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SMETTETE PER FAVORE DI FARE FILM IN QUARANTENA

Vi prego: smettete questa insana finta allegria nel sostituire la vita con surrogati in prigionia: smettete per favore di fare riunioni, film, lezioni di yoga, dire che tanto si può far lezione così, lavorare così, aperitivi su zoom etc in videocall, a casa, soli, portando all’ultimo stadio l’alienazione che è iniziata da quando esiste la rete, che ci fa sentire più vicini al fratello in Australia per carità ma che ha già annullato da un decennio e passa la capacità di occupare uno stesso spazio con corpi, aver coraggio di dire ciò che si pensa condividendo lo stesso spazio di vita con ciò che, sappiamo a livello ancestrale, ne può conseguire.

Per favore NON ABITUATEVI, non avallate, non fatene routine, non ditevi che può andar bene.

Il mondo è quello che plasmiamo con la nostra mente e siamo animali di abitudine.

So che resistere aspettando e pretendendo, pre-ten-den-do di riavere ciò che ci spetta di diritto, è dura, ma non sublimiamo ciò che ci manca, non diamo a chi ci ha messo in questa situazione per inettitudine il sospiro di sollievo del nostro essere bravi bambini adattati e che ce la caviamo.

NON siamo TENUTI a cavarcela e mostrarci adattati. Resistiamo, piuttosto.

Non sublimiamo il nostro bisogno di lavorare, fare performances, vedere amici, stringere corpi. Pretendiamo ciò che ci spetta e per resistere facciamo come chi è stato in carcere ingiustamente: leggiamo, studiamo, preghiamo o meditiamo, limitiamoci a condividere come prima: un pensiero sui social, un gatto o un video buffo, un articolo importante, il pensiero ma non facciamo diventare questo luogo che non esiste surrogato della vita.

È un errore, è de consolatione troppo comodo per chi ci ha presi in ostaggio e pensiero-forma per l’Universo.

Dobbiamo essere più coraggiosi di così, dobbiamo accettare che è privazione, che è uno schifo, che niente può sostituire la vita, l’Arte che facciamo, gli abbracci e la folla di un concerto. E ricordate che l’Universo ci toglie ciò di cui diciamo di non aver bisogno.

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Il girone infernale delle Poste Italiane (in tempi di Covid 19)

Perché avevo ragione ad essere terrorizzata ad andare alla Posta qua sotto oggi. Negli anni ho sospettato che per #posteitaliane, soprattutto da quando è (ahimé) privatizzata, forse funzioni un po’ come nei reparti ospedalieri: la cafonaggine o meno del personale dipende molto dal Primario.

Io non so chi sia il Direttore della sede delle Poste, l’Agenzia Postale RM 58,  di Via Clisio a Roma ma da quando vivo in questo quartiere c’è la mitologia negativa dell’ufficio postale.

C’è una coerenza incredibile lì dentro. Come in tutte le cose con l’eccezione che conferma la regola: una signora che speri sia quella che ti capita perché sempre gentile, sorridente e collaborativa. Per un po’ c’è stato un ragazzo giovane che dava speranza, ma adesso è sparito. Forse è legato e imbavagliato nel retro, in mezzo a pacchi che non partiranno mai e carcasse di selvaggina divorata cruda.

Ci stanno un paio di signore anzianotte, dietro gli sportelli, che seminano terrore e noi utenti ci sussurriamo “oddio speriamo non mi capiti una di loro…”.

Maleducate, scorbutiche, vedono i clienti come fumo negli occhi, ti parlano come se mancasse loro accanto solo una coppia di pastori tedeschi (intendesi cani) che ti abbaino contro.

Per evitare queste perfide creature pur spendendo di più se proprio devo spedire per posta, utilizzo solitamente il servizio online.

Spedisco abbastanza spesso qualcosina ai miei in Finlandia, un regalino per una nipote, qualcosa che serve a mia sorella e che lì non si trova… non posso usare certi corrieri perché vivono in un paesino con la scomodità per cui, se per caso lei non fosse in casa quando passano per consegnare il pacco, rimane in un deposito a decine di chilometri e lei non ha la macchina. Dunque mandando per posta se non altro arriva e, nel caso non la trovino, rimane nell’ufficio postale.

