c'è pure questo · della narrazione · il mondo dalla mia stanza · L’Aliena · whatever

Il futuro che ho visto

Quando mi dicono che prevedo il futuro per via di una bisnonna sciamana o per via di un calcolo delle probabilità inconscia dato dal QI alto, faccio notare che basta studiare la realtà e, al solito, osservare.

Tutto ciò che sta accadendo in politica, non solo nel Paese in cui vivo, ma parlo del Paese in cui vivo per stringere il campo, se fosse una sceneggiatura di un film, dati i personaggi coinvolti non poteva che andare come sta andando.

Peraltro un articolo del Sole 24 ore che ho pubblicato su Facebook in autunno prevedeva esattamente queste tappe.

E quindi non può che finire come gli osservatori dicono da mesi, anni, dal 2008, per l’esattezza. Quando abbiamo capito quanto grave fosse la faccenda Lehman Brothers, in molti abbiamo detto, voilà, torneranno i fascismi.

Perché la gente semplice, poco attenta alla politica, se ne interessa solo se coinvolta nella strategia della paura. Allora volta l’attenzione alla “politica”, vista in tempo contemporaneo un po’ come un contest in cui si vota il miglior venditore di sogni e chi tranquillizza di più l’angoscia.

La gente semplice non ha gli strumenti per capire che ciò che viene loro detto non torna, né quando gli si prospettano dei babau, (pensiamo a Farenheit 9/11 di Moore riguardo i chilometri di spiagge vuote e un solo poliziotto a guardarle perché NON c’era pericolo) né quando gli si promettono soluzioni che non sono oggettivamente realizzabili.

Chiunque potrebbe fare il “politico” alla Salvini o alla Di Maio/ Di Battista: basterebbe avere la faccia tosta e la mancanza di preoccupazione per le conseguenze a lungo termine del minacciare un pericolo che non c’è e promettere sogni irrealizzabili, dallo sconfiggere la povertà a più cotillons per tutti.

A questo proposito non vorrei essere nei panni dei 5stelle che, un anno fa, con un più del 30% hanno aperto la porta al vampiro che si presentava con una percentuale di voto risicata, gli hanno dato strumento e palcoscenico perenne per una campagna elettorale costante grazie alla quale adesso li tiene per le palle, se non si fa come dice lui può far crollare il governo quando vuole.

Ma la faccia della medaglia di una comunicazione basata sulle grandi promesse, la paura e le grandi emozioni, sullo spacciare la spontaneità con sincerità, la “semplicità” con comprensione della massa e la sicurezza come il principale problema quando non è vero, creando un contesto tribale e da pettegolezzo da quartiere, è che non può reggere.

La vita è fatta di giornate e quando ci si accorge che ‘sto benedetto babau non arriva mai, che comunque hai pochi soldi e non lavori, che comunque sì, fantastico che tu sia “uno di noi” ma tu comunque stai sempre in giro a fare il ganzo io continuo a non mettere insieme gli spicci per una pizza fuori almeno una volta al mese, allora basterà il prossimo pifferaio magico che dice che la colpa è di quello prima e che ora, invece, ci pensa lui.

Ecco perché andrà avanti male per anni, e non lo leggo dai tarocchi o nella sfera di cristallo. Andrà avanti male di imbonitore incapace a imbonitore incapace finché la massa, la sua maggioranza, non si prenderà la briga di studiare, informarsi e sviluppare un pensiero critico in seguito al quale arriverà all’età mentale adulta, quando si vota chi dica cose sensate e credibili e soprattutto che non si voti il “chi” perché un tizio che strilla più forte, ma un collettivo “chi” di persone che abbiano un’idea a cui partecipi attivamente.

Non si delega, ci si prende la responsabilità e non si vota una persona ma un complesso di idee credibili.

Ma per arrivare a questo dobbiamo aspettare la generazione successiva, quelli che votano adesso hanno perso l’occasione di non apparire dei deboli manipolabili agli occhi della Storia, l’ignoranza non si batte facilmente e quindi quella che si prospetta per i tempi a venire è un’epoca di sempre più fame e povertà, e per chi le cose le vede e sa, un’epoca di resistenza morale in cui cercare di tenere vivo il mondo e non farlo distruggere troppo fino a che non lo prenderà in consegna una generazione più illuminata e preparata.

