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NON HO BISOGNO DEL FEMMINISMO PERCHE’ A ME CUCINARE PIACE (e poi c’ho il bimby)

Dato che mi professo osservatrice, osservo. Osservare è la cosa che mi viene meglio da che mi ricordi di esistere.  Gioco molto al gioco della smemorata, non ricordo dove metto le chiavi, dimentico i nomi (soprattutto i cognomi) ma alcune cose che ho osservato pur a cinque anni le ricordo benissimo. Osservare e ascoltare sono l’unica via reale al (cercare di) capire gli altri e ovviamente il mondo. Poi uno studia e approfondisce e si domanda: ma ho visto bene? ho ascoltato bene? ho capito bene?

Oggi ho finalmente trovato il tempo per approfondire una cosa che mi stava inseguendo da un po’: capire cosa fosse questa realtà diventata mediaticamente popolare di Women against feminism.

Vado sul loro sito. Questo.

Sono tutte foto io con cartello, seguendo ormai una moda consolidata in cui ci si potrebbe fare un selfie unico e ogni tanto sostituire il cartello in photoshop per metterci scritte varie da “Ritrovatemi Billo” fino a “Liberate la tigre dello zoo di Salonicco”.

Premetto che non mi sono mai professionata “femminista”, pur essendo figlia di, sia perché non mi piacciono gli “ismi” in generale, sia perché per mia natura sono sempre stata un po’ lupo solitario, mi fa molta fatica entrare in movimenti, associazioni, gruppi e gruppanzuoli (lo sa chi ha lavorato con me, per dire, nella realtà dell’associazione di registi e sceneggiatori di cui faccio parte e di cui ho già parlato precedentemente, insomma unisco le mie forze solo quando scatta una qualche emergenza, di solito.)

Ma posso dire con una certa tranquillità di conoscere piuttosto bene il “pensiero femminista” e nessun essere di buon senso può negare che, quando con azioni splendide, quando goffe, si sia trattato e si tratti di un pensiero e una rosa di movimenti che ha molto ma molto fatto per la battaglia dei diritti umani, primo fra tutti il diritto all’uguaglianza di fronte alla legge. Una realtà verso la quale qualunque essere di sesso femminile che viva nel quarto di mondo privilegiato, deve tutto (sul resto del mondo ci si sta lavorando).

Quello che viene fuori da questa sfilata di foto di ragazze-con-cartelli è una grandissima confusione speculativa su idee quali libertà, uguaglianza, differenza.

Il sito e il movimento fanno riferimento – ergo parlano contro – un altro movimento, e anche contro una campagna che si esprime attraverso un hashtag che circola su twitter (#YeasAllWomen, su cui si trova qualche informazione qui)

Il movimento incriminato si definisce “Modern feminism”. A riguardo ho trovato questo blog.

Quindi ho letto, osservato e confrontato. Il sito di Women against feminism ti lascia a bocca aperta.

Forse potrebbe bastare un solo commento: ma so’ matte, queste? O anche un classico levateglie il vino ma noi approfondiamo, ci ragioniamo.

Ma dove hanno letto o chi ha detto a queste ragazze coi cartelli di Women against feminism che – per scegliere un tema che torna spesso –  la femminista ti insegue coi forconi se scegli di fare la casalinga e la mamma? Qualunque pensiero femminista chiede che le donne, come ogni essere umano, siano libere di scegliere di fare quel che vogliono.

Infatti vai sul blog della modern feminist  “di là” dicono: la donna deve poter scegliere di fare quel che vuole.

A parte una visione totalmente superficiale dell’idea del pensiero femminista in genere, c’è anche un filo di ipocrisia buonista peaceandlove, visto che mentre il movimento si chiama aggressivamente “Donne CONTRO il femminismo” i cartelli e l’ashtag in generale non dicono “sono contro”, dicono “non ho bisogno” del femminismo, senza rendersi conto che dire “IO non ho bisogno” travisa completamente natura e scopo di ogni pensiero e movimento,  portando tutto a una visione del tutto egoistica ed egoriferita: “aoh, a me non me succede mica gnente, eh? io sto ‘na crema” potrebbe essere il cartello di una woman-against-feminism di Roma.

Andando avanti.

Vari cartelli dicono “non ho bisogno del femminismo perché non sono una vittima/ perché penso con la mia testa/ perché non c’è niente di male se voglio essere sexy” etc.

Vai di à e il sito apre con “mi vesto come voglio e se sono sexy non vuol dire che ci sto/ le donne devono poter pensare con la loro testa/ le donne non sono delle vittime”.

