di cinema · il mondo dalla mia stanza

cercatori di lavoro (addendum al fenomeno del “non risponditore giammai richiamatore”)

Tempo fa ho scritto un post su un argomento che trova sicuramente sponda in tutti noi, per “noi” intendo anche e soprattutto chi svolge una libera professione, quelli che in ogni settore si definiscono a volte frilèns, i più temerari artisti, i più realistici precari per eccellenza.

Il post suddetto (questo) parlava di quanto sia difficile ottenere uno straccio di rispetto in questo Paese e di quello strano fenomeno tutto italico del “non risponditore giammai richiamatore”.

Sinossi di quel post: da noi sfugge il concetto che a tutti livelli e in tutti i settori ci sono persone il cui lavoro (non a caso scrivo questo post il primo maggio…) è cercare lavoro, proporre, proporsi e/ma che il lavoro del loro interlocutore sarebbe in teoria risponderti, possibilmente incontrarti, valutarti e – in base al merito – scegliere o no se servirsi di te e/o quel che fai.

Molto semplice.

Stringo il fuoco su quello di cui mi occupo. Nel mio settore si muovono vari branchi tra loro interconnessi: scrittori che si propongono a registi oppure direttamente a produttori. Attori che si propongono a registi oppure direttamente produttori, raramente a scrittori. Produttori che si propongono a finanziatori, pubblici (pochi) privati (quasi non pervenuti).

Insomma è una danza spesso frenetica tra interlocutori disposti più o meno gerarchicamente, i ruoli a volte si invertono, tipo attore che diventa famoso e quindi è il regista o il produttore che cerca lui, poi magari il regista diventa famoso e l’attore che prima lo aveva sfanculato ma che ora è un po’ meno famoso cerca il regista, o anche produttore che prima era indipendente e nessuno lo cagava né lo cercava, che diventa più importante e allora tutti lo cercano etc etc.

Una frenetica danza.

Ma quello che appunto connota il nostro Paese e le sue regole non scritte è che chi ha la forchetta dalla parte del manico – chi vuole indovini perché non parlo di coltello – non risponde manco per dirti “crepa” se lo cerchi.

Quel post l’ho scritto perché la mia riflessione nasceva dallo stupore per un fatto: molte persone che nel tempo mi hanno contattato per propormi di collaborare (scrittori o attori, o aspiranti registi che volessero fare esperienza) mi hanno sempre detto di aver ricevuto la mia risposta con grande sorpresa, ricordandomi che in effetti il mio comportamento è stravagante: io rispondo sempre.

Non sono né famosa né chissà che, ma quando qualcuno che mi ha “trovato” perché sa che faccio la regista e, come a me, scrive – come è giusto che sia  – ad altri trecento registi, anche quando sto effettivamente lavorando e non avrei tempo per grattarmi la testa, rispondo sempre e vedo se posso essere utile.

Sarà che credo nel karma e non faccio agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me, sarà che sono coerente con quello che dico (o almeno ci provo) insomma, io rispondo.

Ma volevo a questo punto aggiungere un addendum – nello stile di Fabrizio Barca – che è forse più importante di quel post stesso ed è una riflessione sul come a volte ci si pone.

Ho un problema con i depressi (nel senso dell’atteggiamento, non della malattia, ovvio)  e i disfattisti, questo si sa.

Sarà che ho una soglia della pazienza e della considerazione di tutto ciò che potrebbe racchiudersi sotto la parola “dramma” un po’ altine, però personalmente mi tengo a bada e il mio Voight Kampff del vittimismo è sempre acceso.

E’ una mia idea, anche se sono in buona compagnia, che essere adulti non significhi diventare cinici, ma avere il senso delle proporzioni sì. Per me essere adulti (condizione che ti consente anche di tenerti dentro le cose più belle dell’essere bambini e quindi di giocare) significa uscire dal proprio egocentrismo, avere netto e definito il concetto del far parte di un tutto che è l’umanità. In questo tutto composto di sette miliardi di persone ci sono miliardi di esigenze, miliardi di problemi e miliardi di soddisfazioni.

