ANNE E LA BUROCRAZIA #56723 (non si uccidono così anche i cavalli)

L’altro ieri vado a consegnare (come cortesia a una persona cara) un documento alla Direzione Cinema del Ministero dei Beni Culturali (dove negli ultimi quindici anni mi è capitato spesso di presentare domande etc quindi premetto: ci vado preparata, ma la vita spesso è come Olanda-Messico: non ci si finisce mai di stupire) . Ora, lasciamo perdere che uno presenta domande online e non si capisce perché debba poi portare cumuli di carta massacrando l’Amazzonia, lasciamo anche perdere la domanda online in sé. Al ridicolo della burocrazia italiana ci si abitua.

Dunque arrivo al “protocollo” con il plico-domanda e dico: “Buongiorno, devo consegnare questa domanda che scade oggi”, ci sono due signore piccolette che ti guardano con il solito sguardo tra il panico e il miodiochevuole di molti dipendenti statali. Una prende il plico-domanda ci mette un timbro e lo sbatte su un tavolo. Io, appunto perché conosco le procedure che si utilizzano di solito, dico: “Mi dà la fotocopia della prima pagina con il timbro?” e quella fa: “No, non la facciamo più. Disposizioni dall’alto” al che io: “Ok, ma una ricevuta?” lei: “Se vuole la ricevuta deve andare fuori e fare una copia della domanda o anche solo della prima pagina”. Io rimango un attimo interdetta, diciamo anche che stai a Piazza Santa Croce in Gerusalemme – per chi non conosce Roma, la Direzione Cinema sta dentro un bel parchetto che a cinque minuti a piedi dà su una piazzona che a sua volta dà su una strada di passaggio a una decina di minuti dai primi palazzi con negozi, per cui a piedi con 40 gradi  loro ti chiedono di prendere, uscire, andare vagando per il quartiere San Giovanni cercando un fotocopiaro…-  ma non è tanto questo, è che la Anne finnica quando le assurdità italiote raggiungono una certa temperatura apre l’applicazione legaliana: “Scusi ma sul sito, quando si presenta la domanda, mica c’è scritto che si debbono portare due copie (o fotocopia della prima pagina)”, quelle rispondono con strani bofonchi, “Disposizioni, non le facciamo più”, incalzo:”Sì ma io ho portato domande qui per quindici anni, avete sempre rilasciato come ricevuta la fotocopia della prima pagina con timbro, come ricevuta,  e quindi era diventata regola, se l’avete cambiata perché non lo scrivete tra le mille pedanti raccomandazioni con sottotesto di minaccia di morte sul da farsi per la presentazione della domanda, sul sito?” Una continua a dire “disposizioni” come un C3PO incantato, l’altra più collaborativa dice: “Senta, la lasci, non c’è bisogno della ricevuta”. Mi trasformo nella signora che urla davanti a Montecitorio con la sportina: “Non c’è bisogno?? Ma che dice, sono documenti ufficiali rilasciati a un Ministero e se lo perdete? La Produzione come dimostra di aver consegnato in tempo?”. “Non possiamo fare fotocopie, non possiamo sprecare carta”. Apro parentesi: le domande per il finanziamento costano tremila euro, di sviluppo un centinaio, altre sui 250 – più, per le domande di finanziamento, centinaia di euro per fare decine di copie di sceneggiature, etc – e te non mi dai un pulcioso foglio A4? Insisto: “Lei mi deve dare una ricevuta, avrete una ricevuta?” l’altra risponde: “Vabbè, ci dà un foglio e le mettiamo il timbro” (tentazione di approfittare dell’ingenuità dell’impiegata, farsi timbrare un foglio, e poi scrivere su: “la direzione cinema del ministero bla bla si impegna a mantenere a vita la signora ciccone in tutte le sue esigenze senza limiti”) incalzo, sempre più Sòra Lella incazzata: “Ma cosa dice? un foglio? ma questo è un Ministero, sono cose illegali, voi dovete darmi una ricevuta”. Si passa per un “Le mandiamo un modulo per mail” a cui io ormai in battaglia con la spada di acciaio di Valyria spada_valyriaringhio con voce d’oltretomba: “E l’avviso dell’esistenza di questo modulo da scaricare e compilare in quanto ricevuta, sul sito c’è?” finché alla fine la più piccoletta dice: “Senta, c’è questo” e tira fuori magicamente un foglio fotocopiato con una Canon del 1989, grigiotto, decentrato, in carta intestata, che dice “servizio ricezione documentazione” con i campi da compilare su chi consegna cosa e con un salvifico quadrato all’interno del quale dice “timbro”. Lo guardo senza parole e, trattenendomi dal dirlo urlando, sussurro: “E di che stiamo parlando da mezz’ora, che ci voleva?”  mentre una dice: “Ma infatti, glielo stavamo per dire (con un tono da “cara non è come pensi”) le disposizioni sono di darvi questo” l’altra, mentre compilavo, borbotta invece: “Sì ma non lo dica, perché è meglio se portate una copia della domanda… o il primo foglio” . Perchè ovviamente per darmi quella ricevuta hanno buttato al fuoco un intero foglio A4. Sono uscita da lì in pieno attacco di risa perchè improvvisamente mi è sembrato di aver vissuto una scena scritta da Groucho Marx (o da Kafka, dipende dai punti di vista).