Vari cartelli sempre delle against feminism dicono “non ho bisogno del femminismo perché per me uomini e donne sono uguali, mica noi siamo superiori” arrivando al paradossale “perché voglio che da grande il mio bambino sia rispettato dalle donne” (!!)

Vai di là e vari disegnini esplicativi a prova d’aborigeno spiegano “femminismo non è donna + dell’uomo, femminismo è donna e uomo = ” .

Il cartello di una woman against che mi ha più chiarito la situazione è stato:

“Non ho bisogno del femminismo perché il mio ragazzo mi tratta bene”.

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Qui necessita un minuto di silenzio e personalmente ho dovuto contare fino a mille concentrandomi sul concetto di rispetto per non avere una crisi di risate.

Che queste ragazze non sappiano di vivere in un quarto di mondo privilegiato su un pianeta nel quale gli altri tre quarti vedono donne appese qua e là, senza diritto non dico al voto ma di fiato, lapidate, stuprate e uccise per “essersi fatte stuprare”, totalmente private di ogni più elementare diritto, ci può stare. In questo quarto di mondo privilegiato lo scotto da pagare all’abbondanza è l’aver perso la voglia di sapere e l’empatia.

Ma senza andare lontano non sanno nemmeno di essere al massimo la terza generazione che può studiare, decidere che lavoro fare, decidere se lavorare o fare la mamma, appunto, nella terra stessa in cui sono nate; se conoscessero la Storia e la sua volubilità saprebbero che quel che si conquista in millenni lo si può perdere in pochi giorni e non starebbero poi così tranquille. Mia nonna, quella siciliana, donna di incredibile intelligenza, non ha potuto fare il liceo che voleva, figuriamoci l’Università, non ha potuto lavorare perché anche solo per pubblicare una novella o un libro (scriveva molto bene) doveva avere l’autorizzazione del marito. Fino ad un paio di generazioni fa, qua nella terra in cui viviamo noi, la donna passava da essere proprietà del padre a essere proprietà del marito.

Lasciamo perdere il diritto al voto, che abbiamo ottenuto nel 1946 ma forse non tutti sanno che l’abrogazione della legge per cui si poteva evitare la carcerazione per stupro con il famigerato “matrimonio riparatore” è avvenuta solo nel 1981. Avete letto bene: millenovecento – 81.

Oppure la ragazza che pensa che il femminismo sia una strana bestia che chiami in soccorso se il boyfriend ti picchia, invece magari sa benissimo che altrove i pari diritti di fronte alla legge sono cosa ben lungi dall’essere stati raggiunti, ma semplicemente se ne frega. Forse anche nel suo condominio una sua coetanea ha il ragazzo che la picchia, ma a lei che le frega? A lei il ragazzo non la picchia, per ora il femminismo non le serve.  Questo è ciò che,  a quanto pare, ha capito la ragazza del femminismo.  “No, grazie, per ora come se avessi accettato, il mio ragazzo è caruccio, sto bene.”

Molto chiarificatrice, anche, poche foto più giù mi colpisce un’altra tipetta che dice una cosa tipo “io non mi sento rappresentata da voialtre hipster”.

Insomma l’idea è:

“ANTICHEEE!! VEEECHHIEEE, che non vi depilate e avete le tette cadenti, noi siamo fighe, qua, noi ci piace piacere e ci piace essere sessualmente libere (anche qui ignorando che la loro libertà sessuale è conquista e battaglia del femminismo degli anni ’70) , a REPREEESSEEEE! Yooooo!!! Io sono mamma e mi piacciono l’omini, E ALLOOORAAAAA?!”

Il tono che arriva è questo, confermando non solo il vero punto debole del nostro sesso che è quello di metterci du’secondi a fare zuffa da gatti tra donne invece di tirare fuori il talento – che sì, è soggettivo – dell’ascolto e dell’osservazione.

Risulta subito evidente che tutto questo baillame dal sapor un po’ di glamour e lipgloss alla fragola, un po’ di gente che canta struccata con la chitarrina e la vocetta dolce per postare il video su youtube, nasca da un enorme pregiudizio – una confusa etichetta hippie attribuita al pensiero femminista in genere – ma soprattutto dall’incapacità congenita, spero non di una generazione, di ascoltare e informarsi.