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LA VITA RICOMINCERÀ MARTEDÌ (ovvero la crisi c’è, ma dipende dal tono in cui ce lo ricordano)

Oggi sono andata in banca, non era la mia agenzia, mi sono fermata ad un’agenzia di passaggio della mia banca perché dovevo – sic – fare un versamento al volo.

Questo per dire che non conosco la gente che lavora in quella filiale, anche se poi ormai gli impiegati delle nostre filiali cambiano alla velocità della luce, e al “ti offro un caffè/come sta la tua famiglia” del rapporto banca-cliente di un tempo ormai ci rapportiamo quasi sempre con gente che va, gente che viene e ci manca poco ti chiedano il documento anche per versare pure se hai il conto in quella filiale da quando sei nato.

Comunque, stavo aspettando in fila con lo sguardo di Whoopi Goldberg in “Ghost” whoopiquando deve mollare l’osso – non so perché ma ogni volta che metto dei soldi in banca mi pare di non averli più … o forse questa mia sensazione inconscia non è così folle, tutto considerato, visto che a quanto pare “faremo la fine della Grecia” – comunque mentre aspetto, involontariamente, ascolto e osservo una scena che si consuma alla mia sinistra.

Un giovane uomo, sui trent’anni, maglietta grigia con scritta, jeans, scarpe da ginnastica, fede al dito, capelli tagliati bene, dice al cassiere di aver telefonato qualche giorno prima per una questione di “rinegoziare il mutuo” e gli sarebbe stato detto di rivolgersi lì, alla propria agenzia.

Il cassiere gli indica un loculo dell’open space in cui ci troviamo:

“Deve parlare con la dottoressa Pinca Palla”.

Lui va da Pinca Palla.

“Sì?”

“Ho chiamato due giorni fa e parlato con un suo collega, devo rinegoziare il mio mutuo…”

Pinca Palla se lo squadra.

(Pinca Palla è una donna di una cinquantina d’anni, indossa un tailleur pantalone nero di quelli da iconografia della donna manager, ha molti anelli sulle dita, capelli tinti di nero nerissimo e cotonati, collana di finte perle, I-phone sul tavolo – che consulterà spesso durante la conversazione – molto trucco sugli occhi)

“Avrà parlato con il numero centrale, non con noi.”

(io mi chiedo, da cosa lo sa? La risposta è forse:  “i ragazzi con maglietta grigia e scarpe da ginnastica vengono dirottati direttamente alla centrale”?)

Gli fa segno di sedersi.

“Dunque, come le dicevo, io ho un mutuo, dovrei rinegoziarlo, perché vede, lo abbiamo fatto cinque anni fa. Però mia moglie ha perso il lavoro, quindi siamo un po’ strozzati…”

(il ragazzo è molto tranquillo, capisco che è il primo step di questa faccenda. Mi immagino lui e la moglie la settimana prima:

Flash back:

“Amore, così non ce la facciamo, ora arriva la prossima rata. Tra le bollette, l’asilo del bambino…”

“Senti, chiamo in Banca, quando abbiamo sottoscritto il mutuo hanno detto che casomai si poteva rinegoziare.”

“Che vuol dire?..”

“Magari ci abbassano le rate ma ci aumentano gli anni…”

Lei riflette.

“Mh…”

“Ma dai, invece che pagare per trent’anni pagheremo per trentacinque. Ma almeno al momento campiamo. Se tu non trovi qualcos’altro come facciamo?”

“Ok, hai ragione. Ma se ci dicono di  no?”

Lui sorride, prende il telefono.

“Non ti preoccupare, amore, ti ricordi quanto era gentile il signor Sparacazzate quando abbiamo firmato per il mutuo? Ha detto che si poteva rinegoziare…”

Ha telefonato, gli hanno detto di rivolgersi in agenzia. Lui pensa che uscirà di qui con il cuore più leggero, pensa che il mondo sia un posto ordinato e giusto).

Pinca Palla lo interrompe.

“Con calma. Lei si chiama?”

“Italiano medio giovane”

Quella, tra una ditata e l’altra sul suo I-phone digita qualcosa sul suo computer.