L’unico modo per non rischiare il trauma dell’ufficio postale di Via Clisio, l’oscuro luogo di maltrattamenti, uso la app e faccio online. DI SOLITO.

Invece.

Devo spedire un pacco a mia sorella, cose che le servono urgentemente, provo ad usare la app ma, “ovviamente”, dato che ci chiedono di stare più possibile in casa, non è disponibile il servizio online. Mi dicono che devo andare all’ufficio postale più vicino.

Più vicino, avendo poi un pacco voluminoso, è il luogo oscuro.

Siamo in fase2, quindi c’è una fila esterna che fa il giro di tutto il palazzo.

Siamo in piedi, sotto il sole, persone anziane aggrappate ai pali con la mascherina sulla fronte o sotto il mento, agonizzanti.

Signora con cagnolino che abbaia disperato (credo conosca il luogo oscuro e si stia ribellando), signora con passeggino che ha paura a chiedere alla gente in fila di poter passare avanti.

Effettivamente non è aria.

Faccio due ore, DUE esatte, di fila.

Sto poco bene perché in questo periodo volano quei cosetti bianchi che mi danno allergia, respiro male, quindi mi tengo particolarmente a distanza perché ricordo che la dottoressa mi ha detto di tenere la mascherina lo stretto indispensabile sul viso, ché per gli allergici si crea una cappa e rischio di stare male davvero.

Fuori non avrei nemmeno l’obbligo di metterla ma non mi va di creare paranoia negli astanti, quindi sto cn la mascherina sotto il mento, distaccata, sotto il sole, con l’allergia.

Credo di aver preso un’insolazione ma ciò nonostante, dato che ero serena, avevo tempo, avevo chiacchierato amabilmente con il signore prima di me, ero piena di pazienza e soprattutto contenta del pacco da mandare, quando finalmente è il mio turno – nonostante mi siano intanto passate davanti due persone che erano andate via ma erano dovute andare un attimo a fare una fotocopia – entro.

C’è silenzio e apparente pace, siamo sempre solo tre per volta dentro e ho avuto modo di notare già guardando da fuori che c’è da essere fieri degli italiani: tutti pazienti, tranquilli.

Noto, dietro queste novelle paretine di plexiglass che uccideranno intere famiglie di delfini, a sinistra una delle anzianotte cannibali, a destra un ragazzo nuovo, che mi dà speranza.

Sfortunatamente si libera la anzianotta. Io rimango distante, sulla porta in fondo alla grande sala, con la mascherina che mi copre la bocca ma non il naso e subito mi sento soffocare, i pallini bianchi volano per tutta la stanza dato che tengono le due porte aperte. Quindi sto a più di due metri di distanza dalla paretina ammazza-delfini.

  • Che deve fare? – mi dice la vecchia con tono ben noto da kapò con paturnie ormonali

  • Devo spedire un pacco.. in Fin… –

  • (tono come sopra, più alto) L’ha compilato il modulo? –

  • Il modulo? Come lo compilavo, sono entrata ora…-

  • Non faccia polemica, SA? –

  • Io faccio polemica? Dico, non c’è nemmeno online un modulo quindi non è che…-

  • (come sopra, ma dandomi del tu) Che pacco devi mandare? .-

  • Il Delivery International standard… –

Quella è quasi delusa che io avessi la risposta pronta e prende il modulo ma intanto, dandomi conferma che c’è una coerenza nel luogo oscuro, il ragazzo nuovo impiegato mi strilla anche lui:

  • Metta la mascherina! –

Io sono praticamente sulla porta, e ho il respiro sempre più corto. Sono a più di due metri e tu hai una paretina ammazza-delfini, oltretutto avete le porte spalancate, ciò nonostante dico:

  • Sì, la tiro su appena mi avvicino perché ho l’allergia e..potrei… –

  • E sempre a fare polemica! La devi mettere! C’è scritto lì! –

Anche lui con un misterioso e incomprensibile passaggio al tu e a dire a me che faccio polemica perché respiro.

Io evito proprio di rispondere, tiro su ‘sta mascherina e mi avvicino alla vecchia che mi passa il modulo, guardo se è quello giusto ma quella già strilla:

  • La devi compilare al tavolo! Al tavolo! – con il tono un po’ come “nell’acqua alta!” di Palombella Rossa.

