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Il futuro che ho visto

Quando mi dicono che prevedo il futuro per via di una bisnonna sciamana o per via di un calcolo delle probabilità inconscia dato dal QI alto, faccio notare che basta studiare la realtà e, al solito, osservare.

Tutto ciò che sta accadendo in politica, non solo nel Paese in cui vivo, ma parlo del Paese in cui vivo per stringere il campo, se fosse una sceneggiatura di un film, dati i personaggi coinvolti non poteva che andare come sta andando.

Peraltro un articolo del Sole 24 ore che ho pubblicato su Facebook in autunno prevedeva esattamente queste tappe.

E quindi non può che finire come gli osservatori dicono da mesi, anni, dal 2008, per l’esattezza. Quando abbiamo capito quanto grave fosse la faccenda Lehman Brothers, in molti abbiamo detto, voilà, torneranno i fascismi.

Perché la gente semplice, poco attenta alla politica, se ne interessa solo se coinvolta nella strategia della paura. Allora volta l’attenzione alla “politica”, vista in tempo contemporaneo un po’ come un contest in cui si vota il miglior venditore di sogni e chi tranquillizza di più l’angoscia.

La gente semplice non ha gli strumenti per capire che ciò che viene loro detto non torna, né quando gli si prospettano dei babau, (pensiamo a Farenheit 9/11 di Moore riguardo i chilometri di spiagge vuote e un solo poliziotto a guardarle perché NON c’era pericolo) né quando gli si promettono soluzioni che non sono oggettivamente realizzabili.

Chiunque potrebbe fare il “politico” alla Salvini o alla Di Maio/ Di Battista: basterebbe avere la faccia tosta e la mancanza di preoccupazione per le conseguenze a lungo termine del minacciare un pericolo che non c’è e promettere sogni irrealizzabili, dallo sconfiggere la povertà a più cotillons per tutti.

A questo proposito non vorrei essere nei panni dei 5stelle che, un anno fa, con un più del 30% hanno aperto la porta al vampiro che si presentava con una percentuale di voto risicata, gli hanno dato strumento e palcoscenico perenne per una campagna elettorale costante grazie alla quale adesso li tiene per le palle, se non si fa come dice lui può far crollare il governo quando vuole.

Ma la faccia della medaglia di una comunicazione basata sulle grandi promesse, la paura e le grandi emozioni, sullo spacciare la spontaneità con sincerità, la “semplicità” con comprensione della massa e la sicurezza come il principale problema quando non è vero, creando un contesto tribale e da pettegolezzo da quartiere, è che non può reggere.

La vita è fatta di giornate e quando ci si accorge che ‘sto benedetto babau non arriva mai, che comunque hai pochi soldi e non lavori, che comunque sì, fantastico che tu sia “uno di noi” ma tu comunque stai sempre in giro a fare il ganzo io continuo a non mettere insieme gli spicci per una pizza fuori almeno una volta al mese, allora basterà il prossimo pifferaio magico che dice che la colpa è di quello prima e che ora, invece, ci pensa lui.

Ecco perché andrà avanti male per anni, e non lo leggo dai tarocchi o nella sfera di cristallo. Andrà avanti male di imbonitore incapace a imbonitore incapace finché la massa, la sua maggioranza, non si prenderà la briga di studiare, informarsi e sviluppare un pensiero critico in seguito al quale arriverà all’età mentale adulta, quando si vota chi dica cose sensate e credibili e soprattutto che non si voti il “chi” perché un tizio che strilla più forte, ma un collettivo “chi” di persone che abbiano un’idea a cui partecipi attivamente.

Non si delega, ci si prende la responsabilità e non si vota una persona ma un complesso di idee credibili.

