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Perché l’ostililità verso la Laurea e le competenze toglierà tutti i diritti a chi la sostiene

L’ossessione dei componenti di questo governo e dei loro seguaci contro la Cultura e nello specifico la famigerata Laurea a me non stupisce affatto, è anzi una ovvia manifestazione di quella che Paolo Virzì in una sua intervista ha più o meno definito come la rivincita del mediocre, dove non possiamo certo definire “mediocri”, questi personaggi al governo, perché un mediocre non arriva a rimettere in piedi un partito morto e seppellitto dalla vergogna, un partito che aveva come fondamento l’odio verso gli italiani del Sud per poi ottenere il 17% dei voti alle elezioni, di cui la maggior parte da quanti ha sempre disprezzato e oggi prende in giro; un mediocre non arriva dal non avere alcun merito né preparazione non dico in Politica ma in nessun campo della vita e trovarsi Vice Premier e a capo di un partito che ha preso alle elezioni più del 30% dei voti.

Mediocri casomai sono i loro seguaci che, nella vittoria di gente che non ha alcuna qualità né preparazione vede una speranza, sì, ma consolatoria riguardo i propri fallimenti, e quindi una proiezione verso un possibile riscatto nonostante non ci si sia sforzati granché.

Si è di fronte al 2.0 del “Reality” di Garrone, la sindrome del Grande Fratello (televisivo) insomma, ergo non c’è bisogno che io sappia nulla o sia preparato, o studi, o fatichi: posso diventare famoso o persino (oggi) diventare un politico alla guida del Paese, basta che io sia popolare per essere popolare. Pleonastico ricordare da dove provengano le competenze di Casalino, infatti.

Siamo al 5.0 del berlusconismo, o meglio alla putrefazione del berlusconismo, che aveva se non altro il pregio di privilegiare tra i suoi adepti gente che avesse fatto il Liceo Classico e ovviamente avesse una Laurea perché ancora si era in una fase acerba del complesso di inferiorità di chi non ha voluto o potuto o mai conosciuto la possibilità di studiare, ottenere grazie a studio e Sapere un pensiero autonomo, critico e veramente libero.

Questo astio verso ciò contro il quale si era prima, appunto, complessati, è una rivincita di chi ad una tavolata non sapeva cosa rispondere se si parlasse di un qualunque argomento che non fosse il libretto delle istruzioni del Motorola o l’ultimo gossip sui giornali scandalistici, l’imbarazzo che coglieva quando magari qualcuno ti correggeva una forma verbale da te usata, la sensazione di inadeguatezza del fax pieno di errori grammaticali che mandavi in giro.

È la vendetta del barbaro, non dissimile dai talebani che buttano giù opere d’arte antiche e create per chi comprende la Bellezza: il barbaro non comprende la Bellezza. Non dissimile da quelli che bruciavano i libri: i libri, come già veniva detto da una ragazza intervistata in un programma sui libri degli anni ’90 (e guarda caso trasmesso da Italia 1) che ho visto a suo tempo, “i libri non si leggono perché faticano gli occhi, meglio la TV almeno lì non devo muovere gli occhi”.

Adesso, il dire che non si comprende perché la Laurea debba avere valore legale, detto da uno che l’Università l’ha fatta, ma mai conclusa (cosa che io non trovo una colpa, come non trovo una colpa il non volerla frequentare l’Università ma diventa sospetto quando poi diventi lesivo e offensivo invece verso chi quel percorso lo ha voluto fare fino in fondo) è un’evidente schiacciatina d’occhio a quanti hanno prima provato quel disagio e il suddetto complesso di inferiorità: “Ehi ma alla fine siamo meglio noi, siete meglio voi di quei ridicoloni che hanno studiato, e soprattuto ma che avranno mai più di voi per presentarsi ad un concorso o ricoprire una carica, alla fine quello che conta è essere simpatici, avere tanti like sui social, cosa vuoi che conti!” e via coratella e tagliatelle e pollicione in alto nelle foto.

La mancanza di rispetto verso la preparazione, le competenze, è partita da lontano, da un comico fallito che anni fa sbraitava sul TG3 dicendo che i giornalisti non lo intervistavano e che la TV lo aveva abbandonato per le sue cause con Berlusconi, da quello stesso berlusconismo inteso come motore di subcultura che ha dato vita alla logica del famoso per essere famoso di cui sopra e all’oklocrazia suggerita dal pubblico dei programmi della De Filippi.

