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Il futuro che ho visto

Quando mi dicono che prevedo il futuro per via di una bisnonna sciamana o per via di un calcolo delle probabilità inconscia dato dal QI alto, faccio notare che basta studiare la realtà e, al solito, osservare.

Tutto ciò che sta accadendo in politica, non solo nel Paese in cui vivo, ma parlo del Paese in cui vivo per stringere il campo, se fosse una sceneggiatura di un film, dati i personaggi coinvolti non poteva che andare come sta andando.

Peraltro un articolo del Sole 24 ore che ho pubblicato su Facebook in autunno prevedeva esattamente queste tappe.

E quindi non può che finire come gli osservatori dicono da mesi, anni, dal 2008, per l’esattezza. Quando abbiamo capito quanto grave fosse la faccenda Lehman Brothers, in molti abbiamo detto, voilà, torneranno i fascismi.

Perché la gente semplice, poco attenta alla politica, se ne interessa solo se coinvolta nella strategia della paura. Allora volta l’attenzione alla “politica”, vista in tempo contemporaneo un po’ come un contest in cui si vota il miglior venditore di sogni e chi tranquillizza di più l’angoscia.

La gente semplice non ha gli strumenti per capire che ciò che viene loro detto non torna, né quando gli si prospettano dei babau, (pensiamo a Farenheit 9/11 di Moore riguardo i chilometri di spiagge vuote e un solo poliziotto a guardarle perché NON c’era pericolo) né quando gli si promettono soluzioni che non sono oggettivamente realizzabili.

Chiunque potrebbe fare il “politico” alla Salvini o alla Di Maio/ Di Battista: basterebbe avere la faccia tosta e la mancanza di preoccupazione per le conseguenze a lungo termine del minacciare un pericolo che non c’è e promettere sogni irrealizzabili, dallo sconfiggere la povertà a più cotillons per tutti.

A questo proposito non vorrei essere nei panni dei 5stelle che, un anno fa, con un più del 30% hanno aperto la porta al vampiro che si presentava con una percentuale di voto risicata, gli hanno dato strumento e palcoscenico perenne per una campagna elettorale costante grazie alla quale adesso li tiene per le palle, se non si fa come dice lui può far crollare il governo quando vuole.

Ma la faccia della medaglia di una comunicazione basata sulle grandi promesse, la paura e le grandi emozioni, sullo spacciare la spontaneità con sincerità, la “semplicità” con comprensione della massa e la sicurezza come il principale problema quando non è vero, creando un contesto tribale e da pettegolezzo da quartiere, è che non può reggere.

La vita è fatta di giornate e quando ci si accorge che ‘sto benedetto babau non arriva mai, che comunque hai pochi soldi e non lavori, che comunque sì, fantastico che tu sia “uno di noi” ma tu comunque stai sempre in giro a fare il ganzo io continuo a non mettere insieme gli spicci per una pizza fuori almeno una volta al mese, allora basterà il prossimo pifferaio magico che dice che la colpa è di quello prima e che ora, invece, ci pensa lui.

Ecco perché andrà avanti male per anni, e non lo leggo dai tarocchi o nella sfera di cristallo. Andrà avanti male di imbonitore incapace a imbonitore incapace finché la massa, la sua maggioranza, non si prenderà la briga di studiare, informarsi e sviluppare un pensiero critico in seguito al quale arriverà all’età mentale adulta, quando si vota chi dica cose sensate e credibili e soprattutto che non si voti il “chi” perché un tizio che strilla più forte, ma un collettivo “chi” di persone che abbiano un’idea a cui partecipi attivamente.

Non si delega, ci si prende la responsabilità e non si vota una persona ma un complesso di idee credibili.

Ma per arrivare a questo dobbiamo aspettare la generazione successiva, quelli che votano adesso hanno perso l’occasione di non apparire dei deboli manipolabili agli occhi della Storia, l’ignoranza non si batte facilmente e quindi quella che si prospetta per i tempi a venire è un’epoca di sempre più fame e povertà, e per chi le cose le vede e sa, un’epoca di resistenza morale in cui cercare di tenere vivo il mondo e non farlo distruggere troppo fino a che non lo prenderà in consegna una generazione più illuminata e preparata.

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LA BANCA DELLA PAZIENZA (ovvero vademecum per difendersi da un terribile nemico)

Considerando che siamo sette miliardi di persone e che, facendo i debiti calcoli dei sei gradi di separazione, per necessità o per scelta anche la più misantropa delle creature umane si ritrova ad avere a che fare con almeno un centinaio di consimili in un anno, e considerando che con la diffusione del mondo virale e i social network questo numero aumenta in modo esponenziale, un essere umano di natura paziente e tendente all’ascolto, a un certo punto della sua vita un minimo di selezione la dovrà pur fare.

Dico, per sopravvivere.

Ci crescono con l’idea che si debba aver pazienza e sopportare chiunque.

In passato ho già parlato, infatti,  delle ragioni per cui non mi piace il termine “tolleranza”: non è che io una persona diversa da me per genere, ceto sociale, razza o religione la “tollero” o loro “tollerino” me, tollerare è un termine che viene troppo spesso usato come sinonimo di sopportare. Ci mancherebbe pure che io sopportassi chi, va da sé, ha i miei stessi diritti e doveri nello stare al mondo.