Ma per arrivare a questo dobbiamo aspettare la generazione successiva, quelli che votano adesso hanno perso l’occasione di non apparire dei deboli manipolabili agli occhi della Storia, l’ignoranza non si batte facilmente e quindi quella che si prospetta per i tempi a venire è un’epoca di sempre più fame e povertà, e per chi le cose le vede e sa, un’epoca di resistenza morale in cui cercare di tenere vivo il mondo e non farlo distruggere troppo fino a che non lo prenderà in consegna una generazione più illuminata e preparata.

c'è pure questo · il mondo dalla mia stanza

tutta la verità e gli equivoci sull’ “indignazione” e il suo valore costruttivo (come hessel ha chiuso l’argomento, per me)

E’ un argomento su cui mi trovo a discutere fin troppo spesso e il clima politico italiano non fa altro che darmi guazza: la differenza che corre tra polemica e dialogo, fosse anche dialogo acceso, sfociasse anche in una sana e appassionata litigata.

Pochi giorni fa, con una persona che stimo pure molto, mi sono ritrovata a tentare di spiegare il mio punto di vista sull’enorme sostanziale differenza tra due termini che riguardano un modo di vedere il mondo e che tracciano una linea precisa e inconfondibile su quel che si vuole ottenere quando non si è d’accordo con quel che dice un nostro interlocutore.

Cito sempre Foucault, che ancora prima di aver approfondito all’Università mi ha (naturalmente) affascinato dal punto di vista del pensiero, di cui – fra gli altri – un concetto mi ha guidato e confermato e riguarda l’idea che ho della “discussione”:  michelfoucault

Non è mai nata una buona idea dalla polemica.

Alcuni riducono la questione a un fatto di “toni”, cioè l’essere o meno aggressivi, essere o meno rispettosi ed educati. Per me non è una questione di toni, se ti va di urlare e il tuo sistema cardiovascolare lo regge, se ti va di bruciarti milioni di radicali liberi e favorire l’insorgere di un tumore alimentandoti con la rabbia, è un fatto tuo.

E’ un dato scientifico che la rabbia sia un sentimento accecante che toglie lucidità, spesso porta a fare del male fisico a un altro essere vivente, porta a disordini ormonali e scariche di adrenalina che fanno calare la razionalità e l’attenzione, favorisce gli incidenti e intossica l’organismo di talmente tante auto-tossine che ti ci vuole un mese per liberartene (con gioia del povero fegato).

Ma al di là dell’apparente battuta, la rabbia è il sentimento che muove il polemista.

Sdegno, indignazione, passione, sono quelli che al più muovono chiunque affronti invece un dialogo, che magari appunto sfocia in appassionata discussione.

Ci ho ragionato un po’, a suo tempo, e ho capito il concetto espresso da Foucault: la polemica non porta a nulla perché il polemista non vuole trovare una soluzione a un problema, vuole solo avere ragione.

Da qui si capisce perché spesso il polemista si riconosca dalla postura, è aggressivo anche quando ancora non si è detto nulla, prende di mira l’altro come vittima o spettatore delle sue sfuriate e soprattutto non ascolta mai, non ha nessuna intenzione d’ascoltare.

Due polemisti l’uno di fronte all’altro non sono due persone che stanno confrontando le proprie idee per trovare una verità, sono semplicemente due individui che stanno scaricando la propria rabbia per il fatto che tutti non si pieghino alla sua, di idea, che da’ per scontato essere quella giusta e universale e vorrebbe dunque imporre e non proporre.

Nessuna buona idea, nessuna soluzione è quindi nata dalla polemica, perché niente di buono può nascere dalla rabbia.

Chi è arrabbiato non lascia mai parlare l’altro anche perché ha deciso aprioristicamente cosa l’altro pensi e cosa vorrebbe dire, e quindi il suo unico scopo è zittirlo, rispondere furiosamente a critiche fantasma o anche dubbi che lui stesso inconsciamente ha e non vuole sentirsi dire.

Nella nostra politica, poi, gli ultimi vent’anni e un talkshowpensiero hanno convalidato questo tipo di scambio: tutti conoscono le direttive di Berlusconi ai “suoi” in caso di dibattito televisivo: alzare i toni, interrompere, parlare sopra l’interlocutore possibilmente con una parola o una frase chiave tipo il famoso: “lo dimostri, lo dimostri, lo dimostri, mi risponda, eh, mi dica, lo dimostri!” rendendo inudibile i tentativi di “ma infatti lo sto dimostrando, se mi fa parlare…” dell’altro.