Basta leggere il sito sopraccitato o seguire l’hashtag sempre di cui sopra per capire che di fatto stanno dicendo di desiderare esattamente le stesse cose che desiderano le “femministe”, solo che queste ultime ne parlano come di una conquista da ottenere contro un sistema e delle leggi, le against individuano il nemico in altre donne.

Siamo al paradosso, quindi: sarebbero altre donne, le femministe, a non volere che le donne siano libere di pensare, libere di vestirsi come vogliono, di fare sesso con chi scelgono. E magari sono sempre la femministe che ti consigliano di non denunciare uno stupro o un abuso “che tanto non succede niente”, sono loro che ritardano le leggi contro le violenze, che mettono in discussione il diritto alla scelta su una gravidanza, che non ti riconoscono la maternità in molti settori, che ti fanno firmare che non resterai incinta se vuoi essere assunta, che ti pagano meno di un uomo nella stessa identica collocazione professionale.

Secondo me questo fenomeno non è tanto il sintomo di una regressione culturale e dell’ignoranza storica e della mancanza di un pensiero forte, per me è soprattutto parte di un fenomeno più vasto che è quello della distrazione, del non ascolto,  che portano a prendere e partire con le fanfare senza aver capito bene di cosa si stia parlando.

Stavo per postare una mia foto con il seguente cartello:

“Non ho bisogno del femminismo perché a me cucinare piace, e poi c’ho il Bimby”.

Ma poi ho pensato che al di là dell’aspetto ilare, nonostante l’aspetto patinato, la faccenda – culturalmente parlando –  è seria. Per cui, nonostante la mia naturale tendenza, c’è poco da scherzare.

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LA VIA DI MEZZO ( e della sindrome di Filini)

 

Ognuno ha il suo carattere e il rispetto di tutti significa accettare gli altri con le loro differenze, i loro difetti, le loro peculiari caratteristiche. D’altronde se c’è una cosa che mi ha insegnato la vita è saper amare le persone anche con i loro difetti. L’amico ipocondriaco che ti aiuta a conoscere una vasta gamma di malattie meglio di un programma di realtime, il parente maniaco dell’ordine che ti allinea forchetta e coltello mentre li disponi sul tovagliolo, quell’altro che parla solo dei chilometri che fa di corsa ogni giorno, l’amico che ha l’alito pesante, si accetta tutto. Difetti e nevrosi, perché finché non si diventa pericolosi per sé o per gli altri, un essere umano non è un essere umano se non ha conosciuto una nevrosi.

Quello che è più faticoso da mandare giù sono i fondamentalisti in genere, sia quelli di argomento serio che il fondamentalista faceto, quelli per cui il SI riflessivo – o il NON SI riflessivo – (si fa, non si fa, per chi non mastichi nozioni speculative) diventano legge matematica.

Lì ti senti autorizzato a farti fremere il sopracciglio.

Ci sono poi quelli che diventano fondamentalisti anche nelle loro nevrosi. Va bene che dobbiamo vivere come se fossimo sempre in Diagnosi impossibili e va bene che no, non hai l’influenza ma sei affetto da spolisite mucilliginosa, ma quando questo diventa che vai in giro con la mascherina asettica come Michael Jackson e dai la mano con i guanti, esageri. Va bene che teniamo tutto in ordine ma se mi metti in fila per due i pisellini nel MIO piatto, forse dobbiamo farci vedere da uno bravo.

Ma la cosa più grave è il fondamentalista (parliamo sempre di fondamentalista faceto) convertito.

Qualcuno ricorda quella storia della sorella di Charlie Brown che ha paura di andare all’asilo? Strisce e strisce di lei che tenta disperatamente di costruire pretesti, tesi sociologiche, ricatti pur di non andarci e poi quando ce la trascinano torna felicissima e dopo aver raccontato per ore le cose fichissime che hanno fatto dice: “Non capisco quelli che non vogliono andare all’asilo, e quei genitori che glielo permettono? A calci, bisogna farceli andare, costringerli, farceli andare!”

O anche la barzelletta del “sono dieci minuti che sono bianco e già i negri mi stanno sul cazzo”? Ricordate?

Il fondamentalista faceto convertito può essere un incubo. Mettiamo l’amico che conosci da sempre come l’amico nichilista, più comunemente definibile come depresso, forse anche un filino menagramo. Quello che se tu parli di qualunque cosa ti risponde spalle basse, sguardo spento, cucchiaino che gira lento nel caffè come in un film francese anni ’60: “Mah, tu credi, a me non sembra, andrà male, finirà, non c’è speranza, tu credi nella gente, ah, a te piacciono le feste, perché ancora credi nell’amore, come puoi amare il colore rosso, che compri il biglietto della lotteria a fare tanto è una truffa, perché secondo te quello nell’ozono è solo un buco? Non capisco cosa ci trovi di bello nell’allegria, l’allegria è tentare di sfuggire alla morte.” Sì, insomma, quello.