Vado al tavolo, comincio ad avere una crisi di tosse per via della mascherina ripiena di cosini bianchi e sudo, mi chiedo se magari avrò uno shock anafilattico e bruceranno il mio corpo pensando sia Covid.

Per fortunadiddio un’altra impiegata, mai vista in quell’ufficio ma gentile forse perché è nella stessa parete della unica simpatica che abbia visto lì ed effettivamente seduta nel posto del ragazzo gentile misteriosamente scomparso (quindi forse la parete della vecchia scorbutica e il giovane cafone è posseduta dal demonio), si è liberata e mi dice:

  • Che deve fare? –

  • Devo spedire il pacco, quello che ho poggiato sulla bilancia.. –

Prende il modulo, devo ricompilare le paginette a copia carbone perché non si leggono, due volte, poi lei mette tutto insieme e va ad attaccare la busta adesiva sul pacco.

Un po’ male. La attacca decisamente male.

Io faccio il gesto quasi inconscio del magari attacchiamolo un po’ meglio ma non ho coraggio.

Il ragazzo maleducato sparisce con il mio pacco nel retro.

Sono abbastanza sicura che non arriverà mai, si stanno già spartendo i doni per mia sorella.

Io mi chiedo: perché teniamo ancora in vita, e soprattuto privatizzate, le Poste Italiane? E soprattutto siamo così fieri di chiamarle “italiane” quando molti di noi combattono per farci uscire dai luoghi comuni internazionali dell’italiano cafone, maleducato, che occupa il posto di lavoro solo per lo stipendio, di cui non ci si può fidare?

Poi, sì, ho avuto esperienze come tutti, antipatiche, negli uffici postali, ma come mai capita che un luogo sia così internamente coerente in maleducazione e lassismo? È per via del “Primario”?

Sinceramente non capisco tanto livore costante. Di che si lamentano, questo è un bel quartiere, un posto tranquillo, non stai mica in mezzo a monnezza e sparatorie, sono perlopiù anziani a venire in Postea, hai un bel posticino, il tuo stipendio con tredicesima, quattordicesima e cose che i milioni di precari – per tacer dei disoccupati – si sognano.

Mi domando, soprattutto di questi tempi, ma come si permettono di mancare di rispetto alla gente, che siamo costretti e pur lo facciamo sorridendo e con una pazienza che non meritano né loro né chi ci ha messo in questa situazione, ad un trattamento da bestie come stare fuori in piedi per due ore, sotto il sole, come si permettono?

Comunque, la battuta finale è degna di un film, quando ho commentato con un’altra cliente che la situazione era assurda, la vecchia impiegata mi ha detto:

  • Se non ti sta bene ci sono tanti corrieri, se non vuoi venire alle Poste. –

Quindi, giusto perché l’azienda ne sia consapevole, non solo con molta probabilità mi perderanno il pacco (come mi sono ricordata, ahimé dopo, hanno già fatto due anni fa) ma invitano gli utenti a portare i loro soldi altrove.

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“Un film di” e quando il possessivo conviene a tutti tranne che al Regista

Mi sono ritrovata a scrivere, per una cosa che devo pubblicare, parole come queste: “C’è una cosa che accomuna altri ruoli in cui mi sono trovata nella mia vita, da donna, da mezza straniera, da bionda e poi da Regista.

Un certo pregiudizio per cui hai solo doveri, subisci invidia non manifesta (anzi possibilmente sfottò) e nessun diritto. Mai l’avrei pensato quando ho cominciato a capire che era il mio mestiere, la mia propensione, il narrare per immagini, per me con l’idea principale di raccontare quello che altrimenti non avrebbe voce, possibilmente ciò che conoscevo meglio già allora, il pregiudizio.