Allo stesso modo Grillo ha imposto ai suoi di sottrarsi al dibattito per evitare il confronto, perché la sua, di direttiva (o meglio del Casaleggio pensiero) è il monologo senza contraddittorio, che è una via ancora più diretta  al nucleo centrale della natura della polemica – cui volevo arrivare:

IL VERO POLEMISTA CRITICA QUEL CHE FANNO GLI ALTRI

MA

NON PROPONE NULLA.

Mentre la discussione, foss’anche litigata, è una contrapposizione tra due possibilità magari animata da sdegno, insoddisfazione, chi è invece mosso dalla rabbia più che proporre – per dire, in una riunione condominiale  – qualcosa per migliorare la vita di tutti, attacca i difetti che attribuisce agli altri: tu non sai fare questo, tu sbagli in quello, il tuo cane piscia per le scale, l’ascensore è tenuto male, l’amministratore è un incapace.

Non consente a nessuno di criticare lui, perché urla e non lascia parlare e se anche, preso dai nervi ed esasperato dal tono offensivo dell’altro, dall’attaccato parte un insulto (ben sperato dal polemista perché è questo il livello di scontro che vuole) urla al complotto, all’attacco, e ha benzina per rincarare con il monologo distruttivo contro.

E comunque non ha davvero qualcosa da proporre, certo non una soluzione e certo non una soluzione utile a tutti.

Perché contrappongo termini come sdegno e indignazione a rabbia, senza considerarli minimamente sinonimi:

perché psicologicamente parlando mentre la rabbia ha valore distruttivo, si muove da meccanismi di difesa della psiche, considero l’indignazione quella di chi si scandalizza per una situazione che non condivide, una bugia che scopre, il venir meno di qualcuno ad una promessa e quindi chiede ragione: l’indignato ascolta, ancor prima di dire. Chiede spiegazioni e non è detto che non voglia delle scuse, più che altro chiede un cambiamento di comportamento.  los_indignados

Lo sdegno è la stanchezza che ti assale per le cattive abitudini o i comportamenti di qualcuno che, a ricaduta, provoca conseguenze anche nella tua vita, e allora anche lo sdegnato per prima cosa denuncia e chiede ragione, e propone comportamenti alternativi, spiegando che risultati ne deriverebbero secondo lui.

Anche lo “sdegnato” quindi fa domande più che proferire assolute verità e propone alternative a ciò che critica. Propone, più che criticare. La sua energia è volta al risultato, ad ottenere il correttivo, non la concentra tutta  a ripetere e ripetere, e ripetere e ripetere quanto sia brutto e puzzolente quello che critica.

L’arrabbiato o è qualcuno che mette al centro del suo problema non tanto un risultato che si aspetta ma la propria egoistica sofferenza, oppure è qualcuno che non ha mai avuto o ha perso il senso del collettivo e quindi “odia” chiunque non la pensi come lui, lo vive come una minaccia e vuole solo che quell’altro sparisca.

Nel migliore dei casi ha lasciato che il proprio essere ferito gli accechi la mente.

Un altro pensatore, tra gli altri, che mi ha ispirato più recentemente di Foucault (e certo non sono sola) è stato Stéphan Hessel, con il suo celebre  “Indignatevi” che ha per l’appunto stimolato quegli “Indignados” cui, chi da una parte, chi dall’altra, fa riferimento per giustificare idee a volte strampalate di “rivoluzione”.

el-grito-de-guerra-de-stephane-hessel-llega-a-espanaDue giorni fa trovo su un giornale una pagina a lui dedicata, dato che è recentemente scomparso, e ho letto avidamente quello che viene considerato il suo testamento, l’ultima cosa che ha scritto.

E per me, speculativamente parlando, si è chiuso un cerchio.

