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Perché nella questione Rula Jebreal – Rita Pavone l’aspetto fisico è (inaspettatamente) importante

La questione di Rula Jebreal/Rita Pavone mi sta dimostrando ancora una volta che anche le persone più intelligenti, che stimo, spesso sono incapaci di fare un pensiero meno piatto e quindi più ragionato.

Non si tratta di sofismi, non del tutto almeno, ma di tenere sempre a mente il principio filosofico per cui non esistono il bene e il male e in sé, il giusto e lo sbagliato in sé ma il bene, il giusto, in quanto idoneo a. Questo significa la fatica di analizzare caso per caso di cosa si parli e quali le Idee in campo.

Molti accusano chi si è arrabbiato per le polemiche su Rula Jebreal per poi invitare Rita Pavone a Sanremo mettendo accanto le foto delle due donne e riferendosi al fatto che una è vecchia e brutta, l’altra giovane e bella, li accusano insomma dicendo che ciò, il paragone fisico, “è scorretto”.

È scorretto.

Allora: la Tv da decenni esclude donne brutte, Tv e Cinema, essendo fondati sulla visione e quindi l’immagine, tendenzialmente preferiscono mettere sullo schermo – soprattutto quando si parla di intrattenimento – bei visi, e per quanto riguarda le donne, non è consentito loro invecchiare, soprattutto se non sono belle. Attenzione: questo pensiero, che starete tutti valutando scuotendo la testa e dicendovi: “E infatti, vedi, allora bene la Pavone perché non è giusto che sia così!” appartiene soprattutto ad una ideologia di destra, alla logica televisiva o da commedia ridanciana cinematografica con al centro della narrazione molte tette e molti culi.

Quindi parliamo di chi, pur di sostenere un pensiero politico viene meno alle sue normali logiche di valutazione.

Il che è preoccupante, perché quando qualcuno viene meno persino ai suoi gusti primordiali pur di sostenere un’ideologia, siamo davanti ad un meccanismo tristemente noto alla Storia.

Gli intellettualuzzi di sinistra e gli atticisti ne dovrebbero essere MOLTO preoccupati, se una parte di pensiero così fondamentale dell’uomo medio sovranista e di un logica televisiva che ritiene degne di esistere, (soprattutto nell’ intrattenimento) solo le belle fiche, baratta volentieri una signora anziana burina, che ha cantato canzonette stupide con la vocetta (siamo arrivati al punto che queste povere orecchie hanno dovuto sentire le parole “di talento” riferite a Rita Pavone che certo non ha mai avuto questa canna d’organo e che da decenni è oltretutto svociata) ad una donna di bell’aspetto MA colpevole di essere nera e musulmana.

Barattano persino questo, nella loro foga fondamentalista.

Secondo e forse più importante punto per cui la bellezza o meno di Rula Jebreal sarebbe un punto a favore di ideologie di gente che asserisce di credere in valori che evidentemente non ha mai approfondito: da tempo immemore il problema della “donna bella” è il principio per cui non può essere, non-può (e parliamo anche dei nostri amici atticisti comunisti con il cashmere) essere intelligente.

Per uomini e donne, anche i più fintamente o meno “colti”, bellezza e intelligenza, in una donna, non possono convivere.

Ricordo bene un racconto di Luciana Castellina sui compagni e compagne meno avvenenti di sinistra nei ruggenti ‘70 che magari rubavano le idee dette da compagne carine in riunioni collettive per poi dir loro quei concetti nei discorsi in piazza e loro, le ragazze carine, venivano mandate a volantinare; “compagni” quando c’era da tirar fuori la libertà sessuale, maschilisti quando c’era da riconoscere capacità che le belle ragazze potessero avere in posizione verticale.

Che una donna così intelligente e preparata come Rula sia stata beneficiata dagli dèi da tanta bellezza e che abbia, come dice la Arendt, “lo spazio adeguato per mostrare l’eccellenza” (e un evento nazional-pop come Sanremo può esserlo, ci piaccia o meno) sarebbe una grande conquista per tutti.

Tutti. Quale che ne siano ideologie vere o presunte.

Dici per ostentare il fatto che una donna così bella possa avere quella testa? Ne abbiamo bisogno?