Sopportare è un’altra cosa, riguarda il quotidiano.

Sopporti uno che ti sta serenamente, decisamente, ufficialmente sulle palle. Sopporti uno che dice delle cose idiote, qualunquiste su cui il punto non è che siano cose vere o false.

Il termine è un altro e andrò presto a chiarirlo.

Quando vai a scuola e racconti ai tuoi genitori di quel dato compagno che vorresti prendere a sediate, i tuoi ti insegnano che devi essere superiore e sopportare.

Poi cresci e prosegui a distribuire impunemente pazienza.

Finché un bel giorno hai una grande illuminazione: ti rendi conto che di fatto dobbiamo sopportare quelli che dobbiamo sopportare.

Non è vero che dobbiamo per forza condividere la nostra vita con qualcuno che ci sta sulle palle, se non è necessario.

Ci sono legami cui sei costretto, anche dolcemente costretto, nella vita. Parenti, colleghi di lavoro che condividono la tua stanza, i tuoi condomini.

Siccome non è elegante e non porta in alcun altro posto fuor che la galera il far fuori un vicino petulante o una collega dispettosa, ti metti in modalità di sopportazione e cerchi di vivere la tua vita e sorridere educatamente con un sorriso tirato e orizzontale davanti alla persona della catena di relazioni in modalità sopportazione cui sei costretto in vita tua, nonostante dentro di te ci sia un omino che urla: “Nnooooooo, non posso credere a quel  che hai detto, noooooooo!!!”.

Negli anni impari le faccette e gli intercalare utili quando sei in modalità sopportazione.

“Ah, ma dai!” “Ah-ha” “Certo”.

Per abitudine e quella tua buona educazione da condizionamento pavloviano, però, vai in modalità sopportazione quando sei davanti a qualcuno che non conosci e magari non vedrai mai più, ma te lo trovi davanti a te sul treno, ci incappi in un molesto commento su facebook, e lo tratti come quelli della modalità sopportazione della tua vita. Ricordiamo: gente con cui sei costretto ad avere a che fare, non sparirà, non si allontanerà dalla tua esistenza come lacrime nella pioggia, no. Fa (purtroppo) parte della tua vita ma non vi piacete, o anche solo non piace a te, non avete niente in comune, siete in disaccordo su qualunque cosa e che consideri quindi senza speranza e con cui, in teoria, è estremamente saggio non provare nemmeno lontanamente a interloquire davvero, tipo aprire una discussione, dare spago, dire “non sono d’accordo”.  Ma perché metterti a discutere in ascensore con il vicino che si esalta parlando di Berlusconi e ne decanta la mascolinità nel commentare il processo Ruby? Negli anni hai imparato che questo significherebbe solo rappresaglie contro il tuo cane che verrà accusato di pisciare sui pianerottoli di tutti i piani (anche se tu abiti al pianterreno). Insomma invecchiando capisci che il proverbio di nonna “chi nasce tondo non  muore quadro” un suo fondamento ce l’ha.

MA, per l’appunto, mi sono resa conto ultimamente che quello che incontri casualmente nella vita NON corrisponde a uno con cui sei COSTRETTO ad avere a che fare.

Sono onde anomale di pazienza sprecata.

Come dicevo nell’ incipit, uno un po’ di selezione la si deve pur fare, bisogna pur prendere delle decisioni. Selezione

E siccome non categorizzo per mia stessa indole, penso che esistano le singole persone, so che  ci  sono singole persone con cui non è proprio necessario che io abbia a che fare,  ed essendo che le categorizzazioni dell’umanità in base a razza, genere, ceto sociale, religione, gusti sessuali sono una evidente minchiata, ne ho creata una universale e nello stesso tempo soggettivissima, trasversale, agile e facile da usare,  scevra da effetti collaterali tipo senso di colpa:

EVITO CHI DICE CAZZATE

E’ quella la parola chiave, non cose giuste o sbagliate, ma quelle che io trovo delle cazzate.

[ “Cazzate” (Cat-sate) : concetti nel migliore dei casi qualunquisti, quando non cattivi, razzisti, ego-riferiti, infarciti di frasi fatte o aneddoti leggendari piegati a proprio uso e consumo, spesso paragoni impropri. Anche: espressione di credenze non personali ma per adesione alla prima frase ad effetto del primo incantatore che passa.  Vedi anche “Cazzaro” (Cats-saro): colui che dice cazzate, essere con mancanza di senso critico, convinto d’essere depositario della Verità. Dal dizionario Ciccone – Ciccone) ]

Il mio primo film, “Le Sciamane”, parlava di una che soffriva di una rara malattia per cui crollava addormentata quando il tasso di cazzate detto davanti a lei fosse troppo elevato.

Dieci anni dopo mi sono evoluta: Cazzaro, io non mi ti addormento davanti, per rifiuto della tua ottusità o cattiveria.

NO.

Io ti lascio lì a parlare da solo, oppure in caso virtuale, ti cancello, ti blocco, o quel che è.