E’ vero che ogni cosa è soggettiva, ma se scegliamo di fare questo mestiere è anche perché – in teoria – siamo disposti ad assumerci l’enorme rischio di non limitare tutto alla nostra soggettività.

Se cinque persone sono chiuse in un ascensore e una c’ha l’asma, l’altra è vecchia e fatica a stare in piedi, una è una mamma e l’ultimo il suo neonato che deve fare la sua poppata e io devo fare pipì, se sono un ragazzino egoista il mio dover far pipì è IL dramma che travalica qualunque tragedia della vita, figuriamoci le stupide esigenze dei miei compagni in ascensore, che crepi pure l’asmatico, muoia il vecchiaccio e se quel bambino non la pianta di strillare lo soffoco perché da’ fastidio a me; se, al contrario sono una persona adulta e armonizzata col resto del mondo capisco perfettamente che, quando arriveranno i soccorsi, la prima persona che avrà diritto è l’asmatico, e finchè i soccorsi non arrivano è ovvio che mi preoccupo per lui e per la persona anziana. Magari so anche che il bambino ha fame ma può aspettare, quindi il problema è meno grave (e certo non mi lamenterò per il suo pianto), ma di una cosa sono assolutamente certa: è vero che mi sta scoppiando la vescica ma non è un dramma. E’ un fastidio ma meno problematico di uno che rischia di morire soffocato.

Direte: ovvio.

E no.

Se sto scrivendo questo post è perché osservo spesso che non è ovvio per niente. Siamo circondati da gente per cui il proprio dolorino al piede dovrebbe, a detta del dolente, attirare la contrita attenzione di tutti molto più di quello che sta rantolando nell’angolo con il sangue alla bocca e il rantolante, anzi, viene accusato di rovinargli l’umore.

Quando si tratta di noi che lavoriamo nel settore dello spettacolo e/o della cultura, la cosa la sento ancora più insopportabile, e non solo per la mia personale idea di una professione “al servizio” dei fruitori (è una posizione tra altre possibili) e nemmeno – sia mai – perché penso anche solo minimamente essere vera l’affermazione di certi detrattori per cui sarebbe questo un settore “meno utile” se non “inutile” (togli intrattenimento e bellezza alla gente, soprattutto quando si è in un periodo particolarmente sotto pressione, e vedi che succede) ma perché in teoria dovremmo essere più osservatori di noi stessi e degli altri e quindi più consapevoli dei funzionamenti dell’animo umano, consapevoli delle priorità e delle proporzioni, per mestiere.

Ecco perché, anche quando parlo del mio lavoro e di quanto complicata e sì, diciamo per comodità “drammatica”, sia la condizione del mio settore in questo momento di crisi, e so bene quanto personalmente sia complicata e alcuni definirebbero drammatica la situazione professionale mia o di quelli che conosco, non riesco, proprio non riesco a farla – appunto – drammatica.

Sono anni che ci combatto anche politicamente: so quanta ingiustizia, quante storture scandalose e quanto immeritocratico sia il mio settore, ma anche lì: si fa la propria parte perché siano cambiate le regole, reinventate le leggi che regolano il Sistema, ma sinceramente mi vergognerei se questo diventasse più di una democratica e sacrosanta indignazione.

Ho marciato in piazza, fatto picchetti davanti a Montecitorio per protestare contro l’ottusità dell’allora ministro Bondi, occupato la Casa del Cinema e il red carpet del Festival di Roma per fare sentire la mia voce,  perché – per l’appunto – chi di mestiere avrebbe dovuto essere il nostro interlocutore non rispondeva e non richiamava.

Ma non mi sono mai lasciata prendere la mano nel senso del perdere di vista la misura delle cose.