Sì, eccome, perché se si vuol cominciare da qualche parte una rivoluzione, spesso la si inizia dai paradossi, anche quelli che possono farci arricciare il naso, come nel mio caso riguardo la questione delle quote rosa che mi faccio calare per la strozza per questa ragione: se si vuole iniziare una rivoluzione bisogna farlo anche da gesti che possono sembrarci eccessivi o troppo rumorosi.

Per riportare l’equilibrio a volte il peso va spostato dal lato opposto dell’eccesso.

Quindi sì, spiattellare il fatto che bellezza e intelligenza possano convivere (anche) in una giovane donna, è importante.

Infine ma non infine, come mi ha insegnato anni fa una persona molto speciale (e tanto cara agli amici dei salotti intellettuali) non si è “eleganti” o “superiori moralmente” se si tace o si risponde citando Heidegger a chi ha fatto della volgarità il suo tono di base.

Non si può né deve perdere l’occasione di far capire di che arma feriscono l’Altro, si può e si deve portare il loro deserto cervello a chiedersi, inconsciamente certo perché non è un processo facile per chi pensa poco, se davvero amerebbero un mondo in cui, kantianamente parlando, il suo linguaggio e i suoi modi siano la regola, come una Legge di natura e quindi usati anche contro di loro.

Infatti, nel nostro caso, una persona che ha offeso una ragazzina con una sindrome che ha tra le altre caratteristiche quella di dare un’espressione particolare allo sguardo, una quasi bambina definita “da horror” da una che, a quell’età poi, bullizza così volgarmente un’altra, e tutte quelle che le hanno dato ragione, meritano totalmente e senza dubbio, di provare gli effetti di un giudizio limitato ad una caratteristica fisica (in questo caso l’essere vecchia e brutta) verso la quale non ci puoi far nulla ma soprattutto non è certo colpa tua né dovrebbe caratterizzarti. Come l’avere la sindrome di Asperger e l’espressione del viso che ne consegue.

Tu hai fatto di un elemento come questo la base della tua argomentazione senza pensare a quanto male possa provocare a chi condivide la situazione di quella giovane ragazza, tu devi capire quanto possa essere spiazzante e doloroso un simile colpo basso.

Sennò non lo capisci perché non sei capace di dialogo o sensibilizzazione intellettuale.

Quindi non è così banale, da diversi punti di vista non scontati, che sia corretto e giusto porre l’accento anche sulla gigantesca differenza d’aspetto di queste due donne. Non a caso ad una donna viene contrapposta un’altra donna, due simboli politici di due parti che sulla questione della bellezza/intelligenza femminile hanno sfoderato i più biechi e contrapposti pregiudizi, luoghi comuni e gusti che si sono visti pronti a pasticciare pur di nutrire un odio politico ma soprattutto razziale e religioso.

Ma a questo ragionamento per cui ci sono diverse ragioni per le quali la questione non è irrilevante e non è riconducibile a rapide sentenze standard da aperitivo al Pigneto, vedo che ci stanno arrivando in pochi.

È che c’è parecchia differenza tra il pensare filosoficamente e l’opinionismo da cinque minuti di microfono in mano e ogni cosa che ci accade intorno merita più attenta e aperta riflessione.

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LA BANCA DELLA PAZIENZA (ovvero vademecum per difendersi da un terribile nemico)

Considerando che siamo sette miliardi di persone e che, facendo i debiti calcoli dei sei gradi di separazione, per necessità o per scelta anche la più misantropa delle creature umane si ritrova ad avere a che fare con almeno un centinaio di consimili in un anno, e considerando che con la diffusione del mondo virale e i social network questo numero aumenta in modo esponenziale, un essere umano di natura paziente e tendente all’ascolto, a un certo punto della sua vita un minimo di selezione la dovrà pur fare.

Dico, per sopravvivere.

Ci crescono con l’idea che si debba aver pazienza e sopportare chiunque.

In passato ho già parlato, infatti,  delle ragioni per cui non mi piace il termine “tolleranza”: non è che io una persona diversa da me per genere, ceto sociale, razza o religione la “tollero” o loro “tollerino” me, tollerare è un termine che viene troppo spesso usato come sinonimo di sopportare. Ci mancherebbe pure che io sopportassi chi, va da sé, ha i miei stessi diritti e doveri nello stare al mondo.

