c'è pure questo · della narrazione · di cinema · il mondo dalla mia stanza · Uncategorized · whatever

Perché l’ostililità verso la Laurea e le competenze toglierà tutti i diritti a chi la sostiene

L’ossessione dei componenti di questo governo e dei loro seguaci contro la Cultura e nello specifico la famigerata Laurea a me non stupisce affatto, è anzi una ovvia manifestazione di quella che Paolo Virzì in una sua intervista ha più o meno definito come la rivincita del mediocre, dove non possiamo certo definire “mediocri”, questi personaggi al governo, perché un mediocre non arriva a rimettere in piedi un partito morto e seppellitto dalla vergogna, un partito che aveva come fondamento l’odio verso gli italiani del Sud per poi ottenere il 17% dei voti alle elezioni, di cui la maggior parte da quanti ha sempre disprezzato e oggi prende in giro; un mediocre non arriva dal non avere alcun merito né preparazione non dico in Politica ma in nessun campo della vita e trovarsi Vice Premier e a capo di un partito che ha preso alle elezioni più del 30% dei voti.

Mediocri casomai sono i loro seguaci che, nella vittoria di gente che non ha alcuna qualità né preparazione vede una speranza, sì, ma consolatoria riguardo i propri fallimenti, e quindi una proiezione verso un possibile riscatto nonostante non ci si sia sforzati granché.

Si è di fronte al 2.0 del “Reality” di Garrone, la sindrome del Grande Fratello (televisivo) insomma, ergo non c’è bisogno che io sappia nulla o sia preparato, o studi, o fatichi: posso diventare famoso o persino (oggi) diventare un politico alla guida del Paese, basta che io sia popolare per essere popolare. Pleonastico ricordare da dove provengano le competenze di Casalino, infatti.

Siamo al 5.0 del berlusconismo, o meglio alla putrefazione del berlusconismo, che aveva se non altro il pregio di privilegiare tra i suoi adepti gente che avesse fatto il Liceo Classico e ovviamente avesse una Laurea perché ancora si era in una fase acerba del complesso di inferiorità di chi non ha voluto o potuto o mai conosciuto la possibilità di studiare, ottenere grazie a studio e Sapere un pensiero autonomo, critico e veramente libero.

Questo astio verso ciò contro il quale si era prima, appunto, complessati, è una rivincita di chi ad una tavolata non sapeva cosa rispondere se si parlasse di un qualunque argomento che non fosse il libretto delle istruzioni del Motorola o l’ultimo gossip sui giornali scandalistici, l’imbarazzo che coglieva quando magari qualcuno ti correggeva una forma verbale da te usata, la sensazione di inadeguatezza del fax pieno di errori grammaticali che mandavi in giro.

È la vendetta del barbaro, non dissimile dai talebani che buttano giù opere d’arte antiche e create per chi comprende la Bellezza: il barbaro non comprende la Bellezza. Non dissimile da quelli che bruciavano i libri: i libri, come già veniva detto da una ragazza intervistata in un programma sui libri degli anni ’90 (e guarda caso trasmesso da Italia 1) che ho visto a suo tempo, “i libri non si leggono perché faticano gli occhi, meglio la TV almeno lì non devo muovere gli occhi”.

Adesso, il dire che non si comprende perché la Laurea debba avere valore legale, detto da uno che l’Università l’ha fatta, ma mai conclusa (cosa che io non trovo una colpa, come non trovo una colpa il non volerla frequentare l’Università ma diventa sospetto quando poi diventi lesivo e offensivo invece verso chi quel percorso lo ha voluto fare fino in fondo) è un’evidente schiacciatina d’occhio a quanti hanno prima provato quel disagio e il suddetto complesso di inferiorità: “Ehi ma alla fine siamo meglio noi, siete meglio voi di quei ridicoloni che hanno studiato, e soprattuto ma che avranno mai più di voi per presentarsi ad un concorso o ricoprire una carica, alla fine quello che conta è essere simpatici, avere tanti like sui social, cosa vuoi che conti!” e via coratella e tagliatelle e pollicione in alto nelle foto.

