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Il girone infernale delle Poste Italiane (in tempi di Covid 19)

Perché avevo ragione ad essere terrorizzata ad andare alla Posta qua sotto oggi. Negli anni ho sospettato che per #posteitaliane, soprattutto da quando è (ahimé) privatizzata, forse funzioni un po’ come nei reparti ospedalieri: la cafonaggine o meno del personale dipende molto dal Primario.

Io non so chi sia il Direttore della sede delle Poste, l’Agenzia Postale RM 58,  di Via Clisio a Roma ma da quando vivo in questo quartiere c’è la mitologia negativa dell’ufficio postale.

C’è una coerenza incredibile lì dentro. Come in tutte le cose con l’eccezione che conferma la regola: una signora che speri sia quella che ti capita perché sempre gentile, sorridente e collaborativa. Per un po’ c’è stato un ragazzo giovane che dava speranza, ma adesso è sparito. Forse è legato e imbavagliato nel retro, in mezzo a pacchi che non partiranno mai e carcasse di selvaggina divorata cruda.

Ci stanno un paio di signore anzianotte, dietro gli sportelli, che seminano terrore e noi utenti ci sussurriamo “oddio speriamo non mi capiti una di loro…”.

Maleducate, scorbutiche, vedono i clienti come fumo negli occhi, ti parlano come se mancasse loro accanto solo una coppia di pastori tedeschi (intendesi cani) che ti abbaino contro.

Per evitare queste perfide creature pur spendendo di più se proprio devo spedire per posta, utilizzo solitamente il servizio online.

Spedisco abbastanza spesso qualcosina ai miei in Finlandia, un regalino per una nipote, qualcosa che serve a mia sorella e che lì non si trova… non posso usare certi corrieri perché vivono in un paesino con la scomodità per cui, se per caso lei non fosse in casa quando passano per consegnare il pacco, rimane in un deposito a decine di chilometri e lei non ha la macchina. Dunque mandando per posta se non altro arriva e, nel caso non la trovino, rimane nell’ufficio postale.

L’unico modo per non rischiare il trauma dell’ufficio postale di Via Clisio, l’oscuro luogo di maltrattamenti, uso la app e faccio online. DI SOLITO.

Invece.

Devo spedire un pacco a mia sorella, cose che le servono urgentemente, provo ad usare la app ma, “ovviamente”, dato che ci chiedono di stare più possibile in casa, non è disponibile il servizio online. Mi dicono che devo andare all’ufficio postale più vicino.

Più vicino, avendo poi un pacco voluminoso, è il luogo oscuro.

Siamo in fase2, quindi c’è una fila esterna che fa il giro di tutto il palazzo.

Siamo in piedi, sotto il sole, persone anziane aggrappate ai pali con la mascherina sulla fronte o sotto il mento, agonizzanti.

Signora con cagnolino che abbaia disperato (credo conosca il luogo oscuro e si stia ribellando), signora con passeggino che ha paura a chiedere alla gente in fila di poter passare avanti.

Effettivamente non è aria.

Faccio due ore, DUE esatte, di fila.

Sto poco bene perché in questo periodo volano quei cosetti bianchi che mi danno allergia, respiro male, quindi mi tengo particolarmente a distanza perché ricordo che la dottoressa mi ha detto di tenere la mascherina lo stretto indispensabile sul viso, ché per gli allergici si crea una cappa e rischio di stare male davvero.

Fuori non avrei nemmeno l’obbligo di metterla ma non mi va di creare paranoia negli astanti, quindi sto cn la mascherina sotto il mento, distaccata, sotto il sole, con l’allergia.

Credo di aver preso un’insolazione ma ciò nonostante, dato che ero serena, avevo tempo, avevo chiacchierato amabilmente con il signore prima di me, ero piena di pazienza e soprattutto contenta del pacco da mandare, quando finalmente è il mio turno – nonostante mi siano intanto passate davanti due persone che erano andate via ma erano dovute andare un attimo a fare una fotocopia – entro.

C’è silenzio e apparente pace, siamo sempre solo tre per volta dentro e ho avuto modo di notare già guardando da fuori che c’è da essere fieri degli italiani: tutti pazienti, tranquilli.

Noto, dietro queste novelle paretine di plexiglass che uccideranno intere famiglie di delfini, a sinistra una delle anzianotte cannibali, a destra un ragazzo nuovo, che mi dà speranza.

