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Apolide, rifugiata morale, donna, straniera.

Le ragioni per cui mi arrabbio e mi preoccupa spaventosamente quello che sta succedendo in Italia, non tanto per la prevedibile inettitudine dei 5 Stelle, quanto per la prepotenza e l’atteggiamento di Salvini, personalmente non nascono da una visione provinciale e chiusa sulle faccende italiche, da uno sguardo alla Talkshow-dopo-pranzo o da ultras calcistico che tiene per una parte piuttosto che per l’altra, che ama o odia come ci fossero nemici e non avversari, gente da minacciare di morte solo perché non la pensa come te e con cui litigare al sicuro della tastiera del computer perché si è frustrati o ci si annoia, perché non pare vera l’illusione che il proprio pensiero conti.

Io mi preoccupo per quello che succede nel mondo perché questo mondo lo conosco, conosco la Storia ma sopratutto perché io so.

Si dovrebbe parlare sempre di ciò che si conosce davvero o per sapere o per esperienza e, riguardo quel che sta accadendo, cioè il dividere il mondo in noi e loro, l’escludere, il rifiutare, l’isolare attaccandosi a infantili sensi di appartenenza, così vecchi, così ciechi e così superati dalla Storia stessa, su tutto ciò credo di sapere più di molti altri.

So cosa significhi l’essere sempre stranieri, sempre diversi, sempre fuori, di lato, di sotto, ma mai dentro.

Recentemente, mettendo a posto il mio fitto epistolario con mio padre ho ritrovato un concetto che gli ho scritto molti anni fa e sono rimasta veramente colpita da una simile citazione nella saggezza dei miei venticinque anni, quando avevo finalmente messo pace in me stessa riguardo tutto ciò che hanno creato in me l’esclusione e l’isolamento, l’umiliazione e la costante sensazione di trovarsi fuori da un cerchio magico cui tutti appartenevano e da cui solo io, mia madre e mia sorella eravamo costantemente fuori. Sia in Finlandia, che in Sicilia.

Ho iniziato questo mestiere e capito che anche qui, in questo mio microcosmo, si ripeteva lo stesso destino perché persona di sesso femminile che ambiva ad un mestiere all’epoca considerato prevalentemente maschile e in più, anche in quel caso, perché fuori da certe logiche, sistemi, salotti ed appartenenze politiche.

Questo essere fuori dal bordo, come lo definiva Foucault, questo essere esclusi, non ci ha mai abbandonato in questo mio amatissimo nucleo familiare, che sconta un destino di fatica e umiliazione che – a dimostrazione del fatto che non è il luogo né forse nemmeno la Storia ma la mentalità di un certo momento storico a rendere cattivo un Paese – prosegue ora nella vita di mia sorella e le sue figlie in Finlandia. La tanto esaltata Finlandia che si racconta e si vende nel resto del mondo come accogliente, perfetta, socialmente protettiva, con le migliori scuole del mondo, in lotta con il bullismo scolastico e tante chiacchiere che nella nostra vita sembrano favolette per bambini.

Perché portatrice di un cognome italiano, anche se siamo tutte di nazionalità finlandese, mia sorella ha sofferto un mobbing talmente grave al lavoro che ha dovuto licenziarsi: stava male da tempo e quando chiedeva aiuto al medico del lavoro, quello si limitava in buona sostanza ad alludere al fatto che fosse una lavativa perché italiana, cosa che non hanno esitato a mettere per iscritto, mentre si è poi scoperto che mia sorella ha una forma grave di Fibromialgia. La mia prima nipote è stata talmente bullizzata e massacrata per le sue origini e per il suo aspetto esotico, che ha avuto paura ad andare a scuola e quando siamo andati a parlare con gli insegnanti minimizzavano “sono fraintendimenti, ha capito male, è scivolata” (quando l’hanno spinta giù per le scale dicendole che la gente della sua etnia deve fare le pulizie).

L’altra, la piccola, anche lei tenace, piena di volontà e ambizioni, anche lei bullizzata a scuola, ha cercato di resistere a mille angherie, tra cui l’accusa di aver rubato un Ipad, che alcune bambine avevano nascosto per uno scherzo, e alle richieste di spiegazioni del trattamento che l’insegnante le ha riservato davanti a tutti, la docente ha affermato che sì, pensavano che potesse essere stata lei perché magari desiderava tanto quell’oggetto, e “viste le radici culturali…”. Insomma le hanno dato della ladra per le stesse radici culturali italiche per cui hanno spinto anche mio padre a lasciare la Finlandia, dopo dieci anni che ci viveva, lavorava e pagava le tasse. La mia seconda nipote ha appena saputo di non essere rientrata nel numero di quelli ammessi al Liceo, nel loro sistema scolastico dividono i ragazzi tra chi merita il Liceo e chi la Scuola professionale per fare lavori manuali, discrezionalmente: nell’anno fatidico per mia nipote, in una scuola con un quarto di stranieri nessun cognome straniero figura tra gli ammessi.