Ci ripenso, scrivo di questi accadimenti sui social, ci si commenta sull’assurdità della burocrazia italiana, c’è chi ti dice “avresti dovuto fare così e colà”, io mi dico che comunque per il mio carattere mi ci sono arrabbiata pure troppo, ripenso agli insegnamenti di dialogo, dignità e classe con cui stata cresciuta.

 

Poi.

Oggi vado alla posta per pagare una bolletta. Entro, prendo il numeretto e dico: “Yeee, solo tre persone davanti a me!!”, ma vedo molta gente. L’essere umano tende a pensare che le disgrazie riguardino solo gli altri, mi dico: “poverini, saranno in attesa per altro tipo di operazione, io ho C, bollettini, solo tre persone!” e mi metto da una parte con un sorriso beato, il sorriso del fortunato, del prescelto, di colui che sta nella fila che scorre. Accanto a me una giovane fanciulla, carina, pulita, non barbona pazza insomma, parla da sola sussurrando parolacce. Penso: “poverina, deve avere una qualche malattia mentale” e scuoto la testa sospirando. Dopo qualche minuto noto qualcosa di anomalo: il tabellone scorre molto lentamente e vi appaiono solo numeri progressivi riguardanti la lettera P (spedizioni).

Aspetto.

Aspetto.

Quello fa “bling” e scorre P3426, P3427… niente A, niente E e sopratutto niente C. Si libera un posto a sedere, nessuno si siede, sono tutti in piedi a braccia conserte e passeggiano davanti alle casse come leoni in gabbia. Io ancora sorrido, incrocio le gambe e faccio ballare il piedino (“tanto sono solo tre persone…”)
Circa venti minuti dopo, la ragazza strana sbotta “E che cazzo!! Ma non è possibile! E’un’ora e un quarto che aspetto! Ma si può sapere che succede! Devo pagare una bolletta, ma vi pare!!” Io faccio cadere l’occhio sul suo bigliettino: io ho C155. lei C154. UN’ORA E UN QUARTO???

Mi alzo, mi agito, entro nella rivoluzione che si sta creando nell’ampia stanza senza condizionatore chiamata ufficio postale. Tutti cominciano a rumoreggiare, premere verso gli sportelli con frasi a caso “aprite altre casse…perché funziona solo la spedizione… devo versare sul mio postamat..vi odio, dovete morire”. Chiedo lumi, gentile, alla vecchietta a me vicina che commenta con frasi impronunciabili tipiche del colore romano, lei mi spiega che va avanti così da un paio d’ore, cioè che andavano lentissimi e comunque andava avanti solo lo sportello “P”. Osservo con più attenzione e noto che in effetti sono aperti solo altri due sportelli (su otto) in cui una sta al computer e non si sa che cosa faccia, nell’altro c’è uno che chiacchiera con un ennesimo impiegato, alle loro spalle altre quattro persone sul fondo che non si capisce che cosa stiano facendo.

Con un atteggiamento da paciere, dato che dopo il momento sgradevole dell’altro ieri al Ministero mi ero ripromessa di non arrabbiarmi mai più ma cercare, e trovare sempre, parole logiche, atteggiamenti superiori e interlocutori, spiegando con calma insomma, dico alla ragazza che ormai si lanciava sul vetro della cassa 5 come una Walking Dead: “Forse c’è un qualche sciopero, deve esserci una qualche agitazione sindacale, chiediamo…”

