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VITE SENZA PAURA (ovvero donne che cambiano il mondo)

Maria Grazia Cucinotta ed io ci conosciamo da talmente tanti anni che a pensarci non ci credo, tanto che, oggi, ogni volta che siamo insieme all’enorme affetto che ho per lei e l’ammirazione per tutte le sue qualità, si aggiunge la tenerezza che assale quando ci si è viste crescere, diventare donne ed evolvere attraverso le cose belle e brutte della vita.

Una delle tante cose che ho sempre ammirato in lei è il senso della giustizia, radicato e combattivo, che, posso testimoniare, ha sempre avuto.

Saranno le origini in una famiglia unita e concreta, sarà l’essere sopravvissuta nei sentimenti in un quartiere difficile, mi sono sempre detta.

Poi ho comprato e letto questo libro, “Vite senza paura” che ha scritto e pubblicato recentemente con Mondadori, e ho capito che come tantissime donne è sopravvissuta anche ad altro. Letteralmente, sopravvissuta.

Essere donna, con in aggiunta il peccato originale dell’essere bellissima, non viene perdonato facilmente in un mondo maschilista, machista e patriarcale come il nostro, e con “il nostro” intendo il pianeta intero, perché bisogna cominciare a smarcarci dall’ipocrisia per cui ci sia un mondo occidentale civilizzato ed evoluto in cui l’essere di genere sessuale femminile non faccia differenza. Nascere donna ha solo diverse sfumature di dramma, su questo già bistrattato pianeta: può dirti spaventosamente malissimo, in alcune parti del mondo, o malissimo, o male.

Noi viviamo in una parte per tanti versi privilegiata di mondo in cui la gradazione di difficoltà nell’essere una femmina si muove tra il malino e il malissimo.

Quello che questo libro racconta magnificamente è proprio questo: non ti dice comunque mai benissimo, nel tuo essere nata femmina.

Come minimo, come racconta Maria Grazia da figlia e da madre, cosa che sappiamo bene tutte, da figlie, da madri che sia, cresci con l’ansia di camminare sola per strada, di infilarti da sola con uno sconosciuto in ascensore, di vivere o viaggiare sola.

Come minimo.

Poi, nelle gradazioni di dramma che puoi vivere, passi dalla mano morta sul bus, alla molestia, alla mancata aggressione, all’aggressione, alla violenza psicologica, fisica.

Tutto questo prevalentemente nella più totale solitudine perché quasi sempre il tuo tentativo di trovare giustizia apre un nuovo calvario: chi minimizza, chi non ti crede, chi ti accusa di essertela cercata, chi ti consiglia di “non pensarci più”.

E quando questo accade addirittura tra le mura domestiche, quando questo accade da parte di un tuo parente? Magari inizia da bambina, attraverso gli uomini da cui dovresti essere protetta, un parente, per esempio. O un amico di famiglia, e tutti credono a lui e non a te.

Per poi magari sposare quello che sembra l’uomo dei tuoi sogni e si rivela il tuo carnefice, e tu sei cresciuta con l’idea talmente tanto inculcata e radicata nel tuo inconscio che è normale, che è giusto così, che magari sei tu ad aver sbagliato, provocato, non saperti tenere il marito, non saper gestire la coppia, non essere abbastanza.

E magari è il mondo delle donne patriarcali, cresciute con quella mentalità, per cui il ruolo della donna è stare sotto, essere paziente, essere già felice di avere una famiglia, un uomo che pensa a te, da aiutarti a nascondere i lividi delle botte e consigliarti pazienza.

Tutte sepolte in una cultura inaccettabile, folle, per cui tra le quattro mura, davanti a figli che finiscono a volte per odiare la debolezza della madre che subisce e diventare forse domani degli uomini adulti che perpetreranno lo stesso schema, sepolte in questo mondo primitivo a prescindere dall’età e persino, sorprendentemente, dal ceto sociale, tanto è radicato nell’inconscio collettivo ancestrale dell’essere umano, questo pattern.

Maria Grazia è riuscita a raccontare tutto questo grazie a un libro che parte con il racconto personale, doloroso e coraggioso di una aggressione che lei stessa ha subìto giovanissima a Parigi, e che poi è diviso in tanti capitoli quante sono le bambine, ragazze e donne più emblematiche di questa gradazione di drammi che significa l’essere nata femmina, che lei stessa ha incontrato nella sua vita e nell’attività della Onlus che ha fortemente voluto creare con quella splendida determinazione che di lei conosco, insieme a un paio di amiche “folli” e coraggiose come lei, la Onlus “Vite senza paura”, appunto.

Leggere questi racconti da una parte crea, nella lettrice, un nodo allo stomaco per l’empatia di percorsi che o si sono sempre temuti, o si sono conosciuti personalmente, dall’altra però crea una energia oserei dire positiva, positiva nel senso di una volontà operativa, bisogno di fare qualcosa che è lo spirito di Maria Grazia e queste “storie di donne che si ribellano alla violenza” ne sono pervase. Lei è così, non chiacchiera senza agire, come una gran maggioranza di persona tende a fare, lei pensa una cosa e ha già cominciato a farla mentre tu ancora la ascolti.

È forse l’unico modo possibile all’essere umano per contribuire a cambiare davvero il mondo. Questo è l’aspetto che spero arrivi anche al lettore di sesso maschile, che magari non ha quel nodo allo stomaco di empatia diretta, dato che non ha mai avuto paura di uscire solo la sera, di infilarsi da solo con un estraneo in ascensore, di vivere o viaggiare solo. Non ha mai avuto l’esperienza dell’umiliazione della battuta sul proprio abbigliamento, dover chiedere scusa per la propria bellezza né essere considerato stupido per questo, non avrà mai avuto l’esperienza di sentirsi in trappola, d’aver paura della persona che dice di amarlo.

Forse queste esperienze non le conosce e quindi non possono attivarsi quei neuroni specchio che scatenano l’empatia diretta che una lettrice sicuramente sperimenterà leggendo questo libro.

Ma può cogliere, se sano e non nemico delle donne, la volontà di giustizia, la possibilità di fare sempre qualcosa contro l’iniquità del mondo, che è la modalità di affrontare il mondo, che è la forza, la bellezza interiore di chi questo libro lo ha scritto.