Tutto questo per dire che, pur rispondendo sempre, a volte quando qualcuno mi scrive, oppure mi capita di leggere in giro le posizioni di chi, nel mio settore, cerca interlocuzione con i suoi referenti, c’è una cosa che mi suona male, ri-PREMESSO che:

a) trovo che come si pone la maggioranza di quelli il cui lavoro sarebbe rispondere, giudicare e scegliere, sia vergognoso e irrispettoso

b) so benissimo che in questo Paese c’è una enorme disfunzionalità della selezione, e quasi mai vince chi ha più merito

trovo però stucchevole e involontariamente complice della mancanza di rispetto verso il lavoratore precario, l’esplicitare nella ricerca di contatto cose come:

– “Non lavoro perché tanto in questo Paese, si sa, chi merita non lavora, si sa chi sono e perché quelli che lavorano/ qui lavorano solo i raccomandati e quelle che…” o generiche tirate contro il Sistema Italiano,  che fa tanto chiacchiericcio da cortile e ricerca di complicità nel pettegolezzo.

-“So che non risponderà…tanto non mi risponde mai nessuno…” che fa un po’ troppo penoso, e il tono di quello che se non rispondi si impiccherà come il fidanzato di Milk da’ ogni impressione tranne che quella professionale.

O anche – fatti reali, giuro – ti chiedono il tuo parere su una cosa che hanno fatto e se tu fai una critica:

“Professionisti di primissimo livello hanno visionato questa mia cosa e al contrario di lei mi hanno detto che…” ma allora che me lo chiedi a fare?

Il Lavoro, per noi che scegliamo il più aleatorio possibile, è sempre stato un viaggio, quando in zattera quando sullo yatch, per poi magari tornare sulla zattera, tra un’isoletta e l’altra. L’idea per cui la felicità è un concetto tremendamente oscillante è l’unica idea possibile di felicità soprattutto per noi.

Quando lavori sei felice, ma non solo e non tanto perché guadagni, sei felice perché ti senti parte integrante della società e ci hanno messo in testa che se lavori, solo allora sei “utile” e “produttivo”. tempi_moderni

In realtà il nostro diritto ad esistere non è legato alla nostra necessità nel mondo, ci siamo e abbiamo diritto di esserci. Essendo poi animali sociali, più che un dovere è un diritto anche trovare un nostro posto da cui partecipare, realizzarci e trovare soddisfazione.

Tutto questo è pacifico.

Scegliere di lavorare nell’industria dello spettacolo e/o nella cultura è una scelta difficile di per sé, in questo costante confronto con la presunta idea della nostra “utilità”, perché chi fa finta di credere che potrebbe esistere una vita umana senza cultura e senza intrattenimento, periodicamente tira fuori la leggenda della nostra inutilità, debolezza, capricciosità, esseri fragili dalla vita privilegiata e via discorrendo.

Però io penso che un punto assolutamente fermo della parte che noi dobbiamo fare per non dare guazza alla mancanza di rispetto del nostro ruolo e della nostra scelta dovrebbe essere quello di non “piagnucolare”.

Nel mio precedente post ho parlato della rabbia e quanto a me sembri un sentimento solo distruttivo, mentre l’indignazione la trovo la sua alternativa costruttiva.

Ugualmente secondo me le alternative al vittimismo e alla tendenza al melodramma da cui potremmo essere tentati quando siamo stanchi e stufi della giungla complicata in cui siamo costretti a muoverci, sono l’autoironia – rifugio, fonte di ispirazione e sopravvivenza psicologica – ma soprattutto  la schiena dritta.

Tempo fa, in un momento di impasse, mi sfogavo facendo di piccoli video casalinghi, fatti con il cellulare (detti “videetti”) che per me erano come delle strisce satiriche sulla mia condizione di regista indipendente. Sentivo forte intorno a me lo stesso disagio e quindi ho deciso di “scherzarci su”. Soprattutto in risposta al citato Bondi e ancor più di lui l’allora ministro Brunetta che per l’appunto davano a tutti gli operatori del settore del “privilegiato”, mostrando d’essere lontani anni luce dalla realtà dell’industria in cui lavoriamo. Non ci si “scherza su” per dire che la faccenda non è seria, ma per non soffrirci e per trovare una distanza più realistica tra sé e il problema.

Chi soffre, va da sé, non trova soluzioni.

Il più popolare è stato questo.

Mi sono sempre rifiutata di “soffrire” per la difficoltà, per le ingiustizie a cui ho assistito, per un sistema che non trovavo corretto etc.

