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La Raggi e le ragioni della rigidità femminile (ovvero dell’equivoco sulla seduzione)

Ancora prima dell’elezione come primo sindaco donna di Roma, Virginia Raggi, come ogni candidato a qualcosa di rilevante e non solo nel nostro Paese, è stata messa sotto la lente dell’ingrandimento e ne sono stati individuate caratteristiche buffe (le orecchie) e tutti i difetti possibili, perché chi aspira al potere sa che uno degli elementi che sottolineano che quel potere ce l’ha, è che ne fanno le caricature.

Ma una cosa di lei, in quanto donna, viene sottolineata continuamente: che è rigida.

Chi dice che è rigida davanti alle telecamere, chi che è rigida di suo, chi giustifica la sua rigidità con giustificazioni psicanalitiche, chi astrali.

Ma la rigidità di Virgina Raggi è semplicemente conseguenza di una questione sociologica che purtroppo l’essere umano femmina, soprattutto in suolo italico (ma non solo, basti pensare alla Merkel) ci perseguita dagli anni ’60/70.

Virginia Raggi, oltretutto, orecchie o non orecchie, è anche carina quindi la questione sociologica di cui è inconsciamente vittima, si aggrava.

Una cosa che ho notato dai tempi del liceo, nel momento in cui mi sono presentata come rappresentante d’Istituto, è proprio questa: se vuoi aspirare ad una posizione che sia in qualunque modo considerata “di potere”, tu donna devi dimostrare che tu sei seria.

E il fatto di essere seria, significa che tu, donna, non devi creare equivoci intorno ad eventuali, ipotetici, possibili, meccanismi di seduzione.

Noi siamo impestati, dagli anni ’60/’70 in poi da queste giornaliste – soprattutto di sinistra, dove lo spauracchio “è ‘na cretina” diventa parossistico – che non sorridono manco a morì, che hanno un’ironia e autoironia quantificabile, in una scala da uno a dieci, a meno duemilacinquecentotrentadue. Siamo impestati da queste donne, spesso anche carine se non belle, che come si propongono come politiche, manager, e anche per entrare nel campo mio, registe, ed è subito muso lungo, è un attimo ed è signorina Rottermeier/Frau Bruckel.

Persino nelle donne di destra in politica, il cui aspetto a volte è pur tacco- 13- labbra- a- canotto, non ci libera da una postura cui manca il gatto a nove code in mano.

Il problema, quindi, di Virginia Raggi è che la donna, messa in una certa situazione, pensa che per essere considerata seria, per essere considerata determinata, debba essere “cazzuta”, che è un aggettivo di un maschilismo che più non si può, e quindi che deve sgrassare ogni forma anche solo lontana di seduttività femminile.

Il punto questo: l’uomo di potere è per sua natura seduttivo. Il carisma, è seduzione.

Ma c’è un’idea sociale per cui, nella donna, “seduzione” significa che o sei ‘na cretina di cui sopra, o che sei una che usa il sesso – proposto o fatto – come chiave d’accesso.

In ogni caso seduttività maschile è uguale a carisma, seduttività femminile uguale superficialità-qualcosa di morboso.

Va bene che uno come Berlusconi ci ha fatto una carriera mettendola spudoratamente su quel piano lì, sul fatto che la sua potenza sessuale sarebbe stata garanzia delle sue capacità una volta al potere, ma a parte questi grezzi paradossi, la seduzione non è necessariamente sessuale.

Ditemi se Renzi non faccia altro, ma persino Grillo non fa altro, non fanno altro che sedurre o tentare di sedurre. La Boschi no, la Madia no. Magari sono un minimo vanitose nell’abbigliamento, ma l’aria da antipatica del primo banco se la sono messa già in campagna elettorale.

Invece sedurre gli altri corrisponde sempre al concetto stesso di carisma. E quel che in Virgina Raggi chiamano rigidità è semplicemente mancanza di carisma, una mancanza di carisma che secondo me non corrisponde al fatto che non potrebbe averlo, ma che nemmeno prova ad avere perché pensa che esprimere come lei davvero sia significherebbe esprimere una femminilità che suppone sarebbe percepita come debolezza, come superficialità, come segno di stupidità.

Le donne che, pensando di dover corrispondere a un’ideale per rendersi credibili in una posizione di potere, che sia tutto a togliere e che quindi le rende rigide, stanno di fatto ammettendo che hanno ragione quegli uomini per cui noi siamo buone solo in tre posti: cucina, camera da letto e al più in salotto a fare conversazione.

Se proprio vogliamo ambire a posizioni diverse, dobbiamo essere non-donne.