Per me il concetto è chiaro, pacifico, una falsariga solida che faccio mia sia per la vita quotidiana che, soprattutto, per la mia postura morale e politica.

L’indignazione dunque è costruttiva. Porta al cambiamento (parola che personalmente non amo, preferisco “trasformazione” come ho spiegato in un precedente post) ma, si chiede in questo ultimo scritto Hessel, come si attua davvero questo cambiamento, politicamente parlando?

In questi ultimi mesi in Italia ci hanno davvero stuccato e stufato abusando di questo concetto, della demagogia d’un cambiamento mai espresso costruttivamente ma distruttivamente, tra inviti ad andarsene tutti a casa o in pensione (detto poi da chi proprio giovanotto non è) fino a quelli del picconamento, abbiamo insomma assistito solo a moti di rabbia, culti delle varie personalità, comandanti in capo che ordinavano l’attacco al forte per raderlo al suolo senza darci un minimo di idea di dove poi si sarebbe andati a vivere.

Chi si indigna ed è in buona fede, o almeno ha un pensiero realmente democratico, lo fa perché è stata violata nella sua società l’idea stessa di democrazia che abbraccia ideologicamente, e che ha delegato i suoi rappresentanti in Parlamento a difendere.

Le cose hanno preso una brutta piega e quindi  pretende dal basso, con forza, più che un cambiamento, che si torni al patto stretto tra elettori ed eletti.

Ma appunto, come usare bene la propria indignazione, come fare perché sia costruttiva?

Copio parola per parola quelle – illuminanti – di Stéphane Hessel, che sono certamente più autorevoli delle mie.

“E’ che non credo che il cambiamento possa venire da azioni rivoluzionarie o violente che distruggano l’ordine costituito. Io credo in un lavoro intelligente e a lungo termine, attraverso l’azione e la concentrazione politica, e la partecipazione democratica. La democrazia è il fine ma deve anche essere il mezzo. Gli indignati spagnoli sono stati criticati per l’incapacità di tradurre il loro movimento in un’organizzazione efficace. Da un certo punto di vista, è questa la loro principale debolezza. Un eccesso di organizzazione può essere un pericolo. E, in un certo senso sono particolarmente contento di vedere che gli Indignati spagnoli sono stati sufficientemente prudenti da evitare la tentazione di mettersi nelle mani di un grande leader incontestabile. Non c’è nessun bisogno di un’organizzazione piramidale, dove alcuni – i capi – danno ordini e gli altri eseguono.

Allora, come canalizzare questo impulso? Come farlo fruttare? Uno dei terreni in cui i giovani che vogliono cambiare le cose possono dimostrarsi utili è l’ambito dell’economia sociale e solidale. Quello della difesa dell’ecologia e dell’ambiente è un altro. Sono due facce della stessa medaglia, ci salveremo soltanto se creeremo un nuovo modello di sviluppo, socialmente giusto e rispettoso del pianeta.

Inoltre, bisogna ritrovare il gusto della politica, perché senza politica non può esserci progresso.

Ci sono molti modi di intervenire in politica, di suscitare il dibattito, di proporre idee.

Lo scrittore Vàclav Havel, storico dissidente contro la dominazione sovietica e difensore dei diritti umani, che assunse la presidenza dell’antica Repubblica Cecoslovacca dopo la caduta del muro di Berlino, una volta disse: “Ognuno di noi può cambiare il mondo. Anche se non ha alcun potere, anche se non ha la minima importanza, ognuno di noi può cambiare il mondo”.

I partiti politici tradizionali si sono chiusi troppo in se stessi. Sono anchilosati e hanno bisogno di una scossa. Nonostante tutto, però, continuano a essere uno strumento essenziale della partecipazione politica. Credo che non si debba neppure dubitare dell’opportunità di entrare in un partito. Io sono del tutto convinto che si debbano utilizzare le forze politiche esistenti. Meglio stare dentro che fuori. Ai miei amici ripeto sempre la stessa cosa: se volete combattere i problemi, se volete che le cose cambino, nelle democrazie istituzionali nelle quali viviamo il lavoro deve essere fatto con l’aiuto dei partiti. Perfino con i loro difetti, le loro imperfezioni, le loro insufficienze.