La mancanza di rispetto verso la preparazione, le competenze, è partita da lontano, da un comico fallito che anni fa sbraitava sul TG3 dicendo che i giornalisti non lo intervistavano e che la TV lo aveva abbandonato per le sue cause con Berlusconi, da quello stesso berlusconismo inteso come motore di subcultura che ha dato vita alla logica del famoso per essere famoso di cui sopra e all’oklocrazia suggerita dal pubblico dei programmi della De Filippi.

Questa deriva e mancanza di rispetto per il ruolo non sono quindi colpa di Salvini e Di Maio, loro ne sono semplicemente un prodotto.

La mancanza di rispetto per il ruolo e la funzione dei giornalisti non è, a mio avviso, (solo) segnale di pensiero totalitaristico (ogni regime non tollera i giornalisti che scavino alla ricerca della Verità, questo è ovvio), a mio avviso quest’idea è persino eccesso di stima nei confronti delle motivazioni dietro ai “puttaneesciacalli” di quel ragazzetto vanesio che scarozza la famiglia in giro per fare belle foto in zone pittoresche del mondo usando chissà quali denari, questo non se lo chiede nessun giustizialista del taglio ai privilegi.

Arrivare al punto di insultare i giornalisti, ovviamente solo quando riportano notizie o fanno congetture sui “loro”, quando hanno attaccato “gli altri”, tanta purezza non è mai emersa, secondo me fa sempre parte dell’incapacità di comprendere il valore e soprattuto il rispetto dovuto al ruolo, che viene dai bifolchi.

L’ignorante, verso cui andava e va tutta la simpatia e comprensione perchè non è colpa sua se non ha potuto informarsi o approfondire il proprio animo a causa delle ingiustizie sociali della vita umana, ingiustizia che proprio la diffusione democratica della Cultura può risolvere, ti poteva anche far sorridere quando si rivolgeva al dottore senza rendersi conto che non poteva lui saper meglio di uno che aveva studiato patologia, chimica, anatomia, che “lì ci sta il fegato e non lo stomaco” (da racconto reale di medico di provincia sul contadino che si innervosiva quando il medico gli diceva che a suo avviso a dargli fastidio era la colicisti e non “lo stomaco”).

Ma diventa allucinante quando ti rendi conto che nella vita di ogni giorno ti può capitare che qualcuno venga a dirti come devi fare il tuo lavoro o che non rispettino il tuo ruolo – nel mio campo è un continuo di inconsapevoli mancanze di rispetto tipo “mi fai delle riprese per favore, però mettiamo che la regia è mia” senza capire che se chiedi ad uno di pensare e girare delle cose sta facendo il regista, non l’operatore e che magari da te che non hai mai fatto nulla in vita tua sarebbe un po’ bizzarro il chiedere ad una persona che ha fatto diversi film e varie e ha cinquant’anni “fammi tu le riprese ma io firmo la regia”, però capita anche questo – diventa allucinante quando ti rendi conto che venga insultata una categoria come quella dei giornalisti il cui lavoro è informarsi, informare ma anche denunciare, come se dovessero essere tutti dei Barbara d’Urso con l’unica funzione di compiacerti mandando in onda il montaggio di tuoi fotogrammi migliori mentre abbracci tuo figlio o la gente ti dice bravo per strada chiudendo con te che annusi le margherite o accarezzi un dolce cagnetto.

Quello sì, è propaganda tipica di un totalitarismo fondato sul culto della personalità. Il giornalismo “buono” di cui parlano loro si chiama “propaganda” non “giornalismo”, sottolineo.

È allucinante che gente senza alcuna preparazione urli come una vajassa contro i medici la cui funzione è tutelare la Salute, ribattendo con aneddoti su tu’ cugino, (salvo poi quando si tratta dei suoi, di figli, correre a vaccinarli), è allucinante anche che chi giornalista non è, si metta a fare servizi televisivi pseudo- giornalistici creando campagne da gogna di piazza, senza che nessuno si opponga sottolineando che non è il suo lavoro, non ha le competenze per fare quello che sta facendo.