Che, appunto per paradosso, non significa essere “come gli uomini” perché loro seduttivi lo sono eccome, sulla seduzione si basa tutto.

Bene, l’anno scorso ho avuto l’onore di leggere in bozze questo libro davvero illuminante: suso_lele

sono le lettere che una grande donna come Suso Cecchi d’Amico, una donna che a sua insaputa è diventata una delle rappresentanti della nostra cultura, scriveva all’amatissimo marito costretto in sanatorio in Svizzera, subito dopo la guerra.

La figura femminile che ne viene fuori rompe tutti gli schemi. Suso è stata una donna che ha anticipato tutti i tempi, per l’appunto a sua insaputa: non si guardava dal di fuori, non cercava nelle definizioni degli altri come dover essere, non era affatto consapevole di quanto fosse eccezionale. Era libera, era emancipata pur essendo una donna che nel dividersi tra la famiglia e il lavoro, ha sempre messo al primo posto marito e figli, la sua casa. Eppure ha fatto la differenza nella nostra cultura, ha accentrato intorno a sé, attratti dal suo talento e dal suo carisma, le personalità più importanti della sua epoca.

Era infatti di un’intelligenza rara ma non ostentata e io che l’ho conosciuta pur anziana, era una donna di una seduzione incredibile, catalizzava ogni attenzione pur stando ferma in una stanza.

In una lettera ha scritto il seguente passo, che per me racchiude ciò che noi femmine del genere umano dovremmo ricordare sempre, per non farci umiliare da idee preconcette, paternaliste e da stili imposti, frase che io regalo a Virginia Raggi:

“Ho formulato una teoria sulle donne e come debbono fare e come devono essere che giudico definitiva e alla quale cercherò di attenermi. Il primo di tutto è la necessità per una donna di essere civetta. Civetta con gli uomini, col lavoro e con tutto quello che fa e con cui ha contatto. Il lavoro di una donna fatto senza metterci civetteria non vale un fico secco; è inutile che ci si sprema. L’uomo fa la cosa per la cosa, la donna per gli altri. In tutti campi.”

Ecco, quel che manca a donne come Virginia Raggi è questa civetteria, questa sensazione di fare tutto per noi, per gli altri, di cui siamo capaci solo noi donne e non perché siamo potenzialmente ‘na cretina, donne facili, superficiali, ma perché è quel caldo abbraccio, quella catalizzazione su di noi che creiamo in una stanza se abbiamo quel carisma, se abbiamo quella civetteria.

Io non ho votato la Raggi, non mi ha convinto, non mi piace il Partito politico da cui viene, che non mi convince proprio per niente e le ragioni sono molteplici, ne ho già parlato.

Però che sia una giovane donna, ovviamente non poteva non piacermi come idea e come possibilità. Solo che le manca quella civetteria, le manca la seduzione. E questo mi dispiace non per lei come donna che fa politica e come sindaco della città in cui vivo, mi dispiace perché è molto più giovane di quelle generazioni di donne che dagli anni ’60 – ’70 ci ammorbano con questo enorme equivoco nel pensare che serietà e capacità, in una donna, equivalgano a rigidità.

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stiamo allegri, stiamo felici

Sto leggendo delle lettere scritte molti molti anni fa dalla donna che penso di aver più stimato in vita mia. Non posso dire di chi perché un giorno forse se ne saprà qualcosa ma insomma ho l’onore di poter leggere queste lettere private di una persona più che straordinaria. Di quelle che ammiri incondizionatamente, che hanno fatto la differenza nella Storia.

A parte che: che nostalgia, le lettere. Da piccola ho scritto infinità di lettere e ne aspettavo andando a vedere la cassetta con la speranza di vederci dentro la busta “par avion” che portava le parole croccanti di nonna, di papà, di amici.

E quindi lo step “uno” è stato ricordarmi in parte e invidiare per lo più, i tempi in cui si scrivevano le lettere.

Ma poi la cosa più bella e stupefacente è l’aver capito un paio di cose fondamentali che forse non saltano subito agli occhi e che penso abbiano contribuito a rendere eccezionale questa donna, che è stata giovane in anni difficili (parliamo del dopoguerra).

Alcune riguardano il suo essere “femmina”, alcune in sé e per sé.

– Non ha alcuna retorica né poggia mai l’accento né in negativo né in positivo sul suo essere donna. Lo dà per scontato e non se ne lamenta pur essendo una persona che ha vissuto una vita rivoluzionaria. Non pone l’accento sul fatto che lavori – e che lavori soprattutto con uomini – in un tempo in cui questo non era proprio normale. Non si autocompiace di tutto ciò, si limita a vivere e produrre cose bellissime, senza tra l’altro la finta modestia di non sapere che è brava.