“Eh, ma lei ha un mutuo con tasso variabile…non si può…”

“Ma il signor Sparacazzate mi ha detto che si poteva rinegoziare in qualunque momento.”

La signora ha un atteggiamento che istiga sediate.

“Sparacazzate non so chi sia, si vede che lavorava qui prima di me e comunque non credo possa averle detto che… questo mutuo… si può rinegoziare in qualunque momento!”

Il ragazzo ha la voce adesso più preoccupata, un po’ stupita.

“…mi ha detto così. Ma anche al telefono il suo collega…”

Pinca Palla è sempre più acida, come se quello le stesse chiedendo di pagargli lei il mutuo.

“Al centralino che le devono dire, avrà detto che doveva rinegoziare il mutuo, che ne sa il collega che mutuo ha sottoscritto, lei? Le ha detto che doveva venire in agenzia, ovvio!”

Il ragazzo è sempre più smarrito e, tenerissimo, parla a Pinca Palla come fossero due esseri umani e non un giovane uomo e una sciacalla gregaria, frustrata nella vita e tronfia del suo piccolo patetico potere.

“Guardi…” dice lui “Il punto è che mia moglie, appunto, ha perso il lavoro, quindi non ce la facciamo… è che non voglio trovarmi a non poter pagare e quindi…”

“Non può NON pagare.”  (manifestazione di intelligenza superiore, volevo farle un applauso)

“Certo, certo che non posso. Certo che voglio pagare. Ma io devo cambiare la rata, perché sennò finisce che ci ritroviamo il problema di non poter mangiare.”

Devo chiarire qui, per dovere di cronaca, che il giovane uomo ha un tono tranquillo, gentile, non patetico o elemosinante. Ha il tono del buon senso, del rispetto dell’altra ma anche di serena dignità.

Ma a questo punto le nubi nel cielo di sono addensate sopra l’edificio, gli uccelli hanno smesso di cantare, forse da qualche parte un vulcano è esploso:

Pinca Palla si aggiusta sulla sedia e fa (giuro, e giuro perché se me lo avessero raccontato avrei stentato a crederlo):

“Senta, non è che il suo problema del mangiare o non mangiare è un problema della banca, eh? il suo mutuo non è rinegoziabile…”

Io ho avuto un brivido lungo la schiena di quelli atavici. Ho temuto di cominciare da lì a poco a provare odio e istinti sgradevolissimi, mentre intanto era arrivato il mio turno alla cassa.

Un signore di mezz’età dall’aria simpatica mi aspettava dietro il vetro.

Io devo aver fatto un’espressione tremenda, e mi è scappato un: “Certo, allucinante…”

Quello capisce a cosa mi riferisco e fa un gesto vago, come a dire “che ci vuole fare…”

Intanto il ragazzo, con ostinata gentilezza ma qualcosa di rotto nella voce, dice:

“Senta io ho pagato, mica sono venuto qua perché non ho pagato e…”

E quella, giuro alla seconda, ribatte, spazientita:

“Ascolti, in ogni caso è una faccenda lunga. E’ l’una e venti, noi andiamo in pausa, torni alle due e mezza.”

“Non posso tornare…vado al lavoro, ho chiesto un permesso.”

Pinca Palla, sempre smanettando con l’I-phone, si alza e si tira su il pantalone. Vedendola in piedi noto che ha i tacchi a spillo sottili sottili.

“E allora venga lunedì.”

“Ma devo chiedere il permesso… “ anche lui si alza “Ma quindi si può fare qualcosa per rinegoziare il mutuo?”

Quella si allontana sculettando malamente verso un altro loculo e il ragazzo rimane lì in piedi.

“Venga lunedì!” conclude la sciacalla sui tacchi.

Io ne incrocio lo sguardo, me la osservo dalla testa ai piedi manco avessi i raggi X di Terminator. Il risultato del mio Voight Kampff, dopo un’accurata analisi del soggetto confermava: “Categoria: stronza col botto – Razza: sciacallina – Abbigliamento: coatta coi tacchi che si finge donna manager.”

Ma lì, in quel mio fissarla senza imbarazzo,  ho compreso che qualcosa della forza sciamanica della mia bisnonna mi è davvero passato nel sangue: Pinca Palla ha fatto un piccolo “ops” ed è quasi cascata da uno dei suoi sottili trampoli.