Questa deriva e mancanza di rispetto per il ruolo non sono quindi colpa di Salvini e Di Maio, loro ne sono semplicemente un prodotto.

La mancanza di rispetto per il ruolo e la funzione dei giornalisti non è, a mio avviso, (solo) segnale di pensiero totalitaristico (ogni regime non tollera i giornalisti che scavino alla ricerca della Verità, questo è ovvio), a mio avviso quest’idea è persino eccesso di stima nei confronti delle motivazioni dietro ai “puttaneesciacalli” di quel ragazzetto vanesio che scarozza la famiglia in giro per fare belle foto in zone pittoresche del mondo usando chissà quali denari, questo non se lo chiede nessun giustizialista del taglio ai privilegi.

Arrivare al punto di insultare i giornalisti, ovviamente solo quando riportano notizie o fanno congetture sui “loro”, quando hanno attaccato “gli altri”, tanta purezza non è mai emersa, secondo me fa sempre parte dell’incapacità di comprendere il valore e soprattuto il rispetto dovuto al ruolo, che viene dai bifolchi.

L’ignorante, verso cui andava e va tutta la simpatia e comprensione perchè non è colpa sua se non ha potuto informarsi o approfondire il proprio animo a causa delle ingiustizie sociali della vita umana, ingiustizia che proprio la diffusione democratica della Cultura può risolvere, ti poteva anche far sorridere quando si rivolgeva al dottore senza rendersi conto che non poteva lui saper meglio di uno che aveva studiato patologia, chimica, anatomia, che “lì ci sta il fegato e non lo stomaco” (da racconto reale di medico di provincia sul contadino che si innervosiva quando il medico gli diceva che a suo avviso a dargli fastidio era la colicisti e non “lo stomaco”).

Ma diventa allucinante quando ti rendi conto che nella vita di ogni giorno ti può capitare che qualcuno venga a dirti come devi fare il tuo lavoro o che non rispettino il tuo ruolo – nel mio campo è un continuo di inconsapevoli mancanze di rispetto tipo “mi fai delle riprese per favore, però mettiamo che la regia è mia” senza capire che se chiedi ad uno di pensare e girare delle cose sta facendo il regista, non l’operatore e che magari da te che non hai mai fatto nulla in vita tua sarebbe un po’ bizzarro il chiedere ad una persona che ha fatto diversi film e varie e ha cinquant’anni “fammi tu le riprese ma io firmo la regia”, però capita anche questo – diventa allucinante quando ti rendi conto che venga insultata una categoria come quella dei giornalisti il cui lavoro è informarsi, informare ma anche denunciare, come se dovessero essere tutti dei Barbara d’Urso con l’unica funzione di compiacerti mandando in onda il montaggio di tuoi fotogrammi migliori mentre abbracci tuo figlio o la gente ti dice bravo per strada chiudendo con te che annusi le margherite o accarezzi un dolce cagnetto.

Quello sì, è propaganda tipica di un totalitarismo fondato sul culto della personalità. Il giornalismo “buono” di cui parlano loro si chiama “propaganda” non “giornalismo”, sottolineo.

È allucinante che gente senza alcuna preparazione urli come una vajassa contro i medici la cui funzione è tutelare la Salute, ribattendo con aneddoti su tu’ cugino, (salvo poi quando si tratta dei suoi, di figli, correre a vaccinarli), è allucinante anche che chi giornalista non è, si metta a fare servizi televisivi pseudo- giornalistici creando campagne da gogna di piazza, senza che nessuno si opponga sottolineando che non è il suo lavoro, non ha le competenze per fare quello che sta facendo.

La mancanza di quelle competenze che vengono legalmente riconosciutaema ancora più importante le si ottegono con un percorso di studi che significano Laurea e anche oltre, (non è il pezzo di carta, è il percorso, ovviamente, che ti dà gli strumenti di conoscenza) è diventata un valore, l’averle un’onta, abbiamo accettato e avallato un pensiero veramente allucinante per cui non importa che tu abbia le competenze per farlo, se vuoi farlo puoi farlo, basta che stai più simpatico.

Lo abbiamo detto tutti alla nausea: ti faresti operare da uno che non abbia studiato anni per sapere come aprirti la pancia? Ti faresti seguire in Tribunale per una causa da uno che non abbia profonda conoscenza della Legge per ottenere Giustizia?