L’ho già detto, fin da quando ero una ragazzina quando qualcosa non mi piace faccio quel che posso per modificarla e per contribuire a migliorare le regole (si tratti della scuola, l’università, il mio condominio) ma mi sono sempre rifiutata di farmi rovinare la vita. La vita, almeno quella che ricordiamo, è una, ed essere contenti e cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, oppure stare male per tutto è una nostra scelta.

Una soluzione per rigirare qualcosa che ci fa soffrire – certo, quando non si tratta di VERE tragedie (morte, malattia, incidenti invalidanti, invasione degli zombies e conseguente crollo della società conosciuta, radiazioni post atomiche, per dire) – è cercare di trasformarla in qualcosa che faccia ridere, prendersi in giro, non c’è niente di più forte di quel che viene detto da chi si autocritica per primo prendendosi in giro da solo. Cosa che da noi purtroppo sempre meno gente sa fare,  criticare gli altri sì, è sport nazionale, l’autoironia e l’autocritica sono in costante estinzione.

E secondo poi, appunto, la schiena dritta.

Se per primi diamo per scontato che siamo meritevoli di tutto il rispetto di questo mondo, anche quando abbiamo ricevuto mille “no” e mille porte in faccia, anche e soprattutto quando di fronte a noi c’è qualcuno che pensiamo che valga poco, che non sia adatto a quella poltrona etc, o per quanto possiamo averne “bisogno”, bene, se vogliamo essere rispettati chiedere lavoro è anche il nostro lavoro e non dovremmo mai circondare questa legittima iniziativa di “se” “ma”, excusatio, sottesi rimproveri, analisi sociologiche, gossip e lamentele.

Al di là del fatto che proprio noi che – scrivendo, catturando immagini, recitando e in vario modo collaborando – vogliamo raccontare le storie della gente, dovremmo anche avere sempre presente, nella valutazione del mondo, chi effettivamente abbia il problema più grave di quelli chiusi con noi nell’ascensore bloccato.

di cinema · whatever

“a unni vai assettati cca”(ovvero bizzarre caratteristiche di un lavoro non-monotono)

L’Italia nella morsa del gelo, l’inverno più freddo degli ultimi 25 anni, neve alta tre metri, gente bloccata per sette ore su treni gelati. Pur in tutto questo pandemonio da The day after tomorrow in cui dovremmo davvero fare mea culpa per quelle spruzzate generose di lacca della fine degli anni ’80 (soprattutto se volevi i capelli come Robert Smith), i nostri politici hanno sempre e comunque la forza di fare una boutade che ci dia calore.

Da ieri leggiamo ovunque il termine “monotono”.

Dunque,  da “sfigati” gli italiani non in età da pensione (cioè 102 anni) in un giro di valzer sono diventati “monotoni”. Quelli che hanno il culo di un posto fisso o comunque anche chi ne desideri uno.

Ah, io da questo punto di vista sto proprio a posto. Ho deciso in tempi non sospetti che non avrei avuto un posto fisso, né l’ho mai perseguito, tanto da fare venire la ruga del pensatore a qualche zia apprensiva che si preoccupava molto del fatto che non mirassi alla “sicurezza”.

Devo dire in tutta franchezza, sulla base di una scelta totalmente personale – quindi né giusta né sbagliata –  che al di là del “sogno” di un lavoro desiderato con passione, per carattere innato ho fatto la mia scelta perché  non potrei mai vivere in un’esistenza prevedibile, pianificare la vita tra il 27 del mese, le ferie, la tredicesima e giù giù verso la pensione (ah ha ha) in cui gli unici imprevisti possibili potessero essere una malattia orrenda, vincere miliardi al lotto o essere rapiti dagli alieni.

Che generazione, la mia, eh? Potersi porre il problema, poter scegliere? Credo che la mia sia stata l’ultima a vedere il mondo ancora così:

“Ah no, eh? Non ci provate! Io il posto fisso non lo voglio, scherziamo? E poi vivere così, prevedibilmente fino alla pensione?”

Posto fisso

Pensione

Ho usato espressioni e termini che presto diverranno repertorio linguistico fuori uso tipo gaglioffo o per dindirindina.