La mancanza di quelle competenze che vengono legalmente riconosciutaema ancora più importante le si ottegono con un percorso di studi che significano Laurea e anche oltre, (non è il pezzo di carta, è il percorso, ovviamente, che ti dà gli strumenti di conoscenza) è diventata un valore, l’averle un’onta, abbiamo accettato e avallato un pensiero veramente allucinante per cui non importa che tu abbia le competenze per farlo, se vuoi farlo puoi farlo, basta che stai più simpatico.

Lo abbiamo detto tutti alla nausea: ti faresti operare da uno che non abbia studiato anni per sapere come aprirti la pancia? Ti faresti seguire in Tribunale per una causa da uno che non abbia profonda conoscenza della Legge per ottenere Giustizia?

Non ci faremmo nemmeno tagliare i capelli dal nostro vicino se non fossimo sicuri che non ci rovini la nostra bella chioma e quindi che sia un parrucchiere professionista, come è possibile in campi come quello della Politica (taccio del mio campo di lavoro in cui da decenni si pensa che basti essere apparsi in TV cinque minuti per poter fare gli attori) non solo ci si sia fatti andar bene ma si sia supportata l’idea che va bene che domini la cosa pubblica quello che dice le stronzate che diciamo tutti sul tram quando siamo arrabbiati con il mondo che non ci ha fatto miliardari e quindi consegnato l’auto con autista, che non ci ha fatto miliardari per magia e quindi avere anche noi la casa e la vita di Chiara Ferragni e ci fa star meglio sbraitare che tanto quella non sa fare nulla e sta lì perché non sa far altro che fotografarsi (e devi vedere come si arrabbiano se contesti che quella un lavoro ce lo ha eccome e ci ha faticato eccome per arrivare ad avere quella vita) per poi però votare ed osannare esattamente quelli che non sanno far altro che dire cose che fomentano la nostra serotonina ma non sono capaci di far altro che fotografarsi e ispirarci uno stile di vita che ci illuda che, vista così, potremmo arrivare “lì” pure noi senza bisogno di fare tanti sacrifici?

Ufficializzare il fatto che i giornalisti non servono, i medici non servono, gli architetti non servono, gli avvocati non servono, i registi non servono, anche gli sportivi non servono se sono neri perché al momento abbiamo deciso che i neri sono i cattivi e quindi via anche loro persino se ci fanno vincere medaglie, niente serve se non un generico “consenso” alla Kardashian, non è che il punto più alto di una precisa tendenza dello sviluppo della metastasi della subcultura, e quindi il punto più basso del fallimento della civiltà che stava tanto andando bene dopo le botte prese durante la Seconda Guerra Mondiale, che sembravano averci fatto capire che l’unico modo perchè quegli orrori non fossero più, fosse la diffusione capillare del Sapere.

Personalmente la Laurea non l’ho presa per il pezzo di carta (Filosofia con indirizzo psicopedagico non ti ha mai aperto chissà quali portoni professionali), i corsi e i workshop fatti dopo per prepararmi al mestiere che volevo fare, la mia mania dello studio e dell’approfondimento su qualunque argomento non nascono da un vanesio desiderio di un gadget da mostrare, se ho deciso di impegnarmi nello studio è perché ho deciso, ad un certo punto, che volevo essere una persona migliore, diventare una regista preparata, avere una visione della vita e del mondo che arricchissero il mio mestiere di narratrice ma soprattutto volevo essere una persona più possibile informata. Anche se mi è costato fatica, perché come il nostro Ministro degli Interni ho lavorato per pagarmela, l’Università, per non pesare sui miei, in ogni caso l’ho fatto per me e per essere competente anche come essere umano.

Quindi mi frega poco dell’accento che questa persona dia ai titoli di studio in merito al valore legale, ma lo trovo inaccettabile per chi gli studi li ha fatti per avere le giuste competenze per il lavoro che sognava di fare e per cui è giusto non solo che possa concorrere per una certa posizione solo chi ne abbia le competenze, ma anche che gli sforzi compiuti diano un vantaggio.