Non ci faremmo nemmeno tagliare i capelli dal nostro vicino se non fossimo sicuri che non ci rovini la nostra bella chioma e quindi che sia un parrucchiere professionista, come è possibile in campi come quello della Politica (taccio del mio campo di lavoro in cui da decenni si pensa che basti essere apparsi in TV cinque minuti per poter fare gli attori) non solo ci si sia fatti andar bene ma si sia supportata l’idea che va bene che domini la cosa pubblica quello che dice le stronzate che diciamo tutti sul tram quando siamo arrabbiati con il mondo che non ci ha fatto miliardari e quindi consegnato l’auto con autista, che non ci ha fatto miliardari per magia e quindi avere anche noi la casa e la vita di Chiara Ferragni e ci fa star meglio sbraitare che tanto quella non sa fare nulla e sta lì perché non sa far altro che fotografarsi (e devi vedere come si arrabbiano se contesti che quella un lavoro ce lo ha eccome e ci ha faticato eccome per arrivare ad avere quella vita) per poi però votare ed osannare esattamente quelli che non sanno far altro che dire cose che fomentano la nostra serotonina ma non sono capaci di far altro che fotografarsi e ispirarci uno stile di vita che ci illuda che, vista così, potremmo arrivare “lì” pure noi senza bisogno di fare tanti sacrifici?

Ufficializzare il fatto che i giornalisti non servono, i medici non servono, gli architetti non servono, gli avvocati non servono, i registi non servono, anche gli sportivi non servono se sono neri perché al momento abbiamo deciso che i neri sono i cattivi e quindi via anche loro persino se ci fanno vincere medaglie, niente serve se non un generico “consenso” alla Kardashian, non è che il punto più alto di una precisa tendenza dello sviluppo della metastasi della subcultura, e quindi il punto più basso del fallimento della civiltà che stava tanto andando bene dopo le botte prese durante la Seconda Guerra Mondiale, che sembravano averci fatto capire che l’unico modo perchè quegli orrori non fossero più, fosse la diffusione capillare del Sapere.

Personalmente la Laurea non l’ho presa per il pezzo di carta (Filosofia con indirizzo psicopedagico non ti ha mai aperto chissà quali portoni professionali), i corsi e i workshop fatti dopo per prepararmi al mestiere che volevo fare, la mia mania dello studio e dell’approfondimento su qualunque argomento non nascono da un vanesio desiderio di un gadget da mostrare, se ho deciso di impegnarmi nello studio è perché ho deciso, ad un certo punto, che volevo essere una persona migliore, diventare una regista preparata, avere una visione della vita e del mondo che arricchissero il mio mestiere di narratrice ma soprattutto volevo essere una persona più possibile informata. Anche se mi è costato fatica, perché come il nostro Ministro degli Interni ho lavorato per pagarmela, l’Università, per non pesare sui miei, in ogni caso l’ho fatto per me e per essere competente anche come essere umano.

Quindi mi frega poco dell’accento che questa persona dia ai titoli di studio in merito al valore legale, ma lo trovo inaccettabile per chi gli studi li ha fatti per avere le giuste competenze per il lavoro che sognava di fare e per cui è giusto non solo che possa concorrere per una certa posizione solo chi ne abbia le competenze, ma anche che gli sforzi compiuti diano un vantaggio.

Quello che a me disgusta è il plauso di quanti non si rendono conto di star scavando la fossa per sé e per i propri figli. Basta una generazione lontana dalle fatiche del Sapere e torneremo al bifolco analfabeta che non sapeva nemmeno di avere diritti, non sapeva nemmeno di essere sfruttato.

di cinema · il mondo dalla mia stanza

cerchez la femme (ecco perchè se non ti laurei a 28 anni sei uno sfigato)

In giornate veramente caotiche organizzando l’evento più importante della mia vita fino ad oggi (e anche per certi versi, inatteso) mi sono un filino distratta rispetto al mondo circostante. Anche perché non appena mi stresso i miei anticorpi vanno in panico quindi devo destreggiarmi tra le cose che mi procurano stress – ma che vanno comunque fatte – e i conseguenti raffreddori, stanchezza, herpes labiale, etc.

Sfondo storico del mio personale momento: tir che bloccano le strade d’Italia e taxisti che presidiano le città. E intanto benzina che finisce in un sud che ha deciso che la misura è colma (quanto è bella l’espressione “la misura è colma?”).

Insomma per una ragione o per l’altra tutto ciò che ha quattro ruote blocca il traffico.