Una ragazza che ha sempre avuto la media dell’otto/nove fino al quadrimestre precedente e per tutta la carriera scolastica, si ritrova a un 0, 50 sotto la media necessaria per poter accedere, il minimo per escluderla. A domanda come mai sia accaduto questo improvviso bizzarro tracollo ad una persona che ha sempre studiato, la risposta, in buona sostanza, è il riferimento al dovere del personale didattico di selezionare la classe dirigente del futuro.

Che vogliono, in una Scuola con programmi veramente ridicoli e un Liceo alla portata di uno studente di prima media italiano, 100% nazionale.

Quindi per noi, che abbiamo passato la nostra vita in Sicilia da finlandesi fuori dai piccoli cerchi magici di conoscenze di una vita, legami familiari, logiche interne perché straniere, con nostra madre che sognava il ritorno nella sua Patria come la pace da ritrovare perché stanca dei pregiudizi verso di noi, fatti di luoghi comuni quali le scandinave sono tutte zoccole, sicuramente tradirà il marito e chissà quelle due sue figlie che combinano, ci siamo ritrovate a confrontarci con il grande shock – mia madre compresa – di ritrovarsi in un Paese razzista, dove sulla porta di mia madre che porta ancora il cognome da sposata, italiano, si è ritrovata dello sterco di cane sul nome e un sacchetto riempito con la stessa sostanza nella cassetta della posta, ci siamo insomma dovute confrontare con il trauma di ritrovare la stessa identica sensazione di rifiuto, crudeltà gratuite, ottusità e ignoranza, cui per miracolo siamo sopravvissute nell’adolescenza al Sud.

Questo ci tengo a dirlo, a rivelarlo, anche per rispondere a chi a volte senza volerlo commenta stucchevolmente le mie osservazioni sull’Italia, sia quando fanno riferimento chiedendo perché allora anche io non sia tornata in Finlandia quando mia madre è tornata su in seguito alla definitiva separazione da mio padre, come ha fatto mia sorella, sia chi pensa che io esprima giudizi magari dall’alto delle mie origini nordiche, paragonando differenti culture e mi permetta di criticare questo nostro Paese mediterraneo.

Posso quindi garantire che ciò che critico e mi spaventa è il particolare di un generale, non ho paragoni da fare con mondi in cui la crisi economica e il terrorismo non abbiano tirato fuori il peggio da persone che poco conoscono la Storia e poco sanno valutare la verità delle cose.

Per me, in questi anni, è stato invece devastante notare come sia qui, in Italia, che nella mia seconda Patria, le cose stiano andando nello stesso identico modo.

Come una nazione pilota della libertà come gli Stati Uniti d’America, dove i miei genitori sognavano di andare negli anni ’70, sognando San Francisco, sia diventato un Paese che spaventa i bambini e umilia i loro genitori davanti ai loro occhi.

Sensazione che conosco molto bene e vorrei che nessuno al mondo, mai, si dovesse sentire così.

Personalmente, appunto, posso solo star male e dispiacermi, nel mio personale percorso di autoanalisi, tempo impiegato per diventare migliore, più brava possibile nel mio lavoro, una persona giusta, non buona ma giusta, nelle mie valutazioni, ignorando i maschilismi e le facili battute, i pettegolezzi riguardo ogni mio personale traguardo che, essendo femmina e – da giovane – di bell’aspetto, non poteva certo arrivare per merito ma per mie intense e capillari attività sessuali (voci che arrivano per lo più purtroppo da altre donne, da gente che non ti conosce, non ti ha mai visto, non sa nulla di te se non il gossip), personalmente ho affrontato tutto con pazienza e concentrandomi sulle cose importanti, in tutta la mia lunga vita in salita.

Ho trovato una mia dimensione esistenziale in cui imparare a essere felice nonostante tutto, con le poche persone di cui mi fido, stando male però per le persone che più amo al mondo, con il senso di impotenza della rassegnazione che tanto, cambiando il cielo sopra le nostre teste, sarà probabilmente sempre così.

Saremo sempre straniere e questo a quanto pare non te lo perdonano.

