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Lettera aperta a Giuseppe Conte (della comunicazione e le sue trappole)

Carissimo Presidente,

Le scrivo, in una dinamica forse inconsueta, sicuramente per fare a tutti voi i complimenti per la gestione di una situazione eccezionale e che in pochi avrebbero saputo affrontare. È quasi commovente come la politica in genere stia facendo muro contro questo piccolo mostro oscuro che ha portato le nostre vite ad essere un film di fantascienza. Ma scrivo, forse stupidamente, per chiedere a voi, sia al governo, che non al governo, alla Presidenza e qualunque ruolo istituzionale, per supplicarvi – non pregarvi ma supplicarvi – di fare una riflessione sulla comunicazione, in queste difficili giornate.

Come comunichiamo fa una differenza cruciale, sarà perché lo faccio per lavoro, come narratrice, perché lo insegno ai miei studenti, come docente di Cinema, ma quel che conta nella narrazione spesso è più come si comunicano le cose che ciò che viene comunicato in sé.

Capisco perfettamente che al momento, stare in casa e muoverci il meno possibile, come ha detto un medico a Sky tg24 giorni fa: “È forse l’unica cosa che si possa fare, anche se non sappiamo come funzioni esattamente questo virus” , soprattutto per solidarietà verso quelle Regioni falcidiate dall’orribile invisibile mostro (perché di fatto, a quanto pare, c’è un forte legame tra il mostro e la nostra incuria e indifferenza verso l’inquinamento, le polveri sottili, e quindi ha favorito la circolazione del Virus lì dove la gente viveva in delle camere a gas), capisco che dobbiamo aiutare come possiamo Ospedali che non hanno abbastanza mezzi e strutture per reggere una simile catastrofe ma vi prego, per il bene dell’armonia sociale, di iniziare voi che tanto influenzate pensiero e linguaggio della gente e chiedere alla Stampa e ai Media di evitare un clima da caccia alle streghe, additando, accusando, cercando un colpevole umano ad una situazione che ci fa disperare, e quindi creando presupposti per innescare quel meccanismo superstizioso per cui “se va bene è merito del dio, se va male dobbiamo trovare il capro espiatorio” nel runner o il signore che porta fuori il cane tre volte al giorno (che poi sono le volte che servono a un povero quadrupede per non farti i bisogni in casa).

Questo Paese soffre, da decenni, una degenerazione morale per cui si cerca sempre un nemico, qualcuno con cui prendersela per paure e frustrazioni, e qua si è passati dalla povertà causata dal migrante, alla pandemia causata dalla gente per strada, passando per la delazione del vicino; persino da parte di gente che ha proclamato la sua tolleranza, fraternità etc. fino a due mesi fa accusando e additando il razzista, e ora fotografa un runner che corre nel nulla assoluto o il vicino che esce; stiamo consentendo che si scateni la delazione e l’odio per il vicino, il caccia all’untore o caccia al corridore, e questo significa abbattere moralmente quel sottile muro che ci salva da un possibile totalitarismo futuro, creando le basi del dividi et impera. Passare dall’odiare lo straniero ad odiare la vicina che fa jogging, lei capisce cosa intendo,  contribuisce a creare le basi del dividi et impera, quando si porta l’odio fino al proprio condominio.

Ora, in una situazione in cui ci si chiede di restare in casa (chiarisco: io sono barricata da dieci giorni, sono figlia di Socrate, lo farei anche se non fossi d’accordo perché se seguo le leggi di Atene, le seguo anche quando non condivido, almeno fino a che non violano i principi della democrazia e qui ci stiamo andando vicino, ma è un altro discorso e non è il momento delle polemiche) ma in cui nella stessa Lombardia gli operai devono continuare ad andare al lavoro, peccato che l’Atm limiti le corse e quindi questa gente è costretta ad ammassarsi comunque; una situazione in cui ci si chiede di restare a casa ma anche di “continuare a comprare Made in Italy che tanto ci sono possibilità di farlo online” senza tener conto che a portarci questi prodotti non sono certo degli androidi o dei robot; in cui la gente addita chi va a fare la spesa tutti i giorni ma qua a Roma vedo passare consegne di cibo a domicilio come se non ci fosse un domani, con ragazzi che sfrecciano con i loro box con pizze e cibo cinese, e anche loro non mi sembrano dei robot. Quindi in questa non troppo piccola contraddizione in termini vogliamo avere una capacità di misura e mediazione quando nei TG, comunicati e interviste parliamo della “troppa gente ancora in giro”?