Quello che a me disgusta è il plauso di quanti non si rendono conto di star scavando la fossa per sé e per i propri figli. Basta una generazione lontana dalle fatiche del Sapere e torneremo al bifolco analfabeta che non sapeva nemmeno di avere diritti, non sapeva nemmeno di essere sfruttato.

c'è pure questo · il mondo dalla mia stanza

la coerenza

Finisce sempre che decido di scrivere un post perché uno scambio di battute sui social network o davanti ad un caffé veloce al bar non (mi) basta a chiarire un’opinione. Essendo questo il diario di un’osservatrice, non posso esimermi a volte, foss’anche solo per fissare nel flusso del tempo ciò che ho “visto” in vita mia, dallo sviscerare qualcosa che mi colpisce.

Oggi ho fatto una battuta, quando ho sentito la notizia per cui hanno annullato le sentenze di assoluzione nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Ho detto: “Mo’ che famo, se Amanda non torna rapiamo l’Ambasciatore Usa?”

Su facebook una persona, che peraltro stimo, mi ha prima detto di non paragonare Amandina ai due marò, e quando ho chiarito che la battuta era solo spunto per una riflessione sul nostro provincialismo ha chiuso dicendo che la differenza sostanziale è che i due marò “sono della merde”.

Ovviamente mi è scappato il post.

Sulla faccenda dei marò ho un pensiero molto chiaro e preciso. Me lo sono fatto soprattutto leggendo in giro commenti e reazioni intorno a una questione che, per l’appunto, ha sempre giudicato quei due uomini come “due militari”, e a un certa categoria di persone il concetto di militare stesso fa schifo.

Per definire “una merda” qualcuno, devo averne davvero tanto materiale – che uomo sia, padre marito, amico, pensatore, che pensieri abbia espresso, quanto rispetta gli altri, quanto sia coerente con le sue idee pur non fossero le mie, etc – e comunque anche “una merda” per quanto mi possa dispiacere, ha gli stessi diritti di una persona meravigliosa. Non è che la carta dei diritti umani l’abbiano iniziata con il concetto “tutti gli uomini simpatici…”

Per mia fortuna sono stata tirata su, mi ripeto, da persone molto pragmatiche e più possibile morali, non moraliste (ricordiamo che morale è chi soprattutto dice no a se stesso, moralista chi lo dice solo agli altri, gente che insomma c’ha una trave di sei metri per due nell’occhio ma insiste nella caccia alla pagliuzza altrui).

C’è anche, in questo caso dico purtroppo, che la mia personale esistenza a volte mi fa sentire come il protagonista de “Le dodici domande” (da cui hanno tratto il film “The millionarie”) perché mi capita continuamente di rendermi conto di aver avuto esperienza personale quasi in tutto lo scibile delle difficoltà umane.

the-millionaire

Ma va bene, nella misura in cui grazie a questo oggi per me la parola “compassione” (non nel senso di pietà ma d’empatia) non è un termine alla moda, e su qualunque cosa rifletto dodici volte prima di buttare lì giudizi o valutazioni de panza.

Mio padre era una persona idealista, buona, morale. Lavorava in giro per il mondo, nei cantieri, e per sua scelta ha  per lo più scelto commissioni  in zone definite “a rischio”, sia perché ha sempre fatto di tutto per dare più benessere possibile alla famiglia, sia perché appunto per la sua idea del mondo, era felice di costruire strade e ponti dove servissero di più.

Insomma, quando ero adolescente un giorno mi racconta un fatto che lo ha veramente sconvolto. Era in un paese molto povero, e l’autista del camion che lavorava per la ditta in cui lavorava anche lui, ovviamente senza volerlo, investì un bambino di cinque anni in bicicletta. In quel paese vigeva la pena di morte, quindi ovviamente erano tutti preoccupati per l’autista ma rassegnati al fatto che avesse commesso un reato in quel Paese, in cui vigevano quelle leggi, e comunque certo, il bambino meritava giustizia.