Tutti, tutti noi esseri umani condizionati da bambini ad uno smodato e mal distribuito uso della pazienza e dell’understatement possiamo finalmente essere LIBERI.

Ho cominciato a sperimentarlo sul bus. (Ve lo consiglio, l’autobus o il treno sono un ottimo campo di allenamento). Vi si annidano molti cazzari. E, ripetiamo a costo di essere pedanti:  codesti soggetti vanno e-vi-ta-ti se la vita non ti costringe ad avere a che fare con loro, se non c’è un qualche scopo, se lavoro, condominio o parentele non vi legano a lui. Parliamo di chili e chili di pazienza sprecata, non dimenticatelo.

Dunque, esempio tipo: non ti conosco, non so chi sei, non condividerò con te più di questo viaggio in bus. Tu mi attacchi una mina sugli studenti che rumoreggiano poco distanti (come tutti gli studenti del mondo libero: flirtando, scherzando, facendo il verso ai professori).

E tu, purtroppo, lo fai.

Tu mi dici                                  che i giovani sono tutti maleducati.

CAZZATA.

Io mi allontano. Ti lascio lì a parlare da solo. Tu dirai che sono maleducata, detto da te la cosa mi fa piacere perché mi fai sentire una quindicenne.

Amici. La vita è difficile e non siamo costretti a subire con pazienza le cazzate di chi non abbiamo scelto – o gli dèi non ci hanno scelto – come parte integrante della nostra vita. Ma come regolarci, in generale, che linee guida adottare per non perdere anche solo il tempo di capire che siamo di fronte a una sanguisuga di pazienza?

Personalmente, e vi suggerisco di iniziare anche voi a stilarne una tutta vostra, ho cominciato a segnarmi una personale guida di concetti-allarme per cui metto in moto la macchina sto-per-lasciarti-qua-che-parli-da-solo:

– Quello suddetto dell’anziano o quasi anziano che dice che i giovani non sono più quelli di una volta.

– Di contro quelli giovani o retorici della gioventù che dicono che qualunque cosa non vada nel mondo basta prendere un manipolo di ventenni e via, sarà tutto cambiamento.

– Quelli che usano la parola “cambiamento” a ogni piè sospinto. Scrivevo ieri su facebook che trovo  “cambiamento” una parola pessimista e disfattitista. Ottimismo si traduce in “evoluzione” cioè, sono soddisfatto di quel che c’è, di quello che ho nel presente e mi arriva dal passato e si svilupperà sicuramente bene o anche: le cose sono degenerate in una direzione che non mi piace quindi senza voler fare il distruttivo o picconare, rottamare, fare a pezzi la camera di un albergo, penso piuttosto a come trasformare quel che c’è e contribuire a reindirizzare il mondo in una direzione più giusta. Trasformare è una parola costruttiva, Cambiare è una parola distruttiva e disfattista.

Da cui deriva quindi:

–  I disfattitisti.

– Gli apocalittici timidi. Se proprio dobbiamo parlare di Apocalisse si vada di Giudizio Universale, acque che si spalancano, vulcani che esplodono, la Terra che si liquefa sotto i raggi del sole diventato un milione di volte più bruciante. Che è ‘sta apocalisse d’accatto di inceneritori che mancano e piccoli buchini nell’ozono? A “Dove andremo a finire” preferisco un bel coraggioso: “La fine del mondo è vicina!!” meglio se accompagnato da campanaccio rumoroso.

– Quelli che fanno male una cosa e citano Pasolini che ha iniziato a fare cinema senza averne idea. Allora, ragazzi. Intanto quello era tipo un genio, quindi stiamo calmi a fare paragoni, ma anche lì si cavalca la leggenda. Non è che “non avesse idea”, era – come tutte le persone di valore – una persona umile e ha detto di essere digiuno di tecnica, cosa che, detto da chi ci ha lavorato, pare non fosse comunque del tutto vero, non è piombato sul set osservando la macchina da presa e dicendo “oOOOHhhh cos’è?? Come si chiama? Macchina da presa, ma pensa. E poi dove si vedono quegli omini che si riflettono qua dentro? OOOoohhHH cos’è, un lenzuolo questo? Uno schermo? cos’è????”

– Quelli che non riescono a fare una cosa e dicono che anche Einstein ha preso tre in matematica, una volta.

– Quelli che anche se hai una ferita piena di pus e una setticemia in corso dicono che è tutto mentale, psicosomatico, colpa dello “stress”.

– Quelli che usano la parola “mistico” più di due volte in mezzora.

– Quelli che parlando di politica usano le espressioni “noi”/ “loro” con toni ed espressioni da Apocalypse Now.  Per me in politica esistono avversari, non stai giocando a Risiko e non avrai a disposizione l’arma fine di mondo (per fortuna…).

– Quelli che, soprattutto in rete, ti parlano come se si fosse amici da ottantadue anni quando essere amici è un processo lungo, fatto di anni di reciproca conoscenza, accettazione dei difetti, fiducia e affidamento.

-Quelli che ti danno del tu quando tu dai del lei.

Questa scrematura di tematiche mi aiuta a non farmi invischiare con persone con cui so, di per certo, che non mi interessa  condividere il mio tempo o sprecare pazienza, che non è che ce ne distribuiscano una quantità infinita, prima di mandarci quaggiù.