Voi avete imparato a volergli bene, quel suo vivere con gli occhiali d’osso ormai vi fa tenerezza, sapete già che se siete giù o avete dubbi sul vostro taglio di capelli NON è la persona giusta con cui prendere un caffè, avete imparato a essere impermeabili al suo cupo e costante pessimismo, alle sue t-shirt con scritto “tanto moriremo tutti”, avete anche imparato a inghiottire i suoi rimbrotti quando avete tentato di tirarlo su (“ma che dici, che ne sai, se dico che non c’è niente da fare non c’è niente da fare”) e avete anche imparato a rispondere “Sì, è vero, in fondo stiamo su una palla che galleggia nel nulla e forse presto un meteorite ci distruggerà e quindi…” insomma è lui, è fatto così.

Mettete che un giorno quello scopra gli antidepressivi.

Non ve lo dice subito, ma per prima cosa cominciate a notare che sorride molto e senza ragione e vi dite “boh, vedi, sta reagendo un pochino” ma poi egli viene assalito da una strana sindrome, una specie di valanga, un fiume in piena e voi siete esattamente sulla traiettoria della sciara di fuoco:

la sindrome di Filini.

(intendo ragionier Filini, il tizio con gli occhiali della saga di Fantozzi)

Improvvisamente, dopo magari decenni di conoscenza a tenergli la manina e non potervi mai permettere di usare espressioni come “sono felice” “ti vedo bene” “mi pare che ci sia una gran bella giornata” egli ti travolge con: ehi, ehi, ehi! Famo, annamo, che ci fai lì, ti va di andare a giocare a tennis, andiamo a ballare, facciamo l’alba mangiando cocomero? Nooooo??? Ma che peso che sei, che palla al piede, ma quanto sei vecchia, ferma, infelice, daaaaai, andiamo, andiamo, facciamo, facciamo, ti va di vedere un film con quelli che sparano? Tre film di seguito? Una spaghettata, un pigiama party? Daaaaaiiiii! Pesantona!! e tu, attonita, riflettendo su quante gru hai noleggiato nel tempo per alzarlo da una sedia, dici: ok sono contenta per te, però no, grazie, continuo a vivere nella mia serena via di mezzo e soprattutto:

vacci piano con quella roba.

 

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ANNE E LA BUROCRAZIA #56723 (non si uccidono così anche i cavalli)

L’altro ieri vado a consegnare (come cortesia a una persona cara) un documento alla Direzione Cinema del Ministero dei Beni Culturali (dove negli ultimi quindici anni mi è capitato spesso di presentare domande etc quindi premetto: ci vado preparata, ma la vita spesso è come Olanda-Messico: non ci si finisce mai di stupire) . Ora, lasciamo perdere che uno presenta domande online e non si capisce perché debba poi portare cumuli di carta massacrando l’Amazzonia, lasciamo anche perdere la domanda online in sé. Al ridicolo della burocrazia italiana ci si abitua.