Sopportare è un’altra cosa, riguarda il quotidiano.

Sopporti uno che ti sta serenamente, decisamente, ufficialmente sulle palle. Sopporti uno che dice delle cose idiote, qualunquiste su cui il punto non è che siano cose vere o false.

Il termine è un altro e andrò presto a chiarirlo.

Quando vai a scuola e racconti ai tuoi genitori di quel dato compagno che vorresti prendere a sediate, i tuoi ti insegnano che devi essere superiore e sopportare.

Poi cresci e prosegui a distribuire impunemente pazienza.

Finché un bel giorno hai una grande illuminazione: ti rendi conto che di fatto dobbiamo sopportare quelli che dobbiamo sopportare.

Non è vero che dobbiamo per forza condividere la nostra vita con qualcuno che ci sta sulle palle, se non è necessario.

Ci sono legami cui sei costretto, anche dolcemente costretto, nella vita. Parenti, colleghi di lavoro che condividono la tua stanza, i tuoi condomini.

Siccome non è elegante e non porta in alcun altro posto fuor che la galera il far fuori un vicino petulante o una collega dispettosa, ti metti in modalità di sopportazione e cerchi di vivere la tua vita e sorridere educatamente con un sorriso tirato e orizzontale davanti alla persona della catena di relazioni in modalità sopportazione cui sei costretto in vita tua, nonostante dentro di te ci sia un omino che urla: “Nnooooooo, non posso credere a quel  che hai detto, noooooooo!!!”.

Negli anni impari le faccette e gli intercalare utili quando sei in modalità sopportazione.

“Ah, ma dai!” “Ah-ha” “Certo”.

Per abitudine e quella tua buona educazione da condizionamento pavloviano, però, vai in modalità sopportazione quando sei davanti a qualcuno che non conosci e magari non vedrai mai più, ma te lo trovi davanti a te sul treno, ci incappi in un molesto commento su facebook, e lo tratti come quelli della modalità sopportazione della tua vita. Ricordiamo: gente con cui sei costretto ad avere a che fare, non sparirà, non si allontanerà dalla tua esistenza come lacrime nella pioggia, no. Fa (purtroppo) parte della tua vita ma non vi piacete, o anche solo non piace a te, non avete niente in comune, siete in disaccordo su qualunque cosa e che consideri quindi senza speranza e con cui, in teoria, è estremamente saggio non provare nemmeno lontanamente a interloquire davvero, tipo aprire una discussione, dare spago, dire “non sono d’accordo”.  Ma perché metterti a discutere in ascensore con il vicino che si esalta parlando di Berlusconi e ne decanta la mascolinità nel commentare il processo Ruby? Negli anni hai imparato che questo significherebbe solo rappresaglie contro il tuo cane che verrà accusato di pisciare sui pianerottoli di tutti i piani (anche se tu abiti al pianterreno). Insomma invecchiando capisci che il proverbio di nonna “chi nasce tondo non  muore quadro” un suo fondamento ce l’ha.

MA, per l’appunto, mi sono resa conto ultimamente che quello che incontri casualmente nella vita NON corrisponde a uno con cui sei COSTRETTO ad avere a che fare.

Sono onde anomale di pazienza sprecata.

Come dicevo nell’ incipit, uno un po’ di selezione la si deve pur fare, bisogna pur prendere delle decisioni. Selezione

E siccome non categorizzo per mia stessa indole, penso che esistano le singole persone, so che  ci  sono singole persone con cui non è proprio necessario che io abbia a che fare,  ed essendo che le categorizzazioni dell’umanità in base a razza, genere, ceto sociale, religione, gusti sessuali sono una evidente minchiata, ne ho creata una universale e nello stesso tempo soggettivissima, trasversale, agile e facile da usare,  scevra da effetti collaterali tipo senso di colpa:

EVITO CHI DICE CAZZATE

E’ quella la parola chiave, non cose giuste o sbagliate, ma quelle che io trovo delle cazzate.

