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La Setta degli Esercenti Estinti

Ho spesso lamentato il fatto che, pur facendo io di mestiere la regista, la sceneggiatrice, insomma avendo un partita IVA in merito ed essendo mio marito un collega, non riusciamo più ad andare al cinema. Ho scritto in questo post le ragioni personali, legate a deformazione professionale e/o di gusto da spettatore ma sono ormai convinta che dietro la questione della fuga dell’essere umano di razza italica dalle sale cinematografiche, ci sia un vero e proprio complotto da parte delle Distribuzioni (e questo è un discorso serio di cui stiamo parlando in sedi più politiche, errori fatti in tema di Leggi e di contributi pubblici che hanno scatenato un Far West dei furbettini e serial killer di film italiani) ma anche degli esercenti stessi, che evidentemente NON vogliono che la gente frequenti le loro sale. Ma proprio nessun tipo di sala, né quelle chiamate di qualità (dove proiettano i cosiddetti film pallosi) né i multisala (film da popcorn e livello di impegno cerebrale da uno a dieci: due, che ci sta e ne abbiamo diritto).

Me li vedo, gli esercenti, in riunioni segrete, vestiti con cappucci neri e paramenti dorati, che si riuniscono in oscure cantine e studiano le mosse per evitare che il cittadino possa in alcun modo comprare il biglietto dei loro cinema, nell’ottica della loro nuova religione, la religione che onora il dio Masok, per la quale un adepto si spinge alla rovina con le sue stesse mani.

O è così o è un complotto, essi sono foraggiati dalle TV pay e Vod, e ogni genere di gestore di audiovisivo non in sala.

Come prova porto due esempi di vita vissuta da parte di due indefessi cineasti cinephile che tentato di osteggiare la setta degli esercenti estinti e mantenendo ciò nonostante il loro amore per il Cinema e le poche regole che questo implica, che per essere concisi constano di: rispetto per l’immagine (il Cinema è prima di tutto immagine, ergo questa va riprodotta più possibile fedelmente alla fotografia pensata e realizzata dal DOP, su indicazioni di un pensiero visivo su cui un povero regista si sarà pure scervellato, nonché andrebbe visto anche nel formato in cui è stato girato, se quel povero regista l’ha pensato in 3D o in Cinemascope una ragione ci sarà) – rispetto per il suono (gente che si è massacrata dal set fino al montaggio ed il mix per una presa diretta coi fiocchi, che va riprodotta in sala come religione comanda) – rispetto per il lavoro degli attori (i film si vedono in lingua originale, il doppiaggio è uno dei principali demoni del lavoro degli attori e del regista).

Quindi per due persone che amano e conoscono il Cinema, lo riconosco, il campo si restringe visto che la maggior parte di Distributori ed esecercenti butta il lavoro della gente in sala alla comeviè, come a dire mettere il ketchup su un ottimo ragù napoletano.

Reperto numero 1. Sala di qualità.

Settimane fa abbiamo il tempo per andare a vedere “La forma dell’acqua”, l’unico film che ci interessasse vedere al cinema da mesi ma appunto non vediamo film doppiati e quindi trovare la sala che abbia il film in V.O. con uno schermo senza macchie di muffa, che sia almeno di due pollici più grande del televisore di casa e con un buon suono, è un’avventura. Troviamo il film al Nuovo Olimipia, quindi in centro (per chi vive a Roma, sa cosa significhi arrivare in centro se non ci vivi). Controllo gli orari inserendo titolo film e nome del cinema sul motore di ricerca Google, vogliamo dire il principale motore di ricerca mondiale?

Direte ma certo, la storia che segue dimostra però che per una persona al mondo non è esattamente così.

Comunque. Questo oscuro motore di ricerca dice che fanno il film alle 17:45. E così noi alle cinque PM, usciamo. Lasciamo la macchina fuori dalla AZTL, prendiamo un bus, arriviamo alle 17:34 ma scopriamo che in realtà il film era alle 17:15, quindi lo abbiamo perso.

