c'è pure questo · della narrazione · il mondo dalla mia stanza · whatever

apologia del sonno (addendum alla carta dei diritti umani)

A me piace dormire. Da quando mi ricordo di esistere uno dei corsi e ricorsi storici della mia vita è

l’aver rotte le palle sul quanto, dove e quando dormo.

Ricordo che da piccola mi piaceva infinitamente il momento di andare a nanna. Tutti i bambini urlano, corrono in pigiama, strepitano, cercano scuse, fuggono dal letto, si accendono la luce facendo capannuccia con il lenzuolo per leggere.

Io no.

Io, felice.

Finalmente si dorme!!! Piumino morbido e croccante, lenzuola fresche, pigiama comodo, cuscino che avvolge e via, nel mondo dei sogni.

A qualunque ora mi mettessero a dormire farmi alzare la mattina è sempre stata una battaglia. Quando dovevo andare a scuola mia madre a volte doveva tirarmi giù dal letto trascindando il piumone per terra con me attaccata braccia e gambe che mi dicevo: “No, non mi ha svegliata, sto ancora dormendo, sto ancora dormendo…”

“Anne ma quanto dormi? Ma come fai a dormire con questo casino? Anne ma di nuovo, ma hai dormito dieci ore stanotte, come puoi dormire ancora?”

Fateci caso, l’umanità su niente ti rompe le palle come sul:

come/cosa mangi

il tuo dormire.

“Ma hai mangiato?”/”Certo, quanto mangi!” “Certo ma quanto dormi!” “Ma hai dormito? Dormi così poco!”

Si dice che crescendo, invecchiando, il sonno cambi, si dorma meno.

Datemi un cuscino e una stanza buia e addormenterò il mondo.

Quando ho deciso che nella mia vita avrei voluto fare il cinema, il teatro, l’aspetto peggiore della faccenda è stato che nel primo caso ci sta questa consuetudine oscena di fare le convocazioni quando ancora le galline dormono, a teatro l’altra orrenda abitudine di cenare alle tre del mattino e scambiare la notte con il giorno che manco i vampiri.

Quando facevo l’assistente e quindi non avevo voce in capitolo deperivo e morivo lentamente come quello del film che non dorme da un anno, quando mi toglievano anche solo dieci minuti dalle dieci ore di sonno canoniche per sopravvivere.

Tentavo di recuperare quando potevo, di spostare gli orari. Tipo, ok mi mandi a letto alle tre, dormo fino all’una, ma nooooo! Perché solo tu, nel tuo ruolo,  dovevi trottare a fare cose fin dalle nove del mattino. Oppure ok, dobbiamo stare sul set alle sette, finiamo alle diciotto, provo ad andare a dormire alle dieci. Ma nooooo, perché il regista fa riunioncina dopo cena, bisogna andare a sistemare questo, parlare con quello.

Così cercavo di recuperare a piccole dosi di dieci minuti: dieci minuti con la faccia appoggiata alla fonica, dieci minuti in piedi con la testa appoggiata alla porta della sartoria, dieci minuti con la faccia sul volante mentre aspettavo sotto casa dell’attrice, che scendesse.

A Borgio Verezzi, durante un’infinita notte in cui il regista ha deciso di fare le luci dopo 36 ore ininterrotte di lavoro, mi sono addormentata su un muretto largo e comodo, e all’alba ho sentito una vocetta che mi svegliava soavemente:

“Anne, stai ferma. Non ti muovere. Immobile”. Poi una mano mi ha tirato verso di sé: dietro di me, alle spalle del muretto, un burrone di decine e decine di metri che al buio non avevo visto. Per fortuna mi muovo poco nel sonno.

Quando ho girato i miei film i miei collaboratori, soprattutto di produzione, hanno capito presto una cosa, visto che è d’uopo tenere buono il regista: tutelare il mio sonno.

Come fare se è la regista quella che se le togli dieci ore di sonno poi reagisce come lei reagisce?

Effetti della mancanza di sonno:

  • se ti svegliano presto, o comunque ti svegliano non quando tu apri gli occhi di tuo, quindi per forza quando il tuo corpo non ha ancora finito il suo ciclo REM, ti svegli una iena.