Vogliamo evitare di colpevolizzare e soprattutto non giudicare troppo quando non sappiamo chi stia in giro e perché, per le ragioni di cui sopra?

Non potete anche non tenere conto del male che alla popolazione farà, alla lunga, bambini compresi, non avere nemmeno l’ora d’aria. I tanto vituperati runner se sono abituati a correre un’ora al giorno, o comprate loro dei tapis roulant o mettete conto che una persona con quel grado di allenamento non può e non deve, “per la sua salute”, fermare di botto tali ritmi, per il suo cuore, per i suoi neurotrasmettitori.

Io non corro da vent’anni ma sono stata una quasi agonista e so di che parlo, se lo farà spiegare da un medico sportivo. Così come non potete non tenere conto che la frase “impazzire dentro casa” per alcune persone con problemi (e case!) di varia natura, non è un modo di dire.

Al di là dello sfiorare l’anticostituzionale e sicuramente, lei è Avvocato, lo saprà, l’illegale pur in tempi di emergenza, uno stato militare in cui arrestano uno che fa una passeggiata, per “la nostra salute”,  credo non si debba tirare troppo la corda e trovare sagge vie di mezzo.

Un’ultima cosa, sempre in merito alla comunicazione: le modalità con cui si cerca sensazionalismo, il bicchiere mezzo vuoto sempre, cose come il non sottolineare costantemente quanto detto due giorni fa, durante il quotidiano bollettino della Protezione Civile: “morti CON Coronavirus, non morti PER Coronavirus” come ci ha tenuto a chiarire Borrelli e che fa una bella differenza di percezione e angoscia, non dare un orizzonte di liberazione alla gente, spostare la data senza darne un’altra, sono cose che fanno crescere paranoia e malcontento, anche perché – lo sappiamo bene, glielo staranno dicendo gli scienziati, così come ce lo sussurrano i nostri medici – se non si è fermato in un mese, il contagio non si ferma in due, tre o sei mesi, dunque qualcosa non sta funzionando e non è certo il runner il problema.

Bisogna far fronte ma non si possono tenere in ostaggio le vite della gente, soprattuto in quelle zone in cui dove questa ecatombe non c’è e non ci sono le stesse condizioni per cui si scateni (e questo sono sicura che glielo stiano dicendo).

Ma soprattuto questa comunicazione esasperata ci sta creando un pregiudizio intorno, nel resto del mondo, dal quale non ci riprenderemo per anni.

Bene che l’Europa ci stia aiutando, viste le dimensioni del problema almeno abbiamo attirato la loro attenzione, ma non può non tener conto che per averla comunicata così, mia sorella che vive vicino Helsinki (sono nata in Finlandia, siamo di madre finlandese e padre italiano) si è sentita aggredita per il suo cognome italiano per paranoia che fosse infetta anche se non viene a Roma da un anno.

La nostra è una terra che si basa sul Turismo, ci vorranno anni perché la gente non ci veda come un luogo di peste e di morte, perché è così che la stiamo comunicando, senza alcuna riflessione sul futuro.

Ripeto, qui il “cosa” è chiaro a tutti, ma una persona mediatrice e saggia come deve essere chi sta alla guida di un Paese, sta molto attenta al “come”. Cerca di tenere calmi gli animi, di non colpevolizzare nessuno, cerca di difendere anche l’immagine del Paese, e mi permetto di dire che tale persona pur nell’oggi più cupo, riflette soprattutto sul domani.

E non solo per il dato economico.

Mi scusi la lunghezza e l’ardire di una mossa così ingenua, ma sono sinceramente esasperata dai toni, dal clima, dell’odio e il costante giudizio che sento intorno a me, voi parlate di eccezionali italiani che cantano l’inno, personalmente vedo che il rovescio di questo abborracciato patriottismo è di ostilità e caccia al colpevole che non mi piace per niente. Al di là del resto che mi premeva comunicarLe.