Pensate a tutta ‘sta pazienza sprecata.

E se poi proprio in fin di vita te ne servirebbe un po’, l’hai finita e ti ritrovi a tirare la padella in faccia a un’infermiera che non t’ha fatto nulla?

Sei su un aereo dirottato e, zac, hai finito la pazienza cinque minuti prima per fare “Ah-ha” “Certo” con un signore in fila al check-in  e così salti addosso al dirottatore urlando “M’hai rotto le palleeeeeeeeee!”.

Non è molto diplomatico.

Ecco perché ho deciso, soprattutto dopo le assurdità cui ho assistito e che ho sentito (e sto sentendo…) in occasione di questo ultimo show elettorale, che io metto in banca la mia pazienza. Basta, è ora di cominciare a risparmiarne.

Ergo se uno, con cui non sono costretta per un qualunque scopo del mondo ad avere a che fare, rientra nel vademecum “allarme-cazzata”, via, si va via.

 

il mondo dalla mia stanza · whatever

pur se il papa si dimette, non ci facciamo mancare gli unti dal signore (ovvero un concetto che forse ci sfugge sul voler fare e sul saperlo fare)

Ho finalmente individuato una delle cose che mi hanno irritato e irritano del modo di porsi, del linguaggio e dei concetti che esprimono certe categorie di persone, che per me vanno dai radical chic fino, oggi, al famigerato Grillo, il quale criticando una certa categoria di persone ne ha di fatto ripreso i peggiori difetti, ma con toni e modi molto più volgari.

Mi spiace dover scrivere di politica, perché ha ragione chi dice che in questi giorni pare che tutti ci siamo improvvisati opinionisti politici.

Quindi, come mi è più congeniale, osservo e faccio delle considerazioni umane, perché è il funzionamento dell’animo umano che mi interessa ed è il mio mestiere, così come volevo estendere un ragionamento che ho espresso sui social network, durante la corsa elettorale.

Anche perché oggi, all’improvviso, ho appunto individuato un concetto, un effetto collaterale tra le tante follie che si sono viste in queste ultime settimane e quello fa parte delle cose che mi interessano, nel senso che fanno parte delle cose che so, bene o male, fare.

Premetto molto velocemente e nella maggior sintesi possibile ovvero senza dimenticare niente (ci provo) cosa pensi del fenomeno Beppe Grillo e di un Movimento considerato popolare e rivoluzionario, (su facebook ho invitato gli interlocutori con cui si è chiacchierato su questa pretesa rivoluzionarietà del fenomeno a leggere qualche libro di Storia in più).

Premetto anche che non ce l’ho con Grillo-persona, anche se mi preoccupa, e rispetto chi ha creduto e crede in lui, ma spiego di seguito le ragioni per cui non mi è saltato in testa nemmeno per un attimo di considerarlo una figura politica, un’alternativa, qualcuno di cui mi fidi in materia di cosa pubblica.

Premetto infine che spero con tutto il cuore che le cose si mettano bene e che i fatti dissiperanno le mie preoccupazioni, spesso le cose si trasformano. Spero in bene, contrariamente alle personalità che hanno litigato e litigano sopra le nostre teste non mi importa dimostrare o accanirmi sull’aver ragione persino se questo significasse tagliarmi delle virtuali palle.

Ma gli elementi che ho raccolto  fino a questo momento eccoli qua.

Niente e nessuno mi toglierà mai dalla testa che Beppe Grillo abbia innescato il primo motore immobile del Movimento che la gente identifica in lui per ragioni totalmente personali di rivalsa e vendetta.

Nessuno ricorda a quanto pare un’intervista che lui rilasciò anni fa, se non ricordo male a Rai 3 e a quanto pare ho visto solo io, in cui preoccupatissimo e con i primi segni di quell’esaurimento nervoso che lo muove ancora oggi, Grillo diceva che per le cause milionarie mosse contro di lui da Berlusconi (che lo querelava, come da sua abitudine, per affermazioni che definiva offensive) lui rischiava di perdere la casa e tutto quel che aveva.

All’epoca coi giornalisti ci parlava eccome e non aveva alcun problema a confidarsi con loro per denunciare la personale ingiustizia che stava subendo.

Secondo poi, a quanto pare nessuno ricorda quanta sofferenza abbia espresso agli inizi per l’embargo delle televisioni contro di lui e di quanto si sentisse trascurato e rifiutato.

Lo diceva nei suoi spettacoli in giro, io ne ho visto uno in cui ricordo che questa cosa è stata abbastanza centrale, nei discorsi di quel giorno.

Nessuno ricorda quanto ci sia rimasto male quando tentò degli approcci con la oggi vituperata Sinistra e si sia sentito snobbato dalla politica.

E’ evidente che ci sia stato uno spirito di rivalsa e vendetta personali verso quelli che gli hanno fatto del male, un senso di lesa maestà che mi ricorda un regista che inveiva contro Cinecittà e diceva di rifiutarsi fino alla morte di girare presso i loro studi, salvo poi che  abbiamo scoperto che il regista si riteneva “offeso” perché anni prima non gli avevano voluto fare un riversamento video gratuitamente (e lui lo riteneva pazzesco, dato che era un genio ergo avrebbero dovuto sentirsi onorati a fargli un riversamento gratuito presso il loro laboratorio).

