di chi usa la buona educazione.

Ricordo ancora una volta: l’aggressività fa male alla pelle, si fa fuori mezza tonnellata di radicali liberi al minuto, provoca gastrite, flatulenza, orticaria, alito cattivo.

Essere sdegnati, non concordi, protestare, ribattere alla provocazione, discutere, non implicano necessariamente aggressività; l’aggressività è sempre volgare, non porta a nulla, umilia chi la pratica più di chi la riceve.

Se qualcuno ci disturba, ci fa incazzare, l’aggredirlo mancandogli di rispetto forse ferirà di più l’altro e noi avremo più effetto (magari iniziando una bella scazzottata) ma soprattutto umilia più chi reagisce così, perché usa poco la propria intelligenza, si mostra limitato usando armi improprie verso quella persona.

In fondo vincere facile è umiliante, colpire basso è da vigliacchi.

E poi nel rispetto o meno degli altri, per me, vince la regola della ruota che gira e il principio di cui sopra: cerca se possibile di non puntare il dito su cose che potrebbero capitare anche a te o colpe di cui potresti macchiarti, anche perché la presunzione in tal senso viene spesso – se non sempre – ripagata.

Una cosa che ha colpito la mia formazione oso dire MISTICA da bambina era questa mia amichetta che veniva a giocare da me e, non ho mai capito perché, se la prendeva sempre con una bimba schiva, timida, che viveva nel mio palazzo e con cui ho tentato di legare, ma lei era appunto complessata e solitaria: era una bimba molto grassa. La mia amichetta se la prendeva con questa bambina e le faceva cantilene orrende con al centro parole quali grassa e cicciona.

E se io tentavo di fermarla lei si accaniva ancora di più.

Bene, due anni dopo la mia amichetta ha avuto non so più che problema di salute ed è diventata grassottella. Lei era shockata, infelice, mia madre mi ha raccontato che i suoi genitori erano preoccupati perché piangeva sempre e si detestava.  Poi in qualche anno la mia amichetta è guarita, ma io quando l’ho vista grassotella e infelice, potete immaginare cosa abbia pensato e come abbia collegato gli eventi.

Il pensiero forte nella mia testa era “Veeeeedi che non si insultano gli altri!”

Bene, quindi nella mia ossessione per la buona educazione si è aggiunta molto presto anche una sfumatura esoterica. Prova a trattare male qualcuno e vedi come finisce, se il resto degli argomenti non basta a convincerti.

Per cui, oggi come sempre, ho moti di stupore quasi ingenuo di fronte al mondo in cui vivo, limitando per comodità l’osservazione al Paese che abito.

Ovunque l’esempio è univoco, la gente insulta anche per pochissimo, manca di rispetto perfino per discutere dell’ultima zucchina rimasta sul banco, o anche si comporta male senza nemmeno rendersene conto con quelli che ama e che ritiene amici.

Ci sfugge che siamo sette miliardi di persone e nessuno è il nostro mezzo, né il nostro giocattolo, e nemmeno gli altri sono una massa di spettatori o comparse della nostra presunta straordinaria esistenza.

Guardiamoci intorno.

La prima cosa che mi viene in mente: perchè la gente si interrompe di continuo? I nostri talk show insegnano e qualunque conversazione quotidiana dimostra, che le persone non lasciano mai finire di parlare. Ma non solo quando litigano, eh? Uno sta parlando e qualcuno – ansiosissimo di dire la sua, perché si sa, la “sua” è più importante e interessante a priori – lo interrompe. Di solito inizia la frase con : “No, senti…” oppure “Sì, sì, ma una volta…”.

Perché questo poco rispetto per quello che sta dicendo l’altra persona, o perché pensi che tu la stessa cosa la diresti meglio?

La cosa più grave sono certe coppie di lungo corso. Purtroppo quasi sempre accade che quello oggettivamente meno interessante non lascia proferire parola a quello che, di fatto, dice qualcosa che gli altri starebbero seguendo. Dici: sono dinamiche di coppia, gente che forse si sopporta poco, oppure l’altro non stima il proprio partner e pensa che tutto il mondo lo trovi egualmente imbarazzante.