Mio padre fu convocato in quanto capo cantiere e perché italiano (l’autista era italiano),  lui sentì subito la Farnesina per capire come comportarsi, era ovviamente molto confuso, moralmente, sul da farsi: lui, come ha insegnato a noi figli, è sempre stato contrarissimo alla pena di morte, trovava allucinante persino le condizioni del carcere in cui il suo collega avrebbe scontato ogni eventuale pena, ma trovava che non ci fosse molto da fare: le leggi di quel Paese erano quelle e il reato era stato commesso lì.

Arrivarono i genitori del bambino e lui, da padre, mi diceva, era devastato dal loro pianto e la loro rabbia verso l’autista. Ci fu una lunga discussione con la polizia locale, e infine questi dissero qualcosa che mio padre si fece ripetere più volte: ai genitori premeva che fosse loro ripagato il prezzo della bicicletta. bicicletta

Il prezzo della bicicletta.

Dunque mio padre, cosa che potrebbe apparire comica se non si tenesse conto della tragicità della situazione, pare che si sia improvvisamente inalberato insistendo sulla necessità di un processo giusto, che stabilisse una giusta condanna: c’era stato un omicidio! I genitori del bambino, anche un po’ stizziti, volevano questo cavolo di soldi, più una multa, più i soldi per il funerale, e chiusa lì.

Ovviamente mio padre era furibondo e si diceva, e mi diceva, che questo è il livello cui si è giunti in Paesi poveri sfruttati dal Nord del mondo, ma che aveva capito una cosa che voleva tenessi a mente per tutta la vita: se tu tieni un cane al guinzaglio, senza amore, con poco cibo e lo privi di una vita decente, hai commesso un’ingiustizia e sei colpevole della sua aggressività, ma allo stesso tempo non devi mai dimenticare, quando lo sciogli, che lui ormai è aggressivo, e ti morderà.

Da allora, pur non cambiando di una virgola il suo e nostro pensiero sugli eguali diritti di ogni essere umano, pur senza cambiare una virgola del nostro pensiero aperto, accogliente, comprensivo e del più profondo rispetto per chiunque da chi capiamo e condividiamo fino a – soprattutto – chi non capiamo e non condividiamo, abbiamo compreso che rispetto non significa diventare ipocriti o rinnegare i propri convincimenti, sia lui che noi figlie abbiamo tenuto a mente di cercare di non farci ingannare dal pregiudizio al contrario: non è che se uno sta peggio di me e soffre vuol dire che è buono, o che ha sempre ragione solo perché io mi sento in colpa come parte di una popolazione che ha dei torti verso la sua.

Devo tener conto che un rispetto non ipocrita delle diversità e delle culture significa anche non proiettare sulle intenzioni altrui la mia griglia interpretativa del mondo: se un cannibale mi chiede di entrare in una bella vasca d’acqua calda con un fuochino sotto, non è che l’ammazzo per le intenzioni, ma magari declino la generosa offerta.

Dunque, tutta questa vicenda dei marò, così come – è vero – quella intorno alla giovane ragazza americana, hanno mostrato di molti di noi alcuni aspetti veramente grotteschi.

Le persone sono persone, e anche quelle che ci stanno antipatiche, secondo la nostra cultura e, perfortunadiddio, per le nostre leggi e quelle leggi internazionali da noi condivise, hanno uguali diritti.

Niente mi toglie dalla testa, soprattutto leggendo certe affermazioni stucchevoli in giro, che chi ha preteso che l’Italia si calasse le braghe sulla questione indiana è soprattutto gente che non si è resa conto di stare dicendo certe cose “perché faceva chic” o perchè in Kerala ci va a farsi i trattamenti ayurvedici, e a questi è sembrato tanto Occidente cattivo ed opprimente  chiedere che si seguissero le regole internazionali,  in favore di due militari, (voglio vedere cosa avrebbero detto se fossero stati due turisti o due rappresentanti di Medici senza frontiere che a ragione o per paura, per un pasticcio qualunque tipo aver scambiato per ladro uno che entrava di soppiatto in una stanza, si fossero trovati nella stessa situazione), quindi aspettare che i due concittadini venissero affidati al tribunale giusto, ergo un tribunale internazionale, dato che persino il satellite ha dimostrato che il reato è avvenuto in acque internazionali.