Adesso però, quando vedo quella gente respinta in mare, i pregiudizi d’accatto su intere etnie di persone, bambini separati dai genitori, sento tutto questo loro, loro, loro, non posso che sentirmi smarrita e incredula davanti al fatto che dopo millenni di Filosofia, di pensiero, dopo picchi di saggezza raggiunti dal nostro meraviglioso genere, quello umano, possiamo arrivare a trattarci così gli uni gli altri.

Non riusciamo a capire quale sia l’enorme privilegio dell’incontro, cosa per cui vale persino la pena il rischio dello scontro.

L’ho detto nei miei film, che parlano praticamente sempre di questo:  l’esclusione, l’umiliazione dell’altro, il privare un uomo dei suoi diritti, il privarlo dei suoi tesori come l’Occidente ha fatto per decenni con il Sud del mondo,  la mancanza di rispetto che generano la violenza, l’odio e la vendetta.

Anche solo nel senso della morale kantiana non riusciamo a capire che l’essere abbastanza soddisfatti e minimamente felici di tutti aiuterebbe a garantire un mondo più pacifico. Se non lo si sente da quello che chiamano il cuore, dovrebbe essere il cervello a farci capire che non conviene a nessuno che ci sia così tanta gente che soffre.

Ecco dunque a cosa ero arrivata io a venticinque anni e lo scrivevo a mio padre per rassicurarlo del fatto che stavo bene e che nonostante le grandi difficoltà che vivevo nel mio lavoro, il fatto di vivere in una città grande e dispersiva come Roma, dove lui mi vedeva come “il suo piccolo scricciolo che non aveva nessuno” , insomma ero arrivata a questa conclusione:

“L’essere straniero per me non è altro che una via diretta al concetto di identità. Non è qualcosa che già possiedi, devi passare attraverso le cose per ottenerla. Le cose devono farsi dubbie prima di potersi consolidare in maniera diversa. Io mi sento straniera ovunque e questo è un regalo perché sono tutto e sono niente, per questo capisco tutti e sto bene ovunque. Alla fine io e mia sorella siamo esempi di quello che sarà l’Uomo del futuro, senza più conflitti. La cosa di cui sono più fiera di me e di quello che mi avete insegnato, è che io non odio mai, nessuno, qualunque cosa succeda. ”

papà_e_qualcuno_sauna

il mondo dalla mia stanza

Io mi ricordo ma non mi limito a ricordare (ovvero formare per resistere)

Giornata della Memoria. Devo dire che ogni anno, da quando è stata istituita questa giornata commemorativa ripenso sempre alla stessa cosa,  il mio argomento ossessione: il pregiudizio.

Pregiudizio e razzismo sono i sentimenti umani che più mi sconvolgono e più mi danno da pensare su quell’ingenuo principio per cui la natura dell’essere umano sarebbe buona.

Il lato oscuro dell’essere umano è l’unica cosa del reale che mi faccia sospettare l’idea del demoniaco nelle leggi che regolano questo perfetto e miracoloso universo; quel lato oscuro, irrazionale e incredibile, per cui c’è gente che fa male ad altri esseri umani che non hanno fatto loro niente, che aggrediscono donne o uomini così, per passare il tempo, per istinto sessuale o frustrazione generica, che fanno male agli animali tanto ppe ffa’, etc etc.

A proposito di ricordo, dimentichiamo spesso che il nazi-fascismo e il suo orrore principale (la mancanza di rispetto per tutti gli esseri umani) non sono stati certo il primo caso storico della manifestazione dell’orrore dell’animo umano. La storia ne è piena, di orrori, spesso giustificati da ragioni religiose, ancora più spesso ispirate da un reggente crudele.

No, non farò qui un bignamino di Storia. Semplicemente è cosa a cui penso spesso, soprattutto in queste giornate in cui ci mostrano immagini dei campi di concentramento, di esseri umani ridotti a larve, e cosa che più mi accappona la pelle, di bambini torturati e uccisi. Non sono una sensibilona, ma quei bambini non possono non renderti umidi gli occhi.

C’è anche che degli orrori dei demoni che hanno invaso periodicamente il mondo degli uomini, forse quello dell’Olocausto è il primo che sia documentato con immagini fotografiche e video. Io che con le immagini ci lavoro e non faccio che ripetere che un’immagine vale più di mille parole non posso che confermarmi quanto una di quelle foto sia uno schiaffo in faccia a chiunque dica stronzate tipo “non è mai accaduto”.

Ma il pregiudizio, l’orrore del razzismo per cui qualcuno possa davvero pensare che esistano gerarchie nei diritti dell’essere umano per appartenenza a razza, gusto sessuale, religione, mica sono spariti, proprio per niente.

