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Non veniamo a dare ciò che avanza ma a condividere ciò che abbiamo

“Non veniamo a dare ciò che avanza ma a condividere ciò che abbiamo”, questo concetto con cui si sono presentati è la spiegazione semplice del perché ho capito di essere una persona di sinistra.

Non si “decide” una cosa del genere, ad un certo punto si “sa”. E non perché lo fossero i miei ma perché ad un certo punto, sicuramente per i valori per cui mi hanno cresciuta, capisci che lo sei, tra le tante ragioni, anche perché sicuramente è facile fare “beneficenza” quando ne hai che ti avanzano, dura è spartire il poco che hai pur a rischio di restare senza o rinunciare a ciò che ami.

Il pluricitato papà aveva delle rigidità ai miei occhi insopportabili, quando ero piccola in un mondo capitalista. Una volta ricordo che in una discussione al campeggio spartano in cui ci portava d’estate, sentii qualcuno dirgli: “Va bene allora ti sta bene metterti in fila per la carta igienica con uno Stalin che ti comanda”.

E lui ha risposto: “Se c’è uno che comanda non è comunismo applicato ma il comunismo è stato un pretesto per un totalitarismo, in ogni caso è molto più facile che ti trovi in fila per la carta igienica in un mondo capitalista, con la differenza che in fila ci sarà chi è pronto a menarti per prenderla a te, e in un mondo comunista invece è più probabile che ve la spartite”.

L’ideologia comunista e la sua inapplicabilità, la sua utopia, mi sono chiari dopo anni di studi e osservazione ma ho compreso di essere una persona irrimediabilmente di sinistra per questo valore fondante. La condivisione, la solidarietà e non perché sono pronta a dare i miei avanzi o ciò che non mi costa granché, il saper rimanere coerente con la sollecitudine anche quando sto rischiando di persona e ho mille problemi e paure.

Non è retorica dire che mi hanno commosso le immagini dei medici di Cuba. Con tutte le critiche e le contraddizioni, con tutta la consapevolezza di un’estetica romantica eccessiva di ciò che certe rivoluzioni hanno generato, vedendo intanto la gente che qui fa la fila per la carta igienica, nel sospetto e nel livore dettati dalla paura esattamente come previsto da quello strampalato capocantiere che mi ha generato, non è stato possibile non commuovermi un pochetto.

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Lettera aperta a Giuseppe Conte (della comunicazione e le sue trappole)

Carissimo Presidente,

Le scrivo, in una dinamica forse inconsueta, sicuramente per fare a tutti voi i complimenti per la gestione di una situazione eccezionale e che in pochi avrebbero saputo affrontare. È quasi commovente come la politica in genere stia facendo muro contro questo piccolo mostro oscuro che ha portato le nostre vite ad essere un film di fantascienza. Ma scrivo, forse stupidamente, per chiedere a voi, sia al governo, che non al governo, alla Presidenza e qualunque ruolo istituzionale, per supplicarvi – non pregarvi ma supplicarvi – di fare una riflessione sulla comunicazione, in queste difficili giornate.

Come comunichiamo fa una differenza cruciale, sarà perché lo faccio per lavoro, come narratrice, perché lo insegno ai miei studenti, come docente di Cinema, ma quel che conta nella narrazione spesso è più come si comunicano le cose che ciò che viene comunicato in sé.

Capisco perfettamente che al momento, stare in casa e muoverci il meno possibile, come ha detto un medico a Sky tg24 giorni fa: “È forse l’unica cosa che si possa fare, anche se non sappiamo come funzioni esattamente questo virus” , soprattutto per solidarietà verso quelle Regioni falcidiate dall’orribile invisibile mostro (perché di fatto, a quanto pare, c’è un forte legame tra il mostro e la nostra incuria e indifferenza verso l’inquinamento, le polveri sottili, e quindi ha favorito la circolazione del Virus lì dove la gente viveva in delle camere a gas), capisco che dobbiamo aiutare come possiamo Ospedali che non hanno abbastanza mezzi e strutture per reggere una simile catastrofe ma vi prego, per il bene dell’armonia sociale, di iniziare voi che tanto influenzate pensiero e linguaggio della gente e chiedere alla Stampa e ai Media di evitare un clima da caccia alle streghe, additando, accusando, cercando un colpevole umano ad una situazione che ci fa disperare, e quindi creando presupposti per innescare quel meccanismo superstizioso per cui “se va bene è merito del dio, se va male dobbiamo trovare il capro espiatorio” nel runner o il signore che porta fuori il cane tre volte al giorno (che poi sono le volte che servono a un povero quadrupede per non farti i bisogni in casa).

