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LETTERA APERTA A FRANCESCHINI E ZINGARETTI (A FUTURA MEMORIA)

Egregio Ministro Franceschini e Onorevole Zingaretti

scrivo a voi due per la stessa ragione ma per motivazioni diverse.

L’uno perché in questo momento Ministro dei Beni Culturali, cioè il Ministero che mi sta più a cuore e non solo per il mestiere per cui ho partita IVA e per cui ho studiato e fatto il mio percorso, ma anche per una mia personale educazione e formazione morale grazie – o a causa della quale – ho sempre ritenuto la Cultura e la Bellezza i più importanti, vitali, basilari valori ed armi di sopravvivenza dell’Uomo.

Premetto che non sono una “radical chic snob atticista che combatte per i suoi red carpet e caviale quotidiano” come piaceva dire ai Brunetta e ai Bondi, sono figlia di un capo cantiere che mi ha insegnato i valori di cui sopra, per le ragioni di cui al secondo principio espresso.

All’altro mi rivolgo per ragioni puramente personali: avendo lui in famiglia qualcuno che a questa professione ha dedicato la vita con successo, mi pare pazzesco che non si si sia incatenato davanti Montecitorio per ciò cui assistiamo.

Non dico in generale, perché sono decenni che in generale chi crea intrattenimento, denuncia, evasione, chi crea Arte, in questo Paese è trattato peggio di quando non ci seppellivano in terra consacrata.

Delle mie personali battaglie, senza esclusioni di colpi, per difendere il diritto del cittadino a vivere un’esistenza che si possa definire veramente umana, quindi in cui non contano solo pane e salute, sembra fino ad oggi che io abbia ottenuto come unico risultato di aver incontrato l’amore della mia vita quando ci facevamo trascinare via dalla Polizia durante i picchetti a Montecitorio contro i tagli alla Cultura voluti dall’allora Ministro Bondi.

Questo per dire che io in voi politici non credo più da tempo.

A voi non frega niente della Cultura, dei teatri, dei cinema, se non per presenziare a prime, Festival e cene di gala durante le quali spesso noi stessi Autori di ciò che festeggiate tanto quando vinciamo, denigrate come questuanti quando cerchiamo di difendere i nostri diritti di lavoratori, non siamo nemmeno invitati.

Noi prepariamo i vostri parco giochi e i vostri palcoscenici da cui vantarvi.

Noi non abbiamo disoccupazione, maternità, benefit e certo non biglietti gratis per cinema, teatri e stadi. Al più, grazie agli sforzi delle Associazioni di categoria, noi abbiamo qualche pietoso “sconto”.

Di noi non insegnano a scuola, non si insegna Teatro, non si insegna Cinema, gli studenti sanno dell’esistenza di questi settori professionali solo quando insegnanti più illuminati li portano alle matinée che faticano ad organizzare.

Ho sbagliato verbo.

Faticavano.

Adesso lo scenario distopico in cui ci ha sprofondato il momento storico ha gettato una luce diversa su ogni cosa. Forse per questo pateticamente scrivo questa lettera, pur non avendo da tempo alcuna fiducia in chi faccia il vostro mestiere.

Diceva Einstein che sintomo di intelligenza è adattarsi al cambiamento. Passo da citazione colta a citazione pop, nella serie Walking dead sulla solita apocalisse zombie il principio è “chi non è capace di adattarsi al cambiamento è destinato a morire”.

Questo è, il nostro momento: ci viene richiesto di adattarci al cambiamento.

Ma non a noi, non solo a noi, cittadini e lavoratori.

Siete VOI che dovete trovare prima di tutto come adattare la realtà democratica, civilizzata, colta, in cui in teoria viviamo, a un’Apocalisse (ancora non zombie) mantenendola democratica, civilizzata e colta, non lasciando che i vostri vicini di banco in Parlamento si appellino a “necessità superiori”, a “emergenza” “situazione contingente” perché sappiamo tutti benissimo che non durerà mesi, durerà anni, questo nuovo mondo in cui siamo precipitati.

La nostra vita non tornerà mai più quella che conoscevamo fino a un anno fa, prendiamone atto da adulti.

Cosa insegna la narrazione sulle apocalissi zombie e non? Che pensando solo a sopravvivere regna il caos e trionfa la barbarie.

È ovvio, è giusto.

Se ha senso solo tutelare la salute, la sopravvivenza, le zampe con cui andare fino a che reggono, questa è la vita che ci aspetta.

Torneremo ad avere il dono della parola e il pollice opponibile giusto per sbaglio.

Non datemi della narratrice catastrofista, chi conosce la Storia sa benissimo che niente è per sempre e che i grandi cambiamenti, quelli irreversibili, sono arrivati in cinque minuti, per via di un fatto, non di un’idea.

Qui c’è un fatto, un virus, che per generazioni che non hanno conosciuto una guerra in casa, che hanno conosciuto solo libertà e possibilità di accesso alla Cultura e alle Arti, è stato in primo momento talmente traumatico da accettare il paternalismo di governi che hanno dimenticato la differenza filosofica e sociale tra la Autorevolezza (riconosciuta dal Popolo) e l’Autorità (imposta al Popolo), tra la persuasione e l’obbligo.