Non parlo delle realtà immediatamente evidenti. I gruppi neonazi o neofascisti, le aggressioni plateali, li abbiamo sotto gli occhi.

Mi rendo conto quotidianamente, e oggi è la giornta giusta per dirlo, che la mentalità per cui le persone siano diverse e non differenti è radicata, tutto intorno a noi,  in persone anche insospettabili.

Freud diceva che il razzismo nasce dalla frustrazione e dalla considerazione inconscia del proprio non valore, ma soprattutto il pregiudizio nasce dall’ignoranza.

Un aneddoto personale che generalmente cito in senso ironico, e quindi ci ridiamo anche su, è una persona che vedo ogni settimana e non dirò che mestiere faccia o che ruolo abbia nella mia vita ma di sicuro è una persona lavoratrice, di non enorme cultura, che si dice di sinistra, con un padre comunista e operaio che pare sia un padre di grande riferimento.

La cosa davvero sorprendente, dunque, chiacchierando in quell’oretta che condividiamo, sono i suoi commenti ai fatti del giorno e all’attualità.

La più meravigliosa delle sue affermazioni, che cito spesso per raccontare quanto le persone di fatto non capiscano nemmeno che cosa significhi “essere razzisti”, è quella del bambino zingaro.

La persona inizia ogni affermazione con “Io non sono razzista, eh?” per poi proseguire con “Però gli zingari, so’ zingari. Tu prendi un bambino zingaro appena nato, affidalo a una famiglia normale, e anche se lui non sa di essere zingaro, non glielo dirai mai… bene, vedrai se quello prima o poi non ruba. Vedrai se non gli viene di rubare senza manco sapere perché! Ce l’hanno nel DNA!”

E se tu provi a dire “Ma che dici? Ma ti pare che rubare è una cosa che hai nel DNA? Guarda che quelli sono schemi culturali”, la persona in questione ti guarda con un po’ di pietà, lo sguardo che dice Vabbè, tu ancora non sai, ma adesso ti spiego io… e riprende con

“Guarda, io non sono razzista, per niente, figuriamoci!” per dire altre cose ancora più agghiaccianti.

Cose tipo: “a me i gay non mi hanno fatto niente, però senti, fanno impressione!”.

E se tu rispondi “ascolta, ho una notizia bomba: sei razzista eccome, questi sono pregiudizi..” e tenti di spiegare le ragioni del diritto alla tua specificità – più che diversità -, o il concetto di eguali diritti per tutti, o anche solo l’ABC del rispetto umano dovuto a tutti, fa spallucce e magari rinforza con:

“Mo’ pare che sono razzista”.

Dunque, quello che a volte può sembrare un personaggio pittoresco, non è l’anima di quelle persone che davanti all’orrore, davanti a cose come le leggi razziali, davanti a qualunque cosa sono “facilmente convincibili?”.

Se la mente è ottusa, e ti hanno convinto che un altro essere umano non è un essere umano come te ma una cosa paragonabile a uno scarafaggio, che fai, provi pena?

Torna un altro argomento su cui insisto con la perseveranza di un picchio: la cultura, nel senso del sapere, nel senso non solo della diffusione delle immagini e del racconto: la persona suddetta dirà “sì poveretti, ma in fondo, erano zingari” perché se non hai in te il concetto che non esiste nessuno inferiore a te per dignità, che tutti abbiamo gli stessi diritti, primo fra tutti quello al rispetto, nessuna informazione ti sposta. Non è che la gente non sappia. E’ che se a sapere è gente la cui mente è ottusa, non cambia niente, l’informazione.

E’ la formazione che ci cambia.

Quello su cui ogni governo dovrebbe impegnarsi è la diffusione della cultura intesa in senso globale. Una persona strutturata, che conosce il mondo, la cui mente è allargata dalla conoscenza, sviluppa coscienza, di solito. Sicuramente più di una mente resa pigra e che assorbe passivamente codici binari ed etichette preconfezionate da un sistema.

L’informazione non è formazione. L’informazione va sostenuta dalla formazione, insomma.

Dunque penso che questa giornata della Memoria dovrebbe essere per noi non solo la giornata per ricordare quello che è avvenuto e impegnarci a continuare a raccontarlo, ma anche la giornata per ricordarci che c’è una battaglia ampia che dobbiamo fare per risvegliare la gente a pensare con la propria testa, a sapere di più in generale, ad uscire non solo dalla nebbia dell’oblio ma anche e soprattutto da quella dell’ottusità, e per quello non basta il racconto.