Grillo si è comportato contro chi lo ha rifiutato in passato e fatto soffrire esattamente come farebbe qualunque innamorato rifiutato se si trovasse a dover decidere se fare salire o meno su una scialuppa l’oggetto dell’antico amore durante un naufragio.

Capiamo tutti da soli che questa rabbia veemente non può e non dovrebbe mai essere alla base della scelta politica di una discesa in campo.

E’ criminale scendere in campo per non essere aggredito dalle Banche o andare in galera per reati  che si intende cancellare cambiando le leggi, ma è anche criminale scendere in campo per rivalsa personale e prendersi personali soddisfazioni contro i cattivi che ci hanno fatto tanto male.

Si fa politica per il bene degli altri, per il bene del proprio Paese, perché si ha un innato talento e predisposizione verso la cosa pubblica, talento che si decide di coltivare con conoscenza ed esperienza.

Non riesco a fidarmi di chi pensi che la volontà o la convinzione di essere capaci a fare bene una cosa, anzi farla meglio di chiunque,  coincidano con l’effettiva capacità e preparazione a farlo, in un mondo e soprattutto un Paese in cui c’è tanta tendenza a credere che saremmo più bravi noi a fare il film che critichiamo, alleneremmo meglio la squadra del cuore che perde.

Siamo e continuiamo ad essere il Paese degli Allenatori di Calcio, Critichi Cinematografici, e per l’appunto Politici, da Bar dello Sport.

Grillo da’ degli sfigati (nel linguaggio colto e pieno di saggezza degno di Ghandi con cui ha anche contaminato molti aderenti al suo Movimento) a quei partiti e coalizioni politiche di cui vuol vendicarsi per i danni personali subiti, asserendo che ha fatto più lui in tre anni che loro in tutta la  vita.

E’ vero che è riuscito a inserirsi, come molti altri prima di lui nel corso della Storia umana, in un momento di crisi e vuoto in cui una grossa maggioranza di persone sentiva il bisogno di un Vate e di una promessa (n’altra..) di cambiamento.

Pur apparendo smaccatamente evidente che non portasse alcuna reale proposta se non un populismo da “signora mia” del tram, e abbia mostrato appunto sintomi di paranoia persino nel modo aggressivo in cui si esprime, nonostante gaffe ben peggiori di quelle di Berlusconi dalle affermazioni sulla mafia che non uccide, all’atteggiamento verso le donne, alla xenofobia e razzismo del suo pensiero, non si sa perché si ritiene che abbia rubato voti alla sinistra.

Non c’è una sola cosa “di sinistra” che sia identificabile nel pensiero di Grillo, è vero che a voler – di nuovo – mettere a confronto il suo pensiero con la Storia, sono pensieri da estrema destra. (e poi si stupiscono del: “E perché no” in risposta alle domande su Casa Pound).

Detto questo, arrivo alla cosa che ho finalmente individuato irritarmi, fino ad oggi meno consapevolmente, del linguaggio grillese e che effettivamente di sinistra lo è, o meglio riprende il vizio del peggio del peggio dei radical chic, quella intelighenzia sinistra (si prenda l’aggettivo come si preferisca) che poi dice di criticare tanto.

In Italia c’è questo annoso problema dell’essere un Paese che ben prima del tanto citato secondo dopoguerra, è tendente alla geriatria, in ogni campo. Io ho la partita IVA da regista, ed è da quando avevo diciotto anni che mi sento dire “sei troppo giovane” e te lo senti dire a diciotto, a trenta, ma pure a quaranta (umanamente parlando può pure fare piacere, sei eternamente giovane in questo Paese, i radicali liberi ci fanno un baffo e le rughe che vedete sono un vezzo).

Insomma finchè non hai centodue anni, nel mio ambiente succede spesso che dovendo scegliere tra te e un centoduenne, affidano finanziamenti per il cinema, regie importanti televisive, al centoduenne e non a te. In teoria ci sarebbe anche una legge che stabilirebbe che a parità di punti, per dire, nella richiesta di un finanziamento statale,  tra te e il centoduenne dovresti passare tu, più giovane, ma potrei raccontarvi un divertente – ma forse lungo e polemico e io non amo la polemica – aneddoto su cosa si sono inventati una volta al Ministero dei Beni Culturali, Direzione Cinema, per far sì che passasse il centoduenne e non il mio di film, avendo noi parità di punti.

La stessa modalità gerontocratica la troviamo ovunque, nelle Università, nella Politica, o quel che l’è.

Però.

Mi è successo due volte, a distanza di diversi anni, che due  colleghe donne mi facessero un discorso tipo “Uniamoci e pretendiamo una quota rosa nei finanziamenti statali per il Cinema. Tipo, ad ogni Commissione almeno uno dei progetti deve essere diretto da una donna”.

Ho spiegato, entrambe le volte, perché il concetto stesso mi faccia accapponare la pelle. Ed è la stessa ragione che mi fa accapponare la pelle nei concetti che sento e leggo da qualche giorno:

il Parlamento sarà ora pieno di giovani e di donne.

