c'è pure questo · della narrazione · gli uomini maturano, le donne invecchiano · il mondo dalla mia stanza · L’Aliena · whatever

Perché nella questione Rula Jebreal – Rita Pavone l’aspetto fisico è (inaspettatamente) importante

La questione di Rula Jebreal/Rita Pavone mi sta dimostrando ancora una volta che anche le persone più intelligenti, che stimo, spesso sono incapaci di fare un pensiero meno piatto e quindi più ragionato.

Non si tratta di sofismi, non del tutto almeno, ma di tenere sempre a mente il principio filosofico per cui non esistono il bene e il male e in sé, il giusto e lo sbagliato in sé ma il bene, il giusto, in quanto idoneo a. Questo significa la fatica di analizzare caso per caso di cosa si parli e quali le Idee in campo.

Molti accusano chi si è arrabbiato per le polemiche su Rula Jebreal per poi invitare Rita Pavone a Sanremo mettendo accanto le foto delle due donne e riferendosi al fatto che una è vecchia e brutta, l’altra giovane e bella, li accusano insomma dicendo che ciò, il paragone fisico, “è scorretto”.

È scorretto.

Allora: la Tv da decenni esclude donne brutte, Tv e Cinema, essendo fondati sulla visione e quindi l’immagine, tendenzialmente preferiscono mettere sullo schermo – soprattutto quando si parla di intrattenimento – bei visi, e per quanto riguarda le donne, non è consentito loro invecchiare, soprattutto se non sono belle. Attenzione: questo pensiero, che starete tutti valutando scuotendo la testa e dicendovi: “E infatti, vedi, allora bene la Pavone perché non è giusto che sia così!” appartiene soprattutto ad una ideologia di destra, alla logica televisiva o da commedia ridanciana cinematografica con al centro della narrazione molte tette e molti culi.

Quindi parliamo di chi, pur di sostenere un pensiero politico viene meno alle sue normali logiche di valutazione.

Il che è preoccupante, perché quando qualcuno viene meno persino ai suoi gusti primordiali pur di sostenere un’ideologia, siamo davanti ad un meccanismo tristemente noto alla Storia.

Gli intellettualuzzi di sinistra e gli atticisti ne dovrebbero essere MOLTO preoccupati, se una parte di pensiero così fondamentale dell’uomo medio sovranista e di un logica televisiva che ritiene degne di esistere, (soprattutto nell’ intrattenimento) solo le belle fiche, baratta volentieri una signora anziana burina, che ha cantato canzonette stupide con la vocetta (siamo arrivati al punto che queste povere orecchie hanno dovuto sentire le parole “di talento” riferite a Rita Pavone che certo non ha mai avuto questa canna d’organo e che da decenni è oltretutto svociata) ad una donna di bell’aspetto MA colpevole di essere nera e musulmana.

Barattano persino questo, nella loro foga fondamentalista.

Secondo e forse più importante punto per cui la bellezza o meno di Rula Jebreal sarebbe un punto a favore di ideologie di gente che asserisce di credere in valori che evidentemente non ha mai approfondito: da tempo immemore il problema della “donna bella” è il principio per cui non può essere, non-può (e parliamo anche dei nostri amici atticisti comunisti con il cashmere) essere intelligente.

Per uomini e donne, anche i più fintamente o meno “colti”, bellezza e intelligenza, in una donna, non possono convivere.

Ricordo bene un racconto di Luciana Castellina sui compagni e compagne meno avvenenti di sinistra nei ruggenti ‘70 che magari rubavano le idee dette da compagne carine in riunioni collettive per poi dir loro quei concetti nei discorsi in piazza e loro, le ragazze carine, venivano mandate a volantinare; “compagni” quando c’era da tirar fuori la libertà sessuale, maschilisti quando c’era da riconoscere capacità che le belle ragazze potessero avere in posizione verticale.

Che una donna così intelligente e preparata come Rula sia stata beneficiata dagli dèi da tanta bellezza e che abbia, come dice la Arendt, “lo spazio adeguato per mostrare l’eccellenza” (e un evento nazional-pop come Sanremo può esserlo, ci piaccia o meno) sarebbe una grande conquista per tutti.