[ “Cazzate” (Cat-sate) : concetti nel migliore dei casi qualunquisti, quando non cattivi, razzisti, ego-riferiti, infarciti di frasi fatte o aneddoti leggendari piegati a proprio uso e consumo, spesso paragoni impropri. Anche: espressione di credenze non personali ma per adesione alla prima frase ad effetto del primo incantatore che passa.  Vedi anche “Cazzaro” (Cats-saro): colui che dice cazzate, essere con mancanza di senso critico, convinto d’essere depositario della Verità. Dal dizionario Ciccone – Ciccone) ]

Il mio primo film, “Le Sciamane”, parlava di una che soffriva di una rara malattia per cui crollava addormentata quando il tasso di cazzate detto davanti a lei fosse troppo elevato.

Dieci anni dopo mi sono evoluta: Cazzaro, io non mi ti addormento davanti, per rifiuto della tua ottusità o cattiveria.

NO.

Io ti lascio lì a parlare da solo, oppure in caso virtuale, ti cancello, ti blocco, o quel che è.

Tutti, tutti noi esseri umani condizionati da bambini ad uno smodato e mal distribuito uso della pazienza e dell’understatement possiamo finalmente essere LIBERI.

Ho cominciato a sperimentarlo sul bus. (Ve lo consiglio, l’autobus o il treno sono un ottimo campo di allenamento). Vi si annidano molti cazzari. E, ripetiamo a costo di essere pedanti:  codesti soggetti vanno e-vi-ta-ti se la vita non ti costringe ad avere a che fare con loro, se non c’è un qualche scopo, se lavoro, condominio o parentele non vi legano a lui. Parliamo di chili e chili di pazienza sprecata, non dimenticatelo.

Dunque, esempio tipo: non ti conosco, non so chi sei, non condividerò con te più di questo viaggio in bus. Tu mi attacchi una mina sugli studenti che rumoreggiano poco distanti (come tutti gli studenti del mondo libero: flirtando, scherzando, facendo il verso ai professori).

E tu, purtroppo, lo fai.

Tu mi dici                                  che i giovani sono tutti maleducati.

CAZZATA.

Io mi allontano. Ti lascio lì a parlare da solo. Tu dirai che sono maleducata, detto da te la cosa mi fa piacere perché mi fai sentire una quindicenne.

Amici. La vita è difficile e non siamo costretti a subire con pazienza le cazzate di chi non abbiamo scelto – o gli dèi non ci hanno scelto – come parte integrante della nostra vita. Ma come regolarci, in generale, che linee guida adottare per non perdere anche solo il tempo di capire che siamo di fronte a una sanguisuga di pazienza?

Personalmente, e vi suggerisco di iniziare anche voi a stilarne una tutta vostra, ho cominciato a segnarmi una personale guida di concetti-allarme per cui metto in moto la macchina sto-per-lasciarti-qua-che-parli-da-solo:

– Quello suddetto dell’anziano o quasi anziano che dice che i giovani non sono più quelli di una volta.

– Di contro quelli giovani o retorici della gioventù che dicono che qualunque cosa non vada nel mondo basta prendere un manipolo di ventenni e via, sarà tutto cambiamento.

– Quelli che usano la parola “cambiamento” a ogni piè sospinto. Scrivevo ieri su facebook che trovo  “cambiamento” una parola pessimista e disfattitista. Ottimismo si traduce in “evoluzione” cioè, sono soddisfatto di quel che c’è, di quello che ho nel presente e mi arriva dal passato e si svilupperà sicuramente bene o anche: le cose sono degenerate in una direzione che non mi piace quindi senza voler fare il distruttivo o picconare, rottamare, fare a pezzi la camera di un albergo, penso piuttosto a come trasformare quel che c’è e contribuire a reindirizzare il mondo in una direzione più giusta. Trasformare è una parola costruttiva, Cambiare è una parola distruttiva e disfattista.

Da cui deriva quindi:

–  I disfattitisti.

– Gli apocalittici timidi. Se proprio dobbiamo parlare di Apocalisse si vada di Giudizio Universale, acque che si spalancano, vulcani che esplodono, la Terra che si liquefa sotto i raggi del sole diventato un milione di volte più bruciante. Che è ‘sta apocalisse d’accatto di inceneritori che mancano e piccoli buchini nell’ozono? A “Dove andremo a finire” preferisco un bel coraggioso: “La fine del mondo è vicina!!” meglio se accompagnato da campanaccio rumoroso.