Questo Paese soffre, da decenni, una degenerazione morale per cui si cerca sempre un nemico, qualcuno con cui prendersela per paure e frustrazioni, e qua si è passati dalla povertà causata dal migrante, alla pandemia causata dalla gente per strada, passando per la delazione del vicino; persino da parte di gente che ha proclamato la sua tolleranza, fraternità etc. fino a due mesi fa accusando e additando il razzista, e ora fotografa un runner che corre nel nulla assoluto o il vicino che esce; stiamo consentendo che si scateni la delazione e l’odio per il vicino, il caccia all’untore o caccia al corridore, e questo significa abbattere moralmente quel sottile muro che ci salva da un possibile totalitarismo futuro, creando le basi del dividi et impera. Passare dall’odiare lo straniero ad odiare la vicina che fa jogging, lei capisce cosa intendo,  contribuisce a creare le basi del dividi et impera, quando si porta l’odio fino al proprio condominio.

Ora, in una situazione in cui ci si chiede di restare in casa (chiarisco: io sono barricata da dieci giorni, sono figlia di Socrate, lo farei anche se non fossi d’accordo perché se seguo le leggi di Atene, le seguo anche quando non condivido, almeno fino a che non violano i principi della democrazia e qui ci stiamo andando vicino, ma è un altro discorso e non è il momento delle polemiche) ma in cui nella stessa Lombardia gli operai devono continuare ad andare al lavoro, peccato che l’Atm limiti le corse e quindi questa gente è costretta ad ammassarsi comunque; una situazione in cui ci si chiede di restare a casa ma anche di “continuare a comprare Made in Italy che tanto ci sono possibilità di farlo online” senza tener conto che a portarci questi prodotti non sono certo degli androidi o dei robot; in cui la gente addita chi va a fare la spesa tutti i giorni ma qua a Roma vedo passare consegne di cibo a domicilio come se non ci fosse un domani, con ragazzi che sfrecciano con i loro box con pizze e cibo cinese, e anche loro non mi sembrano dei robot. Quindi in questa non troppo piccola contraddizione in termini vogliamo avere una capacità di misura e mediazione quando nei TG, comunicati e interviste parliamo della “troppa gente ancora in giro”?

Vogliamo evitare di colpevolizzare e soprattutto non giudicare troppo quando non sappiamo chi stia in giro e perché, per le ragioni di cui sopra?

Non potete anche non tenere conto del male che alla popolazione farà, alla lunga, bambini compresi, non avere nemmeno l’ora d’aria. I tanto vituperati runner se sono abituati a correre un’ora al giorno, o comprate loro dei tapis roulant o mettete conto che una persona con quel grado di allenamento non può e non deve, “per la sua salute”, fermare di botto tali ritmi, per il suo cuore, per i suoi neurotrasmettitori.

Io non corro da vent’anni ma sono stata una quasi agonista e so di che parlo, se lo farà spiegare da un medico sportivo. Così come non potete non tenere conto che la frase “impazzire dentro casa” per alcune persone con problemi (e case!) di varia natura, non è un modo di dire.

Al di là dello sfiorare l’anticostituzionale e sicuramente, lei è Avvocato, lo saprà, l’illegale pur in tempi di emergenza, uno stato militare in cui arrestano uno che fa una passeggiata, per “la nostra salute”,  credo non si debba tirare troppo la corda e trovare sagge vie di mezzo.