Il fatto di essere una categoria considerata penalizzata fa di me automaticamente una persona meritevole? Devo essere protetta, mandata allo sbaraglio a prescindere solo perché si ritiene che l’intera categoria, anagrafica o di genere, fatichi di più?

Leggo spesso il famoso Blog di Grillo, così come – giuro, sempre, da ancora prima di poter votare – i discorsi programmatici di chi si presenti alle elezioni, insomma siccome detesto chi parla a vanvera, le cose su cui ragiono le approfondisco o almeno le seguo, comunque una cosa che torna continuamente nei discorsi non tanto programmatici quanto di intenzioni di Grillo e di quelli che fanno parte del Movimento 5S ma che purtroppo appunto non è nulla di  nuovo, (la sinistra ci gioca da almeno vent’anni), è dunque la retorica del giovane.

Adesso poi, sento aggiungersi questa cosa della “donna”,  in Parlamento ci sarà insmma questa calata di giovani e donne, come fosse la risposta tout court a un sistema penalizzante e malato.

Che poi ‘sta storia della “donna” venga da un Movimento nato da uno che ha mostrato uno sconsiderato maschilismo, a volte più offensivo persino di quello Berlusconiano che ci vorrebbe tutte vestite da infermiere, (quelle fighe, ovviamente) lascia il tempo che trova, ma lasciamo passare questo, voglio dire soltanto che, per come la vedo io, “la” parola che basterebbe a fare la rivoluzione travalica ogni categoria.

Ieri leggevo su twitter di un ragazzo che ha votato Grillo ed è rimasto male perché nel suo blog, categorizzando gli italiani in due gruppi “A” e “B” (sinteticamente, “A” sono i “buoni”, ergo giovani che vogliono il loro futuro, esodati e pensionati, “B” i cattivi, cioè chi per varie ragioni vuole lo status quo, e il povero ragazzo si è sentito parte di “B” solo perché è un impiegato statale, quei noti ricconi) così ho letto subito il citato post di Grillo.

E finalmente il disagio inconscio è venuto fuori e si collega a quel che ho detto alle mie colleghe quando hanno condiviso una riflessione sulla necessità di formule protezioniste, garantiste, verso la regista donna:

a me quello che importa è chi ha MERITO.

Che sia donna, uomo, giovane, vecchissimo, nero, gay, con due teste, impiegato, non impiegato, ricco di famiglia o proletario, laureato, non laureato, quello che conta è che ognuno occupi il posto che MERITA, per le sue capacità, talento, preparazione.

Questo è il punto in Italia: non è che non c’è spazio per i giovani, non è che vengono penalizzate le donne e quindi dando il contentino solo per genere ed anagrafe a chi magari non ha la più pallida idea di come fare le cose, se non la presunzione da Bar dello Sport datagli dalla personale e da altri fomentata mania persecutoria, risolva il problema.

Qua abbiamo il problema che non viene riconosciuto a nessun livello IL MERITO.

Nel mio mondo ideale, riferendo allo specifico mio microcosmo, vorrei che le regole fossero rispettate e quindi prendano un finanziamento e/o vengano scelti film perché più belli, più promettenti. Per dire, all’interno dell’Associazione di cui faccio parte  a un certo punto avevo proposto che si trovasse un modo per rendere anonima la presentazione dei progetti che richiedessero finanziamenti, giusto perché per esperienza personale ho beneficiato di premi importanti che so per certo di aver “meritato” perché appunto erano in forma anonima (di uno di questi, il Solinas, ho poi  anche fatto la giurata e scoperto che è veramente così, non si sa assolutamente di chi siano le sceneggiature inviate, a volte vince un giovanissimo, a volte è successo anche che capitasse di scoprire che la sceneggiatura più innovativa e bella fosse scritta da un vecchio signore).

Da noi vige la gerontocrazia perché a tessersi la rete di favoritismi e raccomandazioni magari ci si mette un po’ perché scontiamo ancora un sistema creato da gente che ha saputo mettere la valigia tra le macerie giuste negli anni della ricostruzione, fa parte quindi del nostro DNA, e questa tendenza alla raccomandazione e alla prepotenza nell’imporre le cariche quando si tratta di giovani (un concorso, un posto) premia il giovane raccomandato. I giovani, ma raccomandati, ce la fanno eccome.

Ecco perché non abbiamo potuto nemmeno prendere in considerazione l’idea dell’anonimato dei progetti, nel nostro campo, perché se non si scardina il meccanismo della raccomandazioni, nel nostro sistema, nei meccanismi politici e statali, sarebbe solo una ridicola ipocrisia.

E’ quindi questo il punto, non è una questione di età o sesso, in questo Paese, basterebbe, in teoria, molto meno.

E’ vero che i giovani sono privati del loro futuro a causa della cattiva gestione del passato, ma non è vero che l’appartenere alle categorie penalizzate da un Sistema significhi esserne la soluzione.

Non è che se Zeman allena male la Roma arrivi tu dal tuo divanetto e la porti allo scudetto perchè sei un genio del fantacalcio.

Anzi. A volte, anzi.

La rabbia e la ferita sono sempre il peggior primo motore immobile di qualunque azione.