– Quelli che fanno male una cosa e citano Pasolini che ha iniziato a fare cinema senza averne idea. Allora, ragazzi. Intanto quello era tipo un genio, quindi stiamo calmi a fare paragoni, ma anche lì si cavalca la leggenda. Non è che “non avesse idea”, era – come tutte le persone di valore – una persona umile e ha detto di essere digiuno di tecnica, cosa che, detto da chi ci ha lavorato, pare non fosse comunque del tutto vero, non è piombato sul set osservando la macchina da presa e dicendo “oOOOHhhh cos’è?? Come si chiama? Macchina da presa, ma pensa. E poi dove si vedono quegli omini che si riflettono qua dentro? OOOoohhHH cos’è, un lenzuolo questo? Uno schermo? cos’è????”

– Quelli che non riescono a fare una cosa e dicono che anche Einstein ha preso tre in matematica, una volta.

– Quelli che anche se hai una ferita piena di pus e una setticemia in corso dicono che è tutto mentale, psicosomatico, colpa dello “stress”.

– Quelli che usano la parola “mistico” più di due volte in mezzora.

– Quelli che parlando di politica usano le espressioni “noi”/ “loro” con toni ed espressioni da Apocalypse Now.  Per me in politica esistono avversari, non stai giocando a Risiko e non avrai a disposizione l’arma fine di mondo (per fortuna…).

– Quelli che, soprattutto in rete, ti parlano come se si fosse amici da ottantadue anni quando essere amici è un processo lungo, fatto di anni di reciproca conoscenza, accettazione dei difetti, fiducia e affidamento.

-Quelli che ti danno del tu quando tu dai del lei.

Questa scrematura di tematiche mi aiuta a non farmi invischiare con persone con cui so, di per certo, che non mi interessa  condividere il mio tempo o sprecare pazienza, che non è che ce ne distribuiscano una quantità infinita, prima di mandarci quaggiù.

Pensate a tutta ‘sta pazienza sprecata.

E se poi proprio in fin di vita te ne servirebbe un po’, l’hai finita e ti ritrovi a tirare la padella in faccia a un’infermiera che non t’ha fatto nulla?

Sei su un aereo dirottato e, zac, hai finito la pazienza cinque minuti prima per fare “Ah-ha” “Certo” con un signore in fila al check-in  e così salti addosso al dirottatore urlando “M’hai rotto le palleeeeeeeeee!”.

Non è molto diplomatico.

Ecco perché ho deciso, soprattutto dopo le assurdità cui ho assistito e che ho sentito (e sto sentendo…) in occasione di questo ultimo show elettorale, che io metto in banca la mia pazienza. Basta, è ora di cominciare a risparmiarne.

Ergo se uno, con cui non sono costretta per un qualunque scopo del mondo ad avere a che fare, rientra nel vademecum “allarme-cazzata”, via, si va via.

 

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il razzismo dei tolleranti (ovvero chi lancia la prima pietra perchè tanto lui è più meglio)

Se mi chiedessero qual è il tratto principale del mio carattere, in quei giochi a tre, dieci, quindici domande che fanno furore sulle riviste, direi comprensione, nel senso di compassione, non nel senso di “pena” che non è carino, ma nel senso diciamo buddista – toh – del termine.

Non “empatia”, attenzione, ma proprio nel senso di “magari non ti comprendo e non ti condivido ma  capisco e/o cerco di capirti anche o meglio soprattutto se proprio non condivido quel che dici.  Comunque io faccio di tutto per non giudicarti, e sicuramente non mi sentirò mai migliore di te.”

Molti  la chiamano tolleranza, ma a me questo termine mi da’ un fastidio epidermico.

Tollerare significa questo:

minchia, non ti sopporto, ti vorrei vedere a piedi in giù appeso a un gancio, ma che devo fa’, ti tollero.

Si tollera la puzza tremenda su un intercity, si tollera la pioggia battente sulla testa quando non hai ombrello, si tollera il caldo maledetto di Caronte.