Si è sbagliata forma di comunicazione, da subito, sbagliato tempi verbali usando l’imperativo e sbagliato i toni, usandone di paternalistici, dall’alto.

Questo poteva funzionare sull’onda dello shock. Ma, come diceva mia nonna, “tutto si normalizza”, nell’essere umano, anche la paura, esattamente come c’è stata per quella generazione la normalizzazione della guerra e si viveva tra bombardamenti e soldati armati.

Ora, il bisogno di vivere bene, di aver ciò che fa bene e non solo la sopravvivenza, sta avendo la meglio, e lo dimostrano queste proteste violente che scoppiano in giro: l’essere umano ha bisogno del pane e delle rose.

A quel pane, a quelle rose, io aggiungo la salute.

Le rose non sono un capriccio, non sono un divertimento intendendo in questo diritto (al divertimento) una debolezza di cui vergognarsi, le rose servono a non ammalarsi, perché non c’è solo la malattia portata da un virus.

Proprio oggi vedevo il video di quella dottoressa che si preoccupa per l’aumento di casi di suicidio, depressione, disturbi d’ansia generalizzata.

Noi abbiamo avuto la fortuna di crescere in un mondo in cui nessuno ci negava le rose, potevamo scegliere, e siamo generazioni umane che di questo hanno bisogno come del pane, e non esagero quando dico “per non morire”.

Noi, nei teatri e nei cinema, pur con tutte le difficoltà cui accennavo prima e che la maggior parte di noi accetta e subisce per un senso di missione e un fuoco sacro per cui si sente responsabile di questo diritto della vita umana, lavoriamo alle rose.

Dunque, ve lo dico non senza una certa rabbia e disprezzo, dover noi lavoratori dello spettacolo fare circolare lettere, appelli, come fossimo questuanti il cui unico punto sembra essere – per una certa politica o per alcuni idioti trogloditi che commentano sotto le foto della manifestazione di Milano di qualche giorno fa “trovatevi un lavoro”, – gente che si diverte e gioca, quando nessun essere umano sarebbe niente senza l’intrattenimento, l’evasione, la bellezza, la consolazione, la catarsi, cioè se non avessimo la possibilità di distrarci, sperare, liberarci da un peso.

Saremmo niente.

Non sareste nulla, niente più che barbari che, come suggerisce l’origine stessa del termine, “balbettano”, non avreste nulla che alimenta l’immaginazione e la speranza, non avreste nulla che vi farebbe sentire meno soli nel dolore o nella delusione.

Perciò io non è che “mi aggiungo al coro” chiedendovi di trovare una soluzione, io lancio il monito da Margherita di Riccardo III, chiedendovi di imporre – con lo stesso vigore con cui questo Governo e le Regioni ci impongono coprifuochi e mascherine e sacrifici con questa insopportabile retorica dello “sforzo” – che vi siano soluzioni non tanto per noi lavoratori dello spettacolo e della cultura e nemmeno pietosi oboli con cui poter fare la spesa al supermarket dopo ore di fila con la distanza di sicurezza dall’altro: non è solo per il pane che ve lo chiedo come rappresentante di questa categoria. Tanto noi siamo cintura nera del sopravvivere con poco, sopravvivere con la paura, sopravvivere senza sapere cosa sarà domani.

Ve lo chiedo come diritto inalienabile del fruitore: voi dovete pretendere che teatri e cinema rimangano luoghi di rifugio, di evasione, di eterotopia in cui chiudersi e sognare, piangere, ridere, sentirsi parte di una collettività di estranei che vivono le stesse emozioni.

È una iniziativa necessaria per la salute della gente, per la salute della società: togliete ogni cosa che per l’essere umano è normalità, togliete tutto ciò che è catarsi e sarà veramente una perenne rivolta violenta.

Se non lo capite, non siete all’altezza del vostro compito.

Lo dovete ai cittadini, lo dovete al futuro, perché sarà pure vero che il Teatro esiste da un paio di migliaia d’anni ma sappiamo che, nell’altalena del Tempo, la civiltà è stata velocemente sostituita da epoche di barbarie, basta interrompere per un po’ e non ci sarà più Memoria.

Soprattutto adesso, proprio per quello che sta succedendo, non dovete coprirvi dell’onta di non fare tutto l’impossibile per preservare i Narratori, la rappresentazione, il rituale laico.

Non combattere all’ultimo sangue per l’ottenimento immediato di questa tutela, sarebbe un atto storico di vigliaccheria e ignavia che non saremmo solo noi a non perdonarvi.

Se non siete in grado, dimettetevi, ve lo dico di cuore.

Siamo a un punto di svolta della Storia in cui si stanno già scrivendo chi saranno gli eroi e chi i vigliacchi di queste pagine. Avete l’occasione di decidere che personaggi volete essere, nel racconto.

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