Ma c’è di più. Non è solo il rifiuto della realtà che a essere in cattiva fede siano loro, il modo in cui l’Italia –  non il governo ma certi italiani – si sta comportando nel caso dei marò è disgustoso, radical chic, razzista: si “odiano” i marò solo perchè sono due militari. E quindi siccome non provano per loro compassione, riconoscimento alcuno o simpatia, ‘sti cavoli.

Non ci si rende conto dell’incoerenza ridicola per cui quegli stessi applaudono quando giustamente si appendono foto di gente che viene condannata sulla base di leggi che giustamente riteniamo barbare in paesi che – non ce lo diciamo apertamente ma è sillogismo –   riteniamo quindi barbari e pretendiamo che li rilascino, o comunque li affidino ad altri tribunali. Quando non, ergendoci a paladini della “civiltà”, pretendiamo che quelle orrende leggi e la loro crudele applicazione vengano eliminate.

Nessuno più di me dirà fino all’ultimo respiro che questo è giusto e non significa “offendere” un’altra cultura e la sua legalità: lapidare una donna che ha tradito il marito è da barbari, non ho paura di dirlo e la gente cui mi riferisco in questo post non ha paura di dirlo.

Ed eccoci.

Anni fa ho partecipato con moltissime altre persone ed associazioni alla raccolta di firme per la moratoria contro la pena di morte ed ero lì quando è venuta a Roma Suor Helen Prejean, di cui ho ascoltato di persona il discorso e ci ho scambiato qualche battuta.

La sensibilizzazione sull’argomento è molto complessa ma io personalmente non ho alcun dubbio. La democrazia di un paese si valuta, per me, da tre cose: la Sanità (se è gratuita o comunque garantita per tutti), come vengono trattate le donne, ma prima di tutto, se vi sia o no la pena di morte.

Non sono nessuno, non è un gesto eclatante, ma io da quando ho parlato con Suor Helen Prejean ho deciso che io, Anne-Riitta Ciccone non riconosco Stati o Paesi in cui viga la pena di morte. Per me sono semplicemente e banalmente incivili, e io non ci metto piede (ho anche rifiutato di mandare, figuriamoci accompagnare, un mio film in un Paese in cui vigesse, motivandolo con questa ragione, e sono così ossessionata da questa mia piccola rivolta quotidiana che adesso, prima di partire per qualunque Paese, controllo). Possono essere posti belli, affascinanti, pittoreschi, avere la più bella e antica cultura e li rispetto ma davvero, i tre elementi sopracitati per me sono imprescindibili e qualcosa, per dare il segnale, la dobbiamo fare pur se nel nostro piccolo. Io non ci vado a fare la turista, non ci porto denaro, non vado a fare: “Oooohhhh com’è tutto spirituale, qua”mentre dietro l’angolo lapidano una donna o impiccano la gente per un reato.

Un minimo di coerenza nella vita, la si può avere, un minimo.

Aki Kaurismäki, che criticava apertamente e ferocemente la politica di Bush, aneddoto molto noto, fu nominato agli Oscar proprio durante la sua presidenza. Lo chiamarono per chiedergli se avesse voluto partecipare alla serata (un regista sa che la tua presenza o meno spesso determina se prenderai o meno il premio, quindi non parliamo solo di mettersi seduti in sala, ndr). Lui aveva giurato che finchè ci sarebbe stato Bush non avrebbe messo piede in America.

Rispose a chi lo chiamava dalla Academy che purtroppo nella serata prevista per la premiazione giocava la sua squadra di hockey e quindi non avrebbe partecipato.

Questa per me è coerenza.

Allora, se questa gente che pur ho visto affermare con vigore la moratoria contro la pena di morte, che non significa solo dire “brutto, no, voglio che lo cancelli” ma prendere una posizione anche potenzialmente antipatica verso quei Paesi che ancora non si decidono ad eliminarla,  perchè pretende che l’Italia si spalmi a pelle di leopardo consegnando due persone al tribunale di un Paese in cui vige la pena di morte e si applicano leggi che francamente, non dovremmo ritenere così condivisibili?