Ma è un’altra cosa. Pure se accanto a te c’è un pazzo che ti racconta come sia andata veramente a Waterloo, la buona educazione pretenderebbe che lo si lasci finire, o se sta parlando da 36 ore si aspetta  un momento in cui Amleto prenda fiato e si entra delicatamente nella conversazione (o monologo che dir si voglia, il monologo è ovviamente un’altra forma di maleducazione ma come non si risponde all’omicidio con la pena di morte, la maleducazione non giustifica che si risponda con la stessa arma.)

Una sera sono stata a cena da una coppia che ha parlato ininterrottamente, interrompendosi l’un l’altro di continuo e senza MAI fare dire una parola a noi invitati.

Dico, ma: siamo all’ABC. Quando capiremo che se vogliamo blandire o far sentire bene qualcuno la cosa più bella che si possa fare per l’altro è chiedergli di LUI? Che presunzione si deve avere di sé da pensare che le proprie opinioni siano un intrattenimento così ghiotto?

Stai in fila alla posta, sei in piedi su un bus?

Perché la gente dice “SCENDE?” se stai accanto alla porta centrale del bus e non: “MI SCUSI, SCENDE ALLA PROSSIMA?” Cos’è, il mondo è diventato un enorme twitter in cui per parlare hai a disposizione persino meno di 140 caratteri? Dice: mio dio, per oggi mi sono rimasti dieci caratteri, quando torno a casa devo dire “ciao” me ne restano sei… ok..

“Scende?”

E perché non “sc?”

E il peggio è che pure se dici “Sì”, ti scostano. TI SPINGONO.

Tu, spazientito ma decoroso insisti:  “Scusi, ho detto che scendo anche io”. Niente, quello spinge.

Perché di fatto “Scende?” Corrisponde a “Levati dal cazzo, tu essere che occupi spazio”. Il punto è sempre io sono più importante.

Un mondo, poi, in cui ogni principio di buona educazione è perso, è il mondo virtuale.

Sono stati scritti fiumi di parole in merito, ma non c’è verso, la gente maleducata nel mondo virtuale è scatenatissima. Di solito una persona maleducata è volgare ma anche vigliacca.

Te lo insegna la vita, se a uno che si comporta da maleducato in un qualunque contesto rispondi o fai notare che si sta comportando male cosa fa quello in un buon 70% dei casi? (l’altro  30% litiga con toni da vajassa e più sono in torto più urlano e insultano).

Quel 70% dei casi TI IGNORA. Ha parlato il fantasma di Ghost, ti fa pensare che hai finalmente realizzato uno dei tuoi sogni più grandi: hai i superpoteri! Sei diventato invisibile!

Provate, se non vi è mai successo:

“Scusi, guardi che c’è una fila…” quello guarda fisso davanti a sé, fa il vago.

Poi c’è il tipo che usa con te l’imperativo e ti da’ del tu come foste stati compagni di scuola anche se non vi conoscete affatto, e tu per tenere il punto parli educatamente e gli dai del lei e continui a dargli del lei. Anche lui,  mica capisce.

Dunque il mondo virtuale è il brodo primordiale del maleducato, nella sua natura di volgare e vigliacco.

Può nascondersi dietro dei nickname e insultarti, quando parliamo direttamente di un cattivo in sé e per sé.

Twitter, per esempio, rispetto a facebook è una specie di arena dei frustrati. Io amo i social network per stare in contatto con chi non si riesce mai a vedere, come ho detto già in un altro post, twitter ha una funzione – per me – più di punto d’osservazione che di interazione (facebook è più divertente perché l’interazione mi pare meno narcisista, il fatto che uno si faccia seguire da persone senza reciprocità è un rapporto strano e, appunto, non riesce a non sapermi di maleducato, ma tant’è).

Twitter ha di comodo che segui le notizie, quel che fa una squadra che ti piace, personaggi che ti interessano o che ti fanno ridere.