Qui inizia la ragione dalla quale mi rendo conto che la nostra battaglia per “riportare la gente in sala” parlando di Cinema di qualità, è persa per una ragione molto facile da inquadrare. Già, ripeto, abbiamo Distribuzioni cui non importa nulla di distribuire davvero la maggior parte dei film, ti sbattono in finte programmazioni con orari fittizi, senza pubblicità né uno straccio di vero ufficio stampa che sappia far almeno parlare del tuo film, dato che è orfano di pubblicità diretta, già ci sono esercenti che per mettere su un film che non arrivi gonfio di premi e tre Angeline Jolie nel cast, chiedono soldi ai Distributori per mettergli il film in sala, e magari te lo sbattono in un solo spettacolo in orario impossibile, insomma già appare inutile e folle pure che le Produzioni si sbattano e rischino la vita per fare film pur fantastici, se non fosse per là speranza del loro destino successivo (Tv, Sky, Netflix, estero etc), cosa succede poi, quando per miracolo un film di qualità arriva in una di quelle sale e giusto perché aveva appena vinto l’Oscar?

Arrivi e il film è ad un orario totalmente diverso, ovviamente prima, non dopo, quindi non mettendoti in condizioni al limite di prendere un caffè e vederti comunque il tuo cavolo di film, e la cosa non è annunciata da nessuna parte se non su un triste cartello stampato in A4 e font Arial, appiccicato sulla porta del cinema.

Dispiaciutissimi per aver perso il film chiediamo alla ragazza come mai ci sia stato questo cambio, io faccio l’ingenuo errore di dirle: “In rete, sul sito, c’era scritto che il film oggi, c’è proprio scritto oggi, sarebbe stato alle 17:45…”.

Lei, l’atteggiamento e il tono che definiremo da radical chic ergo analfabeta che però deve insegnarti come funzioa il mondo perché legge le quarte di copertina dei libri più pubblicizzati, mi risponde: – Ma scusi, dove ha guardato? –

Attenzione, qui necessita un fermo fotogramma: non chiede scusa, non si dice dispiaciuta che il cliente/fruitore non abbia potuto accedere alla sua proposta, bensì mi rimprovera.

Di seguito il dialogo:

-Ho guardato su Google e mi è uscita la paginata collegata a Circuito Cinema. –

-Vabbè, lei guarda su Google… –

– .. sì, ho inserito nome film, nome cinema, ovvio.-

-Ma lei se vuole conoscere la nostra reale programmazione deve telefonare.-

-… telefonare?

-(irritata) Certo! (sottotesto: idiota) Guardi qui..-

Tira fuori volantino del cinema stesso. Che non si capisce perchè dovrei possedere.

– Vede? Qui c’è il numero, oppure digita direttamente il sito del cinema. –

Interviene Lorenzo:

-Ma dovremmo fare tutto questo casino per venire a vedere un film da voi, non dovreste voi comunicarlo…-

Dietro di noi, un conoscente, anche lui regista, è seduto sul divanetto con un altro signore. Intervengono e scopriamo che anche loro avevano bucato il film per la stessa ragione e si erano messi lì pazienti ad aspettare la proiezione successiva, alle sette (cosa che noi non potevamo fare e non vedo peraltro perché un poveraccio dovrebbe bivaccare dentro un cinema due ore solo perché hanno deciso di cambiare l’orario) e il signore dice “Anche sul giornale in effetti diceva 17.45…”

La ragazza si innervosisce:

– Ma noi lo abbiamo comunicato, cioè, lo comunichiamo… penso. (faccia da mentitrice poco portata alla menzogna) Insomma uno prima di uscire telefona! –

E, ad un mio pacato quanto autoevidente riferimento al fatto che facendo così si perdono gli spettatori, cosa triste visto che il Cinema è tanto in crisi, costei dice a me:

-(tono saccente) Signora, il Cinema è un prodotto culturale, non solo un divertimento, la gente, se vuole, si informa. –

Giuro, ha detto così.

Mi ha cazziato, insomma, dall’alto del suo essere tanto culturale e io evidentemente no, visto che invece di farmi in quattro pur di vedere un film, sto lì come una specie di folle invasata a cercare riferimenti su ‘sto Google su quali orari saranno quelli esatti…

Quindi per un cinema “di qualità” tu fruitore non devi solo pagare il biglietto, visto che il favore alla fine te lo fanno loro, perché tu povero scemo che non si impegna abbastanza per essere sufficientemtente culturale – cosa peraltro evidente dal tuo essere legato ad un mondo tecnologico che il vero intellettuale rifiuta, al più si usa il telefono possibilmente a manovella – tu devi chiamare, incrociare i dati o, meglio ancora, fare un sopralluogo prima e sennò peggio per te se poi non vedi il film e quindi non compri il biglietto

Reperto 2. Cinema multisala.