Tutti. Quale che ne siano ideologie vere o presunte.

Dici per ostentare il fatto che una donna così bella possa avere quella testa? Ne abbiamo bisogno?

Sì, eccome, perché se si vuol cominciare da qualche parte una rivoluzione, spesso la si inizia dai paradossi, anche quelli che possono farci arricciare il naso, come nel mio caso riguardo la questione delle quote rosa che mi faccio calare per la strozza per questa ragione: se si vuole iniziare una rivoluzione bisogna farlo anche da gesti che possono sembrarci eccessivi o troppo rumorosi.

Per riportare l’equilibrio a volte il peso va spostato dal lato opposto dell’eccesso.

Quindi sì, spiattellare il fatto che bellezza e intelligenza possano convivere (anche) in una giovane donna, è importante.

Infine ma non infine, come mi ha insegnato anni fa una persona molto speciale (e tanto cara agli amici dei salotti intellettuali) non si è “eleganti” o “superiori moralmente” se si tace o si risponde citando Heidegger a chi ha fatto della volgarità il suo tono di base.

Non si può né deve perdere l’occasione di far capire di che arma feriscono l’Altro, si può e si deve portare il loro deserto cervello a chiedersi, inconsciamente certo perché non è un processo facile per chi pensa poco, se davvero amerebbero un mondo in cui, kantianamente parlando, il suo linguaggio e i suoi modi siano la regola, come una Legge di natura e quindi usati anche contro di loro.

Infatti, nel nostro caso, una persona che ha offeso una ragazzina con una sindrome che ha tra le altre caratteristiche quella di dare un’espressione particolare allo sguardo, una quasi bambina definita “da horror” da una che, a quell’età poi, bullizza così volgarmente un’altra, e tutte quelle che le hanno dato ragione, meritano totalmente e senza dubbio, di provare gli effetti di un giudizio limitato ad una caratteristica fisica (in questo caso l’essere vecchia e brutta) verso la quale non ci puoi far nulla ma soprattutto non è certo colpa tua né dovrebbe caratterizzarti. Come l’avere la sindrome di Asperger e l’espressione del viso che ne consegue.

Tu hai fatto di un elemento come questo la base della tua argomentazione senza pensare a quanto male possa provocare a chi condivide la situazione di quella giovane ragazza, tu devi capire quanto possa essere spiazzante e doloroso un simile colpo basso.

Sennò non lo capisci perché non sei capace di dialogo o sensibilizzazione intellettuale.

Quindi non è così banale, da diversi punti di vista non scontati, che sia corretto e giusto porre l’accento anche sulla gigantesca differenza d’aspetto di queste due donne. Non a caso ad una donna viene contrapposta un’altra donna, due simboli politici di due parti che sulla questione della bellezza/intelligenza femminile hanno sfoderato i più biechi e contrapposti pregiudizi, luoghi comuni e gusti che si sono visti pronti a pasticciare pur di nutrire un odio politico ma soprattutto razziale e religioso.

Ma a questo ragionamento per cui ci sono diverse ragioni per le quali la questione non è irrilevante e non è riconducibile a rapide sentenze standard da aperitivo al Pigneto, vedo che ci stanno arrivando in pochi.

È che c’è parecchia differenza tra il pensare filosoficamente e l’opinionismo da cinque minuti di microfono in mano e ogni cosa che ci accade intorno merita più attenta e aperta riflessione.

c'è pure questo · della narrazione · il mondo dalla mia stanza · Uncategorized · whatever

Il fenomeno IKA

Non so siano peggio coloro che non hanno mai letto un libro, sfogliato pigramente quelli di scuola – quando l’hanno frequentata – e non imparato praticamente nulla o quelli che hanno pigramente sfogliato quelli di scuola – quando l’hanno frequentata – non hanno imparato praticamente nulla e poi si sono messi a leggere da grandi.