Quello che appunto mi fa paura è che mi pare che non si sta dando la possibilità a chi, in questo ultimo, ultimi due, tre, quattro decenni recenti, è stato escluso seppur meritevole, quale sia la loro età, quale il loro sesso, razza o religione.

Ho letto, proprio ieri,  un elettore del Movimento di Grillo che scriveva – con il solito tono gna-gna-gna– chissà quanto stanno a rosicà i giovani aderenti al PD che stanno da anni nell’ombra a fare il lavoro sporco, portare borse e scrivere i discorsi per i vecchi del partito e invece il M5S manda subito i giovani del movimento dritti in Parlamento.

A rosicà?

Allora se davvero questo Movimento avesse la nobiltà e la propensione a uno svecchiamento reale della nostra politica ma legata onestamente al merito, è per quei meritevoli con il know how in mano (oltre a lauree, sapere didattico che in sé e per sé sono utili come saper fare una ceretta) che farebbero il tifo.

Dividiamo, nella nostra provinciale Penisola, troppo spesso i buoni e i cattivi sulla lavagna in base a una conoscenza o un sapere che si legano all’essere laureati o meno, ultimamente anche l’età entro la quale hai ottenuto il pezzo di carta è entrata nel mirino degli angeli del Giudizio, e poi ci stupiamo perché Renzo Bossi se lo sia andato a comprare al mercato. E quindi oggi Grillo si vanta su twitter che il suo Movimento c’ha più laureati degli altri partiti politici. Come se fosse questo il punto.

Sapere e conoscere non significa solo “studiare in vista di”, prepararsi per quel dato compito di cui ti investi, significa studiarne e poi esperirne. Pensare che mandare in un Parlamento che deve governare e decidere per sessanta milioni di persone dicendo che sono adatte a farle perché “studiano” è della stessa pura retorica di quel film in cui mandano in trincea uno che ha tanto studiato a comandare soldati che fanno la guerra da anni e dir loro cosa devono fare, salvo che poi lo studentino vomita di fronte al primo cadavere squartato e va in panico alla prima sparatoria, correndo a nascondersi sotto il tavolo. E il vecchio soldato che lui ha massacrato dal minuto uno del film salva tutti, compreso lui, perché sa cosa fare.

Se avesse prevalso il concetto puro e semplice e sintetizzabile nella sola parola del merito  nella campagna elettorale cui abbiamo appena assistito e fosse stato sincero da parte del Movimento 5S, (ma anche e soprattutto è alla sinistra che muovo questa critica) è a quelli che stanno in prima linea ma da troppo tempo relegati  nelle seconde e terze file della politica che avrebbero adesso affidato i fucili e facendosi da parte per imparare con umiltà.

Questa sarebbe una rivoluzione.

Non la rivoluzione culturale raccontata da Zhang Yimou in “Vivere” dove gli studenti di medicina mettono tutti i medici e professori in carcere, salvo lasciar morire una donna di parto perché nessuno dei presenti ha mai davvero seguito una nascita o fermato un’emorragia.

Conoscere il proprio mestiere non significa studiarlo e leggere documenti, significa aver fatto la gavetta dal basso mentre si studiava, aver fatto pratica umilmente dai gradini più bassi del mestiere, aver tirocinato con chi ha l’esperienza, fosse anche un’esperienza da superare, non si può diventare scrittori senza aver prima imparato l’alfabeto, scrivere sceneggiature geniali senza aver prima partecipato a sceneggiature più classiche comprendendo i meccanismi base della scrittura e vedendo sullo schermo che risultato se ne ottiene.

Pausa video esplicativa:

Non devi arrivare a centodue anni per avere gli strumenti per fare carriera, ma nemmeno fare decollare un aereo appena ti iscrivi al primo corso di volo. Non riusciamo mai a capire il giusto mezzo, da un punto di vista del Pensiero, in questo Paese. Vero è che chi  ha rabbia in corpo e urla pensa poco e solo quei pensieri che portano l’acqua al proprio mulino.

Devi conoscere il mestiere per poterlo rivoluzionare, e non conoscerlo perché stai a casa davanti alla tv e dici “ah, io lo farei tanto meglio”.

Ripeto: la nostra volontà non coincide necessariamente con la nostra reale capacità.

Mi spiace, di fatto, che ancora una volta si strumentalizzino con demagogia e un populismo piccino categorie anagrafiche, di genere, buttando nel calderone qualche pensionato e qualche disoccupato per dirsi rivoluzionari.

Sono trucchetti vecchi come il cucco, che questa volta estendono la campagna pubblicitaria con immagini un po’ Benetton di giovani, donne (spero a questo punto anche il pensionato col cagnolino in braccio tipo Umberto D. e una tata di colore…) che arrivano in Parlamento. Certo, meno pittoreschi dell’ingresso di Moana e Cicciolina negli anni ’80 ma spero con ben altri esiti. Che non sia solo spettacolarizzazione, ovviamente lo spero.

