PERCHE’ L’INSULTO ALLA KYENGE E’ UN INSULTO RAZZISTA (checché ne dica il Senato italiano)

Stamattina ho fatto un commento sui social in merito alla faccenda dell’insulto che Calderoli ha fatto alla signora Kyenge definendola “con le fattezze di un orango” , per cui la signora Kyenge ha deciso di denunciarlo con la conseguenza incredibile per cui il Senato ha stabilito che “la frase di Carderoli non è un insulto razzista”.

Un contatto di facebook mi ha risposto con un’affermazione che mi aspettavo e che sento un po’ ovunque, da ieri. Anche perché io purtroppo vivo in un quartiere con forte orientamento a destra, quindi mi basta sedermi sulla panchina di una fermata del bus e ascoltare per avere materiale sulla mia osservazione sul mondo.

Dicono: “Eh, ho capito, ma perché dire che una signora di colore avrebbe le fattezze di un orango dovrebbe essere un insulto razzista?”

Come mi sono confermata da quel commento su facebook mi sono resa conto che nel tranello sintattico e psicologico ci casca anche chi di fatto non potrebbe mai essere d’accordo con uno come Calderoli.

Il punto affonda nella caratteristica principale del nostro inconscio collettivo, come popolo:

siamo un popolo ipocrita.

Ipocrita nei fatti e nell’uso delle parole ma le parole sono importanti come disse quel tale, e sopratutto quel che è veramente importante nei rapporti umani è la distinzione tra messaggio di contenuto e messaggio di relazione, quando parliamo.

Noi siamo il Paese di quelli che – mi è successo proprio pochi giorni fa – ti insultano con un messaggio di relazione, ergo usando una metafora pasticciata e se tu rispondi al contenuto che c’è dietro quella frase, direttamente, ti rispondono: “Ehi, mica stavo dicendo questo, stavo dicendo che il secchio è nel pozzo mentre il sole tramonta!”.

Quando studiavo psicologia, l’analizzare la differenza tra il messaggio di contenuto e quello di relazione è diventato forse una delle mie principali linee guida, sopratutto nell’impormi di non usare mai la seconda modalità. Dovremmo cercare di avere il coraggio di dire direttamente quello che pensiamo.

Ma, nel caso specifico dobbiamo considerare che ci sono poi dei luoghi comuni universalmente accettati e condivisi che non hanno nemmeno più il peso di un messaggio di relazione.

Dire che una donna è un’oca o una gallina è un insulto di genere, smettiamo di girarci intorno. Si dice che una donna è un’oca o una gallina per dire che ne ha il cervello piccolo e di poche prestazioni.

Anni fa quando ho risposto direttamente a uno che, discutendo su una questione abbastanza semplice e sicuramente non pertinente al mio genere sessuale, mi ha detto: “Sei un’oca” e quando un giornalista presente a questa discussione ha fatto notare che non era carino insultarmi perché sono una donna, quello ha avuto il barbaro coraggio di dire che avrebbe detto “oca” anche se io fossi stata uomo.

Non so voi, ma io non ho mai sentito dire “oca” ad un uomo, e dire “oca” ad una donna sicuramente non fa riferimento alle nostre splendide penne candide ma riporta a un luogo comune per cui la donna sarebbe più stupida di un uomo.

Quindi, penso che difficilmente sentirete chiamare “orango” una signora bianca che siede in Parlamento, è ovvio che Calderoli (sulle cui fattezze potrei scomodare un intero zoo ma amo gli animali e li trovo tutti carini, rettili esclusi)  faceva riferimento ad un luogo comune razzista per cui le persone di colore somiglierebbero ai primati, considerati i nostri più limitati progenitori e quindi alludendo al fatto che le persone di colore sarebbero geneticamente inferiori alle persone di razza caucasica. Ergo, sostenendo una grottesca e orrenda teoria che va alla grande dai tempi del nazismo tra le persone razziste, quelle che la psicanalisi ci ha spiegato già da tempo essere persone con gravi frustrazioni e fallimenti personali che trovano sfogo nel pensare che, se come individui hanno completamente fallito la loro vita, almeno possono rifugiarsi nell’illusione di appartenere a una razza “superiore”.

La gente, in questo Paese, tira la pietra e nasconde la mano, l’insulto gratuito è diffuso ovunque e la maggioranza di questi insulti si fonda su messaggi di relazione. Facciamoci pace, qui si è coraggiosi solo se siamo in branco, se abbiamo un’arma in mano, se possiamo nasconderci dietro un nickname, noi non abbiamo il coraggio, forse la maggioranza la capacità, di affrontare un dialogo, un agone corretto e nemmeno un bel sano, diretto insulto di cui si è  pronti ad affrontare le conseguenze.

Da un parte si usa l’insulto indiretto, quando per esempio dicono a una persona di sesso maschile “frocio, ricchione” e via dicendo, di fatto insultando chi ha gusti sessuali orientati verso il proprio sesso, quando in questo non c’è niente di male. Ergo quelle persone per insultare te in realtà tirano fuori tutta la loro intolleranza. C’è chi insulta una donna chiamandola puttana, gettando disprezzo verso chi fa il mestiere più antico del mondo e anche lì, il bigottismo orrendo di chi moralizza, riferendosi a persone, vite, incidenti e scelte che non si dovrebbero mai giudicare.

E poi ci sono i geni dell’allegoria, appunto. Oranghi, oche, ippopotami messi in mezzo per fare soffrire chi è sovrappeso, galline, babbuini e tutto lo zoo vengono tirati fuori per dire qualcosa che nemmeno nasconde tanto bene intolleranza e pregiudizio.

Se proprio si vuole indossare i panni di Messieur le Metaphore, dite alle donne che sono agili e belle come gazzelle, dite a un bambino orgoglioso di aver tirato su una sedia tutto da solo che è forte come un toro. Così anche da avere rispetto almeno per gli animali e parlarne per significare qualcosa di bello, pure loro, poveracci.

Non ci resta che sperare nel ricorso della signora Kyenge alla corte europea, magari lì sono meno ipocriti.

 

cecile-kyenge

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osservatrice conto terzi
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