E mentre la vecchina urla dietro di me “Sciopero -sto-beep – Sindacati nella -beep— della moglie loro che devono solo ringrazià lo stipendio che hanno ‘sti –beep— lo!” io, sempre sorridente dico: “No, signora, ci sono dei diritti in questo paese e lo sciopero è un diritto”. Ne sono convinta perchè diversamente non si spiegherebbe la totale mancanza di reazione degli impiegati alle urla e improperi degli utenti. Attribuisco questo atteggiamento alla saggezza di chi sa e non può spiegare, di chi preferisce gli insulti ma tiene per sé le ragioni di un dolore, un disagio troppo privato. Mi rivolgo all’impiegata della cassa 5: “Signora, ma cosa succede, come mai non si procede? La signorina qui (pensiero segreto: che ha un numero subito prima del mio) dice che aspetta da un’ora e un quarto e …” quella ruggisce: “E c’è da aspettà. C’è la fila”. Ho un lieve fremito al sopracciglio, noto una certa somiglianza tra la donna dietro al vetro e quella del Ministero dell’altro ieri ma faccio un profondo respiro diaframmatico e, calmissima: “Sì, certo, ciò non di meno pare stia funzionando solo la cassa delle spedizioni e…”

A questo punto un signore con capelli grigi ricci ricci viene fuori da un ufficio nascosto. “Che c’è? che succede??” esordisce l’uomo. Voci dietro di me sussurrano: “il Direttore..”

“Lei è il Direttore?” dico io, con un’espressione da assicuratore o agente immobiliare.  La ragazza accanto a me aumenta grugniti e quasi sbava sul vetro e biascica: “Stiamo aspettando da un’ora e un quarto, io avrei solo due persone davanti a me e sto qua da un’ora e un quartoooooo”.zombie

 

 

Quello, aggressivo, si rivolge  a noi due fissandoci, le mani sui fianchi: “Allora, come gestire l’ufficio lo so io, gli impiegati avranno diritto di andare a fare pipì, prendere un caffè? E lei non sta aspettando da un’ora e un quarto, non è vero, non è possibile! Comunque,  ora si siedono i colleghi e si fa tutto, ma smettete di lamentarvi che quando c’è fila si deve aspettare e basta”. La ragazza strilla, fuori di sè, mostrando il suo numeretto dove in effetti ci sta l’orario e lo dà a questo punto a un’ora e mezzo prima, dimostrando alla Giuria la prova fondamentale che inchioderebbe il Direttore, ma mentre la ragazza grida indicando l’orario, quello volta le spalle e fa per andarsene.

Il battito del cuore mi si accelera. Cotanta ingiustizia, mancanza di rispetto, aggressività, direte, potrebbero farti impazzire. Ma io non sto perdendo la calma. Alzo il tono della voce, sempre gentile, non urlo: alzo solo il tono e dico: “Scusi ma cosa siamo, la sua scolaresca, o pensa d’essere il secondino d’un carcere, lei? Siamo all’asilo? Come si permette a parlarci con questo tono? Lei è il Direttore di un ufficio di cui noi siamo utenti. Una pausa non dura un’ora e nemmeno una pipì, sennò uno si deve fare visitare. E non è per niente pertinente al suo ruolo mettere in dubbio quel che dice la signorina. E comunque andarsene mentre un utente parla.” Siccome quello non risponde e borbotta parole incomprensibili, io incrocio lo sguardo della walking dead vicino a me e ci leggo il senso di impotenza, di frustrazione, di assenza di vita di questa fottuta battaglia quotidiana che è vivere nel sistema di questo Paese. Dietro di me uno dice: “Aoh, io vado a pagare alla Sisal”, un cartello pubblicitario di “Poste italiane” appeso al muro invita alla domiciliazione delle bollette, tutto sembra dire: trova un’altra soluzione, tanto qua si sa come va. Ci vogliono uccidere, massacrare giorno per giorno dandoci la sensazione che non abbiamo diritti, ci fanno per favore quel che spetta di diritto, ci consumano quotidianamente e noi dobbiamo rivolgerci alla meditazione, alla preghiere, al training autogeno prima di uscire di casa perché sappiamo già che ci sarà un autista di bus, un impiegato, un vigile, qualcuno che senza ragione e senza diritto ci farà fare il sangue acido, ci umilierà, oppure sorrideremo felici come ci facessero un regalo quando sbrigano la nostra pratica, cioè quello per cui sono pagati.

Ma io ripenso alla mia promessa di non arrabbiarmi mai più, d’essere superiore, a ciò che mi è stato insegnato dai miei sul dialogo, sulla comprensione verso chi è evidentemente più stupido.

Mi avvicino al vetro e grido al Direttore: “Aoh, se vuoi ci vediamo fuori, stronzooooooo!!!”

 

 

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osservatrice conto terzi
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