Non si tollera una persona di colore diverso, che mangia cose diverse da quelle che mangi tu, che professa un fede diversa dalla tua, che ha diversi gradi di discrezione dalla tua, che ama i funghi invece delle carote.

Non si tollera una persona diversa da te perché, vivaddio, siamo sì diversi, sennò sai che strazio sarebbe la vita e sai dove staremmo oggi in termini di evoluzione, bloccati tra la caverna e la palafitta. Siamo meravigliosamente diversi e più che tollerarci dovremmo imparare a capirci, anche quando non ci comprendiamo.

Ma la categoria dei “tolleranti” può nascondere le più pericolose delle persone.

Me lo sono confermato leggendo un articolo su un inserto, non ricordo se IO donna o D donna del Corriere o della Repubblica. Era un interessante articolo sui Vegani, raccontava di uno studio molto dettagliato fatto da certi psicologi e sociologi che si erano resi conto che il Vegano è spesso la meno tollerante della persone, nel senso che la loro inconscia convinzione di comportarsi moralissimamente da’ loro come una sorta di bonus morale, per cui non si rendono conto di essere profondamente irrispettosi – e quindi per certi versi immorali – in altri campi e/o soprattutto verso le altre persone, verso le quali si ritengono superiori.

Così mi sono messa a riflettere sui razzismi tremendi di certe persone che a tutti gli effetti ritengono di aver fatto grandi scelte morali o, poiché appartengono a cosiddette minoranze, di avere appunto un’esclusiva sulla sofferenza o sulla fatica.

Io ho raccolto, solo nella mia memoria, solo in una manciata di minuti:

– l’amica per l’appunto vegana che mi diceva che chi mangia la carne è equiparabile ai nazisti. (concetto che ho sentito più volte e che mi fa venire i brividi: per chi è sensibile all’idea della Shoah, sentir persone equiparate a una pur simpaticissima mucca, ti fa chiedere a cosa sia servito il quinto secolo avanti Cristo).

– l’amica gay che mi dice che sposandomi faccio un’azione reazionaria, che modi sono i miei? Invece di sostenere il fatto che i gay non possono sposarsi, io me ne fotto e mi sposo (?)

– l’amico sportivissimo che mi spacca quelli che non ho per come mangio, se bevo un bicchiere o anche tre di vino, parlandomi del picco glicemico e non so che altro e dandomi la sensazione di stare mangiando sugna e bevendo arsenico. Al mio: ma io ti dico niente se non vedi un cucchiaio d’olio da sei anni? la sua risposta: tu non capisci. Naturalmente altezzoso.

– l’amico di religione diversa che mi dice che sto massacrando il mio karma. Quello che mi dice che finirò dritta all’inferno.

– l’amico che ha fa l’assicuratore che mi dice che chi fa cinema, o teatro, è un bambino mai cresciuto che non vuole vivere una vita da adulto, e bla e bla e bla. Al mio “ma guarda che io pago le tasse e pure tante e lavoro diciotto ore al giorno, quando lavoro” egli risponde “Sì-vabbè”.

– quelli che dicono che avere animali fa venire malattie.

– ultimo esempio in ordine di tempo, ieri sera, una persona mi dice “come puoi seguire il calcio?” (ndr non era nella categoria “non dovresti seguire questi europei, ma genericamente nel come può  piacerti il calcio) e io rispondo: “in che senso?”, l’altra persona chiarisce: “sai quanto li pagano i giocatori?” io “???” poi chiedo: “scusa tu lo guardi un film con Kate Winslet, Cate Blanchett o Johnny Depp?” risposta “beh, se è bello sì”. Io: “scusa e allora non è un intrattenimento in cui chi lo fa è pagato un sacco di soldi?” risposta: “Beh a me il calcio non piace”.

Allora cerchiamo di capirci: A TE non piace quindi dobbiamo trovare una ragione per cui è oggettivamente cosa sbagliata o peccaminosa?

Stavo per alzarmi e urlare:

Dunque…un attimo di attenzione ragazzi, organizziamoci. Chiamate subito la FIFA, la stampa mondiale: a questa (indicando) persona non piace il calcio.

