IL CONDIZIONATORE (kafka mi spiccia casa)

Sì, al telefono gli amici me lo dicevano, certo, lo vedevo quando in Tv mostravano il meteo in Europa e, si sa, a Roma a luglio succede, però quando le cose non le vivi… Ero fuori, torno a Roma e vi arrivo alle due di notte grazie ad un’ora di ritardo del mio volo e quindi non lo comprendo subito, me ne rendo conto intorno all’alba quando mi sveglio madida di sudore.

Fanno quaranta gradi.

Il primo pensiero corre all’aria condizionata, quell’invenzione meravigliosa per cui immagino il suo ideatore abbia preso il Premio Nobel per la Pace ma che nella mia camera da letto si è rotto alla fine dell’estate scorsa. E noi, pigri, siccome ormai la temperatura era sostenibile, siccome non ci si presentava la necessità immediata, non lo abbiamo aggiustato subito.

Devo alla lungimiranza di mia suocera l’avere due condizionatori in casa, quando mi sono sposata ha avuto un paio di brillanti idee, la prima suggerirmi di fare una lista nozze invece di nicchiare dicendo cose tipo “ma non ti preoccupare” (oggi avrei in casa ottanta pelapatare e ventidue nani da giardino) e, quando my husband and I abbiamo deciso di fare la lista nozze da Euronics per avere un televisore e tecnologia varia che davvero ci servivano, nel momento in cui ci hanno chiamato dicendo che, quota dopo quota, era stato comprato tutto ciò che avevamo scelto, sempre mia suocera mi ha detto “ma perché non vi prendete due condizionatori d’aria?”

Santa donna, non solo ha messo al mondo l’uomo migliore del pianeta, ha anche salvato la mia vita dalla morte per caldo.

Ora però il condizionatore in camera da letto era rotto.

Prontamente, ieri mattina, chiamo il numero verde Samsung, in bella mostra sul retro del libretto di istruzioni. Constato che non sono più in garanzia ma ‘sti cavoli, il danno è comprensibilissimo e molto stupido: nel momento in cui Lorenzo aveva spento il pulsantone generale accanto alla presa, quello è zompato fuori come indemoniato ed è saltata la luce. Quindi era più un danno da elettricista ma, per essere zelanti e, visto che non abbiamo fatto controllare i condizionatori negli ultimi due anni, ho deciso di chiamare un tecnico competente.

Ergo rivolgermi alla fonte.

Chiamo il numero verde. Musichina. Attendere prego. Metto in viva voce musichina e attendere prego e intanto rispondo ad una serie di mail che erano rimaste inevase, tra cui dipanare un’incredibile vicenda di una società per cui ho fatto un lavoretto di traduzione e a cui avevo chiesto di mandarmi la certificazione della Ritenuta d’Acconto perché non mi era mai arrivata. Li avevo contattati perchè il commercialista stava inviando tutto per le mie tasse e gli mancava la loro certificazione, una incredibile segretaria continuava ad asserire che in una fattura in cui si dice PIÙ Iva MENO ritenuta d’acconto, la ritenuta d’acconto avrei dovuto pagarla io. Che anzi loro mai in caso di fatture del genere hanno pagato le ritenute d’acconto. Dunque, mentre mi stupivo che per una volta che in una mia dichiarazione dei redditi c’è stato un errore (del mio precedente commercialista) sono venuti a prendermi con il carro tirato dai cavalli neri e ho pagato una multa megagalittica, ci sono società dalla cui amministrazione ti rispondono così (e non ti pagano le ritenute d’acconto) intanto la musichina attendere prego proseguiva.

Alla fine mi risponde un ragazzo e mi dice dove posso rivolgermi a Roma per la mia riparazione.

Chiamo quel numero e c’è una musichina attendere prego.

Mentre la musichina e attendere prego proseguono in viva voce nel mio telefono, mi preoccupo di scaricare una serie di sceneggiature che per varia ragione devo leggere da settimane, poi dopo dieci minuti mi risponde una ragazza cui spiego di nuovo questo concetto:

“Salve, ho un condizionatore Samsung, l’hanno scorso nello spegnere il pulsante centrale on/off dello stesso, detto pulsante si rompeva. Vorrei altresì approfittare della visita del tecnico per controllare se stanno bene, i miei condizionatori”.

Lei mi risponde:

“Ma alla Samsung hanno aperto la segnalazione del guasto? Sennò io non posso prendere appuntamento per il tecnico.”

Io resto basita – aprire segnalazione per pulsante on/off? – ma, ligia, spiego che al numero verde non mi hanno parlato di alcuna segnalazione da aprire, solo dato il loro numero. Non importa, richiamo il numero verde.