Ognuno di noi deve trovare il partito più vicino alle proprie preoccupazioni, il più disposto ad appoggiare le proprie rivendicazioni, ed entrare a farne parte.

Non ci si deve illudere. Non ne troverete mai uno, neppure uno, che coincida al cento per cento con la vostra linea.  Ma le cose stanno così, questo fa parte del gioco. Trovate che non abbiano abbastanza vigore? Che non siano abbastanza determinati? Non dimenticate che siete voi che potete infondere loro quel vigore e quella determinazione.” Stéphane Hessel.

 

 

 

c'è pure questo · di cinema · il mondo dalla mia stanza

un orgoglio italiano: IL NON RISPONDITORE GIAMMAI RICHIAMATORE (ovvero dell’ascolto)

Ti svegli la mattina e scopri da twitter che Obama ha vinto. Sospiro di sollievo, insensata felicità. Insensata perché ti dici, vabbé io non vivo mica in America, questa elezione avrà sì delle influenze sulla politica italiana ed europea, per carità, ma quel che ti rende felice è il principio, il fatto che tu nei valori e progetti di quell’uomo credi, condividi quasi tutto il suo pensiero, peraltro la sua è una vicenda personale straordinaria, già quattro anni fa lo vedevi lì tra i coriandoli e ti dicevi “Cacchio, che storia, la sua”.

Lungi da me affrontare in un post questioni politiche, analisi da bar dello sport delle differenze tra gli USA, l’Europa o nel caso specifico l’Italia. Però oggi, tra le altre cose, guardando sempre al particolare da cui si capisce il generale, ho fatto questa riflessione su una faccenda evidente, talmente evidente che non ci pensiamo più.

Nella landa di desolazione squallida a cui ci ha assuefatto il nostro Paese negli ultimi decenni, hai l’inconscia sensazione che – tra l’altro – qua è dato di fatto che non conti il tuo merito, quello che sai fare, non conta crescere, non conta imparare, contano altri tipi di relazioni umane e, in cima alla lista delle tue dipendenze subconsce c’è che ti sei abituato a una inevitabile e diffusa mancanza di rispetto.

Basta pensare che persino nel corso di un “governo tecnico” come questo, con gente a guidarci che in teoria non fa la politica di mestiere, proprio non resiste, una, a definire la gente choosy, dire ad un malato di SLA che anche i ministri hanno vita difficile; non resiste uno a  cui danno cinque minuti di potere a definire sfigati quelli che non si laureano entro i 28 anni. (ho dedicato a questo ampio post)

Che dire, ci siamo abituati, al fatto che non ci siano regole, rispetto per la dignità delle persone, la loro posizione nella società, nel lavoro, razza, religione o gusti sessuali.

Orbene. Oggi tra le tante cose apparse in giro a proposito di Obama, mi ha colpito questa:

Obama ha risposto – certo, fatto rispondere, ma è uguale – a questa bambina e alla sua letterina scritta con la grafia incerta e le parole ingenue di una bambina. La bambina è figlia di due genitori gay e chiede a Obama se sia giusto che a scuola la prendano in giro e debba sentirsi diversa per questo, la risposta è molto affettuosa e sicuramente cavalca i principi e i valori che ha sempre sostenuto, di eguaglianza, di rispetto etc.

Dici: che cosa retorica.

Mh, soprattutto se detto da noi, che sarebbe un comportamento retorico, è giusto farci una riflessione, io l’ho fatta partendo dalle basi, dall’ABC della nostra vita quotidiana, una di quelle cose che ci siamo abituati a pensare normali, sepolte nel subconscio, e che invece tanto normale non è.

UN ORGOGLIO TUTTO ITALIANO

L’altro giorno un’amica ha notato un cartello incorniciato accanto al mio letto, o meglio sono due quadretti di quelli cornice bianca ikea che contengono due elenchi.