Spero nella sua lungimiranza e che sappia trasmettere alle persone che contano un pensiero forse non tanto peregrino.

Buon lavoro e grazie per l’attenzione (e sempre per la battaglia che state facendo)

Anne-Riitta Ciccone

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#iorestoacasa, perché al di là dell’hashtag di tendenza la fate tanto lunga

A parte gli scherzi. Vi leggo che questo stare in casa vi mette in condizione psicologiche da galera, tra il fingersi entusiasti, disperarsi nel cercare costantemente cose da fare, ammettere di non riuscire a leggere.

Io ho passato in casa la maggior parte della mia vita, gli anni per gli altri belli della vita io non potevo uscire. No “non volevo”, non potevo.

Da bambina passavo ore e ore e ore in casa, aspettavo i giorni di scuola come occasione per uscire, l’estate perché si andava in campeggio e poi in Finlandia, per vedere qualcuno ma per il resto soprattutto nei mesi in cui non si poteva pagare danza, che era comunque due volte a settimana, da che tornavo a casa all’una e poi tutti i week end non potevo uscire, per ragioni che chi conosce la mia storia, sa.

Penso di aver sviluppato i miei poteri per il fatto che non volevo annoiarmi. Certo c’era mia sorella e quando avevamo età più contigue giocavamo ma poi abbiamo avuto età in cui non facevamo cose insieme. Anche se poi lo stare io in una stanza a leggere, scrivere, dipingere, lei in un’altra a fare le sue cose e mamma in camera da letto al buio perché stava male, il mondo fuori che sentivo correre, le persone parlare per strada, magari c’era il sole e io mi sedevo sotto la finestra tra la finestra e la tenda grande e spessa con cui dovevamo tenere fuori “gli altri” e così avevo il sole sul viso e ascoltavo la musica nel walkman, per me sono ancora oggi una paradossale memoria di felicità, di amore.

Stare sola con me stessa è poi diventata la condizione in cui sto forse meglio, da giovane ho avuto problemi a concepire la convivenza, con il mio amore è felicità stare in casa insieme perché siamo simili, passiamo ore senza parlare perché lui lavora ad un computer, io ad un altro, poi leggiamo, facciamo le nostre cose (e ne abbiamo talmente da fare, in casa, che in questi giorni non notiamo grandi differenze) chiacchieriamo tanto a colazione, a cena, la sera guardiamo dei film o delle serie commentandole che neanche la Gialappas, non avendo figli si fa l’amore quando ci va e magari si sta a letto a parlare dei film, gli spettacoli e le mille idee di quello che compone il nostro lavoro.

Io ho imparato, da quella mia infanzia, che uscire, fare cose fuori, vedere gente, è bello ed ha senso quando non è la regola, non è ciò che compone la base della nostra identità e implica la maggioranza del nostro tempo. Voler sempre uscire, vedere gente tutti i giorni, e gli aperitivi, e le feste, e le cene, sono un modo per stordirsi rispetto a se stessi, si cerca qualcosa che “distragga”.

Stare in casa, soli o con chi amate, evidenzia senza sconti chi siete veramente e chi avete scelto per condividere la vita. Se vi confonde, vi annoia, vi mette ansia, non vi basta chi avete accanto, non riuscite a fare tutte quelle cose che avete il tempo di fare e normalmente riuscite, è un’ottima occasione allora di una sana e sincera analisi di voi stessi, del problema che avete con “quell’unica persona con cui dovrete comunque fare sempre i conti”, cioè voi stessi, come diceva Socrate e con cui stare soli evidentemente non vi piace, vi mette ansia, vi mette alle corde magari portandovi a chiedere se il leggere, il fare le cose che dite vi piacciono non facciano parte di un personaggio che adesso non ha pubblico e infatti lo cercate costantemente sui social? Che vi accorgete che la persona che avete accanto, i figli che avete, non sono poi così centrali come dite, quando recuperate questa lucidità da post sbornia da un’esistenza che riempite di un milione di cose, incontri, impegni, che dite improrogabili, necessarissimi, e che invece fanno parte di un necessario stordimento?