Dentro quel traffico, tra gli altri, io che faccio radici alle fermate del bus o sui bus stessi a passo d’uomo,  col naso che cola e lo stress.

Oggi il mio corpo ha detto stop, mi sono svegliata che mi faceva male tutto, così mi sono presa un giorno di sciopero dall’universo che chiede.

Leggiucchio notizie e una colpisce in particolare, anche perché tutti la citano su facebook, twitter e le news varie.

Un tizio, da poco viceministro, che per nome esotico ne deve magna’ di pasta e patate in confronto al mio (il nome straniero con il cognome italiano fa tanto italoamericano), dice che “Chi si laurea a 28 anni è uno sfigato”.

Ricordo ai più legnosi che “sfiga” come diceva il grande DOP Pecorini in “Lost in La mancha” significa “assenza di figa”.

Allora analizziamo: uno che si laurea a 28 anni (attenzione, non 26, 27 o 30 o persino 40, ma esattamente venti-otto, e che dire dei medici? Sei anni più quattro? Per non essere sfigati dovrebbe iniziare l’università a 16/17 anni), insomma costui o costei,  non ha la figa.

O non gliela danno, o non è stato munito.

Difatti, dire “sfigata” a una donna è bizzarro: che razza di donna nasce senza figa?

Parte ludica della faccenda: per come la vedo io il signor Michèl Martone ha inseguito per anni una donna che lo faceva impazzire. Ella non lo vedeva nemmeno perché era pazza di un tizio che aveva una moto bellissima, giubbotto di pelle, e a costui appunto elargiva l’organo di cui sopra.

Lui, il giovane Michèl, si adoprava intanto a scuola e poi all’Università, e si diceva: diventerò qualcuno, io non perdo tempo dietro a donne e motori, io mostrerò al mondo chi sono. E poi vedremo!

E come in ogni storia che si rispetti, la verità era che immaginava di conquistare Ella con la posizione e dimostrandole di essere un gran cervellone, altro che giubbotto di pelle e motocicletta.

Ma, ahimè, Ella non solo rimase con il Motociclista, ma se lo sposò pure.

Il nostro giovane laureato a 13 anni e oggi viceministro l’ha reincontrata una sera in un bar della stazione di Milano.  Era sempre bella, anche di più con quelle piccole rughette intorno agli occhi. Ma lui, ormai affermato e con una carriera, la guardò un po’ dall’alto in basso.

Le disse “Sei sempre sposata con il Motociclista?”. Lei rispose “Sì.” E uno sguardo dolce le attraversò gli occhi: era sempre innamorata di quel buzzurro!

“Sai, io adesso insegno all’Università…” rispose il giovane laureato a 13 anni dal nome esotico, dandosi un tono.

“Ah sì?” rispose lei, vaga “Ma sai che anche mio marito, alla fine, si è laureato?

A 28 anni.”

Cosa può fare qualcuno battuto in amore se non fissarsi con quell’unico, maledetto difetto che riesce a incontrare nel rivale?

I più pigri riassumono infatti il concetto in “Sì, sarà anche bello, con 44 denti bianchissimi, tutte lo adorano, si diverte, non ha la panza, ma è uno sfigato” (traduci in: “sfigata” se la rivale in amore è una donna, ovviamente).

Siamo dunque davanti al drammatico caso di un giovane uomo che non è mai riuscito a mandare giù quel Motociclista maledetto che gli ha portato via la donna della sua vita? Chissà.

Quel “28 anni” preciso, dai, induce in sospetto.

Aspetto serio della faccenda:

Dunque, io mi sono laureata a  23 anni e mezzo (spero che la manciata di mesi non mi metta in crisi il viceministro…), ufficialmente ho compiuto il mio percorso in tre anni e una sessione – dato che era la durata minore concessa per un corso di laurea di quattro anni – in realtà ho dato le materie in due anni, e nel frattempo lavoravo.

Vi dico perché, e non è perché ho la figa, ergo non sono s – privativo- figata. Non sono né un genio né particolarmente figata (contrario di sfigata).

L’ho fatto per dimostrare che se sei intelligente e lo vuoi può farlo chiunque. Che non è la cosa più difficile del mondo, quella che dimostra che sei una persona di valore, quella che dimostra che hai delle doti o quella che dimostra che hai dei talenti.

L’ho fatto perchè una persona idiota (come chiunque si permetta di giudicare le vite degli altri senza contare la soggettività e le circostanze), disse a mio padre “eh, vedi, mia figlia ha già dato dieci materie, ma Anne, che fa, ci si è iscritta all’Università?”

