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CAPOCHE’

Annunciato fin da dopo ferragosto nella pubblicità e nelle insegne dei negozi, minacciato dai TG che fanno la disamina di

Cosa faremo

Con chi

Cosa mangeremo

Dove

Cosa regaleremo

Spendendo quanto

Quanto ingrasseremo

fingendo di dimenticare nell’elaborazione di questo elenco quanti suicidi per solitudine e/o il presentarsi del ricordo della propria infanzia, comunque sia: Natale è passato.

Amo magnato,

amo bevuto

amo sentito i nostri parenti lontani e, per i più fortunati, fatto lo scambio dei regali con quelli vicini, adesso siamo lì a panzotta all’aria a guardarci Una poltrona per due o La vita è una cosa meravigliosa sfogliando riviste che inneggiano alla dieta post-natalizia e leggendo l’oroscopo dell’anno decidendo di crederci se dice bene, che sono cazzate se dice male. Insomma ci sentiamo al sicuro e finalmente fuori dalla temuta ricorrenza quando, subdolo, arriva l’ultimo colpo di coda, un fenomeno in fondo trascurato da quando le città si popolano di addobbi kitsch.

Via telefono, sms, incontri casuali per strada con indosso sciarpine e guanti nuovi di pacca trovati sotto l’albero, sui social, rischi di imbatterti nella seguente minacciosa domanda:

COSA FAI A CAPODANNO?

Ora, io personalmente si è capito che sono una falsa socievole. Sono una falsa magra e una falsa socievole.

Chi mi conosce sa che amo spasmodicamente il cerchio magico della famiglia e amici, ho un’ammirazione profonda verso l’Umanità come concetto, ma detesto la gente. Ora, forse detesto è esagerato, ma diciamo che mi piace quando sta alla giusta distanza, non la apprezzo quando la vedo che si accalca dietro al giornalista che fa il suo servizio dalla strada e fanno ciao con la manina, non la apprezzo quando fa il pubblico nei programmi della De Filippi e consimili (i quali sono gente 2.0), non la apprezzo quando scrive nn e usa il k invece di ch, non la apprezzo quando fa i trenini alle feste di Capodanno mentre suona Brigittebardò-bardò.

Insomma, ci siamo capiti, la gente.

La gente, che si spalma democraticamente su ogni classe sociale, età, sesso, religione, razza, nazionalità e credo politico (con una forte tendenza però, c’è da dire, a destra)  ha ideato una serie di orrende trappole per mettere a dura prova i nervi e il buon gusto delle persone.

Il ferragosto al mare con il panino con la frittata e il cocomero;

L’apericena e/o chiamare “ape” l’aperitivo;

Il carnevale vestendosi da cretini, in stessa ricorrenza le donne solitamente dimesse che non vedono l’ora di avere l’occasione per vestirsi come squillo;

Andare a vedere il cinepanettone a Natale;

E ce ne sarebbero ancora molti, di esempi, alcuni legati a usi e tradizioni della loro terra.

Tra questi, forse in cima, annovero la squallida, appiccicosa, ansiogena tradizione del:

a capodanno DEVI divertirti, DEVI fare l’alba, DEVI andare a una festa, cena, cenone, evento, quel che l’è, con tutti i suoi crismi di mutanda rossa, lenticchie, farsi saltare una mano attraverso l’uso di un petardo.

Esattamente come ho scritto qui tempo fa del razzismo ottuso della gente che incontrandoti d’estate e trovandoti senza tintarella pensa che tu sia una persona molto infelice o forse con gravi problemi di disadattamento,  in questi giorni se osi rispondere alla suddetta domanda con:

“Penso niente, forse un paio di amici a cena”.

O PEGGIO

“Niente, staremo a casa come al solito, perché, che dovremmo fare?”

O PEGGISSIMO

“La nostra famiglia va fuori, ma noi restiamo a casa che non ci va di fare niente”.

La gente ti guarda come se tu avessi la peste bubbonica o fossi uno psicotico fuggito dalla clinica psichiatrica in pigiama verde e ciabatte.