Dunque, dato che è un po’ che non parlo di cinema mi aggancio a bomba per sviluppare invece un concetto espresso velocemente su facebook, scatenato da un (bel) film oggi nei cinema: ACAB.

Da anni noto un fenomeno strano nell’ambiente di questo mio per niente-monotono e per-niente-fisso, lavoro.

REAZIONE, ANALISI E CRITICA DEL LAVORO ALTRUI.

Da una parte ci sono i critici, che meritano un discorso a sé.

Kant,  a proposito d’arte, diceva – in soldoni – che il critico manco potrebbe esistere come figura, dato che la critica (nel senso dell’analisi) non potrà mai e poi mai essere oggettiva, davvero tecnica ed avulsa da paturnie personali. Questo per l’arte, figuriamoci per una cosa strana come il cinema, che per sua natura si nutre d’eresia, del violare le regole appena stabilite, e che comunque, per dindirindina! non è necessariamente la Cappella Sistina, è anche intrattenimento.

Di questo ho già parlato, dello pseudo intellettuale forzato che dice che un film, se non ci sono pause di mezzora tra una battuta e l’altra e lunghe panoramiche infinite, se non è iraniano, del Madagascar o almeno dell’estremo oriente, non è “arte” e lui, l’intellettualoide, “manco lo guarda”.

Sono anni che sogno di fare dei videini che ripropongano scene viste con i miei occhi ai festival:

>critici dormienti (parliamo di un range che va da chi scrive sulla grande testata fino a quello che si è fatto un sitino di cinema tutto suo in rete)  con tanto di bavetta durante la proiezione

>costoro danno poi spettacolo di pacche sulle spalle e grasse risate al cocktail della produzione – in cui si abbuffano –

>da cui derivano panegirici pubblicati il giorno dopo su un film che IO SAPEVO essi non avevano visto (se non in sogno).

Viceversa, l’esemplare di critico in questione, quando invitato a una proiezione in sala, ma da una produzione è piccola e indipendente, (ergo, il cocktail non se lo può permettere) quello dice all’ufficio stampa “Mi mandi il dvd/sono tanto impegnato” (in onore del povero direttore della fotografia: ma sì, freghiamocene del suo lavoro!) e IO HO VISTO guardare un suddetto dvd con ffw dicendo, in risposta al mio sguardo attonito (ovviamente non era un film mio a subire davanti ai miei occhi tale trattamento):

“Eh, ma sai, io ho già capito”.

Ma cosa hai capito? Intanto sono sempre stata dell’idea che un mestiere come il cinema andrebbe criticato da qualcuno che prima o poi lo faccia. Che conosca, non solo per aver visto tanti film da ragasso e/o letto un paio di manuali, la differenza tra un obiettivo e un altro, che conosca la sintassi delle riprese, che conosca anche e soprattutto il set, il montaggio, il mix, la color correction, la postproduzione, etc, che li conosca sul campo.

Perché se ne leggono di boiate –  soprattutto in rete, tra gli pseudo critici da sito e sitino di cinema. Alle volte ho urlato davanti a definizioni tipo “quel lungo piano sequenza….”QUALE PIANO SEQUENZA? Vedi la sequenza citata, ti accorgi che ci sono dodici attacchi di montaggio, semplicemente la macchina è sempre in movimento, c’è un bel montaggio fluido e lui dice  “piano sequenza”. Come se davanti ad un’amatriciana io dicessi “Ah che lasagna stupenda!” (o “Che risotto orrido”, a seconda del caso).

Nel videtto ci metterei anche un paio di critici visti ad una proiezione durante un festival, il film in questione era di quelli in cui veramente non si capiva una mazza. Gli esemplari osservati si scambiavano sguardi rubati tra loro:

“Avrà capito…? Sì.. cazzo! Lui sta capendo!… ora faccio che capivo anche io…”

E poi dopo li senti: “Sì, questo ermetismo ontologico fassbinderiano un po’ beckettiano….”

“Ma anche un po’ Kurosawa dei primi tempi, una sorta di giovane Eisenstein..”

Il tutto condito da  sguardi che tradivano: “Vedi lui ha capito, è più intelligente, non devo farmi sgamare…”

“Si saranno accorti che dormivo…?”