Sfortunatamente si libera la anzianotta. Io rimango distante, sulla porta in fondo alla grande sala, con la mascherina che mi copre la bocca ma non il naso e subito mi sento soffocare, i pallini bianchi volano per tutta la stanza dato che tengono le due porte aperte. Quindi sto a più di due metri di distanza dalla paretina ammazza-delfini.

  • Che deve fare? – mi dice la vecchia con tono ben noto da kapò con paturnie ormonali

  • Devo spedire un pacco.. in Fin… –

  • (tono come sopra, più alto) L’ha compilato il modulo? –

  • Il modulo? Come lo compilavo, sono entrata ora…-

  • Non faccia polemica, SA? –

  • Io faccio polemica? Dico, non c’è nemmeno online un modulo quindi non è che…-

  • (come sopra, ma dandomi del tu) Che pacco devi mandare? .-

  • Il Delivery International standard… –

Quella è quasi delusa che io avessi la risposta pronta e prende il modulo ma intanto, dandomi conferma che c’è una coerenza nel luogo oscuro, il ragazzo nuovo impiegato mi strilla anche lui:

  • Metta la mascherina! –

Io sono praticamente sulla porta, e ho il respiro sempre più corto. Sono a più di due metri e tu hai una paretina ammazza-delfini, oltretutto avete le porte spalancate, ciò nonostante dico:

  • Sì, la tiro su appena mi avvicino perché ho l’allergia e..potrei… –

  • E sempre a fare polemica! La devi mettere! C’è scritto lì! –

Anche lui con un misterioso e incomprensibile passaggio al tu e a dire a me che faccio polemica perché respiro.

Io evito proprio di rispondere, tiro su ‘sta mascherina e mi avvicino alla vecchia che mi passa il modulo, guardo se è quello giusto ma quella già strilla:

  • La devi compilare al tavolo! Al tavolo! – con il tono un po’ come “nell’acqua alta!” di Palombella Rossa.

Vado al tavolo, comincio ad avere una crisi di tosse per via della mascherina ripiena di cosini bianchi e sudo, mi chiedo se magari avrò uno shock anafilattico e bruceranno il mio corpo pensando sia Covid.

Per fortunadiddio un’altra impiegata, mai vista in quell’ufficio ma gentile forse perché è nella stessa parete della unica simpatica che abbia visto lì ed effettivamente seduta nel posto del ragazzo gentile misteriosamente scomparso (quindi forse la parete della vecchia scorbutica e il giovane cafone è posseduta dal demonio), si è liberata e mi dice:

  • Che deve fare? –

  • Devo spedire il pacco, quello che ho poggiato sulla bilancia.. –

Prende il modulo, devo ricompilare le paginette a copia carbone perché non si leggono, due volte, poi lei mette tutto insieme e va ad attaccare la busta adesiva sul pacco.

Un po’ male. La attacca decisamente male.

Io faccio il gesto quasi inconscio del magari attacchiamolo un po’ meglio ma non ho coraggio.

Il ragazzo maleducato sparisce con il mio pacco nel retro.

Sono abbastanza sicura che non arriverà mai, si stanno già spartendo i doni per mia sorella.

Io mi chiedo: perché teniamo ancora in vita, e soprattuto privatizzate, le Poste Italiane? E soprattutto siamo così fieri di chiamarle “italiane” quando molti di noi combattono per farci uscire dai luoghi comuni internazionali dell’italiano cafone, maleducato, che occupa il posto di lavoro solo per lo stipendio, di cui non ci si può fidare?

Poi, sì, ho avuto esperienze come tutti, antipatiche, negli uffici postali, ma come mai capita che un luogo sia così internamente coerente in maleducazione e lassismo? È per via del “Primario”?

Sinceramente non capisco tanto livore costante. Di che si lamentano, questo è un bel quartiere, un posto tranquillo, non stai mica in mezzo a monnezza e sparatorie, sono perlopiù anziani a venire in Postea, hai un bel posticino, il tuo stipendio con tredicesima, quattordicesima e cose che i milioni di precari – per tacer dei disoccupati – si sognano.

Mi domando, soprattutto di questi tempi, ma come si permettono di mancare di rispetto alla gente, che siamo costretti e pur lo facciamo sorridendo e con una pazienza che non meritano né loro né chi ci ha messo in questa situazione, ad un trattamento da bestie come stare fuori in piedi per due ore, sotto il sole, come si permettono?