Ci sono poi la gente che ti chiama o ti cerca per chiederti cosa fai a Capodanno perché è alla frenetica ricerca di “qualcosa da fare a Capodanno” e senti nel tono rotto della loro voce, in una sottesa isteria di fondo, che non stanno trovando cosa fare a Capodanno e sono pronti al suicidio perché il solo visualizzare di starsene a casa a guardare un film mangiando panettone e cappuccino li fa sentire gli ultimi della terra. DEVONO trovare qualcosa da fare a Capodanno.

Negli anni, da parte di alcuni di questa gente, mi è successo di sentirmi dire:

“Ah, stai a casa/ state a casa (stai/state distingue era single da era ammaritata ndb)  Ma senti, tu hai la casa grande (anche quando vivevo in 35 mq ndb) E se facciamo tipo una cena a casa tua e raccogliamo un paio di amici?”

e se io:

“No. Non ho voglia, veramente, con il casino di Capodanno. Facciamo una cenetta la settimana dopo.”

Un gelido silenzio all’altro capo del telefono. Leggi sgomento, disperazione, un respiro corto che urla che cazzo me ne frega a me di venire a cena nel tuo tugurio di merda la settimana prossima, io che cazzo faccio a capodannooooooo!

Dici, dove hai sviluppato questo trauma, questa convinzione che il Capodanno sia una cosa della gente.

Perché nei miei anni di vita ho ovviamente partecipato a qualche festa di Capodanno in cui sono stata bene e mi sono divertita (due, in una avevo dieci anni).

Il punto non è aver paura del Capodanno e l’eventuale partecipazione a una Festa o un cenone, ma il principio del a Capodanno ti devi per forza divertire, devi per forza uscire, devi per forza fare qualcosa, di base vestendoti come se stessi andando a una cena ristretta a Buckingham Palace, e sentirai freddissimo perché c’avrai le braccia di fuori in un normalissimo appartamento con tutte le finestre aperte perché fumano tutti, oppure peggio in un locale dove ci saranno due gradi, per non parlare di fuori, che poi magari piove pure perché ci dobbiamo vestire fingendo che Capodanno cada ad agosto, e poi rischi di beccare pure gente con i cotillons, che capite da soli che è come inciampare in un topo morto, e poi tutti avranno quel sorriso isterico sulla faccia, e poi è assurda tutta quell’allegria al conto di 10-9-8 e via così che ti dice che sei un passo in più vicino alla morte (ma che te ridi e te festeggi, imbecille, che il Tempo passa e ti lasci tutto alle spalle), che poi qualche demente ti rovescia lo spumante da due soldi addosso, che poi rischi di perdere un piede tornando a casa che magari pesti il petardo di un deficiente che lo ha lasciato lì.

Cioè, veramente. E’ finito un anno. Tempo di fare bilanci, di fare programmi e buoni proponimenti, capisco che la paura e il terrore di quel cacchio di cifre che corrono in avanti e tu inconsciamente sai che quelle avanti-avanti ti riguarderanno sempre meno, capisco che tutto ciò possa far venire voglia di stringersi a persone care per farsi coraggio  come se si stesse passando in un black hole e di là potrebbe esserci l’antimateria.  Ma stare lì a fare gli euforici lo trovo veramente riprovevole. E soprattutto questo bisogno di massificazione del SI (si deve, si fa) della gente, in questi momenti, mi dà un terrificante senso di morte.

Dunque da quest’anno a chi mi chiede Cosa fai a Capodanno, la mia risposta sarà

Capo-che?

 

poltrona_perdue

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lettera a babbo natale 2.0 (ovvero, un incubo prima di natale)

Caro Babbo Natale,

premetto che non sono troppo offesa per le sòle che mi hai tirato negli ultimi anni. Se non ti va di ricevere lettere con richieste di Natale come è credenza popolare che sia d’uopo per questa festività, ti consiglio però di indire una conferenza stampa e comunicare che non sei più in attività così da evitare fatica e delusioni a grandi e soprattutto piccini.

Ti avevo già perdonato anni fa per i giocattoli mai ricevuti da bambina, e non aggiungo l’elenco di delusioni che ho accumulato negli anni, anche se – fiduciosa – non ho smesso di credere in te.

A latere ti avviso che ci sono fortissime correnti negazioniste che tentano di convincermi da quando avevo otto anni del fatto che tu non esisteresti. Ora, lo dico per te, la tua latitanza nell’esaudire i desideri natalizi della gente non gioca a tuo favore. Poi fai come ti pare. Non sono certo una bambina o un’allocca, so che non sei il personaggio melenso, perfettino e sempre sorridente che fanno vedere ai piccoli, lo so come sei davvero e che hai i tuoi problemi.