Ma che ci sia dietro il solito vecchio movente che ha portato alla rovina questo Paese, questo è innegabile: si combatte per mettere il proprio, di culo, su una poltrona e non quello di chi merita e nessuno ha la nobiltà di riconoscere chi merita davvero e/o ammettere la propria reale capacità. Il merito non si legge nelle sfere di cristallo, ed è folle mettere alla prova  la gente dandogli direttamente la mia vita nelle mani. (perché pure questa, di assurdità leggo in giro “mettiamoli alla prova”)

L’addestramento si fa altrove, dove non si può fare male a nessuno.

C’è chi dice: “ma la gente li ha votati”.

Non è vero. La gente ha votato Grillo, al punto che in tutte quelle schede elettorali in cui era possibile mettere un nome hanno messo il suo nonostante lui non si fosse ufficialmente presentato. Grillo si è messo davanti, ha utilizzato gli stessi mezzi oratori e visionari di quelli che in passato hanno solleticato la frustrazione e il bisogno di rivalsa di persone che si sentivano altrimenti in ginocchio, in crisi, con il bisogno di sentirsi migliori.  Così come dall’altra parte Berlusconi da sempre utilizza lo stesso identico metodo ma parla a una massa con interessi diversi, così come ha creato, quando nacque, un’ immensa adesione popolare la Lega.  Anche quei linguaggi non erano dissimili, solo che logicamente per loro stessa natura, non potevano raccogliere consensi in TUTTA l’Italia.

A Grillo roderà, per usare lo stesso linguaggio, ma lui non è che l’altra faccia della medaglia della stessa modalità di adescamento: culto della personalità, spauracchi, esagerazione di toni e identificazione non di persone-con-cui-non-si-è-d’-accordo ma di orridi nemici spaventosi su cui fare sarcasmo irrispettoso. Ovviamente, senza mai ascoltare, perché su tutto l’altro non può che aver torto.

Ti dicono, beh, Lui non si è candidato. Non essersi candidato direttamente può essere letto in due modi: la nobiltà per cui poi lascia il campo reale ai suoi “ragazzi”, oppure, considerando anche lo stile poco democratico che vige all’interno del Movimento dove uno non può parlare, decidere o fare nulla che non sia approvato o deciso dal capo, mettere delle teste di legno sulle poltrone e governare comunque da fuori con più libertà di manovra.

Il Tempo ci dirà quale delle due, ma un fatto è certo, la gente ha “votato” Grillo e lui ha deciso chi mandarci al posto suo, scegliendo in trecento tra alcuni nomi che lui ha selezionato (mini-primarie).

Dunque  le persone che Grillo manda in Parlamento la gente non le ha di fatto votate, nessuno ha idea di chi siano, i curricula presentati sono curricula di brave persone, ma nessuno appare avere reale esperienza della cosa pubblica.  La gente “ha votato” Grillo e “ha creduto” ad una delle tre campagne pubblicitarie messe sul mercato. E’ lui che ha deciso, da solo, o diciamo pure con ben trecento persone, che questi selezionati meritano, sono pronti.  E la gente si è fidata di LUI. Ripeto per essere volutamente pedante: la gente non ha votato le persone che vanno in Parlamento, nessuno di noi ha la più pallida idea del loro merito, talento, intenzioni. Ma Grillo è stato bravo a portare a LUI gli elettori.  Pare che nessuno abbia davvero riflettuto che governare un Paese è tutto fuorché un gioco.

Nessuna delle tre campagne pubblicitarie in vista delle elezioni ha utilizzato i concetti apparentemente più semplici e fatto promesse credibili, al più si deve riconoscere a Bersani l’aver tentato dei toni più rispettosi e il non essere caduto nell’altro grande cancro della nostra recente politica che è l’aggressività, la mancanza di rispetto, la tendenza a urlare, offendere, trattare gli avversari come nemici.

Si è creato, tra gli atteggiamenti e i toni sia di Berlusconi che di Grillo un clima e un tono da teppisti che non può che peggiorare la serenità, legalità e sicurezza del Paese in cui viviamo.

Questo mi stona, il riferimento alla “Rivoluzione” quando abbiamo subito e subiamo ancora una volta realtà stantie e vecchie e croniche che nessuno ha mostrato la volontà di cambiare. Quindi non c’è che da essere pessimisti e preoccupati perché, mi spiace, è evidente che nessuno, ma proprio nessuno, ha giocato questo gioco pensando al bene di tutti compresi anche e soprattutto quelli che hanno idee diverse dalle proprie, concetto base di qualunque democrazia.

Insomma, ancora una volta siamo stati tutti massa numerica di spostamento voti, e qualche categoria, quelle più da copertina, strumentalizzati alla stregua di una campagna pubblicitaria.

Strumentalizzare e fare gadget di chi si percepisce più esteticamente che eticamente “debole” è un diversivo ulteriore e anche in questo caso, nemmeno nell’insperata occasione  di cambiamento che sono state queste elezioni si è riusciti ad avere la sobrietà e la sintesi dell’utilizzo, infine, dei due concetti semplicissimi suddetti:

far vincere il Merito

 pensare al bene del Paese con umiltà al di là e al di sopra del proprio narcisismo e dei propri personali scopi.

Viviamo in un Paese in cui si dimette il Papa, ma in cui certo non ci facciamo mancare gli unti dal Signore.

cambia-mento