Comunque, la battuta finale è degna di un film, quando ho commentato con un’altra cliente che la situazione era assurda, la vecchia impiegata mi ha detto:

  • Se non ti sta bene ci sono tanti corrieri, se non vuoi venire alle Poste. –

Quindi, giusto perché l’azienda ne sia consapevole, non solo con molta probabilità mi perderanno il pacco (come mi sono ricordata, ahimé dopo, hanno già fatto due anni fa) ma invitano gli utenti a portare i loro soldi altrove.

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GAMSOU MAU!

La nostra vita è costellata di paure. Paura della morte, paura delle malattie, paura degli incidenti, paura della violenza dei nostri simili. Paura dei ragni, di certi colori, di prendere l’aereo, del buio.

La maggior parte delle paure nasce da sentimenti atavici, come ci spiega la scienza, da questioni esistenziali, come ci spiega la filosofia, oppure deriva da traumi, come ci spiega la psicanalisi.

Una delle mie più grandi paure, sicuramente derivante da traumi ma che credo entrerà a far parte del mio DNA al punto di farla diventare atavica nel giro di poche generazioni, è la

PAURA DI ANDARE ALLE POSTE.

Ma qui in Italia, eh? se vado all’ufficio postale in Finlandia o quando mi è capitato di andare in un ufficio postale francese quando stavo lì per lavoro, o persino americano, quando sono stata a New York anche se per poco tempo, sempre per lavoro, mi è parso non si trattasse nemmeno dello stesso campo (luogo ove tu ti rechi per spedire cose, e/o pagare bollettini).

Andare alle Poste in Italia significa salutare i parenti e gli amici, magari lasciare un testamentino biologico su cosa fare dei tuoi organi in caso tu venga dilaniato dai vecchietti in fila, dopodiché procedere verso l’ignoto.

Per evitare i bollettini, ormai qua ci siamo organizzati tra pagamenti alla Sisal e domiciliazioni bancarie. Sono tecniche base di sopravvivenza, come evitare di mettersi in autostrada intorno a ferragosto, evitare di prendere il bus negli orari di entrata e uscita dalle scuole, le pizzerie nel week end.

Ma come la mettiamo se devi spedire qualcosa?

Tipo     UN PACCHETTO?

Per evitare l’oscuro e pericoloso luogo che chiamano Ufficio Postale  per dare a quell’antro pieno di rischio e imprevisti un nome fintamente rassicurante, alle volte ho spedito le più banali cose in Finlandia tramite Dhl o Fedex.

Ma alle volte devi mandare una raccomandata.

Siccome in Italia i massacratori della psiche umana sono tutti in complotto, la burocrazia prevede che certe cose tu possa sbrigarle solo con la mitologica

“RACCOMANDATA CON RICEVUTA DI RITORNO”.

Sei in trappola.

Devi andare alle Poste. Devi.

Dunque stamattina mi sono svegliata già con i tremori. Dovevo spedire DUE raccomandate, e persino all’estero. Come dire fai la roulette russa con quattro proiettili dentro la pistola. Come dire: allora vuoi morire. roulette_russa

 

Ma, si sa, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

 

Dopo colazione ho fatto meditazione, ho riletto alcuni passi dei saggi, ho fissato fuori dalla finestra con la ferma determinazione che ce l’avrei fatta, sarei sopravvissuta anche stavolta.

In fondo nelle mie vene scorre il sangue di coloro che, pochi e con pochi mezzi, resistettero all’avanzata dei russi, essi combatterono strenuamente a quarantacinque gradi sottozero, essi tennero testa a una delle più grandi potenze mondiali. Mio nonno è tornato da un campo di concentramento percorrendo migliaia di chilometri a piedi ed è arrivato vivo, uno dei pochi sopravvissuti.

Ho pensato: Anne nelle tue vene scorre questa Storia di coraggio e resistenza, di onestà e sprezzo del pericolo.  Tu-ora-devi-andare.

E allora sì, sarei andata alle Poste, consapevole che avrei affrontato:

-il fatto che sicuramente l’elimina-code sarebbe stato rotto

-ci sarebbero stati almeno centoventi vecchietti organizzati con il demoniaco sistema del “io sono prima di lui e dopo di lei, senza considerare la signora che è seduta”

– ci sarebbe stata una sola cassa aperta per le raccomandate

– sarebbe arrivata una signora in carrozzella accompagnata da badante, che avrebbe asserito che per legge la signora ha diritto di passare avanti (è vero) ma sarebbe stata dilaniata da signori con gli occhiali da sole sulla testa che avrebbero cominciato a urlare “e ho capito, pur’ io sto male, ah cosa!”