Da come vi leggo si vede, dal di fuori, una crisi di identità da cui secondo me, per i più autocritici e consapevoli sarà forse caso di partire, una volta fuori. Quando ero giovane e stavo a casa per scelta tra i miei libri e “le mie cosette” come le chiamavo e mi rimproveravano di essere un topo da biblioteca nella mia “tana”, io tiravo sempre fuori questo:

“Mi chiedi che cosa, secondo me, dovresti soprattutto evitare?

La folla. Non puoi ancora affidarti ad essa tranquillamente..

Quanto a me, ti confesserò la mia debolezza: quando rientro non sono mai lo stesso di prima; l’ordine interiore che mi ero dato, in parte si scompone. Qualche difetto che avevo eliminato, ritorna. I rapporti con una grande quantità di persone sono deleteri: c’è sempre qualcuno che ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca a nostra insaputa. Tanto più è la gente con cui ci mescoliamo, tanto maggiore è il rischio.” Seneca, nelle Lettere a Lucilio.

Approfittiamone per affrontare un bel mostro, in questi giorni, accettiamo chi siamo e se non ci piace, cambiamolo.

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Perché nella questione Rula Jebreal – Rita Pavone l’aspetto fisico è (inaspettatamente) importante

La questione di Rula Jebreal/Rita Pavone mi sta dimostrando ancora una volta che anche le persone più intelligenti, che stimo, spesso sono incapaci di fare un pensiero meno piatto e quindi più ragionato.

Non si tratta di sofismi, non del tutto almeno, ma di tenere sempre a mente il principio filosofico per cui non esistono il bene e il male e in sé, il giusto e lo sbagliato in sé ma il bene, il giusto, in quanto idoneo a. Questo significa la fatica di analizzare caso per caso di cosa si parli e quali le Idee in campo.

Molti accusano chi si è arrabbiato per le polemiche su Rula Jebreal per poi invitare Rita Pavone a Sanremo mettendo accanto le foto delle due donne e riferendosi al fatto che una è vecchia e brutta, l’altra giovane e bella, li accusano insomma dicendo che ciò, il paragone fisico, “è scorretto”.

È scorretto.

Allora: la Tv da decenni esclude donne brutte, Tv e Cinema, essendo fondati sulla visione e quindi l’immagine, tendenzialmente preferiscono mettere sullo schermo – soprattutto quando si parla di intrattenimento – bei visi, e per quanto riguarda le donne, non è consentito loro invecchiare, soprattutto se non sono belle. Attenzione: questo pensiero, che starete tutti valutando scuotendo la testa e dicendovi: “E infatti, vedi, allora bene la Pavone perché non è giusto che sia così!” appartiene soprattutto ad una ideologia di destra, alla logica televisiva o da commedia ridanciana cinematografica con al centro della narrazione molte tette e molti culi.

Quindi parliamo di chi, pur di sostenere un pensiero politico viene meno alle sue normali logiche di valutazione.

Il che è preoccupante, perché quando qualcuno viene meno persino ai suoi gusti primordiali pur di sostenere un’ideologia, siamo davanti ad un meccanismo tristemente noto alla Storia.

Gli intellettualuzzi di sinistra e gli atticisti ne dovrebbero essere MOLTO preoccupati, se una parte di pensiero così fondamentale dell’uomo medio sovranista e di un logica televisiva che ritiene degne di esistere, (soprattutto nell’ intrattenimento) solo le belle fiche, baratta volentieri una signora anziana burina, che ha cantato canzonette stupide con la vocetta (siamo arrivati al punto che queste povere orecchie hanno dovuto sentire le parole “di talento” riferite a Rita Pavone che certo non ha mai avuto questa canna d’organo e che da decenni è oltretutto svociata) ad una donna di bell’aspetto MA colpevole di essere nera e musulmana.

Barattano persino questo, nella loro foga fondamentalista.

Secondo e forse più importante punto per cui la bellezza o meno di Rula Jebreal sarebbe un punto a favore di ideologie di gente che asserisce di credere in valori che evidentemente non ha mai approfondito: da tempo immemore il problema della “donna bella” è il principio per cui non può essere, non-può (e parliamo anche dei nostri amici atticisti comunisti con il cashmere) essere intelligente.

Per uomini e donne, anche i più fintamente o meno “colti”, bellezza e intelligenza, in una donna, non possono convivere.