Però quest’anno comincio a pensare che un pochino lo fai apposta.

Lascia perdere questa cosa della fine del mondo il 21 dicembre, che quello capisco che potrebbe averti demotivato – in fondo, che ti organizzi a fare, se tre giorni prima del tuo viaggio annuale intorno al mondo, poi il mondo non c’è più, dici – però:

Perché se ti ho chiesto, io come tanti altri, di fare sparire Berlusconi dalla nostra scena politica, prima ci fai credere di averci finalmente una volta tanto fatto il dono, poi piglia e proprio sotto Natale ‘sto scherzetto?

Ora dico, una porta pazienza, non ricevi la villa con piscina, l’intero guardaroba Armani, una macchina da presa con tanto di lenti s4 complete,  un apriscatole che funzioni o un set di mollette per i panni che non si disperdano inspiegabilmente, ma questo

NO.

Questo proprio

NO.  nightmare-before-christmas

Non te lo perdono, non lo accetto, è cattiveria, ma di una cattiveria che se ti volevi inventare qualcos’altro per funestarci le feste a tutti, manco se avevi il quoziente intellettivo di quello che nel film lavava i cessi e poi completava cose difficilissime nella lavagna del cervellone dell’Università in cui lui puliva i cessi.

Se è uno scherzo, perché magari con la vecchiaia ti sei messo in testa di essere simpatico, allora sappi che

NON FA RIDERE.

A questo punto mi costringi a mettere da parte la piccola lista che pur pigramente avevo steso per le richieste di quest’anno, in cui con educazione avevo anche inserito la postilla che se per caso il mondo dovesse davvero finire il 21 dicembre la consideravo causa di forza maggiore accettabile per eventuale inadempienza.

Ho una sola richiesta cumulativa – e anche generosa e come tu mi insegni se uno è generoso è buono e se è buono DEVI riconoscergli il regalo – per favore fai un dono all’Italia:

fai venire una specie di illuminazione mistica a Silvio Berlusconi per cui senta l’irrefrenabile voglia di andare in un monastero, di qualunque fede esso sia, ma di quelli lontani, lontanissimi. Tipo, non so, un cucuzzo di montagna, senza comunicazioni, dove magari pratica il voto del silenzio, dove è felicissimo nelle sue meditazioni e vita parca con i suoi confraterniti, dove legge testi saggi, si fa una ragione di vecchiaia e morte, accoglie i viandanti col suo noto sorriso e compie lunghe e serene passeggiate in verdi foreste dove chiacchiera con l’amico passerotto (passerotto, maschile), con il fratello albero, medita sotto un grosso albero di fico (fico, maschile) e non torna MAI PIU’?

Io non voglio l’infelicità, la malattia e la morte di alcuno al mondo, ma che egli salvi la sua anima evidentemente accarezzata dalle forze del male, lo vorrei, voglio che egli sia felice ma LONTANO, LOONTAAANO da questo martoriato Paese.

Babbonatà, io te lo dico, sono stata di una pazienza ammirevole, però a ciascuno il suo lavoro: un regalo ti chiedo e so con certezza che siamo in tanti, tra l’altro risparmi: faresti meno viaggi, quest’anno.

UN REGALO PER TANTI ITALIANI.

Diversamente, essendo io anche mezza finlandese una parola sola: so dove abiti.

Se poi i Maya parlando di fine del mondo si riferissero a questo, riconosco che non è colpa tua e di fronte alla scomparsa del pianeta capisco che le chiacchiere stanno a zero. In tal caso, pazienza.

Sentitamente,

Tua Anne Riitta

il mondo dalla mia stanza

A Natale sono tutti più buoni (i più chiedono scusa dopo averti menato)

Questa leggenda metropolitana per cui le feste natalizie ci renderebbero tutti più buoni merita riflessione, chiusa in casa e coi sacchi di sabbia sotto le finestre e le webcam a controllare le uscite.

L’unica cosa buonosa che si vede a Natale sono i VIPS che fanno a gara per fare beneficenza, quale che sia. Oggi in tv ho sentito di alcuni attori che si sono riuniti a Hollywood per fare beneficenza per un’associazione che aiuta le persone depresse (cioè loro stessi?)