Ero iscritta a Filosofia da un anno ma non avevo ancora dato materie, se non recuperato una materia da medicina, in cui mi ero iscritta in un primo momento. Mi ero iscritta appunto perché mio padre era stato iscritto in quella Facoltà e per il fatto di aver messo su famiglia a 19 anni non aveva mai potuto proseguire gli studi; mi sono iscritta all’Università per quello, sotto sotto e perchè mia nonna siciliana ha fatto laureare entrambe le figlie femmine per la sofferenza di non aver potuto, lei, frequentare l’Università, ai suoi tempi, e ha passato ancora  a noi nipoti  il concetto della fortuna di poter studiare.

Ma come sa chi mi conosce e chi è così carino da leggermi, dai miei 15 anni avevo una fissazione segreta, quella del cinema.

Papà rispose alla tipa, sinceramente, che era preoccupato perché appunto m’ero messa in testa di fare cinema, e in più in quello specifico periodo diciamo che esploravo l’Europa.

E lei aggiunse “Eh beh, certo, d’altronde è talmente difficile, e Anne si sa… con quella sua testa tra le nuvole”.

Sempre chi è così carino da leggermi, ormai ha marcio il concetto del mio amore e ammirazione per la mia famiglia e rapporto con mio padre, per cui si potrà facilmente immaginare la mia reazione interiore all’espressione un filino umiliata, sicuramente in difficoltà, di mio padre.

Per reazione per l’appunto all’idiozia di chi pensa che una cosa del genere possa fare la differenza, ho deciso che io mi sarei laureata prima di tutti i miei coetanei, gli ex compagni di scuola, la figlia della tipa che tanto si vantava, e con un voto finale di almeno 110.

Ora non è che io sia questo genio, la mia facoltà era difficile, i professori degli ossi duri, magari avevo il vantaggio del fatto che a me piace proprio studiare, e mi piace moltissimo la materia che avevo scelto. Ma non è stata per niente la più difficile delle cose che ho dovuto affrontare nella mia vita. Sono riuscita esattamente nell’intento. Laurearmi nel minor tempo possibile e con 110. Quel che volevo dimostrare era che

Non ci vuole un cazzo.

Per poi comunque fare cinema e non aver fatto alcun uso di quella laurea.

Quindi il punto non è quello, soprattutto in un paese un cui la laurea figura bene come carta igenica, dati i vantaggi che possa dare a un giovane non raccomandato in cerca di lavoro, di stabilità.

Personalmente ho sempre saputo e sempre voluto fare il mio lavoro, che è precario per eccellenza, personalmente sono sempre stata fierissima dei miei genitori non laureati, di mio padre che ha lavorato dall’età di 19 anni, studiava la sera e alla fine non ha proprio potuto laurearsi, dato che è partito per l’Africa, per lavorare in cantieri scomodi e pericolosi, fare cose forse banali per il signor Michèl come costruire ponti e strade in posti in cui questo non è scontato, e ahimè, non ce l’ha fatta a laurearsi non dico nei tempi canonici, non ce l’ha fatta proprio, a laurearsi.

E sicuramente, tornando al significato etimologico del termine “sfigato”, quella s privativa non è certo mai stata il suo caso.

Ho conosciuto un’ ammirevole donna che si è laureata dopo aver fatto due figli, averli tirati su e si è reinvetata la vita a quaranta anni, trasformandosi da casalinga a professionista multitasking, conosciuto gente che ha avuto vite complicate e quindi appunto non ha avuto modo di rispettare i tempi canonici previsti da un corso di laurea.

Esistono bravi scrittori che non hanno manco fatto il liceo, e vorrei evitare di tirare fuori il ritrito aneddoto di Einstein rimandato in matematica.

Insomma come possa una persona apparentemente intelligente come questo giovane uomo, aver banalizzato e generalizzato così la vita della gente, come possa essersi messo su un piedistallo per una cosa così facile come studiare da matti in tempi previsti, perché davvero della vita e dell’imparare a stare al mondo certo non è la più difficile delle cose, bene, io proprio non me lo spiego…

Se non ponendo l’accento sulla particolarità dell’eccessiva precisione del suo riferimento.

28 anni.

C’avrai pure la moto e ti sei portato via la donna che mi piaceva, ma ti sei laureato a 28 anni, non puoi che essere “uno sfigato”.

Sì. Non può che esserci una donna, dietro.