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ALIENI A ROMA (l’armata delle tenebre sul Raccordo Anulare)

Anne e la sua battaglia vs mobilità romana episodio 345672. Ieri sera torno tutta contenta da un appuntamento al Pigneto, mi vi ero recata in tram, dato che – mi sono detta – da casa mia a cinque minuti c’è il comodo 19, che di suo fa parte delle leggende metropolitane al pari della Lupa, molti ritengono infatti che il19 non esista. Ma se aspetti mezzora/quaranta minuti egli appare, un trammetto vintage del 1973.
Arrivare ero arrivata, su un tram trainato da opossum. In ritardo ma ero arrivata.
Alle otto di sera aspetto quello di ritorno. Ne passano tre con scritto “limita Porta Maggiore”, ma io devo andare ben oltre, quindi aspetto quello giusto. Poiché alla fermata sulla Prenestina a cui mi trovavo a un certo punto cinque baldi ragazzi stranieri hanno cominciato a litigare e uno ha rotto una bottiglia, trovo igienico salire su un tram qualunque e arrivo a Porta Maggiore.
Lì noto che ci sono solo dei 19 in direzione Gerani, ergo dall’altra parte ed anche lì, pur essendo solo le nove meno un quarto (ricordo che la mia attesa era cominciata alle otto) non c’era proprio un ambientino da Rotary club, ero l’unica donna in un consesso variegato tra appassionati dei prodotti fermentati dell’uva e della patata. Ma ho girato il mondo e sono una tosta quindi senza troppo preoccuparmi faccio un giro e controllo.
Vedo due omini con la divisa Atac, chiedo: “Scusi ma il19 verso viale Regina Margherita?” Questi si guardano come se si stessero dicendo:”Mio Dio, questa pensa che siamo due umani, la nostra copertura sta saltando, ora scoprirà che siami due alieni che hanno ucciso quei due tipi a cui abbiamo sottratto queste vesti!”
Ma io, pur sospettando la Verità, mi dico che forse nel prendere possesso delle identità dei due sfortunati impiegati Atac i due alieni ne hanno conservato parte della memoria e insisto: “I 19 in questa direzione limitano a Porta Maggiore..vengo dalla Prenestina.”
Uno dei due fa: “EH.” Io, ostinata: “Ma c’è un servizio bus, dove passa?” L’altro: “No.. A quest’ora…no.” Io: “Ma è successo qualcosa, una manifestazione? Come ci arrivo a piazza Buenos Aires?”
I due alieni sotto copertura si guardano, uno fa spallucce, l’altro si gira e mi volta le spalle. Io: “Grazie, eh? GRAZIE!”
E mi avvio alla ricerca di un taxi. Nel frattempo chiamo Lorenzo per dirgli che tardo e lui mi dice: “Ti vengo a prendere io, va’, che tanto non sono ancora arrivato”.
Non avevo considerato che stava procedendo in auto da Trionfale a piazza Verbano, tempo di percorrenza normale sarebbero venti/trenta minuti, fuso orario romano possono diventare sei ore, perché magari nel frattempo a ogni incrocio si sono piazzati i membri dell’Armata delle Tenebre che di solito si celano sotto gli abiti di Vigili Urbani.

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il vero femminismo nella proposta di facebook e apple (e di chi guarda il dito e non la luna)

Un paio di giorni fa leggo questa notizia, in cui ci comunicano che Facebook e Apple, i due (ricchi) colossi americani, hanno avuto quest’idea, pagare il congelamento degli ovociti a quelle impiegate che lo volessero. Congelare gli ovuli è una scelta secondo me sensatissima ma anche costosina, quindi non è che i due (ricchi) colossi americani abbiano fatto un’offerta da poco. La cosa che mi ha stupito è stata constatare come, al solito e quindi come ho già detto in altri post, qualunque cosa passi per le scelte che una donna fa rispetto al suo corpo diventi materia delle più strane reazioni, da parte del sistema politico, della società, si direbbe della società degli uomini ma lo cosa davvero più stravagante è quando alcune posizioni ottuse arrivano da altre donne.

Ne ho già parlato a proposito del movimento nato negli USA del cosiddetto “Nuovo femminismo” ma anche un paio d’anni fa quando mi ha colpito la notizia di quella donna di cinquantotto anni che ha avuto una figlia con la Fecondazione Artificiale e una solerte giudice-donna (giovane) glielo ha tolto, dicendo che “era troppo vecchia”, come se metà di noi esseri umani non fossimo stati cresciuti e molto bene da nonne ben molto più anziane e più forti, più sveglie la notte e più pazienti delle giovani o giovanissime madri da cui siamo nate, e come se il fatto di essere riuscita a portare avanti una gravidanza a quell’età non dimostrasse da sé quale potesse essere la forza biologica e non di quella donna.