Ovunque partono sottoscrizioni varie, dai un euro qua, dai un euro là, compra il baobab per aiutare gli sfollati della Jacuzia, compra il panettone per i bambini dipendenti da Ritalin.

Ma la vita reale, quella è un’altra cosa.

Come agosto è il mese della solitudine dei morti in casa che vengono scoperti dopo tre settimane perchè puzzano, mentre la tv ti mostra gente felice che gioca a racchettoni in spiagge affollate e ragazze in hot pants che mangiano il cono immerse nelle fontane delle città d’arte, Natale è il periodo in cui si raggiunge il picco dei suicidi.

Dicembre il mese in cui ci sono più litigate condominiali, incidenti in macchina, gente che si mena nel traffico,  genitori che uccidono a colpi di piedini di Barbie negli occhi altri genitori nei negozi di giocattoli etc.

In questi giorni ho due sentimenti dominanti, anche se poi non è che viva in una bicocca o sia senza amici o senza famiglia:

odio il Natale, non vedo l’ora che finisca

e

HO PAURA PER LA MIA INCOLUMITA’

Parto dal sentimento due.

Esci, devi fare qualcosa, tipo pagare una bolletta, mandare una raccomandata, andare a un incontro di lavoro… per strada trovi quaranta milioni di macchine.

Quaranta milioni e una, quella su cui viaggi tu.

A qualunque ora del giorno e della notte sei in fila a passo di formica. Ieri eravamo con Lorenzo vicino via Paisiello, in auto, e c’era una fila davvero colossale. Fila quasi immobile, ad un orario improbabile, tipo tre del pomeriggio.

Forse era la fila per l’Ikea, ci siamo detti, perché da lì, a circa venti chilometri si va dritti verso la tangenziale in direzione Ikea (altri venti chilometri di Raccordo Anulare, ci poteva stare).

La gente sulle suddette auto:

suonano il clacson, sempre. Come se gli avessero regalato la trombetta per il compleanno e volessero farcela sentire a tutti, loro suonano. Dici: ma a chi suoni? Per il verde che è scattato al semaforo da lì a sei chilometri? Per dire che sei vivo? Pensi sia un raggio laser che renderà polvere le auto davanti a te?

Non si sa, loro suonano.

Dici, non mi freghi, ora prendo il bus così abbatto il numero di macchine.

Quale bus?

Roma è l’unica città in cui nel periodo di Feste, da un paio d’anni, gli autobus DIMINUISCONO. Ci sono i cartelli luminosi del tempo attesa dei bus, no?

In questo periodo c’è scritto:

63 : sei ore e quarantadue minuti

86 : otto ore e dodici minuti

92 : domani.

Oppure i bus fantasma:

630 : a tre minuti

poi

630 : a due minuti

poi

630 : a un minuto

poi (tu già salticchi di gioia)

630 : In arrivo.

Niente. Tutti protesi verso la strada con le faccette speranzose, un minuto, due.

Niente.

Poi appare:

630 : a trentadue minuti.

E tu urli: noooooooooooo! Ti arrabbi al punto che quando si avvicina il povero ragazzo che vuole venderti le calze, lo picchi.

Entri in un negozio?

PAZZO.

MAI ENTRARE NEI NEGOZI IN QUESTO PERIODO!

Avete presente (per chi lo segue) Walking dead? La scena di loro intrappolati nel centro commerciale con tutti gli zombies che se li vogliono mangiare e loro si difendono come possono, armi, piccozze, manichini?

Uguale.

Tu entra nel negozio, sai che entri, ma non sai se esci.

Se provi ad avvicinarti a un bancone di esposizione ci sono quelli che fanno muro, un muro compattissimo e non puoi nemmeno sbirciare. Se malauguratamente (ma se proprio sei coraggioso) provi a rivolgerti alla commessa, un paio di persone si girano con questa faccia

E con la sua voce, dicono:

“C’ero io!”

Dici, ah io mi chiudo in casa, e aspetto che passi.

 

Direte e perché hai messo i sacchi di sabbia e le webcam?

Perché l’altra cosa che succede in questo mese è il prolificare di

GENTE CHE VUOLE QUALCOSA DIETRO LA TUA PORTA.