Musichina attendere prego, aspetto venti minuti mentre intanto con l’altro telefono provo a richiamare da tre ore il centro prenotazioni del San Filippo Neri per una visita che devo prenotare per mia sorella che sta venendo a Roma in vacanza e poiché dove lei vive prendono la laurea in medicina online mettendo delle croci sull’omino dell’Allegro Chirurgo, (noi avremo gli ospedali bombardati ma i nostri medici a volte sono più preparati) vorrebbe fare la visita qua. Sempre se quelli che stanno al telefono al centro prenotazioni degli ospedali stanno al telefono e non staccano la cornetta.

Al primo telefono mi risponde di nuovo un ragazzo della Samsung.

Eugenio, dice di chiamarsi.

“Salve – dico io – ho chiamato prima per un guasto al mio condizionatore”.

“E’ Samsung?”

Pausa mia di perplessità. Tentazione di rispondere: “No, è Philips me chiamo voi perché detesto i gesti prevedibili.”

“Sì, Samsung. Il suo collega mi ha dato il numero del centro assistenza più vicino qua a Roma ma dicono che dovete aprire voi una segnalazione.”

“Noi? Ma dove mai? Perché dovremmo?”

“Ah, non so, ha detto così la ragazza…”

“Comunque, adesso la iscrivo per poterle dare il codice cliente Samsung, così può fornire quel codice al centro assistenza.”

“Ah, devo avere un codice? Cioè… è un condizionatore…ne ho due ma..”

“Questo codice le serve per tutti i prodotti Samsung che lei possiede: televisore, telefono…Avete dei Galaxy?”

“No, non abbiamo telefoni Samsung.” (li detesto, li trovo orrendi e trovo orrendo tutto quel loro plagiar Apple e poi come ti viene di chiamare un telefono come una discoteca di provincia anni ’80? penso tutto questo ma ovviamente non lo dico, sono una persona educata e in fondo non è questo il punto.)

“Allora, mi servono un po’ di suoi dati. Può darmeli?”

“Miei o di mio marito?”

“A chi sono intestati i condizionatori?”

Altra pausa mia. Comincio a pensare di essere in quell’episodio di “Ai confini della realtà” in cui ad un certo punto tutti usano una parola per un’altra agli occhi del protagonista, e quindi io sto dicendo condizionatore e lui capisce motoscafo.

“Ma non saprei.. sono nostri… ce li hanno regalati per il matrimonio…”

“Facciamo a nome suo?”

Mi viene il dubbio che mio marito possa prendere questa cosa come una sorta di prodromo di Guerra dei Roses: “E certo, furba tu che nel 2015 con il patetico pretesto di fare il codice cliente per quel tasto on/off ti sei intestata i condizionatori! Brava, brava!” facendomi l’applausino di sfottò. “Lo sapevo, lo sapevo che tu puntavi quei condizionatori, tu hai sempre voluto quei fottuti condizionatori!”

Ma siccome realizzo che abbiamo giurato di non lasciarci mai e che quindi è uno scenario che non dovrebbe realizzarsi, dico:

“Va bene, facciamo a nome mio.”

Nome, cognome, indirizzo.

“La casa è sua?”

“Mia? No! Siamo in affitto.”

Qui vedo invece lo scenario della visita di quelli del Catasto capeggiati da un tizio con gli occhiali d’osso che mi dice:

“E noi mettiamo ‘sti condizionatori così, a piacimento, quando non siamo nemmeno proprietari della casa! Bravi! E poi ci lamentiamo di quelli che vanno a rubare il rame!”

“Ah, quindi i condizionatori sono in una casa intestata a chi?”

“… ma sono nostri, i condizionatori…senta ma lei è sicuro che dobbiamo fare tutto questo per un pulsante?”

“Mi scusi, finiamo subito, va bene, i condizionatori sono a via…”

“Sì, sono qui ma… voglio dire, sono nostri…”

“Dovrebbe leggermi il codice del condizionatore.”

“Dove lo trovo?”

“Sulla destra dell’apparecchio.”

Alzo la testa. Il condizionatore, attaccato sul muro dove questo si incontra con il soffitto mi guarda come a dire: “ah, io non c’entro niente, eh?”

“E’ appeso al muro, sul soffitto…”

“Dovrebbe leggermi quel codice. Sennò non possiamo fare l’iscrizione.”

Fa caldissimo, mi gira la testa perché la pressione ormai è scesa a 2 di massima, la mia casa si sta sciogliendo, la piantina in salotto mi sta dicendo di lasciarla con una borraccia e andarmene, balle di rovi rotolano lungo i pavimenti, per cui capisco che se voglio salvare me stessa, mio marito, la piantina, la casa stessa, DEVO farlo.