Siccome che uno venga pagato (o sfoghi i suoi sogni frustrati d’autore in rete) per dire alla gente “a me m’è piaciuto / a me m’ha fatto cagà” mi pare piuttosto immorale, il suddetto critico dovrebbe quindi spiegarci tecnicamente il film. Beh, la realizzazione di un film è un mestiere talmente fatto di microrealtà, coralità e circostanze, che se non conosci sul campo quel di cui parli, difficilmente puoi avere la reale misura di quel che vedi e analizzi. Dunque, di fatto,  non abbiamo veri e propri “critici” ma gente che ama il cinema – o lo amava – vede i film e ci dice che glie piace o non glie piace.

In fondo oggi abbiamo gli opinionisti tv che assolvono già al compito di elogiare o criticare cose e persone in base al proprio

  Gusto.

Che è decisamente cosa diversa, personale, e ho piacere che te lo tieni per te, nelle tue cene, oppure su un blog tipo questo, in cui scrivi il cacchio che ti pare, ti legge chi ti vuole leggere e non mi dici che è il tuo

Mestiere.

Dicevo, dunque, che  non mi riferisco ai molteplici, molteplicantesi, prolificanti sedicenti critici nell’argomento di questo post, che è come sparare sulla Croce Rossa. Quel su cui mi ha fatto riflettere ACAB e che mi intristisce è il fenomeno dei cineasti e cinefili-aspiranti-cineasti, che davanti a qualunque cosa nostrana che

a)    sia diversa dal solito, esplori qualcosa di nuovo

b)    faccia molti soldi pur non essendo “Natale a Canicattì”

si scatenano in critiche, analisi e strali talmente feroci da farti pensare che ci sia o la solita donna di mezzo (vedi “chercez la femme”) ergo quel regista sicuramente ha rubato la fidanzata al tipo incazzato di turno, oppure che senza meno il/la regista abbia messo sotto le ruote della propria vettura il gatto di qualcuno.

Quel che può essere vero, nel cinema come nella letteratura, e che può certo irritare è il protetto di turno che qualunque caccola tiri fuori scatena lo stuolo di giornalisti, commentatori e critici di cui sopra che si sdilinguiscono come cani di bancata al momento della pulizia dei banchi; irrita un sistema per cui  ci sia chi si esprime in caccoline striminzite ma venga distribuito, lanciato, coccolato esageratamente. Si può pensare a cambiare il sistema, se il punto è quello, e magari ci si impegna in tal senso, invece di investirci tutti con aggressività verbale e lagne.

C’è un livore bavoso  contro il beneficiario (o presunto tale) del “sistema” che tradisce sicuramente una frustrazione personale, e una paura personale.

Tornando perciò ad ACAB, mi sono incuriosita perché dal momento stesso in cui si è parlato di questo film, leggevo in giro cose d’un sarcasmo irritante: sarcasmo verso la persona, sarcasmo verso l’operazione, sarcasmo persino verso la produzione (Cattleya sta antipatica a molti come sta antipatica a molti un’attrice italiana che lavora a Hollywood, solo perché “ce l’ha fatta”).

Ho letto su facebook critiche feroci verso il film, con il basso costante d’un noto sfottò in overacting, con affermazioni estreme tipo:

“Ah perché tu te lo sei pure andato a vedere, io col cavolo, e manco ci penso” .

Ergo ho la sfera di cristallo: io già lo so che il PRIMO film di un regista che finora ha solo fatto un serie tv che è andata benissimo, è brutto, per forza, lo so.

-Io lo odio pur non avendo visto niente di suo. Lo odio perché esiste, lo odio perché ha fatto, lo odio perché è andato a Cannes, lo odio perché è andato qua, lo odio perché ha vinto là.

-Ma tu lo conosci il suo lavoro?

-No. Ma lo odio. Ho già capito.

Questo circo dell’odio si è mosso da subito contro ACAB, in rete, nel mio non-monotono ambiente e sottobosco “di lavoro”.