– ci sarebbe stato quello che avrebbe urlato chiamate il direttore, e avrebbero litigato fermando almeno una delle casse, quella da cui il signore urlante stava contestando

– non si può pagare nessun servizio postale con il bancomat

– ci sarebbe stato un impiegato pazzo dietro ad una delle casse, di quelli ormai esauriti come i reduci del Vietnam e sarebbe capitato a me.

Pronta a tutto questo, ho respirato profondamente, salutato con tenerezza il mio cane che aveva intuito qualcosa e mi guardava con l’espressione che diceva:

“Ti prego, non andare…”

E sono andata.

Ho percorso i cento passi che mi separano dall’insegna gialla delle Poste Italiane ascoltando in cuffia la colonna sonora dell’Ultimo dei Mohicani.

L’Ufficio era popolato da circa trecentoquarantadue clienti, le casse aperte erano cinque, di cui una dedicata alle spedizioni postali.

L’elimina code non funzionava. Primo segnale.

Mi sono guardata intorno, un signore con gli occhiali da sole sulla testa mi ha detto:

“Sono io l’ultimo”.

Aveva tra le mani seicentoventisei buste da spedire, tutte con il suo modulino della raccomandata ben compilato.

Vado a cercare il modulo per le raccomandate estere sul tavolino in cui campeggia orgoglioso un espositore di moduli.

Vuoto.

Ma ad un certo punto, il Grande Imprevisto.  Arriva un omino che ha intenzione di ricaricare la macchinetta dell’elimina-code con un rullo di numeretti ben arrotolati. Io stavo ancora cercando di capire come risolvere il problema-modulo ma non mi era affatto oscuro cosa sarebbe accaduto e mi sono chiesta, in cuor mio, se quell’omino non fosse un pazzo, un suicida, un incredibile ingenuo.

I vecchietti con i culi ormai fusi con i posti a sedere (dieci in tutto), la badante con la signora in carrozzella, la giovane con le french con su disegnati dei babbi natali in tema con il periodo, gli uomini con gli occhiali da sole sul capo, prima hanno tutti girato le teste verso l’elimina code e quel povero signore dall’aria mite che armeggiava con la macchinetta, poi, ad un tratto e come un suol uomo, si sono lanciati verso l’omino e il suo rullo di numeri.

Del povero signore non è rimasto nulla, una scarpa di qua, un pezzo di camicia a quadri di là. Nemmeno le ossa, hanno lasciato.

Mentre ancora si compiva l’ignobile scempio sul portatore di numeri, un’impiegata ha urlato: “Allora adesso ricominciamo con i numeri, eh? Parto con l’uno!”

Una vecchietta, contusa e dolorante, urlava lamentandosi d’essere stata bellamente sorpassata nell’ordine della fila, la voce rotta mentre premeva con la mano sulla ferita da arma da taglio che qualcuno le aveva provocato su un fianco, ma nessuno le ha dato retta:

“All’età sua ancora non ha capito come funziona il mondo?” diceva lo sguardo dei più.

Finita questa ressa tutti hanno ripreso posto sgomitando e non facendo mancare i colpi bassi.

In tutto questo io ero rimasta in piedi accanto al tavolino dei non-moduli, a bocca aperta e stringendo forte le mie raccomandate.

Tanto ero comunque l’ultima, per cui quando ho visto che la situazione pareva tornata alla normalità e ognuno aveva ripreso il suo posto, mi sono avvicinata all’elimina-code e ho preso il mio numeretto, sudando molto e deglutendo sonoramente nel più irreale silenzio.

Mi sono guardata intorno e ho fatto un sorrisetto, poi mi sono messa da una parte ragionando sul seguente problema:

negli uffici delle Poste Italiane non danno moduli, però quando arrivi al tuo turno e chiedi il modulo si arrabbiano, dicono “ma perché non l’ha compilato prima” e se becchi l’ homo andiamo avanti si metta da parte e compili che poi la sbrigus, puoi rischiare di non lasciare mai più l’Ufficio Postale: quelli che vengono dopo, andando avanti, sono pronti a ucciderti pur di non fermare il flusso. D’altro canto io detesto religiosamente quelli che si infilano accanto a te che disbrighi la tua faccenda, spingendoti pure un po’, e chiedono il modulo che gli serve. Non è carino e toglie tempo all’utente di turno.