Un’ultima cosa, sempre in merito alla comunicazione: le modalità con cui si cerca sensazionalismo, il bicchiere mezzo vuoto sempre, cose come il non sottolineare costantemente quanto detto due giorni fa, durante il quotidiano bollettino della Protezione Civile: “morti CON Coronavirus, non morti PER Coronavirus” come ci ha tenuto a chiarire Borrelli e che fa una bella differenza di percezione e angoscia, non dare un orizzonte di liberazione alla gente, spostare la data senza darne un’altra, sono cose che fanno crescere paranoia e malcontento, anche perché – lo sappiamo bene, glielo staranno dicendo gli scienziati, così come ce lo sussurrano i nostri medici – se non si è fermato in un mese, il contagio non si ferma in due, tre o sei mesi, dunque qualcosa non sta funzionando e non è certo il runner il problema.

Bisogna far fronte ma non si possono tenere in ostaggio le vite della gente, soprattuto in quelle zone in cui dove questa ecatombe non c’è e non ci sono le stesse condizioni per cui si scateni (e questo sono sicura che glielo stiano dicendo).

Ma soprattuto questa comunicazione esasperata ci sta creando un pregiudizio intorno, nel resto del mondo, dal quale non ci riprenderemo per anni.

Bene che l’Europa ci stia aiutando, viste le dimensioni del problema almeno abbiamo attirato la loro attenzione, ma non può non tener conto che per averla comunicata così, mia sorella che vive vicino Helsinki (sono nata in Finlandia, siamo di madre finlandese e padre italiano) si è sentita aggredita per il suo cognome italiano per paranoia che fosse infetta anche se non viene a Roma da un anno.

La nostra è una terra che si basa sul Turismo, ci vorranno anni perché la gente non ci veda come un luogo di peste e di morte, perché è così che la stiamo comunicando, senza alcuna riflessione sul futuro.

Ripeto, qui il “cosa” è chiaro a tutti, ma una persona mediatrice e saggia come deve essere chi sta alla guida di un Paese, sta molto attenta al “come”. Cerca di tenere calmi gli animi, di non colpevolizzare nessuno, cerca di difendere anche l’immagine del Paese, e mi permetto di dire che tale persona pur nell’oggi più cupo, riflette soprattutto sul domani.

E non solo per il dato economico.

Mi scusi la lunghezza e l’ardire di una mossa così ingenua, ma sono sinceramente esasperata dai toni, dal clima, dell’odio e il costante giudizio che sento intorno a me, voi parlate di eccezionali italiani che cantano l’inno, personalmente vedo che il rovescio di questo abborracciato patriottismo è di ostilità e caccia al colpevole che non mi piace per niente. Al di là del resto che mi premeva comunicarLe.

Spero nella sua lungimiranza e che sappia trasmettere alle persone che contano un pensiero forse non tanto peregrino.

Buon lavoro e grazie per l’attenzione (e sempre per la battaglia che state facendo)

Anne-Riitta Ciccone

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#iorestoacasa, perché al di là dell’hashtag di tendenza la fate tanto lunga

A parte gli scherzi. Vi leggo che questo stare in casa vi mette in condizione psicologiche da galera, tra il fingersi entusiasti, disperarsi nel cercare costantemente cose da fare, ammettere di non riuscire a leggere.

Io ho passato in casa la maggior parte della mia vita, gli anni per gli altri belli della vita io non potevo uscire. No “non volevo”, non potevo.

Da bambina passavo ore e ore e ore in casa, aspettavo i giorni di scuola come occasione per uscire, l’estate perché si andava in campeggio e poi in Finlandia, per vedere qualcuno ma per il resto soprattutto nei mesi in cui non si poteva pagare danza, che era comunque due volte a settimana, da che tornavo a casa all’una e poi tutti i week end non potevo uscire, per ragioni che chi conosce la mia storia, sa.