Comunque.

Anche in questo caso mi è capitato di leggere commenti molto strampalati, tipo “Ehi, ma mica questi capitalisti colossi penseranno di dire a me quando devo fare in figlio per fargli l’impiegata a loro?” spostando completamente lo sguardo dalla luna al dito.

Vero è che quando sei giovane dici cose che vanno dal “Ah belli, se voglio fare un figlio/comprarmi una moto/farmi un tatuaggio ORA sono io che decido, capito??? Fuck the power!” a “Io non farò MAI figli, non comprerei mai un’inquinante moto, non sarò mai schiavo del sistema da farmi un tatuaggio!” perché da giovani si è tutto meno che lungimiranti, si pensa di poter sapere cosa saremo domani e che desideri avremo, visto che – come disse quel tizio di cognome Kant – la felicità è un concetto totalmente oscillante e l’unica cosa che potremo mai fare per creare isole di certezza nell’oceano dell’incertezza futura (come disse invece quella signora di cognome Arendt) è cercare di mantenere le promesse che facciamo agli altri e gli impegni che ci siamo presi con il mondo.

Ma cose così private ed intime come decidere di fare un figlio, sono questioni personalissime e quel che sfugge ai più è che decidere se fare o meno un figlio nell’età migliore per una donna, che nonostante il progresso tecnologico e scientifico del nostro mondo rimane assestata alla stessa forbice dell’età della caverna (dai quindici ai ventisette anni, a trenta sei già una “primipara attempata”), non è davvero e sempre dato dalle esigenze della società, dal lavoro, la carriera e il mutuo. Lo dice una che ha due splendide e ben nutrite nipoti nate in momenti che davvero definire economicamente inadeguati è un eufemismo, mia sorella ha fatto delle scelte coraggiose e dettate dal suo desiderio e non da questioni economiche, una volta a vent’anni e una a trenta. So che nessun pretesto avrebbe potuto fermarla e sono testimone oculare del fatto che alcune cose che ci diciamo sui costi di un figlio sono spesso tirate per i capelli.

Come tante altre cose che ci diciamo sui nostri “Avrei fatto tanta carriera se mì madre, mì padre o mì zia non mi avessero tarpato le ali”.

Raramente sono reali le ragioni con cui giustifichiamo le nostre scelte, più spesso è che non avevamo abbastanza coraggio o non è vero che poi ci andasse così tanto.

Quindi è sacrosanto che una donna dica “adesso non ho voglia di fare un figlio, non escludo che potrei volerlo un giorno ma adesso no.”

Perché se un uomo ha una vita in cui decide di viversi esperienze, concentrarsi sul lavoro, saltare anche la cavallina se ne ha voglia e poi decide che ha voglia di farsi una famiglia e/o lasciare progenie sulla Terra più tardi, a quasi quaranta o oltre i quaranta e passa anni, questo è ritenuto moralmente normalissimo fino ad arrivare ad allegri e colorati servizi sui giornali più trendy sui padri a cinquanta anni. Ma se questo accade ad una donna pare essere una specie di follia, egoismo, roba innaturale, squallore morale, ripiego alla “poverina, non l’ha potuto fare prima…”.

Dite, per quella forbice biologica di cui sopra, giusto?

Quello che non mi spiegherò mai è perché l’umanità non si lasci morire di influenza e tetano, visto che sembreremmo tutti d’accordo sul fatto che il progresso della scienza in merito a come funzioni il nostro organismo sia cosa sana e giusta, e anzi spesso mettiamo le manette a quelli che per ideologia religiosa rifiutano che al figlio vengano dati antibiotici o fatto un trapiantato un rene, ma se poi nel momento in cui la scienza ha messo sotto scacco l’orologio biologico di una donna permettendole di scegliere quando avere un figlio e, ripeto, non perché glielo chiedono ma perché decide di rimandare lei, forse, o forse no, ma vuole decidere di avere la scelta di non sentirsi sul collo il fiato delle zie che le chiedono ogni anno “ma tu quando lo fai un figlio”e avere ‘sto benedetto marmocchio dopo i trentacinque (considerati la nostra ultima soglia) ecco, perché invece si agitano tutti e la scienza diventa cosa brutta e innaturale?

Vi agitate se una donna decide di interrompere una gravidanza, vi agitate se una donna vuole pianificarla, vi agitate a prescindere se di mezzo c’è il nostro sistema riproduttivo.