Mentre mi dibattevo in questo dilemma, sento montare del brusio proprio dalle parti della cassa adibita ai servizi postali. Riesco a percepire stralci di discorso:

“…non c’è linea… interrotto…raccomandate…ma li mortaci vostra …e io che c’entro.”

Mi avvicino e scopro che è crollata la rete e che non possono quindi proseguire con le accettazioni di raccomandate.

“Ma questa cosa quanto può durare? Ma torna fra cinque minuti?” chiedeva la donna che era di turno su cui di sicuro pesava un qualche sordido incantesimo: arriva il tuo turno dopo sessanta ore di attesa e si interrompe la linea?

“Boh.” Risponde l’impiegata “Cinque minuti, ore, tutto il giorno, quanno fa così, non se sa mai.”

La ragazza di turno sbuffa con un principio di pianto, si attacca al telefono e racconta a chissà chi la tragedia che sta vivendo.

Gli altri utenti in attesa di inviare raccomandate cominciano a rumoreggiare, alcuni si fanno avanti, quasi fieri:

“Ma io devo fare pacco celere..” “Io spedizione normale…” sperando che la disgrazia non coinvolga loro, come quando appresa di una malattia infettiva ci sono quelli che si dicono velocemente che per categoria, terra in cui vivono, razza o religione, la cosa non può riguardarli.

“Mo’ vediamo, forse le altre operazioni posso farle…” dice l’impiegata e si alza, mentre la ragazza al telefono urla:

“Ma io? Ma c’ero io!”

Gli utenti da non-raccomandata si accalcano adesso davanti alla cassa.

Intanto io penso che al di là di tutto potrebbe essere il momento buono per il mio problema. Mi avvicino alla cassa dove un collega della tipa, che forse è andata a informarsi  più probabilmente a far pipì, ne sta smanettando il computer e scuote la testa.

“Senta… dove trovo un modulo per raccomandate estere? Cioè due. Due moduli.”

Quello mi guarda con lo sguardo vuoto, poi si alza e cerca in un armadio alle sue spalle.

“Giovanna! ‘Ndo stanno i moduli delle raccomandate estere?”

Intanto io guardo la folla rumoreggiante alle mie spalle e sussurro qualcosa tipo “..tanto erano fermi…” ma nessuno mi calcola, sono ben altri i loro problemi e pensieri.

Arriva Giovanna.

“E non ci stanno. A chi servono?”

L’uomo mi indica. Io, non so perché, sorrido.

“Tesoro, non ci stanno. Compila questo. Poi facciamo noi”.

E mi consegna un modulo per raccomandate in Italia.

Lo osservo perplessa.

“Ma il codice non è un altro, scusi?”

“Non te preoccupà, ci pensiamo noi. Sempre se si può fare, oggi. Qua non parte.”

Mi metto da una parte, compilo il modulo mentre un senso di crescente insicurezza mi assale.

Vengo colpita da un’illuminazione: questo è un segno. Che si sia bloccato tutto è un segno: se io mando le mie raccomandate da qua con questi moduli impropri, non arriveranno mai. Questi non sanno quel che stanno facendo.

Così, senza farmi notare, esco.

Sono fuori, all’aria aperta. Potrei fuggire, tornare a casa ma io DEVO mandare queste raccomandate.

Devo andare ad un altro Ufficio postale.

Un altro girone. Un nuovo quadro del videogioco, che potrebbe essere ancora più tremendo.

Quando ci arrivo, a qualche chilometro da casa, ci sono circa ottocentoventidue persone inferocite.

Ma l’elimina-code funziona. Schiaccio il pulsante che dice “Servizi postali” e mi esce il più surreale dei bigliettini:

Servizio

NON

Disponibile.

Mi guardo intorno interrogativa. Un vecchietto con il giornale sottobraccio, pronto, mi fa:

“Non c’è linea, dice che non c’è linea almeno in tutta Roma, forse in tutta Italia.”

“Ma come, sotto Natale?”

“Appunto, le pare che sotto Natale le nostre Poste non vanno in tilt?”.

Guardo le mie raccomandate ormai stropicciate con sgomento.

“Le consiglio una cosa, se non c’ha fretta. Le mandi dopo Natale, così magari arrivano”.

Ho annuito debolmente, ho infilato la porta e sono uscita.

Fuori, nel mondo civile in cui ho la fortuna di vivere.  (e non ho spedito le raccomandate)