Pasquetta. Lorenzo e io abbiamo idea di andare a vedere il film di Spielberg, “Ready player one”, girato in 3D e quindi io – che pur ho fatto un film in 3D quindi so quanto sia insultante il proporlo in altro formato – vorrei vederlo in 3D. Ma ovviamente in 3D anche in originale è pura utopia in Italia, così decidiamo per il 3D e subire il doppiaggio.

Lorenzo constata in quello sconosciuto motore di ricerca di cui sopra che lo danno all’UCI Cinema Roma Est, dove non siamo mai stati ma pare avere una bella sala grande con buon 3D e buon suono.

Partiamo.

Mettiamo l’indirizzo dichiarato dal cinema stesso in rete, sul navigatore.

Secondo l’indirizzo in rete il multisala sta all’interno di un Centro Commerciale, a loro dire situato in Via Collatina 858.

Il navigatore ci porta a Via Collatina 858. C’è un anonimo palazzo.

Riproviamo a cercare in rete un indirizzo alternativo, nisba, sempre lo stesso indirizzo.

Allora vaghiamo a intuito, ci diciamo che in una città in cui l’Auditorium è segnalato da Rovaniemi, ci sarà un cartello.

Ne troviamo uno: “Centro Commerciale Roma Est” con una freccia.

Tale freccia ci immette in una strada di campagna.

Cammina cammina ci ritroviamo nel nulla.

Una volta incontrate le pecore ci diciamo che forse non è la direzione giusta, anche perché non stiamo andando verso “Est”. Provo a seguire il consiglio della colta creatura intellettuale della sala di qualità e chiamo un numero di telefono.

Ça va sans dire risponde un bup bup bup da “ma che te credi che era davvero un numero di telefono?”.

Andiamo verso est.

Ancora pecore.

Mi sono chiesta se per caso questo Centro Commerciale di “Roma Est” non sia un luogo noto ai depositari di una tradizione orale, una leggenda tramandata solo in certi clan, un sacro Graal riservato a pochi. Cosa questa confermata da alcuni messaggi sui social, quando ho fatto una battuta sulla nostra ricerca:

Ma è lì. È a Roma Est.

Lo trovi sulle Sacre Scritture: Roma Est, centro commerciale, che non lo sai?

Per cui, per non rovinarci la giornata, ci diciamo che un’altra cosa che vorremmo tanto fare da tempo è vedere la mostra “Gravity”, sulla teoria della relavità, al Maxxi.

Bellissima mostra, peraltro.

Questi pazzi del Maxxi hanno un indirizzo sull’oscuro Google che corrisponde a dove realmente sono, per inciso, noi sapevamo dove fosse perché ci siamo già stati ma per curiosità ho controllato. C’è l’indirizzo esatto e, cosa veramente oltraggiosa, gli orari dichiarati coincidono. Qui vi verranno i brividi: dice “Oggi, pasquetta, siamo aperti dalle- alle”.

Pazzi psicopatici, davvero.

E lì, quando ad un certo punto finita la mostra facciamo merenda nel bar accogliente e bello del Maxxi, mi ricordo di una mia chiacchierata con una estetista, in una delle mie indagini sul mio settore che faccio per cercare di dare una risposta alla domanda: perché la gente, la gente che non fa questo lavoro, il fruitore base, non va più al cinema?