Ricordo bene un racconto di Luciana Castellina sui compagni e compagne meno avvenenti di sinistra nei ruggenti ‘70 che magari rubavano le idee dette da compagne carine in riunioni collettive per poi dir loro quei concetti nei discorsi in piazza e loro, le ragazze carine, venivano mandate a volantinare; “compagni” quando c’era da tirar fuori la libertà sessuale, maschilisti quando c’era da riconoscere capacità che le belle ragazze potessero avere in posizione verticale.

Che una donna così intelligente e preparata come Rula sia stata beneficiata dagli dèi da tanta bellezza e che abbia, come dice la Arendt, “lo spazio adeguato per mostrare l’eccellenza” (e un evento nazional-pop come Sanremo può esserlo, ci piaccia o meno) sarebbe una grande conquista per tutti.

Tutti. Quale che ne siano ideologie vere o presunte.

Dici per ostentare il fatto che una donna così bella possa avere quella testa? Ne abbiamo bisogno?

Sì, eccome, perché se si vuol cominciare da qualche parte una rivoluzione, spesso la si inizia dai paradossi, anche quelli che possono farci arricciare il naso, come nel mio caso riguardo la questione delle quote rosa che mi faccio calare per la strozza per questa ragione: se si vuole iniziare una rivoluzione bisogna farlo anche da gesti che possono sembrarci eccessivi o troppo rumorosi.

Per riportare l’equilibrio a volte il peso va spostato dal lato opposto dell’eccesso.

Quindi sì, spiattellare il fatto che bellezza e intelligenza possano convivere (anche) in una giovane donna, è importante.

Infine ma non infine, come mi ha insegnato anni fa una persona molto speciale (e tanto cara agli amici dei salotti intellettuali) non si è “eleganti” o “superiori moralmente” se si tace o si risponde citando Heidegger a chi ha fatto della volgarità il suo tono di base.

Non si può né deve perdere l’occasione di far capire di che arma feriscono l’Altro, si può e si deve portare il loro deserto cervello a chiedersi, inconsciamente certo perché non è un processo facile per chi pensa poco, se davvero amerebbero un mondo in cui, kantianamente parlando, il suo linguaggio e i suoi modi siano la regola, come una Legge di natura e quindi usati anche contro di loro.

Infatti, nel nostro caso, una persona che ha offeso una ragazzina con una sindrome che ha tra le altre caratteristiche quella di dare un’espressione particolare allo sguardo, una quasi bambina definita “da horror” da una che, a quell’età poi, bullizza così volgarmente un’altra, e tutte quelle che le hanno dato ragione, meritano totalmente e senza dubbio, di provare gli effetti di un giudizio limitato ad una caratteristica fisica (in questo caso l’essere vecchia e brutta) verso la quale non ci puoi far nulla ma soprattutto non è certo colpa tua né dovrebbe caratterizzarti. Come l’avere la sindrome di Asperger e l’espressione del viso che ne consegue.

Tu hai fatto di un elemento come questo la base della tua argomentazione senza pensare a quanto male possa provocare a chi condivide la situazione di quella giovane ragazza, tu devi capire quanto possa essere spiazzante e doloroso un simile colpo basso.

Sennò non lo capisci perché non sei capace di dialogo o sensibilizzazione intellettuale.

Quindi non è così banale, da diversi punti di vista non scontati, che sia corretto e giusto porre l’accento anche sulla gigantesca differenza d’aspetto di queste due donne. Non a caso ad una donna viene contrapposta un’altra donna, due simboli politici di due parti che sulla questione della bellezza/intelligenza femminile hanno sfoderato i più biechi e contrapposti pregiudizi, luoghi comuni e gusti che si sono visti pronti a pasticciare pur di nutrire un odio politico ma soprattutto razziale e religioso.

Ma a questo ragionamento per cui ci sono diverse ragioni per le quali la questione non è irrilevante e non è riconducibile a rapide sentenze standard da aperitivo al Pigneto, vedo che ci stanno arrivando in pochi.

È che c’è parecchia differenza tra il pensare filosoficamente e l’opinionismo da cinque minuti di microfono in mano e ogni cosa che ci accade intorno merita più attenta e aperta riflessione.