Li ho messi uno accanto all’altro da quel dì per ricordarmi l’ironia di un momento: una persona mi ha mandato tipo i diciotto pensieri del Dalai Lama per essere felici, e io non ho potuto fare a meno di dare un occhio al cartello numero uno di cui sopra, cioè le quindici cose che mi sono scritta in periodo universitario che secondo me erano – e sono – le chiavi base per essere felici.

In alcuni punti paradossalmente le massime individuate dal saggio signore tibetano erano identiche a quelle che avevo segnato io, in altri decisamente no (tipo “Ubriacati, divertiti, fai follie ogni tanto per il tuo equilibrio interiore”, indovinate chi l’ha scritto).

Un punto che avevo scritto e che è sicuramente stato il più consumato con gli occhi è:

Ricorda che il tuo lavoro è anche chiedere, quello di chi sta dall’altra parte rispondere, non ti fanno un favore.

Ergo, le persone a cui chiedi (di valutarti, di darti un lavoro,  sottoporgli un problema che riguarda il ruolo istituzionale che quella persona ricopre) quasi sempre sono pagate anche, se non solo,  per ascoltare e rispondere, per valutare, incontrarti o darti delle risposte.

Ci dimentichiamo troppo spesso che nel complesso sistema civile e sociale in cui viviamo praticamente ogni impiegato è pagato da noi. Dalle nostre tasse  ma anche, in realtà “private”, dalla nostra esistenza stessa di cliente, di paziente, o di utente.

Senza domanda non c’è offerta, in generale.

Parlando di chi si propone per governarci, guidarci, curare la cosa pubblica: per greci e latini la parola agire era divisa in due parole perché avevano senso diverso: agere /gerere, archein/prattein, cioè sottolineavano la differenza tra un’azione iniziata e un’azione portata a compimento, ed è stato associato alla distinzione tra uno che dà il via all’azione, all’idea, e  all’insieme di forze che la portano avanti. Non esiste una persona di potere, nemmeno un dittatore, che non necessiti della collaborazione di altri.

In una società “democratica e civile” questa collaborazione è equilibrata se c’è ascolto da entrambe le parti e se c’è, soprattutto, rispetto.

Come ha detto Obama nel suo discorso, in fondo persino chi guida un grande Paese, per prima cosa deve  ascoltare.

Ce lo dimentichiamo e permettiamo troppo spesso alla gente di parlarci come avessimo ucciso loro il gatto piallandolo con dei bidoni pieni di sabbia.

Non è neanche una questione di educazione ma, a volte, di ricordarsi come funzioni questa rete di Indra per la quale a volte sei tu che devi ringraziare che esistiamo noi e non viceversa, tu che c’hai un lavoro solo perché esistiamo noi.

Dunque, quel principio l’ho scritto perché da ragazza, avendo iniziato a lavorare già quando studiavo, mi faceva una certa fatica prendere su il telefono e chiedere.

Mi sono poi andata a scegliere un mestiere in cui la pratica fa parte integrante del lavoro stesso: prendi su il telefono, chiami, parli con una segretaria, chiedi della persona che sai essere preposta a quel che ti serve in quel momento per proporre/proporti.

Anche ultimamente, mi sono stupita per una cosa: nel mio piccolo, a meno che non si tratti di un evidentemente pazzo/a o maleducato/a di classe assurdamente invadente, anche nei periodi di superlavoro (vedi: prepari o giri un film, per dire) ho sempre risposto a qualunque mail, telefonata di qualcuno che mi chiedesse che so: ti va di leggere questa mia cosa, oppure: vorrei fare ‘sto mestiere tu che dici, oppure: posso venire sul set; o: avrei un favore da chiederti o persino: volevo dirti che mi è piaciuto il tuo film. Rispondo sempre e dopo aver veramente letto, guardato il video, preso sul serio le parole, etc.