Esigua soddisfazione. Anche perchè la sciamana gandhiana che è in me non è nemmeno riuscita a farla cascare. Solo “ops”.

Per un paio di minuti ho pensato alla crisi, a quanto sia orrendo l’essere umano, a quanto mi dispiaccia per ognuno di noi, per tutta la gente che ogni giorno, fronteggiando i problemi e il mondo che cambia, potrebbe farlo meglio e con più rispetto di se stesso se solo questo nostro Paese non avesse perso il senso di

Quanto cambia qualunque cosa tu voglia dire ad un altro essere umano a seconda del tono che scegliamo di usare.

Perché quella orrida donna ha trattato quel giovane uomo da poveraccio, perché lo ha immediatamente messo sotto per una questione, potenziale poi, nemmeno ancora effettiva, di difficoltà economica? Perché quel genere di gente che ondeggia maldestramente sui tacchi, che si riempie di gadget e status che ne definiscano un presunto valore, gente che pensa che il proprio valore dipenda dalla cifra dello stipendio, può impunemente mancare di rispetto agli altri?

Ripeto alla stanchezza un concetto per me fondamentale: come è possibile che l’insulto, la mancanza di rispetto,  non siano i più gravi dei reati?

Ho versato i miei soldi – pezzi di carta che secondo l’orrida gente che sculetta malamente su tacchi sottili come lame ci definiscono e valutano –  ripetendo in cuor mio che l’umanità è perlopiù orrenda.

Il ragazzo ci è passato davanti,  l’impiegato di mezz’età dietro al vetro si è calato gli occhiali e lo ha chiamato con la mano.

Quello si è avvicinato.

“Sì?”

“Martedì” gli ha detto l’impiegato “Non venire lunedì. Vieni martedì”.

E gli ha fatto l’occhiolino.

Il ragazzo ha sorriso debolmente, rincuorato. Per non dire del bene che ha fatto anche a me.

Il cielo si è fatto azzurro, l’aria più leggera.

Martedì. Che ci sarà martedì, di diverso, in quell’agenzia?

Una persona migliore di Pinca Palla nel loculo dei mutui?

Una festa per i clienti in difficoltà, con palloncini e panettone di tramezzini, uno striscione che pende dal soffitto che dice: “Coraggio, ragazzi, passerà”?

Avrei abbracciato quell’impiegato, veramente.

Perché mi ha ricordato che domani c’è un martedì.

Per questo volevo raccontarvelo subito, ricordare immediatamente a chi in questo momento è preoccupato: c’è qualcosa che ci aspetta di migliore, gente più bella, speranza e soluzione. Per forza.

C’è sempre un Martedì.

gli uomini maturano, le donne invecchiano · il mondo dalla mia stanza · whatever

difficile è essere autunno, facile essere primavera (ovvero i professionisti del si stava meglio quando si stava peggio)

E’ vero che tutto è soggettivo, ma c’è una cosa che mi irritava quando ero piccola, mi ha continuato ad irritare da ragazzina, da ragazza, da giovane e posso dire che pur essendo ormai una donna che ha iniziato la sua corsa contro i radicali liberi, mi trovo fiera di trovare irritante ancora oggi, della soggettività:

 

Ah, quanto era meglio prima.

Ah. Com’è tutto cambiato (in peggio).

Un paio di settimane fa una persona che ha fatto il bello e il cattivo tempo di questo Paese tra scandali e narcisismo e che era alla presentazione del libro di Nino fa un discorso tipo:

“Roma è diventata uno schifo, ai miei tempi sì che ci si divertiva, sì che c’erano posti in cui andare! Ora non c’è un posto dove vedersi con gente simpatica. E poi la gente è più brutta, più cafona, più distratta. Ai miei tempi che ci si divertiva.”