Dai testimoni di Geova che si accaniscono a ogni genere di porta a porta che con la scusa del Natale che rende più buoni cercano di venderti cose, farti sottoscrivere cose, aiutare i giovani, i malati, i bambini, gli alieni rifugiati politici, le zecche vittime di razzismo… dici, niente di male, che cattiva che sei.

Se non fosse che anni fa, quando ero più Ripley pronta a sostenere il Natale con larghe spalle, ho dato retta ad alcune di queste persone per poi scoprire che c’era dietro la truffa, o l’inganno.

Ma anche se non ci fosse, non puoi umanamente dividerti tra citofono che suona e piedino nella porta con conseguente ora e mezzo di chiacchiera – anche perché tanto quest’anno, che ti vuoi offrire, ci manca poco che non andiamo tutti porta a porta a chiedere sottoscrizioni per noi stessi – e il telefono che squilla per tutti i call center a cui qualche maledetto ha venduto i tuoi dati personali al mondo che ti chiamano anche loro per “vuole fare un regalo prestigioso e in più aiutando le foche monache del Guatemala?”.

L’aspetto davvero tristissimo e serio di tutto ciò invece è il carico di valore simbolico che si da’ a queste festività.

Due persone ogni miliardo ricordano che sarebbe il compleanno di Gesù di Nazareth e così come restiamo tutti perplessi quando ci leggono la scena del tempio in cui si fa partire i cinque minuti, e poi facciamo una visitina in alcuni edifici esenti ICI, se uno pensa quel che ha predicato quel ragazzo e il suo understatement, tutta ‘sta cagnara godereccia e spendereccia chissà che cosa gli farebbe dire.

Per il resto ti propinano tutta una letteratura da servizio del TG  e da pubblicità del panettone, di numerose famiglie sorridentissime (ma dove, dopo le giornate di cui sopra otterresti quei sorrisi solo se nel panettone ci metti l’Lsd) con bimba bionda boccolosa, bimbo più grande coi capellini leccati, nonni che sono dei trentenni invecchiati col borotalco etc, che si riuniscono intorno a grandi tavolate, che si passano, sempre con quei sorrisi da emiparesi, i loro regalini e si abbracciano in slow motion, se proprio dobbiamo considerare che esistano i poveri è per dire che la bimba prende un barbone – un modello un po’ sporco e la barba finta – e lo accompagna con la manina in casa e tutti lo accolgono.

Oppure giovani coppie innamorate che mangiano e lui le carezza il pancione sotto l’albero,  o i simpatici giovani che non esistono in realtà pensati da creativi imbecilli, che negli spot quelli trasgressivi fanno Natale ammucchiandosi sensuali sotto un albero e magari uno mangia le mutande rosse di una e via così.

Pensa una persona sola, un marito divorziato, un vecchietto i cui figli se ne vanno bellamente a Miami fregandosene di lui, oppure che è solo al mondo, pensa una ragazza sola con dei problemi, un ragazzo che vive  con la madre isterica che si imbottisce di Prozac (oddio quella il sorriso di cui sopra, potrebbe averlo, a certe ore del giorno) pensa i bambini di una coppia separata che litiga per chi tiene i bambini a Natale, i figli di un coppia in cassa integrazione che dice loro non possiamo comprare l’albero, etc etc: vedono ‘ste sceneggiate in tv e dappertutto, e in più sono stressantissimi perché sono settimane che fuori, a dispetto di luci colorate e Babbi Natali finti che fanno ho-ho-ho, tutti sono scortesi, incazzati, ti spingono, ti rispondono male, e in più si ricordano più che mai solo di tutto ciò che NON hanno e NON hanno realizzato e non il contrario. E ti credo che c’è chi arriva a suicidarsi.

Natale pensato dall’uomo occidentale moderno sembra la costruzione scientifica di un contesto in cui ricordare a chi è solo che è solo, chi è sfortunato, che è sfortunato.

Infine c’è una cosa che invece a livello estetico e di fastidio personale, davvero detesto del Natale, e per cui voglio fare una sottoscrizione:

Elimina anche tu questi ridicoli cosi dai balconi dagli italiani.

Il mio augurio base vi raggiunga: cerchiamo di sopravvivere anche a questo Natale.