Lei mi ha detto:

-La maggior parte delle sale mi mette tristezza. La maggior parte sono cupe, sporche, con brutte poltrone e sempre gente sgarbata in biglietteria. –

-Quindi ti piacciono i multisala? –

-No, per carità, sembra di stare in dei garage rumorosi con puzza di pop corn, e anche lì gente sempre sgarbata. Anche se certo le sale interne sono meglio… ma no, no, io e il mio ragazzo preferiamo vedere i film su Sky, su Netflix, a casa, si sente bene, si vede bene … che esco a fare e spendo soldi per andare in un posto cercando parcheggio, per trovare un posto triste e con gente sgarbata?-

-Quindi per andare a vedere un film non a casa cosa ti aspetteresti, cosa ti farebbe uscire di casa? –

– Beh, uno esce di casa per andare in un posto bello, magico, fuori dai problemi di tutti i giorni, con persone che ti accolgono allegre, insomma che ti senti che sei uscito da casa per essere coccolato e poi vedere un film, come un rito, insomma. Tipo un teatro, capito, un posto in cui non è come a casa, un posto bello, magico, oppure elegante… –

Eterotopie, le chiamava Michel Foucalt.

Alcuni esercenti che ci credono e combattono per accogliere e coccolare la gente in un non luogo dove vivere pensieri profondi o anche evadere, in giro per l’Italia ci sono, ma spesso non sono liberi e sono lasciati soli

Purtroppo la maggioranza di chi gestisce i cinema, a tutti i livelli, non sa più crearle, le magiche o accoglienti eterotopie per le quali mi va di uscire e partecipare ad un rito. Non c’è amore, o sono snob che pensano di farti un favore, o sono posti trascurati da chi le gestisce e da chi ci lavora.

E se non gli va a loro, perché dovrebbe andare a noi.

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ECCO PERCHE’ NON VADO QUASI PIU’ AL CINEMA (OUTING)

Dirò una cosa molto impopolare (ma d’altronde sono riuscita a sopravvivere dopo aver ammesso di essere allergica ai gatti e di non trovarli eccessivamente adatti alla vita umana) impopolare soprattutto considerando il mestiere che faccio e che mi sono costruita faticosamente.

Io non vado quasi più al cinema.

Vedo sempre moltissimi film ma la maggior parte di questi li vedo sul mio grande televisore.

Perché non vado quasi più nella sala cinematografica a vedere quelli che chiamavo miracoli della celluloide, sogni sullo schermo, magia evanescente?

Partiamo dall’inizio. Chi mi conosce sa perché ho deciso di fare la regista.

Perché ho amato il cinema fin da piccola per l’imprinting dello stupore, dell’ammirare a bocca aperta immagini bellissime, seguendo una storia, e questo in una sala diventava un rituale collettivo, che come tutti i rituali collettivi – dalla processione religiosa alle cerimonie significative della vita di una persona che ti invita a condividerle, fino ad arrivare allo spettacolo – significa compartecipare alle emozioni di gente sconosciuta in quella che Foucault chiamava un’ eterotopia, un luogo altro, deputato a quell’esperienza.

Partendo da queste premesse, perché allora oggi come oggi ormai “recupero” la maggior parte dei film, in particolare quasi tutti quelli italiani e oltre il 50% quelli europei, sul mio grande televisore di casa:

a) nella maggior parte dei film italiani e almeno nella metà di quelli europei, in quanto ad immagine c’è poco da restare a bocca aperta, poco da stupirsi. Anche personalmente ho fatto autocritica in passato perché ho ceduto, mi sono fidata diciamo, di un sistema che ti dice che il film che amano i critici, il film che si aspettano quelli che ti permettono di farli, i film, devono essere di una povertà visiva sconcertante. Se un regista si sveglia dall’ipnosi rincoglionente del piccolo, provinciale “sistema” e si ricorda che lui, in realtà, i film li fa per il pubblico, appena prova a rendere più internazionale, spettacolare, virtuoso il suo film da un punto di vista formale gli danno del commerciale (quando poi il cinema “commerciale” in Italia è veramente l’abisso oltre la fiction ma almeno spesso fanno ridere) gli danno del presuntuoso, sta subito antipatico perché tu, regista, devi stare basso, attenerti al livello generale, il tuo film, visivamente, deve avere “quella” fotografia, “quella” sciattezza, “quelle” musichelle, “quegli” attori e soprattutto “quelle” recitazioni stonate che tanto piacciono a chi satellita intorno al cinema (non chi lo fa ma chi ci mangia parlandone, mostrandolo, festivalandolo, facendoci premi e premiuzzi, laboratori tenuti da chi non hai mai scritto una sceneggiatura etc). Questa povertà essenziale, questa sciattezza, questa ripetitività ingenua vengono considerati cinema intellettuale, cinema d’autore. Questo, arriva sugli schermi.