Per questo accanimento da “Lettera scarlatta” mi sono detta, come ormai da anni accade:

Sta a vedere che il film è bello e lui è bravo?

E infatti. La mia opinione da spettatrice e da avente partita IVA del mestiere di regista:

Mi pare un ottimo film, con un regista che sa girare  (questo, dalla serie “Romanzo criminale” lo si vedeva, però purtroppo per lui la serie era bella ed è pure andata molto bene). Gli attori bravissimi, la storia mi pare onesta e racconta un mondo non esplorato, quello dei celerini, lo racconta  in modo anche ambiguo: non ci sono buoni-buoni o cattivi-cattivi. Soprattutto questo film è è “cinema”.

Quando vedo un regista che sa girare, sono felice. Quando vedo qualcosa che mi stupisce, sono felice. Quando vedo una cosa bella, non ne parliamo. Se poi tutto gli va bene, ritrovo un po’ d’ottimismo.

Sollima riempie di nuovo uno spazio abbandonato da decenni, nel nostro cinema, che è l’intrattenimento intelligente: c’è una storia, i personaggi li ami, li segui e ci credi, e stai inchiodato alla poltrona perché c’è un tizio dietro la macchina da presa che ti trascina dentro uno scontro tra celerini e ultras come se ci fossi in mezzo.  Quel tizio non ha pretese intellettualoidi, ma nemmeno si rifugia in un film “leggero”, non potresti definirlo un film leggero, o proprio “d’autore”. C’è anche una sapiente semplicità nel modo in cui mette in scena la polizia, la nostra storia recente, le vite di questi personaggi quindi c’è la volontà di raggiungere un pubblico trasversale, di farsi capire. Insomma a me non pare che si esca dal cinema dicendo “mah, che mi sono vista?” . Mi sono emozionata come spettatrice pagante e allo stesso tempo ho fatto un enorme chapeau al regista, in quanto collega nel lavoro non-monotono che facciamo, chi meglio chi peggio, chi più chi meno.

In Sicilia, a Messina, dove sono cresciuta, c’era un’espressione che mi è diventata simbolo di un certo tipo di forma mentis:

“A unni vai, assettati cca”

(traduzione: “Ma dove vai? Siediti qua!”).

Immaginate persone sedute al bar, cincischianti. L’età non conta, pensate solo che uno magari da ragazzino sognava di fare l’attore, uno di aprirsi un bowling, un altro di mettersi in proprio con la sua attività invece di stare sotto padrone. Ma poi non hai coraggio, pensi che sia troppo difficile, oppure ci hai provato, e non è andata. Insomma ti sei detto: non sono io perdente, è che il mondo è così.

Tutto, intorno a te e loro, è immobile e identico da decenni. Nessuno fa niente di nuovo, nessuno si sforza di far fare alla città, al quartiere, alla propria vita, un salto di qualità.

Perché non si sa mai, potrebbe andare peggio, si potrebbe fallire.

C’è quel vento freddo d’inverno e caldo d’estate che fanno venire il mal di testa, ci sono Scilla e Cariddi che potrebbero mangiare in un boccone l’uomo che ha troppo spirito d’avventura, ci sta la paura degli dèi che puniscono chi alza la testa e vuole cambiare le cose.

Poi succede questo imprevisto: ci stanno una, o due, tre persone che, per dire, individuano uno spazio abbandonato, e pensano di poterci costruire – che so – un teatro. Dice, facciamo attività, spettacoli,  oppure togliamo i ragazzi dalla strada. C’è un ragazzo che, per dire, afferma di voler fare l’attore, il comico, “voglio andare in tv, ora vado a fare un provino”. Cose così.

Loro, al bar, ti vedono trasportare assi, latte di vernice, ti vedono partire con una valigina per andare a fare un provino su al nord.  Ti vedono andare a chiedere un prestito per rilevare un negozio in disuso col sogno di farci un’attività tutta nuova.

Insomma tu sei l’elemento perturbante.

Tu sei quello che non solo sta facendo, ma sta facendo qualcosa di diverso, e soprattutto sta facendo quello che tu non hai saputo e non sai fare.