– Non ha sensi di colpa. Ama, non ama, le stanno antipatiche delle persone, non le è piaciuto il lavoro di qualcuno, lo dice e non si scusa per i sentimenti che prova.

– Si alza tardi, lavora a letto, va a dormire tardi, pur amando di un amore tenerissimo i suoi figli piccoli, se li mette a letto con sé e scrive (e conoscendoli oggi, quei figli sono venuti su delle persone veramente straordinarie).

– Non è schiacciata da nessun ruolo e si legge con evidenza (e poi io so) che faceva bene tutto, dalla moglie alla madre alla grande professionista che era. Ma non se ne vanta, non ne analizza le ragioni e ribadisco: non ha sensi di colpa verso nessuno e non pare si lasci soggiogare da nessuno pur rimanendo sempre molto educata e ha rispetto verso tutti. Ha rispetto per le regole e per la società in cui vive pur riuscendo a vivere come vuole.

– Pensa sempre positivo. Sempre. È naturalmente allegra. Non c’è acqua in casa, l’energia è razionata, è preoccupata per i soldi, sta poco bene di salute: se ne racconta chiude con frasi come “anche questa passerà, stiamo allegri”.

Stiamo allegri, stiamo felici, e il ridere di situazioni che a leggerle tra le righe si capisce che devono essere state pesanti, è il basso costante delle sue lettere.

Sono entrata completamente in questa lettura e l’unica cosa che mi angoscia è pensare a quando finiranno. Per fortuna sono tipo seicento pagine e me le sto centellinando perché mi pare di vedermela intorno, questa incredibile donna che – visto che purtroppo la ho conosciuta poco di persona e non ho avuto il tempo di volerle bene se non idealmente – mi ha confermato il sospetto che il non lasciarsi scivolare nell’autocompiacimento di sé come persona, come genere o alcun tipo di appartenenza, non compiangersi, pensare positivo e non lasciarsi bloccare dai sensi di colpa, compongono l’essenza di una persona, una donna, veramente intelligente e incredibilmente generosa di bellezza, una spargitrice naturale di felicità e che poi ha infatti avuto un incredibile successo nella vita (cosa che al tempo di queste lettere non sospetta ma si capisce che, con molta serenità, non lo esclude). C’è un’energia speciale che trapela da ogni sua parola, ci sono passaggi che, a sua insaputa, sono meglio di qualunque manifesto, a leggerli con il senno di poi si comprende che la vita che avrebbe avuto, era inevitabile.

Appena potrò, ne saprete. Intanto, invidiatemi.

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il mondo dalla mia stanza

UOMINI CHE AMANO LE (LORO) DONNE (ovvero quanto uno sguardo può cambiare la percezione di qualcosa)

L’altro ieri ho pubblicato su facebook una foto che mi ha fatto Lorenzo, soprattutto come gioco con la mia amica Francesca  che aveva detto di aver molto amato una foto che lui mi ha fatto mentre dormivo, e che avevo pubblicato precedentemente. Lorenzo mi fa delle foto che amo molto perché a prescindere dal fatto che amo il suo sguardo sulle cose in sé e per sé, dalle foto che mi fa capisco come mi vede. Insomma, noi che lavoriamo con le immagini come minimo tendiamo a voler imbrigliare le cose e le persone come noi le vediamo. E credo che lui lo faccia in modo speciale.

La foto in questione era questa:

Commentando tra il serio e il giocoso con Francesca di quanto appunto un’immagine del genere racconti dello sguardo che ha su di te l’uomo che ti ama, abbiamo cominciato a riflettere seriamente sulla questione.

Quanto diversa sia un’immagine del genere dall’immagine generalizzata con cui il sistema ci ammorba, e che – nessuno potrà mai togliermi questa certezza – è alla base della mancanza di rispetto per la femmina da parte del maschio che sulla femmina fa violenza. Sia essa una sconosciuta presa per strada o in un portone, come fosse un fiore bello in un campo e che si strappa via solo perché lo si vuole; sia che essa sia la moglie, fidanzata, amante e che si considera una proprietà di cui si fa quel che si vuole. Ferire o umiliare una persona che si percepisce più debole per sentirsi più forte.

Se l’immagine, di cui poi molte donne cadono vittima per prime, è quella di una bambolona gonfiabile creata per il sesso e comunque stupida, con meno capacità, meno risorse, e dipendente dalle decisioni di un maschio seduto su un trono che la sceglie o meno, non c’è poi da stupirsi se certi uomini ci considerino delle cose, delle scimmiette ammaestrate che basta un po’ di shopping a fare felici, che parlano solo di scarpe, che passano il loro tempo a farsi belle, dove belle significa belle solo per loro e peraltro rispondenti a un modello unico. Cose di cui ho già parlato tempo fa, in un post dedicato a questo.

