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“Un film di” e quando il possessivo conviene a tutti tranne che al Regista

Mi sono ritrovata a scrivere, per una cosa che devo pubblicare, parole come queste: “C’è una cosa che accomuna altri ruoli in cui mi sono trovata nella mia vita, da donna, da mezza straniera, da bionda e poi da Regista.

Un certo pregiudizio per cui hai solo doveri, subisci invidia non manifesta (anzi possibilmente sfottò) e nessun diritto. Mai l’avrei pensato quando ho cominciato a capire che era il mio mestiere, la mia propensione, il narrare per immagini, per me con l’idea principale di raccontare quello che altrimenti non avrebbe voce, possibilmente ciò che conoscevo meglio già allora, il pregiudizio.

Non avrei pensato di trovarmi a discutere con chi ti dice che “quel che conta è la sceneggiatura, la visione è la sua, il Regista mette s o l o in scena” come fosse una passeggiata, ma certo che altro devi fare, devi fare delle riprese e mostrare quel che succede… se replichi con le parole di Suso Cecchi d’Amico sulla sceneggiatura e il ruolo di chi scrive (ruolo che conosco benissimo perché ho scritto e scrivo per colleghi e so bene di essere seme ma che la gestazione e il parto saranno del Regista e mai mi permetterei di mettere “visioni” nella morfologia di uno script) e cioè che “lo sceneggiatore scrive per un Regista, la visione è sua, spesso lo sceneggiatore si ritrova sullo schermo una cosa totalmente diversa da ciò che aveva immaginato ma è giusto così perché il film è del Regista”, ed è arrivata a dire, in una intervista in un libro raccolta degli anni ‘90 curata dal Premio Solinas che “un giorno la sceneggiatura sparirà e resteranno i film” dicendo testualmente: “lo sceneggiatore è una figura destinata a scomparire perché insiste a dire con parole ciò che SPETTA ad altri dire con l’immagine, un mestiere insensato..” allora rischi il livore e l’attacco personale, e bizzarre teorie confuse e filosofeggianti, anche perché chi scrive e basta ha più tempo e serenità, è preso meno calci e quindi ha più forza di polemizzare; peggio mi sento se cito Sydney Lumet: “Il Cinema non è una faccenda democratica, può esserci una sola visione ed è quella del Regista”, perché citare dei Grandi mette in confusione

Ma il peggio in assoluto deriva dalle confusioni lessicali intorno alla definizione “un film di” che in italiano non suona esattamente come “a film by”, che è più un “fatto da”, invece quel pronome possessivo all’italiana manda ai matti chi hai intorno. Nel bene e nel male, da quello sul set che ti dice che il Regista non andrebbe pagato “perché alla fine il film è suo” all’incredibile produttore che mi dice “io non farò mai firmare un Regista “un film di” ma al più “diretto da”. Come se ci fosse un gne gne di appartenenza (i diritti sono i suoi, chi ci guadagna come ci perde economicamente è lui e chi non lo riconosce..) e non una direzione di cui sei responsabile.


È un mestiere questo che ti mette nella stessa situazione della donna mezza straniera bionda: non devi far altro che giustificarti.

Quando poi di fatto la gravidanza d’elefante, per anni, la porti tu, la pazienza per trovare come, tramite chi, trasmettere, difendere, migliorare la sceneggiatura, saper comunicare la visione, come lo immagini e come sarà e – come dicevo giorni fa riguardo i miei studenti – vedi subito chi ha questa propensione, un po’ dannazione un po’carattere per cui vivi inseguito dai fantasmi del film passando per docce scozzesi incredibili: si fa – non si fa, slitta, salta, no si fa, e intanto sei un Direttore d’Orchestra che gestisce visione vs realtà e trova soluzioni, comunica, rassicura, tiene duro contro le avversità, poi finisce – se si fa, attraverso mesi a gestire caratteri, vizi, capricci e paturnie sempre saldo all’Idea come un naufrago alla zattera, poi esce … o non esce? Sì esce, i Festival – se non ti prendono tieni duro, il film ormai è tuo (pronome detto timidamente) figlio e certo che ci stai male ma tieni duro.

Esce, ti giudicano, se è bello è merito del lavoro corale se è brutto è colpa tua, tu fai pippa, è così che devi fare perché devi stare zitto e “grato e sorridente” mentre discuti con gente che da minuto uno della filiera da cui inizia il percorso, nel 90% dei casi non ha la minima idea del Cinema ma devi sorridere e fare pippa pensando che è parte del gioco e trovare mezzi di comunicazione adeguati.”

Scrivevo più o meno questo ieri per questa pubblicazione.


Poi ecco, a volte accade questo. https://www.dire.it/02-05-2020/455036-egitto-muore-in-carcere-il-regista-del-video-ironico-su-al-sisi/


Quello di cui parli è talmente importante che a qualcuno dà talmente fastidio, in un mondo non libero, che per quello che hai mostrato, che hai raccontato, muori.
Anni fa Van Gogh.
Adesso questo ragazzo, ventidue anni, età di molti dei miei studenti tra cui vedo subito, dallo sguardo e dal carattere “sì tu puoi fare il Regista, tu lo Sceneggiatore” e non c’è un meglio o un peggio ma una questione legata a quanto talento visivo hai, ma anche a quanto larghe hai le spalle per l’assunzione di responsabilità.


Per la prima linea e non la prima fila.
Perché poi quando le cose si mettono gravi, sono tutti d’accordo su “di chi” sia il film.