Mi stupisce perché a volte, se si tratta di persone molto giovani – ho anche fatto delle belle amicizie come conseguenza di questo tipo di contatto – mi dicono: “Che gentile che sei ad avermi risposto, ho scritto a un sacco di tuoi colleghi e non rispondono mai” .

Negli anni successivi a quelli in cui avevo compilato il mio famoso elenco, avendo poi a che fare con altri Paesi che non fossero solo l’Italia, ho scoperto con un certo stupore che esiste solo da noi una figura particolare, diffusa praticamente in ogni settore professionale, con punte del cento per cento in campi legati a intrattenimento e cultura, e del centocinquanta per cento se si tratta di interlocuzioni politiche; una figura leggendaria, coerente, presente da anni, decenni, che ha attraversato mode, costumi, governi, tendenze.

Egli è il

NON RISPONDITORE GIAMMAI RICHIAMATORE.

Aneddoto: una mia amica, moltissimi anni fa, agli inizi delle nostre “carriere”, volendomi molto bene e evidentemente credendo in me, ha commesso una follia azzardatissima: poiché doveva intervistare Martin Scorsese che era a Roma a presentare un film, la simpatica folle gli ha parlato di me (a mia insaputa, pure io posso vantare di qualcosa che è accaduto a mia insaputa) e si era insomma portata dietro un mio curriculum e lo script di un cortometraggio che volevo girare da un po’ di tempo ma per cui non trovavo il denaro necessario. Non erano ancora tempi per cui si potesse prendere una videocamera e girarsi una cosa in allegria, praticamente non esisteva nemmeno l’Avid, auto prodursi era solo per figli di papà.

Insomma gli ha sderenato i cosiddetti con i perché non gli da’ una letta, perché non le da’ una mano.

‘Na pazza. Si dirà.

Si dirà: ma ti pare che ti caca Martin Scorsese?

Io non sapevo niente di tutta questa surreale vicenda. Un giorno torno nella mia minicasa a Monteverde e vedo nella cassetta delle poste una lettera: la carta intestata in alto a sinistra diceva Martin Scorsese, NY.

Penso a uno scherzo, apro e leggo. La lettera dice che egli ha letto la mia sceneggiatura, che l’ha trovata interessante e funny, che però non avrebbe saputo come aiutarmi visto che  non vivevo in America, però mi dava anche qualche consiglio sul personaggio, persino qualche ingenuo riferimento a qualche produttore italiano di cui aveva sentito parlare e che magari potevo chiamare,  mi augurava good luck e  tanti saluti.

Scritto a macchina ma firmato di suo pugno.

Prima penso di stare vivendo un episodio di Ai confini della realtà. Poi la mente ha fatto il link con i racconti entusiasti di Barbara sull’incontro con il grande Martin un paio di mesi prima.  Conoscendola capisco cosa possa essere accaduto.

La chiamo, le chiedo, e lei esulta con: ma dai ti ha risposto ti ha risposto.

Vabbè.

Chi mi conosce sa con certezza che non ho poi fatto ciò che avrebbero fatto molte altre persone, cioè approfittare di quell’indirizzo e numero di telefono sulla carta intestata (sicuramente d’un ufficio, certo non di casa sua coi gerani sul balcone) e diventare la personale stalker italiana di Scorsese, questo perché non mi hanno mai messo nel cervello l’applicazione che riconosca i file nel formato “furbizia”.

“No mai poi sembra che disturbo, che approfitto, che sono opportunista” e gna gna.

Negli anni ho citato spesso questo episodio così come i rapporti con personalità, produzioni, agenti di attori noti all’estero, per portare all’attenzione un gravissimo problema diffuso negli altri paesi del mondo:

loro non hanno nemmeno un esemplare di non risponditore giammai richiamatore.

Sono assurdi.

Loro:

Vengono al telefono!

Rispondono alle mail!

A VOLTE ADDIRITTURA TI RICHIAMANO!

Una cosa scandalosa, considerando poi che mica parliamo di una persona famosa, una grande figura politica, il Papa, no, è successo sempre, puntualmente, e ad una persona normalissima come me.