E tutti: Oddio, no! Ma perché non lo hai detto prima… Dio, scusaci…

Un comunicato stampa avrebbe sancito la chiusura definitiva di tutti i campionati mondiali, anche nei campetti sabbiosi nel terzo mondo, negli oratori, sarebbe stato vietato il giuoco della palla, ricordando sempre, con tanto di foto in posa presidenziale, che a quella persona il calcio non piace e non è AFFATTO carino che lo si giuochi e men che meno che lo si segua.

La cosa che mi fa impazzire è quando invece di dire: a-me-questa-cosa-non-piace o io-questa-cosa-non-la-faccio e amen, ogni confronto tra  idee diverse debba diventare :

io ho ragione

tu hai torto

da cui si evince

io sono meglio.

In qualunque gesto del mondo possiamo trovare qualcosa di sbagliato o peccaminoso, se ci impegnassimo nel gioco dietrologico, no?

Gli esempi suddetti provengono da persone di sinistra, impegnate, ecosostenibili, spesso adottatrici di bambini a distanza,  foraggianti mille associazioni dal wwf al salvataggio dei bambini operai dalle fabbriche della Mattel, che citano a man bassa Pierpaolo Pasolini dimentichi del fatto che fu proprio lui a dire che morale è chi dice no a se stesso, moralista chi dice no agli altri.

Sono persone talmente  tolleranti che non gli sta mai bene quello che pensi, quello che fai e come lo fai. Lo sanno loro ciò che è giusto, ti giudicano, ti condannano o al massimo – paternalisticamente – ti dicono loro come dovresti vivere e pensare. Persino se dici che ognuno dovrebbe vivere e lasciar vivere nel pieno rispetto gli uni degli altri, che a te non da’ fastidio chi fa cose diverse da te o la pensa diversamente da te, e se pure ti da’ fastidio al limite tenti di proporre le tue idee tentando di non giudicare,  ti dicono eeehhhh, dimentichi i delfini e le buste di plastica, dimentichi il lancio delle capre dalla torre, dimentichi questo e dimentichi quello, non ti impegni, non partecipi, non provochi.

Non perché tu non lo faccia: nemmeno se ne informano, di come tu viva, se e come tu faccia la tua parte, ma ti aggrediscono perché non lo fai come loro ritengono giusto. E soprattutto ti impongono il loro show di quanto sono morali loro.

Da questo punto di vista quell’articolo era illuminante, non hanno tanto torto, quegli studiosi.

Per sentirsi migliori sono in servizio perenne nel giudizio morale,  dall’alto in basso, non si prendono un giorno di pausa, mai.  Nel mio caso spesso accade anche per un mio tremendo difetto, purtroppo sono ironica. Quindi spesso anche una battuta può diventare fonte di tre ore di mina paternalista in cui tu tenti di entrare un attimo con l’uso di vari “no..” “guarda…” “era una battuta…”.. “aiuto…”

Tolleranza è un termine sbagliatissimo e razzista, come viene usato in quest’epoca. Il punto non è tollerare chi non la pensi come noi, ma cercare di capire cosa pensi e perché, e se non lo condividiamo per ragioni profondissime, se proprio ci irrita lasciarlo andare per la sua strada ma non fargli la predica. E’ naturale che si possa provare sdegno verso un assassino, un delinquente, un ladro, un dittatore. E’ giusto chiedere regole e leggi perchè chi viola la comunità venga fermato o punito.  La cosa che a me fa paura è che i moralisti  travestiti da tolleranti sono capaci di chiamare assassino uno che mangia un pollo, delinquente uno che usa la lacca spray, e via così.

Le parole sono importanti, e anche i distinguo.

Tiro fuori un concetto di chi le cose le ha dette bene e senza girarci troppo intorno: ma lanciala tu la prima pietra, visto che hai capito tutto della vita, no? Io di certo non me la sento.

Quelli che non hanno mai un dubbio, non si domandano mai se non potessero aver torto, o non hanno alcuna compassione e comprensione per chi ha un vissuto diverso, priorità diverse, un’anima che non conosci nemmeno lontanamente e non puoi quindi conoscerne né le ragioni né le motivazioni, beh quelle persone non  si chiamano tolleranti, la lingua italiana ha termini più calzanti. Magari fondamentalisti, al più fanatici.