Ma, cosa per me ancora più grave, in tutto questo ci facciamo piacere: “Hanno promesso che tanto la pena di morte non gliela infliggono?” che vor dì? Ma che adesso una cosa del genere si patteggia al loro buon cuore?

E se ci può essere ancora un peggio, molte persone  parlano di questa faccenda come se non ci fossero due persone morte forse per un errore, forse per cialtroneria – questo lo deve decidere il tribunale pertinente – e non ci fossero altre due persone che di mestiere fanno i militari e che dovrebbero a questo punto essere giudicati dal tribunale pertinente in base alle leggi pertinenti per il reato commesso, abbandonate dall’Europa, da una struttura che vuole la battaglia contro i pirati e mi pare che nessuno di noi potrebbe essere d’accordo che li si lasci lavorare indisturbati (i pirati).  Non si riflette su quale lavoro stessero facendo in quei mari, chiesto da chi, che utilità abbia. Non ci si chiede neanche perché il tribunale del Kerala abbia affondato il peschereccio, fatto sparire le prove, scritto tutti i documenti in una lingua che si parla solo in Kerala e che ci vorranno mesi se non anni per tradurre, e perché. Non ci si chiede se sia morale fare tanto i duri per poi mandare a casa due detenuti in cambio di una milionata di euro. No: Oh mio dio si sono offesi! Siamo stati incivili!

Ci definiamo incivili senza renderci conto di quanto la situazione sia più semplice di così:  tra l’arrivo dei due marò in Italia per votare e la loro prevista partenza è successo un fatto nuovo: secondo le leggi internazionali da noi (in teoria) condivise viene stabilito che quel Paese non ha più la giurisdizione, dunque a voler essere un po’ più lucidi il  Ministro Terzi in fondo stava semplicemente attenendosi alla legge, aspettando una decisione sul giusto tribunale che giudicasse i due militari in base a leggi internazionali, non quelle indiane. Secondo le leggi internazionali il reato viene giudicato sulla base della legge vigente nel territorio in cui il reato è stato commesso, non quelle del Paese in cui vieni arrestato.

Quindi, lungi da avere interessi, simpatie o parentele con il Ministro Terzi, ma  chi è stato incivile e dovrebbe vergognarsi, qua?

Chi non accetta e pensa di scavalcare la Giustizia, perché su quel processo ci contava.

Civile, secondo me, da parte del Kerala e dell’India in genere sarebbe stato prendere atto del cambio di giurisdizione e quindi che la situazione era cambiata, e dirsi a disposizione del tribunale internazionale, stop.

Tutto quel battere i piedi, reagire scompostamente, rapire un poveraccio di Ambasciatore, lo definiamo giusto?

Se avessero arrestato una donna italiana che fosse stata colta in una camera d’albergo con uno che non fosse stato suo marito e l’avessero processata e condannata alla lapidazione, avremmo detto: “Ok, mi pare giusto, peggio per lei che ha commesso adulterio in un Paese in cui non si fa.” magari aggiungendo: “E poi, era un po’ zoccola, dai”.

Noi viviamo in una società che si pregia di difendere le idee altrui anche quando non le condividiamo, fino alla morte. Mettere sulla scacchiera di una goffa partita due persone perché tanto, dai, “sono delle merde”, o perché tanto sono militari, è peggio di uno che pensa che la vita di un bambino valga il prezzo di una bicicletta, è davvero orribile e ripeto: ipocrita d’una ipocrisia pericolosa.

Perché, a questo proposito, in alcuni contesti in cui si è parlato del pasticcio dei due marò, c’è chi, in risposta a queste mie argomentazioni m’ha detto: “Ma dai, lo sappiamo che non gli succede niente, si accorderanno per una megamulta, pagheremo, e finirà lì, magari vengono a scontare qualche anno in Italia”.

Perché la vita di quei due pescatori e quella di queste due persone in divisa, si può mettere a posto con una bella valigetta colma di banconote, l’importante è non fare la figuraccia di non aver mantenuto una promessa, che tutti sappiamo che non aveva più senso, ma dai, si erano offesi, che cosa sconcia.