A me questa proposta del congelamento degli ovuli è stata fatta quando di anni ne avevo ventisette da una ginecologa di mentalità molto nordica e molto lungimirante, mentre nel rimettermi i miei anfibi ai piedi dicevo “ah, io non farò mai figli”.

Mi ha ricordato che una delle mie qualità è sempre stata la prudenza, e che nella vita “mai dire mai”.

È una pratica molto costosa, molto, cosa abbia deciso io sono fatti miei, ma vi assicuro che essendo una persona che non ha mai avuto la presunzione di dire “Io non farò mai..” quando si tratta di scelte che riguardano la nostra felicità intima, ho davvero trovato geniale e grandiosa quella ginecologa, le sono stata grata di avermi fatto presente questa possibilità, perché non è una cosa che, quando pensi che tu non invecchierai mai e non morirai mai, ti verrebbe mai in mente.

Tant’è che spesso mi sono ritrovata anche io a dirlo ad amiche molto più giovani che si vantavano di questa non volontà di figliare, perché doversene pentire non è come cancellare un tatuaggio e può diventare un vuoto o un dolore su cui nessuno può permettersi di sindacare, men che meno qualche uomo con la panza nei talk show chiosando con degli inaccettabili “Eh vabbè, mica se po’ ave’ tutto”.

Tutto non si può avere, ma farsi l’antitetanica per evitare che ti debbano tagliare un braccio si può pianificare, anche mangiare in un certo modo per evitare di avere il cancro, si può e anzi il mondo ti dice che “si deve”fare, non vedo davvero la differenza, parlando di scelte di vita e di come la scienza possa aiutarci a sostenerle.

C’è, in questo caso, sempre ripensando a quella ginecologa illuminata e alla sua proposta, che se qualcuno mi avesse detto “te lo pago io”, l’avrei trovata una delle più belle offerte della vita, e non perché mi sarei sentita pressata da una specie di sottesa proposta del lasciare decidere ai miei datori di lavoro quando avere un figlio – che è una visione talmente dietrologica da diventare complottista – ma finalmente un’iniziativa femminista che mi consideri davvero avente gli stessi diritti, moralmente parlando, di decidere quando fare cosa di un uomo, di potermi assicurare la possibilità della scelta. E per far tacere le zie.

woody-allen-sperm

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LA NOSTRA RIVOLUZIONE (è la crisi signora, ci rende tutti nervosi)

Un paio di giorni fa hanno proiettato alla Casa del Cinema di Roma un documentario girato da Lorenzo, mio marito, di cui sono pazza (di entrambi, del marito e del documentario). Si chiama “Terra da Fraternidade” l’ha realizzato tra Spagna e Portogallo, prodotto dalla televisione portoghese, coprodotto dall’Italia ma di fatto riguardante l’attuale situazione portoghese, la rivoluzione poi purtroppo sgonfiatasi nel giro di un annetto che ci aveva fatto ben sperare nel 2011/2012. La gente cantava Grândola, Vila Morena, una canzone rivoluzionaria del loro 25 aprile, quello del 1974,  interrompendo una seduta in Parlamento nel 2011;  quella canzone l’hanno cantata un po’ in tutta Europa come simbolo di un popolo che non ce la fa più a veder condizionata la sua vita dalle Banche e da un sistema economico che non ha pietà della gente.

Ci sono un paio di momenti del documentario che sono estremamente toccanti, un professore che ha fatto la rivoluzione del 1974 che si commuove ripensando al loro 25 aprile, un giovane a cui le banche stanno togliendo la casa, dopo che pochi anni fa a fronte di pochissime garanzie gli hanno accollato sulle spalle due prestiti spaventosi. Poi ha perso il lavoro e il resto è immaginabile.

Riguardando quelle interviste mi si è stretto il cuore e finita la proiezione ci siamo tutti scambiati battute un po’ spaventate sul fatto che quindi si sta così in tutta Europa, che lì si parla di Portogallo ma sembra di vedere l’Italia.

Una ragazza finlandese che lavora all’Ambasciata, salutandomi, ha detto “Oddio, speriamo non succeda mai in Finlandia, certo che anche da noi qualcosa è un po’ peggiorato, ultimamente”.

Da quel che vedo dalle persone a me care che vivono lì è peggiorato ben più di qualcosa, ma la caratteristica principale di una delle mie patrie è quella di fare i vaghi, quel Paese non ammetterà all’esterno che qualcosa non va nemmeno se fossero sotto attacco alieno.