Penso di aver sviluppato i miei poteri per il fatto che non volevo annoiarmi. Certo c’era mia sorella e quando avevamo età più contigue giocavamo ma poi abbiamo avuto età in cui non facevamo cose insieme. Anche se poi lo stare io in una stanza a leggere, scrivere, dipingere, lei in un’altra a fare le sue cose e mamma in camera da letto al buio perché stava male, il mondo fuori che sentivo correre, le persone parlare per strada, magari c’era il sole e io mi sedevo sotto la finestra tra la finestra e la tenda grande e spessa con cui dovevamo tenere fuori “gli altri” e così avevo il sole sul viso e ascoltavo la musica nel walkman, per me sono ancora oggi una paradossale memoria di felicità, di amore.

Stare sola con me stessa è poi diventata la condizione in cui sto forse meglio, da giovane ho avuto problemi a concepire la convivenza, con il mio amore è felicità stare in casa insieme perché siamo simili, passiamo ore senza parlare perché lui lavora ad un computer, io ad un altro, poi leggiamo, facciamo le nostre cose (e ne abbiamo talmente da fare, in casa, che in questi giorni non notiamo grandi differenze) chiacchieriamo tanto a colazione, a cena, la sera guardiamo dei film o delle serie commentandole che neanche la Gialappas, non avendo figli si fa l’amore quando ci va e magari si sta a letto a parlare dei film, gli spettacoli e le mille idee di quello che compone il nostro lavoro.

Io ho imparato, da quella mia infanzia, che uscire, fare cose fuori, vedere gente, è bello ed ha senso quando non è la regola, non è ciò che compone la base della nostra identità e implica la maggioranza del nostro tempo. Voler sempre uscire, vedere gente tutti i giorni, e gli aperitivi, e le feste, e le cene, sono un modo per stordirsi rispetto a se stessi, si cerca qualcosa che “distragga”.

Stare in casa, soli o con chi amate, evidenzia senza sconti chi siete veramente e chi avete scelto per condividere la vita. Se vi confonde, vi annoia, vi mette ansia, non vi basta chi avete accanto, non riuscite a fare tutte quelle cose che avete il tempo di fare e normalmente riuscite, è un’ottima occasione allora di una sana e sincera analisi di voi stessi, del problema che avete con “quell’unica persona con cui dovrete comunque fare sempre i conti”, cioè voi stessi, come diceva Socrate e con cui stare soli evidentemente non vi piace, vi mette ansia, vi mette alle corde magari portandovi a chiedere se il leggere, il fare le cose che dite vi piacciono non facciano parte di un personaggio che adesso non ha pubblico e infatti lo cercate costantemente sui social? Che vi accorgete che la persona che avete accanto, i figli che avete, non sono poi così centrali come dite, quando recuperate questa lucidità da post sbornia da un’esistenza che riempite di un milione di cose, incontri, impegni, che dite improrogabili, necessarissimi, e che invece fanno parte di un necessario stordimento?

Da come vi leggo si vede, dal di fuori, una crisi di identità da cui secondo me, per i più autocritici e consapevoli sarà forse caso di partire, una volta fuori. Quando ero giovane e stavo a casa per scelta tra i miei libri e “le mie cosette” come le chiamavo e mi rimproveravano di essere un topo da biblioteca nella mia “tana”, io tiravo sempre fuori questo:

“Mi chiedi che cosa, secondo me, dovresti soprattutto evitare?

La folla. Non puoi ancora affidarti ad essa tranquillamente..

Quanto a me, ti confesserò la mia debolezza: quando rientro non sono mai lo stesso di prima; l’ordine interiore che mi ero dato, in parte si scompone. Qualche difetto che avevo eliminato, ritorna. I rapporti con una grande quantità di persone sono deleteri: c’è sempre qualcuno che ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca a nostra insaputa. Tanto più è la gente con cui ci mescoliamo, tanto maggiore è il rischio.” Seneca, nelle Lettere a Lucilio.

Approfittiamone per affrontare un bel mostro, in questi giorni, accettiamo chi siamo e se non ci piace, cambiamolo.