Sarà che personalmente – sarà ormai chiaro – ho la tendenza a sentirmi proiettata nel futuro non tanto come persona ( il tempo personale pure fosse di cent’anni, è pochetto e ancora non sono riusciti a inventare uno straccio di corpo immortale) ma più che altro come “umanità”, sarà che mi piace tanto la memoria solo come lunghezza da cui prendere la rincorsa per costruire un futuro meraviglioso, ma il mio pensiero quando sento questo genere di discorsi è:

“Ma sarai te che non c’hai posti dove andare e c’avrai te amici avvizziti che non c’hanno niente da dire o non sanno più divertirsi”.

Le sento o leggo in giro ogni giorno queste affermazioni da latte alle ginocchia, e quelle sono sì, deprimenti. Un conto è la malinconia per il proprio tempo personale che passa, ma il giudizio da vecchio zio novantenne che sbraita contro i capelloni, no.

E’ abbastanza evidente una delle ragioni per cui le persone dicono o scrivono cose tipo: “Sono tornato in quel locale…oh, mio dio. Non c’erano i ragazzi che ricordavo io, quelli di oggi sono tristi, mangiano cose schifose, ascoltano musica schifosa, sono decaduti. ” è semplicemente invidia, l’incapacità di leggere nuovi linguaggi, il fatto di essere naturalmente esclusi.

L’altro must è invece di tipo consolatorio, muoiasansonecontuttifilisteismo: “Il mondo va a rotoli. Secondo me, fra poco finirà”. Sospetto che nella passione per le previsioni catastrofiste da fine del mondo che serpeggiano da che esiste l’uomo pensante, si annidi una forte speranza: il mondo morirà con me.

E’ dai tempi dei greci e dei latini che ogni generazione invecchiante ha sfogato la malinconia dell’invecchiare con il consolatorio pensiero che quando erano giovani loro sì che si stava bene, che se la sapevano spassare e/o siamo comunque prossimi alla fine.

Allora:

TU, TU eri giovane e te la sapevi spassare, TU davi a quel posto, a quel momento del tramonto, a quel sapore o quell’odore un senso fantasmagorico per la semplice ragione che in quel momento eri tutto collagene e ormoni, il mondo era in mano tua e pensavi che gli avresti spaccato il culo.

Questo rende infelice l’invecchiamento: l’aver sempre pensato che la parola “Futuro” significasse il “TUO” futuro.

E’ ovvio che poi sei triste, non sei più curioso, non ti fa spazio dentro l’allegria di capire come sia cambiato un posto, una città, la moda, i gusti e anche dirsi quant’è bello aver assistito a tutti questi cambiamenti, provando ogni tanto a osservare  e basta, senza cercare di mettere voti o stellette a cose, tendenze e persone.

Mio padre faceva parte della generazione dei capelloni invisi alla generazione precedente che ricordava gli anni trenta e quaranta come il periodo più bello della storia – e sì che c’era la guerra –  mia nonna raccontava di sua madre che trovava infernali e inaccettabili la luce elettrica e l’automobile.

La paura del progresso forse è solo rabbia per l’inconscio pensiero di dover passare un giorno la mano, che invece il mondo andrà avanti qualche miliardata d’anni senza di te,  che quelli belli, forti, con la risata contagiosa e i discorsi carismatici oggi sono altri, e che quando quelli c’avranno l’età tua sarà il 2060.

D’altronde come diceva de Montaigne la vecchiaia fa più rughe nello spirito che sulla faccia.

Per dire, chi allora era giovane e con la testa piena di sogni,  potrà MAI affermare in tutta franchezza quanto fossero meglio i capellini cotonati degli Alphaville?

La nostalgia dovrebbe essere dolce, non amara, e soprattutto per chi ha figli, diventa dolcissima se si pensa che si stanno costruendo ora per lui locali che troverà fichissimi, città da visitare che troverà bellissime, nottate che saranno indimenticabili perché saranno sue e solo sue, quali che saranno la situazione, la politica, lo stato del mondo, rassegnatevi: costruirà comunque ricordi che a distanza di anni gli saranno cari. D’altronde: “anche di queste pene caro sarà un giorno il ricordo” disse un tizio.

E’ facile essere felici e trovare tutto bello quando si hanno vent’anni, che hai seminato bene lo dimostri quando sei proiettato avanti e non ti sei fatto fottere dall’amarezza anche quando ne avrai sessanta, settanta, ottanta, novanta o centoventi.  Magari quello sì, con dei capelli meno ridicoli.