Poi, ultimamente abbiamo avuto della gente più illuminata a tenere le fila della produzione filmica, tra quelli che “permettono di fare” i film, ma appunto appena viene fuori qualcosa di magnifico, di bello, di non sciatto, un certo sistema di critica e criticoni si rotola vomitando verde come Linda Blair dell’Esorcista e paradossalmente, a questi nuovi pioneri della Bellezza, la vita in patria diventa difficile (peggio ancora se hanno successo oltralpe, lì arrivano a camminare come i ragni, i fautori del cinema pseudo intellettuale)

Ma, a parte questi piccoli distinguo, merito di gente più coraggiosa e libera dal generale incantesimo, la maggior parte di quel cinema lì, quello considerato d’autore, è una cosa che davvero non si capisce perché debba finire sul grande schermo – o non si capisce come possano pensare che per il grande schermo si lavori così.

Però, in Italia abbiamo diversi bravi sceneggiatori, chi lavora dentro casa propria creando una storia spesso è più impermeabile a certe sollecitazioni, meno circondato di quaquaraquà invadenti, quindi spesso queste scatole misere, queste Ikea della fattura filmica, hanno dentro delle storie interessanti.

Ma se io devo seguire una storia, solo la storia, che ci vado a fare al cinema pagando otto euro quando mi va bene, per vedere una cosetta mediocre visivamente? Sul grande schermo l’immagine filofiction mi innervosisce e spesso per questa ragione non mi accorgo che la storia era bella. Me ne accorgo se rivedo il prodotto audiovisivo in Tv, perché lì, in piccolo, la visione è più concentrata sulla storia.

E allora ho deciso, quei film lì, per evitarmi i nervi di essere uscita di casa, aver cercato parcheggio, speso otto euro più la multa per la macchina necessariamente parcheggiata male, me li vedo direttamente in Tv. Lo sforzo per andare in sala a vedere un film lo faccio per quei film che so che mi lasceranno a bocca aperta per le immagini, persino se la storia è scritta meno bene perché io lì pago per vedere, non per “leggere”o “ascoltare”una storia.

b) Anche quando un film mi fa venire voglia di andare al cinema c’è un altro scoglio, legato al concetto suddetto di rituale collettivo.

La gente. Lo spettatore contemporaneo.

Dicono di volere andare al cinema per non stare a casa e per vedere gente, quindi. Stare in mezzo alla gente. Ma poi arrivano al cinema e se stanno in fila si innervosiscono, tentano di passare davanti agli altri, sembra che il fatto dell’esistenza stessa di altri esseri umani ponga la maggior parte della gente in uno stato di perenne conflitto, stanno tutti sulla difensiva, è tutto un “c’ero io, avevo detto prima”.

Poi entri, magari con i tuoi posti assegnati dal servizio online che hai utilizzato per evitare le discussioni di cui sopra e nove volte su dieci nei tuoi posti scelti una settimana prima e pagati di più, trovi due dementi che ti dicono cose tipo “eh vabbè ma è vuoto” “eh dai, ho due posti non centrali mettetevi accanto se arrivano quelli dei posti ci alziamo” e via così. Devi battagliare e tentare di spiegare a degli analfabeti civili alcuni concetti base che non hai voglia di discutere nel tuo tempo libero. Se riesci a sederti senza uccidere, ça va sans dire intorno a te pensano di stare a casa a guardare l’Eredità: commentano, parlano e tentano di indovinare la parola.

Se provi a dire “ssh” o chiedere silenzio ti si magnano pure.

E allora ti dici: ma io devo pagare pure per vivere tutta questa tensione? Non mi basta prendere l’autobus o andare alle Poste per nutrire il mio dubbio sulla necessità dell’essere sette miliardi su questa Terra? No, io se esco è perché voglio rilassarmi e stare bene, e per me rilassarmi e stare bene non significa – però – mancare di rispetto agli spazi altrui, venire meno ad alcune regole non scritte.

Ma il resto dell’umanità è ormai stata quasi totalmente sostituita dall’Homo egocentricus, una stragrande maggioranza di convinti d’aver totale diritto a qualunque cosa, per primi se non per unici.