E allora ridono, ti indicano con la mano aperta come a dire “ma guarda quello” e come ultimo segno di speranza prima di essere definitivamente oggetto di feroce critica e morte sociale per eccesso di sarcasmo ti dicono:

“A unni vai, assettati cca”

Siediti con noi, siediti qua e sii normale, non provare a essere più di noi, non provare a emergere, non provare a fare niente che potrebbe essere eccezionale, che poi finisce che fai tu quello che io non ho saputo fare perché non ne ho capacità e talento, e mi sto dicendo da anni, seduto qua al bar, che non è che io non lo avrei saputo fare, è che non si può fare.

Il perturbante ti mette addosso quella paura.

Ecco, nel mio ambiente-di-lavoro mi muovo in un brodo che conosco, perché naturalmente quell’invito a sedermi e smettere di agitarmi (perdere tempo, energie) non l’ho colto, mi sono beccata la mia solitudine, morte sociale, sarcasmo e poi sono arrivata a Roma. Mi accorgo di questo bizzarro fenomeno non troppo tempo dopo aver cominciato la mia gavetta nel teatro e nel cinema. Mi accorgo che se vado all’anteprima di un filmino tranquillo, senza niente di più e niente di meno di quel che già esiste, magari di un regista che bazzica ambienti giusti, con l’amichetti giusti, e anche con gli amichetti-colleghi giusti e uguali a lui, sono tutti contenti, grandi pacche sulle spalle. Tirano il fiato perché accolgono il nuovo Salieri di turno, il bravo ma niente di che, il decente ma niente che violi l’equilibrio.

Se poi invece viene fuori il film particolare, nuovo, diverso, e/o magari un regista cicciato fuori da chissà dove, fuori dai giri, etc ma preso sotto l’ala protettiva di una grande produzione – per dire – ma non è amico tuo, non sai da dove ciccia fuori, non capisci che stia combinando, che cosa si stia inventando e poi se ne esce PURE con una cosa inaspettata, allora li vedi con le facce devastate, faccina con bocca in giù, risatine. Sarcasmo, cattiveria, overacting di aggettivi, accanimento a priori.

Perché, noi che il problema del posto fisso proprio non ce l’abbiamo e abbiamo già da risolvere una vita precaria per scelta, e se facciamo questo lavoro si suppone sia soprattutto perché amiamo il Cinema, poi non sappiamo essere felici della bellezza o del divertimento anche se non ne siamo gli autori? Perché non è cosa diffusa che sia il Cinema ad essere amato, chiunque sappia farne di bello o di nuovo,  e non abbiamo la capacità di fare chapeau a chi riesce, a chi prova, a chi tenta o anche  cerca solo di farsi la sua strada e il suo spazio magari con più coraggio e più strumenti di te che critichi e attacchi con la bava alla bocca?

Credo che questo sia un lavoro in cui, se lo inizi e lo fai per il tuo narcisismo e il tuo bisogno di applausi – per non dire per fare soldi – sei già perdente, tanto per quanto uno ce la possa fare, a fronte di quel che si possa guadagnare in soldi o fama, è tutto estremamente faticoso, tra la lotta con l’idea di perfezione del risultato, le lunghe attese, la sopravvivenza, i tuoi dubbi e via dicendo.

Anche chi ha vinto un Oscar si domanda se farà un altro film o se ne farà mai uno altrettanto bello.  Dunque se non ami il Cinema ma solo l’idea di te stesso con il cappello da regista o il sigaro da sceneggiatore, hai già perso. Se non hai complicità e sportività anche riguardo al talento, vivi una vita comunque triste (e poi non ti stupire se bevi assai o sei sempre incazzato). Se è la paura di essere perdenti che si scatena appena qualcun altro “fa”, si ha già perso.

Alla fine il discorso dunque è quello, la paura di essere perdenti, e il bisogno di dirsi che chi è vincente lo è solo perché ci sono oscuri disegni, raccomandazioni, commercio sessuale o quel che l’è, e non solo si usa male l’energia invece di lavorare su se stessi, ma si perde anche l’oggettività e la voglia di divertirsi che dovremmo avere a prescindere quando apriamo un libro o ci sediamo al cinema  e si spengono le luci.