Mi stupisco poi mi ricordo: se vuoi essere qualcuno, o meglio se vuoi apparire qualcuno in questo Paese e fare capire che mica stai a gonfià i pesci palla, tu non devi

MAI

rispondere o anche solo fare rispondere personalmente a qualcuno che chiede o si propone, al massimo devi fare così:

fai richiamare da una segretaria meglio ancora una voce automatica che  – in linea con l’altra soluzione via lettera o via mail – dica:

Caro signor ..Rossi.., in merito alla sua richiesta di ..appuntamento.. volevamo dirle che purtroppo il dottor Sparapulli è ..impegnatissimo.. (sostituibile con ..spesso fuori Italia.. oppure ..morto..) e ci dispiace quindi dirle che ci vediamo costretti a rimandarla a ..mai..

Oppure, nel caso sottoponessi un tuo lavoro:

Caro signor ..Rossi.., in merito alla sua ..proposta.. (qui la voce automatica o la lettera/mail può metterci di cosa, con una scelta tra 366 voci diverse ndr) volevamo comunicarle che avendola valutata con attenzione, non rientra nei canoni…

Insomma, bisogna tenere duro per essere dei non risponditori giammai richiamatori doc, perché magari c’è il giorno che leggi davvero la mail, che stai nella stanza quando qualcuno chiama, magari sei un po’ solo, hai una vita privata desertificata, du’ chiacchiere magari te le faresti pure, ma poi?

Che figura fai?

Vuoi o no essere un italiano vero? Un uomo d’affari stile Briatore, un politico inarrivabile, un grande editor, un fantastico produttore, distributore, quel che l’è, ma che, vorresti per caso rispondere o far rispondere davvero?

Fare quelle cose tipo dedicare un ufficio, un paio di persone, alla corrispondenza che arriva e dare anche solo una parola di conforto a un cittadino? Intervenire veramente? Valutare veramente un progetto e senza bisogno che ti sia stato caldeggiato/segnalato/raccomandato?

Insomma, è dal particolare che si vede il generale, quello sempre. Uno poi dice perché anche quando sbagliano, in altri Paesi, finiscono  comunque per fare meglio che nel nostro. Saremmo uno dei Paesi più belli del mondo, avremmo basi culturali da fare impallidire chiunque. Essere felici, sentirsi rispettati persino quando le cose vanno male e c’è da superare un brutto momento, si potrebbe. Non è retorica, l’uomo è un animale sociale, non c’è niente di grandioso che non si possa fare se si agisce “insieme”.

La base del rispetto sta nella famosa espressione per cui gli altri possono e devono essere sempre un fine, mai un mezzo. Passare dalle parole di Obama alla nostra vecchia politica stantia, al fatto che non si prendano seri provvedimenti davanti a personaggi di passaggio in Parlamento che insultano i più sfortunati (ma poi è colpa dei giornalisti), fino ai maschilismi e ai dettami dittatoriali di uno che pur qua si acclama come il “Nuovo che avanza”, che delira come un padre-padrone e che magari attira pure persone con buone intenzioni ma che non fanno il pensiero più basilare e più ovvio nel giudicare una persona: ma rispetta davvero tutti? Ascolta tutti? Ha a cuore davvero gli altri o lascia dominare il suo narcisismo? E’ mosso dall’idea del benessere sociale, culturale, di tutti, minoranze comprese, o sta inseguendo una sua rabbia personale?

I pensieri migliori e più netti si fanno da bambini e infatti i bambini fanno le domande più imbarazzanti, quella che a me è venuta oggi dalla lettera di una bambina e pensando a quando ero piccola io è: ma com’è che nel Paese in cui vivo non si riesce a partire dal grado zero di questa constatazione : chi non ha profondo rispetto per tutti e non ascolta non dovrebbe nemmeno poter ricoprire una carica, avere un posto decisivo, importante, decidere nulla in nome di alcuna collettività di persone, non dovrebbe aver diritto allo stipendio che gli danno, alla poltrona su cui siede.