L’I-know-after (che chiameremo per comodità IKA) è un personaggio abbastanza inquietante, perché mentre da parte di un/una quattordicenne è il momento giusto, ci sta ed è persino tenero un “tu non sai cosa diceva Seneca a tal proposito”, così come è normale, ci sta ed è persino tenero che non sia consapevole della tempesta ideologica e concettuale che circonda l’intera storia del Sapere, quando invece ti ritrovi davanti un/una adultissimo/a in postura studente della Nausea di sartriana memoria, è situazione che può ucciderti.

Ai tempi dei greci antichi (per chi fosse arrivato alla “G” enciclopedica, sa di che parlo) il Sapere era un obbligo intellettuale ma persino morale e religioso, passando poi per lunghissime epoche per cui è stato un privilegio riservato a pochi, oggi in una parte – non poi così gigantesca – del mondo, è una possibilità data a tutti.

Esistono le Scuole ed esistono le famiglie, esiste il proprio gruppo sociale, esiste la propria personale curiosità per sviluppare l’aspirazione al Sapere fin dalla tenera età.

Ma purtroppo questa bestia strana, il Sapere, è poi diventato un orpello da salotto, un gadget da ostentare, e ci ritroviamo sommersi da una parte dei parvenu, i lettori delle quarte di copertina per intenderci, dall’altra da questi IKA, gli ammorbanti individui che si mettono in cattedra e ti fanno la lezione su quel che in teoria abbiamo assorbito ad, appunto, quattordici anni e scoperto dopo che c’era ancora qualche centinaio di universi da scoprire e miliardo più miliardo meno di dubbi di farsi venire.

Sopratutto si è superato lo shock della rivelazione della vacuità del nozionismo.

Come diceva coso, quel tale, credo un calciatore (lo ricorderà chi è arrivato almeno alla S), il “So di non sapere” è la tremenda frustrazione con cui si è costretti a fare pace intorno ai vent’anni o poco più – normalmente – e da lì si prosegue la propria curiosità e forse un personale piacere per il Sapere con motivazioni un po’ da antichi greci.

Le cose che “sai”, le devi dimenticare, ti entrano nel DNA e forse non ricorderai mai più il nome di quel tale Generale tanto importante in una certa guerra o il compendio totale del pensiero di Adorno, ma il Sapere è quella cosa che andrebbe coltivata e di cui ci si dovrebbe nutrire per costruire e migliorare se stessi, per sviluppare pensiero critico e tutte quelle cose lì che non mi pare stiano tanto funzionando con i ragazzini che prendono a parolacce i loro professori (ma questo è ben altro discorso).

I recuperisti IKA sono una realtà ammirevolissima, se ad un certo punto ci si rende conto che vivere in una più o meno gigantesca ignoranza rende quasi inutile la vita umana. Quindi ben vengano.

Ma è abbastanza difficile sopravvivere senza bisogno di drogarsi se ne becchi più di uno/a al mese, soprattutto se ancora non sono arrivati alla N.

c'è pure questo · il mondo dalla mia stanza · Uncategorized · whatever

L’elefante nella stanza non è quello che mi ha toccato il culo

Poche ore fa viene messo in giro un comunicato firmato dalle “donne del Cinema” che intitolano “Dissenso Comune”, questo.

Quello che, come mi scrive una delle firmatarie e coinvolte nella stesura del documento e che mi ha contattato chiedendomi l’adesione venerdì scorso (una settimana fa) è “l’intervento sicuramente in ritardo, delle lavoratrici del Cinema italiano in merito alla questione Weinstein/molestie”.

Personalmente sono anni che non credo più molto nelle azioni collettive, in questo Paese, perché le mie esperienze passate mi hanno fatto rendere conto che purtroppo qui è lontano dall’essere risolto il problema del provincialismo di una Repubblica fondata sul rosicamento, sull’individualismo, un Paese in cui sopratutto l’intellighenzia è da decenni in mano a gente profondamente ipocrita, chi pensa solo a sé e ai propri cavoli utilizzando e manovrando i numeri o le categorie, a cui si ricordano di appartenere alla bisogna, sempre e solo per i propri cavolacci e narcisismo.

