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Noi Don Chisciotte e i nostri bambini

Le ragioni per cui probabilmente quel genio assoluto che è Terry Gilliam ha avuto l’ictus (anni per fare un film su cui pare sia stato massacrato da collaboratori ottusi e ora problemi di diritti tra chi vuole magnà sul suo film forse bloccandogli l’uscita in sala) mi fa riflettere su quale sia il vero, reale, problema di questo lavoro, il vero tabù, su cui Fremaux dice idiozie perso nel bla bla di cosa sia poesia o meno, e cioè che tutto si deve agli Autori, la generosità, dedizione, fatica di anni dietro quel primo motore immobile che è l’idea, senza la quale non ci sarebbero che il buio e il nulla, idea che è lì nella mente e nel sogno di un regista come un piccolo embrione di due cellule microscopiche e nasce per il fruitore, l’unico vero committente per cui l’Autore lavora, per dare al mondo bellezza o intrattenimento che sia, togliere lo spettatore dalla sua vita e problemi per tot ore (quale che sia il device su cui lo vedrà e che duri due o tredici ore), per raccontare un mondo che non si può cambiare ma si può narrare, per far sognare, regalare catarsi. Per un Autore, che per anni si scarnifica e mette anima e sangue in queste creature, un film è un figlio, un bambino vero e proprio che gli

parla, lo tiene sveglio la notte, lo fa stare in pena, durante una gestazione solitaria, silenziosa, dolorosa, durante la quale ci sei tu che immagini solo quello, vedi i personaggi intorno a te e con te, in questa solitaria gestazione dolorosa in cui accanto a te ci sta solo chi intanto si sbatte a cercare i soldi per farlo nascere questo figlio che potresti perdere in qualunque momento, e al massimo chi ha scritto la storia con te e che condivide la tua gestazione, se non l’hai anche scritta da solo, la tua storia. Bene, a questa generosità e fatica, a questo mettersi a nudo corrisponde purtroppo il fatto di doversi rapportare all’avidità, ottusità, egoismo e volgarità di un universo in cui poi devi rapportare le carni del tuo bambino a gente che guadagna veramente troppo (pensando a quel che c’è là fuori e come vive la gente che ha vite più ordinarie e professioni meno fortunate), e a quei già veramente troppi soldi ci si attaccano come una sanguisuga alla giugulare del bambino, sia in ruoli in cui si dichiarano o definiscono ridicolmente “artisti” che non, nel primo caso con la faccia tosta di professare pubblicamente di pensare alla bellezza, al “pubblico” quando l’unica cosa cui pensano e capiscono è il proprio interesse su cui non transigono, o anche poi gente che solo perché coinvolta nel prodotto finale, come chiamano quel bambino inerme che l’Autore ha messo pur se su solide gambe, o peggio cui il bambino viene affidato e crede che quel primo motore immobile gli appartenga, ne fa quel che vuole con il solo scopo di sgraffignare quel che può gettando il bambino agli sciacalli, sbattendolo al muro, minacciando e sabotando la sua vita sulla base di fantomatici diritti e dirittuzzi.

Questo è ciò che è vero, di questo lavoro, sull’essere “registi” , quel mestiere che definiscono privilegiato, su cui si tessono leggende ridicole e su cui sto scrivendo il mio libro con nomi e cognomi anche per portare fuori il suddetto tabù.

Ma io mi muovo in un mondo piccolo e artigianale, non protetto e quindi più selvatico.

Venire a sapere che tutto questo porcile da cani di bancata con la rogna di cui sopra possa valere anche per uno come Terry Gilliam che sta al Cinema come Michelangelo alla scultura e la cui “poesia” quindi credo resterà intatta nei secoli, quando di ogni persona coinvolta in queste faccende a qualunque ruolo e livello resterà al massimo l’escremento dei vermi che se li mangeranno, alimenta in modo esponenziale il mio disprezzo e avvilimento e soprattutto prendo atto che non c’è speranza, se non arriva una guerra, un’invasione aliena o un’Apocalisse a scuotere questo pianeta e ridare uno sguardo meno folle e delirante all’umanità, anche nel paradossale microcosmo del mondo in cui mi muovo.

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