“Aspetti, prendo la scala. Tanto ho il cordless, glielo detto.”

Prendo la scala, riprendo il cordless, salgo i gradini e mi arrampico lassù, la testa che gira, la piantina che fischietta il Silenzio.

Gli leggo l’infinito codice.

Due volte.

Scendo dalla scala. Mentre gli detto il mio codice fiscale poso la scala, mi siedo ormai una maschera di sudore, bevo dell’acqua mentre quello mi chiede telefono e telefonino, poi mi fa:

“Scusi, mi dovrebbe rileggere il codice sul fianco della macchina, non mi ha inserito il dato.”

Quasi piango, penso di essere precipitata in una puntata di Wayward Pines, penso che ci sia qualcosa dietro, quell’Eugenio vuole farmi impazzire, la Linda che mi scrive dalla società che non paga le tasse continua a mandarmi mail deliranti, internet non funziona e non mi scarica più una mazza, per cui:

“Senta, ma mi sta prendendo in giro? Ho chiamato ormai quindici minuti fa, senza contare i venti minuti di attesa alla prima telefonata, la tipa del centro assistenza che mi rimanda a voi dopo altri dieci di attesa, altri venti minuti per parlare con lei PER UN PULSANTE ON/OFF! Ma io chiamo un elettricista, mi avete rotto le scatole! Non ci risalgo sulla scala!!”

Lui, senza fare una piega:

“Va bene, mi dica solo il modello, lo trova sul libretto delle istruzioni.”

Tu dici: ma se ti andava bene solo il modello perché mi hai fatto salire sulle scale, leggerti un codice lungo la barba di Matusalemme arrampicata lassù, da sola in casa, roba che mio marito mi trovava col collo spezzato ai piedi delle scale domandosi cosa ci fossi andata a fare lassù…Ma vuoi solo arrivare in fondo a questa faccenda e prendi il libretto delle istruzioni. Gli leggi ‘sto cavolo di modello.

“Bene, a questo punto mi dica la data e il luogo in cui l’avete comprato, il condizionatore.”

“…ma ce li hanno regalati, NON LO SO!”

“Devo avere la data esatta e il luogo in cui sono stati acquistati.”

Mi è passata tutta la vita davanti. Soprusi, ingiustizie, cattiverie, bullismi di quando ero bambina, la fatica, le umiliazioni superate, le volte che devi tacere per sopravvivere, le volte che ti hanno messo in mezzo ingiustamente e…..

“HAI ROTTO IL CAZZO EUGENIO! MA TI RENDI CONTO DI COSA MI STAI CHIEDENDO, MA TI ASCOLTI QUANDO PARLI? MA TI ASCOLTI? VAFFANCULO!! VAF-FAN-CU-LO!!”

“Grazie per aver chiamato Samsung”

Rimango in mezzo alla stanza furiosa, naturalmente sudatissima, incredula.

Adesso basta. Basta con questo Paese di gente che ti dice che sei tu ad aver sbagliato quando sbagliano loro, con ‘sti call center che ti perseguitano quando vogliono venderti qualcosa e ti sommergono di burocrazia quando serve qualcosa a te, basta con la gente cafona che non ti viene mai incontro e basta con i pazzi!

Prendo su il telefono animata da una nuova determinazione. Voglio solo che mi aggiustino un cazzo di tasto on/off del condizionatore, santoiddio, non è possibile che stia accadendo veramente!

Chiamo il centro assistenza di Roma.

“Senta, salve, ho chiamato prima e mi ha detto che dovevo richiamare Samsung…”

“Sì, ho chiamato anche io il numero verde ma non rispondono. Senta, guardi, lasci perdere, ho chiesto qui e non ha senso che ci debba rimettere il cliente, per questa faccenda della segnalazione. Mi dica dove abita, le mando un tecnico appena possibile.”

Dentro di me è partita la Pastorale, la quiete dopo la tempesta, il mondo che torna normale.

“Sì…grazie.”

Mi chiede SOLO il numero del mio cellulare.

Esco, vado a fare la spesa, la ragazza mi chiama quando sono per strada.

“Allora signora, il tecnico viene domattina alle dieci, va bene?”

“Certo, va bene!” rispondo con un entusiasmo smisurato. Non tanto perché grazie a lei e ad un tecnico gentilissimo adesso mi funziona l’aria condizionata, ma perché improvvisamente nel mondo kafkiano in cui vivo, mi ha telefonato un essere umano.

aria

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osservatrice conto terzi
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