Non avrei pensato di trovarmi a discutere con chi ti dice che “quel che conta è la sceneggiatura, la visione è la sua, il Regista mette s o l o in scena” come fosse una passeggiata, ma certo che altro devi fare, devi fare delle riprese e mostrare quel che succede… se replichi con le parole di Suso Cecchi d’Amico sulla sceneggiatura e il ruolo di chi scrive (ruolo che conosco benissimo perché ho scritto e scrivo per colleghi e so bene di essere seme ma che la gestazione e il parto saranno del Regista e mai mi permetterei di mettere “visioni” nella morfologia di uno script) e cioè che “lo sceneggiatore scrive per un Regista, la visione è sua, spesso lo sceneggiatore si ritrova sullo schermo una cosa totalmente diversa da ciò che aveva immaginato ma è giusto così perché il film è del Regista”, ed è arrivata a dire, in una intervista in un libro raccolta degli anni ‘90 curata dal Premio Solinas che “un giorno la sceneggiatura sparirà e resteranno i film” dicendo testualmente: “lo sceneggiatore è una figura destinata a scomparire perché insiste a dire con parole ciò che SPETTA ad altri dire con l’immagine, un mestiere insensato..” allora rischi il livore e l’attacco personale, e bizzarre teorie confuse e filosofeggianti, anche perché chi scrive e basta ha più tempo e serenità, è preso meno calci e quindi ha più forza di polemizzare; peggio mi sento se cito Sydney Lumet: “Il Cinema non è una faccenda democratica, può esserci una sola visione ed è quella del Regista”, perché citare dei Grandi mette in confusione

Ma il peggio in assoluto deriva dalle confusioni lessicali intorno alla definizione “un film di” che in italiano non suona esattamente come “a film by”, che è più un “fatto da”, invece quel pronome possessivo all’italiana manda ai matti chi hai intorno. Nel bene e nel male, da quello sul set che ti dice che il Regista non andrebbe pagato “perché alla fine il film è suo” all’incredibile produttore che mi dice “io non farò mai firmare un Regista “un film di” ma al più “diretto da”. Come se ci fosse un gne gne di appartenenza (i diritti sono i suoi, chi ci guadagna come ci perde economicamente è lui e chi non lo riconosce..) e non una direzione di cui sei responsabile.


È un mestiere questo che ti mette nella stessa situazione della donna mezza straniera bionda: non devi far altro che giustificarti.

Quando poi di fatto la gravidanza d’elefante, per anni, la porti tu, la pazienza per trovare come, tramite chi, trasmettere, difendere, migliorare la sceneggiatura, saper comunicare la visione, come lo immagini e come sarà e – come dicevo giorni fa riguardo i miei studenti – vedi subito chi ha questa propensione, un po’ dannazione un po’carattere per cui vivi inseguito dai fantasmi del film passando per docce scozzesi incredibili: si fa – non si fa, slitta, salta, no si fa, e intanto sei un Direttore d’Orchestra che gestisce visione vs realtà e trova soluzioni, comunica, rassicura, tiene duro contro le avversità, poi finisce – se si fa, attraverso mesi a gestire caratteri, vizi, capricci e paturnie sempre saldo all’Idea come un naufrago alla zattera, poi esce … o non esce? Sì esce, i Festival – se non ti prendono tieni duro, il film ormai è tuo (pronome detto timidamente) figlio e certo che ci stai male ma tieni duro.

Esce, ti giudicano, se è bello è merito del lavoro corale se è brutto è colpa tua, tu fai pippa, è così che devi fare perché devi stare zitto e “grato e sorridente” mentre discuti con gente che da minuto uno della filiera da cui inizia il percorso, nel 90% dei casi non ha la minima idea del Cinema ma devi sorridere e fare pippa pensando che è parte del gioco e trovare mezzi di comunicazione adeguati.”

Scrivevo più o meno questo ieri per questa pubblicazione.


Poi ecco, a volte accade questo. https://www.dire.it/02-05-2020/455036-egitto-muore-in-carcere-il-regista-del-video-ironico-su-al-sisi/


Quello di cui parli è talmente importante che a qualcuno dà talmente fastidio, in un mondo non libero, che per quello che hai mostrato, che hai raccontato, muori.
Anni fa Van Gogh.
Adesso questo ragazzo, ventidue anni, età di molti dei miei studenti tra cui vedo subito, dallo sguardo e dal carattere “sì tu puoi fare il Regista, tu lo Sceneggiatore” e non c’è un meglio o un peggio ma una questione legata a quanto talento visivo hai, ma anche a quanto larghe hai le spalle per l’assunzione di responsabilità.


Per la prima linea e non la prima fila.
Perché poi quando le cose si mettono gravi, sono tutti d’accordo su “di chi” sia il film.