Ma della persona che mi ha scritto mi fido, come le ho detto ancora oggi, per cui dopo una lettura attenta del documento, ho deciso di aderire soprattutto per iniziare da qui un dialogo su questa questione, spinosa e su cui necessitano analisi e riflessione equilibrata, quindi ho accettato dando veramente molto peso alla mia decisione, pronta a discuterne e pronta anche ad affrontare certe contraddizioni che comunque trovo nella faccenda in sé.

Succede però che mi rendo conto, più che altro da alcune segnalazioni di persone che hanno firmato, tra cui una mia parente che aveva risposto proprio all’ultimo momento, e alcuni amici che mi hanno rimproverato di non aver aderito, che il mio nome non c’è. Mi dico che è stata una dimenticanza ma poi mi accorgo che sui Social alcune signore del Cinema, che molto hanno fatto per questo benedetto mestiere, lamentano di non essere nemmeno state contattate.

Scrivo a chi mi ha chiesto di aderire e a cui ho quindi dedicato del tempo, e mi viene risposto “scusaci, comunque se vuoi aderire scrivi a questa e quest’altra mail”.

Lì mi rendo conto di essere ricascata in una dinamica, da cui avevo capito, da anni, le ragioni per cui in Italia il vero elefante nella stanza, i veri colpevoli della nostra decadenza e del nostro fallimento non sono gli uomini loschi, né le mafie, né le destre, i dittatori, né gli alieni.

Sono quelli che sono stati definiti i “filistei colti” e che sono la vera, grave molestia che non permette a questo Paese di uscire dal provincialismo dell’inconscia (o meno) tendenza a separare la gente in serie A e serie B, in ogni settore: quelli che si blandiscono e coccolano perché il loro nome è VIP e quindi necessario e quelli che vanno in piccionaia senza consumazione perché devono ringraziare di “esserci”. Cosa che nel caso specifico so con certezza perché purtroppo si è inseguita una persona il cui nome veniva considerato più importante di gente che non si è nemmeno degnata di una telefonata.

Poi, nel mio caso, ho risposto a chi a onor del vero mi aveva contattata e poi si è scordata di inserirmi per poi scusarsi con un “uh, scusaci, aderisci scrivendo a ‘sta mail”, che tutto questo veramente mi deprime e mi conferma le ragioni per cui sono sempre diffidente sulla reale possibilità di azioni collettive e soprattutto, mi dispiace, “femminili” in questo Paese, e che quindi a questo punto non ho nessun interesse ad aderire a quella che si è infine rivelata come una delle solite, italiche versioni pagliacciata di azioni altrimenti efficaci nel resto del mondo occidentale e non, scrivendo ora di corsa ad una mail perché “ci devo essere”.
Non avevo detto sì perché “dovessi esserci” ma per dare il mio contributo, dopo aver riflettuto e soppesato con serietà se mi trovassi d’accordo o meno con il peso delle parole utilizzate etc. ma adesso credo, per usare un paradosso, che il problema diventi secondario, poiché le ragioni per cui il mio nome è stato dimenticato e quelle per cui mi è ora evidente perché certe persone siano state contattate e altre escluse, mi ricordano un copione tristemente noto che è quello che invece io ho eletto a mia vera, profonda e prioritaria battaglia, prima di qualunque altra faccenda, perché è la madre di tutte le storture.
Con questa azione è stata fatta una forma di violenza, quella dei distinguo e delle ruote di pavone d’accatto, della mancanza di rispetto, che feriscono le persone più di una mano sul culo.
È ciò che della nostra società mi fa schifo e la ragione per cui da anni sto per conto mio. E forse avrei dovuto continuare a farlo.
Mi dispiace perché sul principio sarebbe molto importante ragionare speculativamente e sociologicamente ma questo Paese non è ancora pronto per preoccuparsi di come arginare o meno un uomo dalle intenzioni e dai comportamenti loschi e impropri, se prima non diventiamo una civiltà di uomini e donne che non arriva all’ABC del trattare tutti con lo stesso rispetto.