Quindi se voglio vedere un film che sono certa mi piacerà sul grande schermo, la soluzione che abbiamo trovato al momento, Lorenzo e io, è il primo spettacolo, il primissimo, meglio se hanno spettacoli mattutini, che a quell’ora di solito c’è gente che va al cinema per vedere il film, non come alternativa a fare i rutti in birreria.

Ecco perché, finché le cose non cambieranno, finché tutto il cinema non tornerà a farmi sognare, e la gente non tornerà a saper fare lo spettatore, io al cinema non ci vado quasi più.

cattivo_guerre_stellari

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IL CINEMA ITALIANO E’MORTO (meno male che sono più o meno finlandese)

Da biculturale amo entrambe le mie patrie ma allo stesso tempo ho un punto di vista privilegiato e magari più oggettivo dei purosangue su entrambe.

Ogni tanto però nascono spontanei i paragoni, quel che tira fuori il bene e il male di ognuna.

Ultimamente verso la mia natìa Finlandia sono stata molto critica, ho comunque un punto di vista di prima mano dato che lì ci vivono mia madre, mia sorella e le sue figlie. Mia madre e mia sorella ci sono tornate ormai vent’anni fa con lo spirito di chi torna all’Eden e quindi alcuni aspetti che si sono modificati di quella terra ci hanno lasciato a volte stupiti, a volte mi hanno creato imbarazzo e delusione.

Rispetto alla Finlandia, vi stupirà (parlo agli italiani, ovviamente) l’Italia è parecchio più tollerante e ha in percentuale una maggiore tendenza all’accoglienza. In Finlandia alle ultime elezioni, per dire, hanno beccato maree di seggi i Perussuomalaiset, che si vendono come “i veri finlandesi”, e dicono robe sugli stranieri che fanno accapponare la pelle e fanno apparire Salvini e le sue felpe un tenero ragazzone in vena di scherzetti. Tendono a essere “spassu i fora e triulu i casa” come si dice in Sicilia: danno costantemente un’immagine di sé all’estero che non corrisponde affatto a cosa effettivamente accada “dentro”, negano a se stessi le difficoltà, dipingono la loro realtà scolastica – per dire – totalmente diversa da quel che è, hanno problemi seri di bullismo nelle scuole che negano (la sindrome di “Gobba? Quale gobba?” , insomma).

Però se c’è una cosa che adoro della Finlandia è l’orgoglio e l’amore per la propria terra e la propria identità (quando questo non diventa esaltazione e senso di superiorità, ovviamente).

In Italia invece si tende ad un atteggiamento schizofrenico verso tutto ciò che riguarda l’eccellenza nazionale, si resta sempre un po’ quei barbini che un giorno applaudivano sotto la finestra a piazza Venezia e quello appresso tutti a festeggiare a piazzale Loreto.

Non si riesce a non essere quelli del “abbiamo vinto, hanno perso”, cosa che mi è saltata agli occhi in questi ultimi tre giorni.

Piccolo esempio che mi ha fatto riflettere. Stupidaggini, per carità, ma qualche domanda dovremmo farcela un po’ al di là della chiacchiera da Bar, in merito, perché forse questa tendenza è alla base della maggior parte dei nostri problemi.

L’Italia aveva tre film a Cannes, quest’anno. Da quando la notizia è stata nota i social, giornali, telegiornali, anticamere di dentisti, sale parrucchieri, sono state invase da orgoglio nazionale, chiacchiere su chi siano questi tre registi, entusiastici discorsi sulla rinascita del Cinema Italiano, sbrodolamenti sulla bellezza del singolo fotogramma trapelato, stampi in gesso per sculture dedicate a Moretti, Garrone e Sorrentino, gente che preparava le maschere per il prossimo Halloween per vestirsi da Garrone, gente che ritirava fuori la maschera già comprata ai tempi dell’Oscar da Sorrentino, quelli che tiravano fuori dalla naftalina il vestito da Moretti fatto in occasione della Palma d’Oro per “La stanza del figlio”.

Insomma, eravamo tutti Moretti, Sorrentino e Garrone.

Ma ieri il cielo di Cannes si è riempito di cupi presagi, le voci correvano senza controllo tra i corridoi delle redazioni, degli ospedali, negli status di facebook di addetti al mestiere, di ragionieri, di metronotte: “non hanno richiamato nessuno dei tre, non hanno richiamato gli italiani”.