  • Non avendo il tuo corpo ricaricato le batterie sei totalmente rincoglionito, confuso, parte dei tuoi intensi sogni sono reali e vividi nella tua mente, quindi le sensazioni che hai avuto e i pensieri che hai fatto ti seguono almeno per metà giornata e, per dire, per una che sogna prevalentemente alieni e dimensioni parallele, questo rende complicato il dialogo;

  • ti senti la bocca pastosa, hai la faccia verde, la pelle smorta e le mani di ricotta.

  • Verso la metà della giornata, laddove sei sopravvissuto alla mattinata grazie a un mix di adrenalina (del tipo che sale a chi sta morendo) e caffè, ti arriva il crollo e se non trovi occasione per dormire un po’, ti viene da piangere, sei sempre più nervoso, hai la tachicardia e cominci ad avere pensieri paranoici;

  • nel pomeriggio, quando comincia a fare buio, sono possibili allucinazioni e l’acuirsi di delirio paranoico, quindi chi ci capita sotto se ne prende le conseguenze.

  • Faticosamente arrivi all’ora di cena, ti senti braccia e gambe molli, un lieve formicolio su tutto il corpo comincia ad alimentare un filo di ipocondria, pensi che magari sta per venirti un coccolone. Fai il calcolo di quanta privazione di sonno possa portare alla morte, ne cerchi informazioni su google inserendo parole chiavi quali “dopo quanto tempo che non si dorme, si muore”.

  • A cena tendi a bere troppo, perchè l’assenza di sonno ha creato una loop per cui ti senti adrenalinico e temi che stasera non dormirai, quindi ti dici: bevo.

  • C’è poi che l’assenza di sonno fa crollare i freni inibitori quindi può capitare che ti levi le scarpe ad una cena e ti gratti tra le dita dei piedi.

  • A questo punto hai la faccia tirata, i capelli smorti come privati di vitamine essenziali, due occhiaie da procione a rota, il verde del colorito ha virato a giallo ocra, biascichi e se stimolato dal dialogo hai solo voglia di litigare, quindi anche in questo caso, chi ci capita sotto subisce le conseguenze.

  • La sera vai a letto depresso e incazzato, ti rovini pure quel momento meraviglioso del lenzuola-piumino-cuscino perché lo stato psichico indotto dalla mancanza di sonno ha scatenato in te i pensieri peggiori e fatichi ad addormentarti perché ripassi le preoccupazioni grandi e piccole della vita.

Ecco quindi spiegato perché se c’è una cosa in cui non bisogna MAI, MAI impicciarsi e che non bisogna MAI, dico MAI giudicare, è quanto, quando, dove e perché dorme l’altro da sé.

Non c’è faccenda più intima, personale, privata, del nostro bisogno di dormire, quindi MAI, dico MAI dire cazzate tipo:

“Ah ma tu dormi a quest’ora? Ancora? /Di già?”

Non c’è cosa non solo più intollerante, ma pericolosa che entrare nel merito del sonno degli altri.

Negli ultimi mesi, poi, mi è capitato di leggere le bellissime lettere di una donna molto in  gamba e che per me è un punto di riferimento assoluto, e ho scoperto che questa donna citava il sonno praticamente in ogni missiva. Diceva di aver diritto alle sue dieci ore di sonno, si compiaceva di quando nessuno l’aveva disturbata, di quando aveva potuto recuperare con un sonnellino di due ore il pomeriggio, insomma metteva il suo diritto a dormire tanto e quando le pareva, il fondamento della sua salute e creatività.

Considerando che è stata una delle più importanti figure del nostro panorama culturale e che ha vissuto fino a 96 anni, comincio a sospettare di aver ragione io.

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IL RAGNO PIAGNENS (quelle brutte bestie che andrebbero spedite sulla Morte Nera)

Ogni tanto, da che mi ricordi, mi ritrovo a che fare -direttamente o indirettamente – con delle persone oggettivamente matte. Non dico “pazze” o “folli” perché della malattia mentale ho assoluto rispetto e considerazione, dato che la malattia mentale non è una colpa, è una malattia esattamente come l’herpes simplex, qualcosa con cui nasci e verso cui non hai responsabilità.