Ma quel che ho notato, appunto da osservatrice, è che tendenzialmente molta gente segue qualcuno di celebre o semi-celebre per insultarlo e scaricargli addosso le proprie frustrazioni, da roba tipo scrittore di merda, se si tratta di uno scrittore, ma perché non ti impicchi fai schifo un po’ in generale; riservano ai politici una serie di improperi invece che approfittare del fatto che se non a lui a qualcuno del suo staff potrebbero effettivamente chiedere qualcosa che ti interessa, etc. Tutto questo molto spesso da parte di gente che non si qualifica, si nasconde dietro un nickname.

Il senso di giustizialismo che c’è dietro alcune manifestazioni della più banale maleducazione (non ti piace uno, non lo seguire! Vuoi dissentire con quel che dice? Ma perché insulti?) risulta penoso per chi osserva, e alla fine persino chi ha ragione in una faccenda ti appare come quello perdente.

Poi c’è chi, anche su  facebook, pensa che essere “in contatto”, significa che siete “amici”, e si comporta con te come si comporterebbe con un amico. Nel caso delle persone in questione: male.

Sono come quelli che entrano a casa tua, t’aprono il frigo, si prendono una birra, mettono i piedi sul tavolo. Io non riesco a farlo nemmeno a casa di mia sorella, un per favore e un potrei non hanno mai ammazzato nessuno.

Nino, uno dei miei migliori amici da me più volte citato – e anni fa ho anche vissuto da lui in un mio periodo di transizione – mi prende in giro perché non riesco a non chiedere “posso usare il bagno?” e sul serio parliamo di un fratello, per me. Non potrei mai infilarmi nel suo bagno senza chiederlo, è più forte di me.

Ecco, nel mondo virtuale c’è gente che si comporta come se ti entrasse in bagno e pisciasse con la porta aperta (ovviamente senza alzare la tavoletta). E tu di fatto NON LI CONOSCI NEMMENO.

Usano la tua bacheca come fosse il loro spazio pubblicitario per diffondere le cose più assurde (uno una volta sulla mia ha pubblicizzato un frigo) e se tu cancelli il post capita che ti scrivano parole di fuoco in privato.

A me è capitato di tutto, dall’attore che mi augura morte perché s’è messo in testa che sto preparando un film e che io snobbo le sue foto e le sue mail, a quello che se la prende con me perché ha messo “mi piace” su una mia foto, gli esce sulla sua bacheca, litiga con la sua donna e chiede A ME, che nemmeno li conosco,  come fare per non farla apparire e per poi bloccarmi incasinandomi l’account per mezza giornata, fino a quelli che – come sopra – pensano che l’avere un contatto in un social network significhi che possano insultare te, quelli che commentano le cose che scrivi, mettersi a litigare tra loro sotto un commento tuo, etc.

Per giorni sono stati tutti a parlare del dibattito tra Santoro e Berlusconi nel corso del programma del primo. Quello che a me colpisce, come al solito, di Berlusconi, è la sua volgarità. Come può non rendersi conto che – per dire – pulire la sedia su cui sedeva un altro essere umano che ha la colpa di non essere d’accordo con lui, è un gesto solo maleducato, volgare, brutto?

Questi che parlano tutti insieme nei dibattiti, non si rendono conto di sembrare scimmie che urlano per spartirsi un cesto di banane?

Alcuni pensano che certi formalismi appartengano a un mondo non autentico, non vero, invece è proprio dalla caduta di certi piccoli formalismi, che erano l’espressione in gesti di “ho rispetto di te”, ha dato via a un’epoca molto più barbarica il cui credo è fregarsene degli altri, dal momento in cui non raccogli la cacca del tuo cane fino a non accorgerti che tuo figlio fa il bullo con un compagno di classe e lo umilia perché lo ritiene gay ed ogni orrore cui assistiamo ogni giorno che ha alla base l’idea che il mondo sia il proprio parco giochi.

Parte tutto da lì, dal rispettare la buona educazione. Perché anche se forzato, anche se si trattasse di un condizionamento pavloviano falso e non sentito, almeno il risultato sarebbe l’osservanza degli eguali diritti che hanno tutte le persone, anche e soprattutto nel quotidiano.