E alle cinque del pomeriggio è stato chiaro: nessuno dei tre film italiani aveva preso un premio. Era certo, era sicuro.

Gli italiani che hanno potuto seguire la premiazione in diretta erano come in trance, delusi, increduli, ma già pronti alla

FASE DUE DEL PATRIOTTISMO ITALIANO.

Verso le diciotto di ieri pomeriggio serpeggiavano i primi:

“Eh. Però in fondo, ‘sti film…”

“Beh, ma dai, si sapeva…”

“Ma dove credEVANO di andare…”

Stamattina, infine, era ufficiale:

IL CINEMA ITALIANO E’ MORTO.

In Italia quando si pensa che un italiano stia per fare qualcosa di eccezionale, mondialmente riconosciuto, ci si divide tra i rosiconi puri che se non altro sono coerenti, e che in casi come questo si lanciano in strada con le maracas e i “l’avevo detto, io”, e quelli invece che indossano la maglia azzurra fino ai quarti di finale e che, se perdiamo e non andiamo avanti, scuotono la testa: “non saNNO giocare, SONO una squadra scadente, impaliamo l’allenatore, ORA”.

Sabato sera c’è stata la finale dell’Eurovision Song Contest. Ho visto solo la finale, perché in Italia hanno trasmesso solo quella, ma sabato pomeriggio su skype mia sorella mi ha avvisato che la canzone finlandese – cantata da un gruppo peraltro molto coraggioso, perché si tratta di un quartetto composto da portatori di handicap – non era passata e ci siamo detti, che “come sempre” i finlandesi erano rimasti malissimo, avevano commentato in Tv, sui giornali, in radio e nei corridoi dei supermercati, che era stata un’ingiustizia, che alcune canzoni passate erano molto più brutte della “nostra”.

Cioè: i finlandesi non rinnegano il loro connazionale in cerca di successo nel momento del dolore, anzi, lo sostengono magari anche perdendo oggettività, ma il finlandese è fiero del conterraneo che ha successo e vi si identifica anche quando le cose vanno male al punto da reagire come quelle mamme troppo premurose per cui il loro figlio meritava comunque di più.

In Italia no, in Italia se ti va male mica ti aspettano a Ciampino per darti le pacche sulla spalla e ringraziarti per averci provato. In Italia a Ciampino si aspetta la squadra vincente per festeggiare, il senso di appartenenza non è “nella gioia e nel dolore” ma solo se c’è da stappare bottiglie sul carro del vincitore, salvo essere di quelli che mettono il chewing gum sulla sedia di chi vince per rovinargli i pantaloni, che invece stappano la bottiglia se colui “che ci ha provato” lo vedono cascare rovinosamente.

Dunque oggi mi sono svegliata in un Paese in cui il Cinema Italiano è morto, dove c’abbiamo ‘sti tre poracci di registi che chissà che si credevano di fare, tutti e tre privi o improvvisamente privati di talento, e siamo tutti lì a dire che ovviamente è giusto che a vincere i Premi siano registi dai nomi che sono codici fiscali, tutti pronti a sfoggiare la coccarda del “io vedo solo film uzbeki e/o comunque dei paesi del Terzo Mondo perché lì sì che soffrono e solo quelli che soffrono fanno capolavori” e via così, fino al prossimo mondiale.

C’è da dire che la canzone finlandese per l’Eurovision era molto carina, l’ho trovata su Youtube e mi ha emozionato, sono coraggiosi, bravi, e mi emoziona sempre vedere dei finlandesi o degli italiani alle prese con delle sfide internazionali, ma anche lì non ha vinto nemmeno l’Italia con i suoi tre ragazzi con il vocione e quindi questo week end per me è stato molto triste. Ho perso tre belle occasioni per festeggiare.

Perché a me piace quando vinciamo e li amo lo stesso anche quando perdiamo. Perché quando ci mettiamo, noi finlandesi e noi italiani, siamo bravi, basterebbe solo che noi finlandesi amassimo un po’ di più chi non lo è, e noi italiani amassimo un po’ di più noi stessi. Nella gioia e nel dolore.