Per matte intendo persone che a causa di un eccessivo egocentrismo, un mostruoso narcisismo dovuto spesso in gran parte alla sfortuna di avere avuto una mamma e un papà che li hanno cresciuti lasciando loro credere di essere i più belli del mondo, i più bravi a dire la poesia di Natale, coloro la cui cacca profuma, vengono su degli apparentemente psicopatici, lontani (lontanissimi) dal buon senso, cattivi, vendicativi e sempre incazzati.

Queste persone, per come la vedo io, se fossimo tutti un po’ meno buonisti e un po’ più giusti, andrebbero chiuse in una navicella spaziale con a bordo vettovaglie e comfort bastevoli per una o più vite e lanciate nello Spazio lontano lontano, così che magari raggiungono la Morte Nera e si trovano in felice accordo con Dart Fener e i suoi amici di ghenga.

Dopo un po’ di tempo che si passa su questo pianeta diventa stancante trovarsi ad avere a che fare, o vedere le persone che amiamo massacrate nella vita o fiaccate nell’animo da queste bestioline isteriche, che stranamente sono sempre accomunate dall’avere anche un aspetto sgradevole (o forse è una delle ragioni per cui sono così infami, chissà) che urlano, feriscono, minacciano, mandano messaggi stralunati, si cuociono e vivono nel loro livore e, cosa più incredibile, sempre credendo di essere nel giusto e di aver subito loro un qualche torto, nella realtà solo perché pensano di avere più diritto di altri in ogni campo, perché ritengono di non essere abbastanza al centro dell’attenzione, o perché sono state mollate da qualcuno con cui andavano a letto ed essi non si fanno mollare, al più mollano, che mica si sale sul tavolo a dire la poesia di Natale per tutta l’infanzia senza che questo significhi essere diventati la Principessa Sissi o Re Artù.

Negli anni ho coniato per costoro una definizione, quella del ragno piagnens, perché sono solitamente fastidiosi e anche un po’ schifosi come ragni, ma hanno in più il difetto di una vocetta stridula e penetrante, li riconosci perché il vocabolario utilizzato di solito è carico di insulti, per natura il ragno piagnens non conosce il rispetto umano ed è caratterizzato da alcuni intercalare tipici, che vanno dal “tu non sai chi sono io” al “io so’ io e voi non siete un cazzo”.

Il ragno piagnens si riconosce anche da alcune ossessioni paranoiche, tipo le manie persecutorie a minchia, il delirio ossessivo verso qualcuno che si prende di mira e si decide essere la causa di tutti i loro problemi – problemi che immancabilmente si sono creati da soli a causa della loro totale incapacità di collaborazione con gli esseri umani e considerazione del fatto che ci sono sette miliardi di persone tutte meritevoli di rispetto – e infine, tendenza a reagire con la dignità di una Erinni beccata a fare la cacca nei prati, quando ci sono di mezzo questioni sentimentali (un esempio: neanche una pena dell’inferno può essere paragonata all’ira di una donna rifiutata, diceva Shakespeare, quando ancora non le si chiamavano “ex”).

E insomma in questi giorni sono lì che assisto basita alle goffe manifestazioni di un ennesimo ragno nanetto e ciccione che sta facendo del male a una persona a cui voglio molto bene e mi ricordo di quando mi ci sono ritrovata io in prima persona, a combattere con i miei ragni.

Quel che poi so dalla mia esperienza, dato che ogni tanto aver superato la linea d’ombra serve, è che il ragno piagnens finisce sempre per soffocarsi con le sue stesse feci e di solito li ritrovi soli o possibilmente alcolizzati a inseguire nuove vittime, senza altre armi che fare del male a parole, mettere su dei teatrini per distruggere gli altri ma tutto ciò che resta loro tra le zampe è che sono i soli a rimanere fuori dalla festa, mentre le prede che inseguono le cose le fanno lo stesso, semplicemente senza di loro.

Nel frattempo, però, fanno casino, puzzano e siccome le persone giuste (non buone, giuste, nella vita quel che conta non è tanto essere buoni o cattivi, quanto giusti e le persone giuste non sono vendicative e hanno il senso della misura) nel frattempo soffrono la delusione umana.

Almeno finché non capiscono che non sono esseri umani, quelli, ma ragni da spedire nello Spazio infinito. Così penso intensamente a questa navicella spaziale, al fatto che prima o poi dovremo coinvolgere la Nasa in questo grandioso esperimento.

Un piccolo passo per un ragno, un enorme passo per l’Umanità.

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