Ma la pubblicazione su fb di questa mia foto quotidiana e privata e i ragionamenti che ne sono seguiti con Francesca mi hanno fatto capire due cose: la prima,  che a vincere la battaglia per ribaltare l’immagine di cui sopra debbano essere gli uomini, gli uomini che amano le (loro) donne.

E la seconda, ugualmente complessa, che noi donne dobbiamo combattere per prime, in noi, non solo un’immagine falsata di noi stesse,  ma anche quella che crediamo sia l’immagine che piaccia agli uomini che amiamo (o vorremmo amare).

Pensate a quel che accade nella testa di una donna, davanti allo specchio o nelle chiacchiere in palestra. Accade quello che gli spot, i servizi sulle riviste femminili, l’immagine pubblica di certe donne di successo, ci mettono in testa.

Soprattutto quelle donne che sono concentrate sulla propria immagine e vivono facendo sforzi per piacere agli uomini e/o essere amate, temo siano vittime di un enorme equivoco.

Il target è: magrissime, che dimostrino sempre non più di ventitré anni, con un seno enorme ma con fianchi invisibili (cosa che sarebbe un po’ strana in natura) una bocca gigantesca, vade retro persino la più piccola ruga d’espressione…

Certo, dipende che uomini. Soprattutto in Italia, se pensiamo a quello cui abbiamo assistito negli ultimi anni e cosa questi uomini dicessero delle donne, tutto torna. Quelli non sono uomini che amano le donne, sono degli idioti senza cervello innamorati di se stessi, con un’idea posticcia e volgare di bellezza, e che pur di questa idea di bellezza vogliono solo servirsi e nutrirsi di giovinezza pensando di sfuggire così alla morte.

Forse, ecco, a combattere quel modello lì dobbiamo sì essere noi donne ritrovando amore e rispetto per noi stesse, ma anche e di più gli uomini con il cervello, che sono quelli che le donne le amano e le rispettano. E che per fortuna sono tanti.

Agli uomini che amano le donne non piacciono quei modelli.

Interrogando i nostri uomini – o un qualunque uomo sano di mente – scopriremo che ci sono quelli che amano il chilo in più piuttosto che quello in meno, che adorano le rughette intorno agli occhi e le trovano sensuali, che detestano il silicone, e notizia delle notizie, gli uomini liberi di mente, parlando della famigerata ritenzione idrica (che se diventa cellulite ormai siamo consapevoli che si tratta di una vera e propria malattia),  o se ne fregano o manco se ne accorgono.

Perché quando una donna è in spiaggia col proprio uomo e dice di una tizia seduta più in là “Guarda poverina, la cellulite?” e lui risponde “Che cellulite?” magari aggiungendo che trova che abbia un bel sedere, perché quella donna non si fa delle domande sullo stress con cui fissa autisticamente una magari microscopica fossetta sulla coscia vedendola come fosse la fine della fine? Perché non pensa ai complessi con cui vive il pancino morbido, o alle urla davanti a una ruga, convinta che sarà per quello che lui non ti amerà più, ti lascerà, fuggirà con una di quelle ragazze sulle riviste patinate sdraiata sugli scogli tutta lucida e lo sguardo sognante? Perché ci sono donne che vivono in questa specie di folle competizione, inseguendo un’immagine di sé grottesca e irreale, senza amarsi e senza rendersi perciò di quali sarebbero le ragioni che le renderebbero davvero amabili? (credo che nessuno, uomo o donna che sia, potrebbe mai davvero amare qualcuno che non ha rispetto di sé).

Credo che la risposta sia: perché abbiamo totalmente disimparato, nei decenni, a vederci con amore verso noi stesse per prima cosa e per seconda cosa si è finito per travisare totalmente cosa l’uomo che ci ama ami di noi, cosa abbia trovato e trova bello.

L’idea della bellezza, e la tenerezza con cui chi ci ama ci guarda non dovrebbe solo aumentare la nostra autostima o renderci grate, ma soprattutto farci riflettere su quanto questo sguardo sulle donne manchi troppo, nel mondo, rimandando solo immagini di manichini, come la Pris di Blade Runner, modella di piacere creata per l’intrattenimento degli uomini, che senza gli uomini e questa sua limitata funzione non avrebbe nemmeno ragione di esistere.

E insomma, sentiamo urgente la necessità di vedere piccoli gesti, momenti quotidiani, particolari apparentemente insignificanti delle donne che si amano e che, per quelli, sono amate e rispettate.