Caratteristica invece dell’altra mia Patria, quella in cui ho scelto di vivere, è all’opposto un senso del melodramma che ci fa perdere lucidità e, come il cane che ha mangiato i compiti di scolastica memoria, mi sono resa conto ultimamente che ormai ogni più immondo comportamento viene spesso giustificato dal

“Siamo tutti tanto nervosi”.

È assodato che il mio problema principale nella mia storia personale di sopravvivenza è il contatto umano nel quotidiano, sarà che tendo a essere zen, a credere nel dialogo e sopratutto ho una fortissima fede nel rispetto reciproco, ma dal mio punto di vista di osservazione la vita quotidiana in una città come Roma è una battaglia costante contro cafonaggine e strafottenza.

Il credo del cittadino medio di questa città, che pur adoro, è: “Tu, per non sbagliare, aggredisci”.

Il tono. Quello che fa impazzire è il tono.

Intanto ti danno tutti del tu. E per una figliola ben educata di provincia come me, questa cosa di darti del tu non è sempre ben accetta.

Poi usano prevalentemente la forma verbale imperativa: “Metti/ vai/ prendi/ scrivi”. Un esempio: sei alla Posta dici che devi fare un pacco celere, loro ti passano un modulo e dicono:

“Mettiti da una parte e compila questo, poi me lo dai.”

Non: “Guardi, se si mette lì e compila questo modulo, dopo facciamo la spedizione. Grazie.”

Devi fare delle analisi del sangue, in un Ambulatorio, vai all’accettazione con la tua impegnativa.

Loro prendono, digitano, ti danno un numero:

“Mettiti là e aspetta che ti chiamano col numero 34276717.”

Se poco poco fai una follia tipo chiedere un’informazione aggiuntiva:

“Mettiti là, poi ti chiamano e ti dicono loro”.

Al supermercato:

“Guarda che questi li dovevi pesare.”

“Oddio, mi scusi..sono nella confezione, pensavo bastasse il codice a barre…”

“No, vanno pesati. Vai e pesali, se vuoi, sennò lasciali qua che io devo andare avanti.”

Ultimamente mi è scattata una cosa strana. Un tempo questo genere di comportamenti standard del romano tipo mi lasciavano sì interdetta, ma sopportavo.

Tuttavia, nel tempo qualcosa dentro di me si è smosso, un amor proprio, un ritrovato ardore e buon senso, non so. Un giorno, senza nemmeno rendermene conto, d’emblée, dal cuore, ad uno di questi individui danti del tu con forma verbale imperativa ho risposto:

“Mi scusi, ma come si permette? Che tono è?”

Intorno a me il mondo si è fermato. Altri utenti in fila hanno fatto un passo indietro pensando che probabilmente sarei stata acchiappata da due energumeni da sotto le ascelle e portata via, chissà dove, per scomparire per sempre. O forse sarebbero entrati gli stessi due energumeni in tenuta antisommossa e ci avrebbero gridato. “Tutti a terra, giù!!” e saremmo stati presi in consegna perché magari ormai il contagio era avvenuto.

Invece, sorprendentemente, quello ha cambiato tono, borbottato un: “No, è che …”

“Non capisco questo tono.” ho insistito “Sono qua per un servizio e lei mi sta servendo, perché mi tratta come se fossimo nell’esercito e io una recluta?”.

Egli ha fatto quel che doveva fare, mi ha improvvisamente dato del lei, è stato normalmente educato.

Il suo collega mi ha guardato e detto:

“Sa, siamo tutti nervosi. La crisi.

Insomma noi riusciamo a portare sempre tutto a nostro favore, qui. Ti schiacciano un piede sul bus, ti urtano con la macchina, ti fregano l’ultima barretta di cioccolato sul bancone dei dolciumi:

è la crisi, siamo nervosi.

Altrove l’idea della crisi e la paura del futuro mettono insieme la gente, qua diventano un pretesto per parlare agli altri come se l’interlocutore gli avesse strozzato il gatto.

Ma rompere l’isteria a volte funziona. A rischio di sembrare matti, essere diretti può essere una formula, anche se poi l’italiano medio ha sempre la risposta pronta: “nonna sta male, non ho potuto studiare”, ringraziando che non ti prendano invece a sediate.

Che altro si può fare, alla fine, invece di stare sempre a lamentarci, ché tanto siamo incapaci di metterci davvero insieme e trovare soluzioni, sappiamo solo prendere i forconi per finire a scannarci tra di noi, sbagliare l’individuazione del nemico, sparare roba populista e qualunquista. Almeno riprendiamoci i formalismi e la buona educazione, pretendiamoli, che sono diventati la nostra prima rivoluzione necessaria.

Abbasso il tu non consentito, a morte l’imperativo.