Dunque arrivo al “protocollo” con il plico-domanda e dico: “Buongiorno, devo consegnare questa domanda che scade oggi”, ci sono due signore piccolette che ti guardano con il solito sguardo tra il panico e il miodiochevuole di molti dipendenti statali. Una prende il plico-domanda ci mette un timbro e lo sbatte su un tavolo. Io, appunto perché conosco le procedure che si utilizzano di solito, dico: “Mi dà la fotocopia della prima pagina con il timbro?” e quella fa: “No, non la facciamo più. Disposizioni dall’alto” al che io: “Ok, ma una ricevuta?” lei: “Se vuole la ricevuta deve andare fuori e fare una copia della domanda o anche solo della prima pagina”. Io rimango un attimo interdetta, diciamo anche che stai a Piazza Santa Croce in Gerusalemme – per chi non conosce Roma, la Direzione Cinema sta dentro un bel parchetto che a cinque minuti a piedi dà su una piazzona che a sua volta dà su una strada di passaggio a una decina di minuti dai primi palazzi con negozi, per cui a piedi con 40 gradi  loro ti chiedono di prendere, uscire, andare vagando per il quartiere San Giovanni cercando un fotocopiaro…-  ma non è tanto questo, è che la Anne finnica quando le assurdità italiote raggiungono una certa temperatura apre l’applicazione legaliana: “Scusi ma sul sito, quando si presenta la domanda, mica c’è scritto che si debbono portare due copie (o fotocopia della prima pagina)”, quelle rispondono con strani bofonchi, “Disposizioni, non le facciamo più”, incalzo:”Sì ma io ho portato domande qui per quindici anni, avete sempre rilasciato come ricevuta la fotocopia della prima pagina con timbro, come ricevuta,  e quindi era diventata regola, se l’avete cambiata perché non lo scrivete tra le mille pedanti raccomandazioni con sottotesto di minaccia di morte sul da farsi per la presentazione della domanda, sul sito?” Una continua a dire “disposizioni” come un C3PO incantato, l’altra più collaborativa dice: “Senta, la lasci, non c’è bisogno della ricevuta”. Mi trasformo nella signora che urla davanti a Montecitorio con la sportina: “Non c’è bisogno?? Ma che dice, sono documenti ufficiali rilasciati a un Ministero e se lo perdete? La Produzione come dimostra di aver consegnato in tempo?”. “Non possiamo fare fotocopie, non possiamo sprecare carta”. Apro parentesi: le domande per il finanziamento costano tremila euro, di sviluppo un centinaio, altre sui 250 – più, per le domande di finanziamento, centinaia di euro per fare decine di copie di sceneggiature, etc – e te non mi dai un pulcioso foglio A4? Insisto: “Lei mi deve dare una ricevuta, avrete una ricevuta?” l’altra risponde: “Vabbè, ci dà un foglio e le mettiamo il timbro” (tentazione di approfittare dell’ingenuità dell’impiegata, farsi timbrare un foglio, e poi scrivere su: “la direzione cinema del ministero bla bla si impegna a mantenere a vita la signora ciccone in tutte le sue esigenze senza limiti”) incalzo, sempre più Sòra Lella incazzata: “Ma cosa dice? un foglio? ma questo è un Ministero, sono cose illegali, voi dovete darmi una ricevuta”. Si passa per un “Le mandiamo un modulo per mail” a cui io ormai in battaglia con la spada di acciaio di Valyria spada_valyriaringhio con voce d’oltretomba: “E l’avviso dell’esistenza di questo modulo da scaricare e compilare in quanto ricevuta, sul sito c’è?” finché alla fine la più piccoletta dice: “Senta, c’è questo” e tira fuori magicamente un foglio fotocopiato con una Canon del 1989, grigiotto, decentrato, in carta intestata, che dice “servizio ricezione documentazione” con i campi da compilare su chi consegna cosa e con un salvifico quadrato all’interno del quale dice “timbro”. Lo guardo senza parole e, trattenendomi dal dirlo urlando, sussurro: “E di che stiamo parlando da mezz’ora, che ci voleva?”  mentre una dice: “Ma infatti, glielo stavamo per dire (con un tono da “cara non è come pensi”) le disposizioni sono di darvi questo” l’altra, mentre compilavo, borbotta invece: “Sì ma non lo dica, perché è meglio se portate una copia della domanda… o il primo foglio” . Perchè ovviamente per darmi quella ricevuta hanno buttato al fuoco un intero foglio A4. Sono uscita da lì in pieno attacco di risa perchè improvvisamente mi è sembrato di aver vissuto una scena scritta da Groucho Marx (o da Kafka, dipende dai punti di vista).

Ci ripenso, scrivo di questi accadimenti sui social, ci si commenta sull’assurdità della burocrazia italiana, c’è chi ti dice “avresti dovuto fare così e colà”, io mi dico che comunque per il mio carattere mi ci sono arrabbiata pure troppo, ripenso agli insegnamenti di dialogo, dignità e classe con cui stata cresciuta.

 

Poi.

Oggi vado alla posta per pagare una bolletta. Entro, prendo il numeretto e dico: “Yeee, solo tre persone davanti a me!!”, ma vedo molta gente. L’essere umano tende a pensare che le disgrazie riguardino solo gli altri, mi dico: “poverini, saranno in attesa per altro tipo di operazione, io ho C, bollettini, solo tre persone!” e mi metto da una parte con un sorriso beato, il sorriso del fortunato, del prescelto, di colui che sta nella fila che scorre. Accanto a me una giovane fanciulla, carina, pulita, non barbona pazza insomma, parla da sola sussurrando parolacce. Penso: “poverina, deve avere una qualche malattia mentale” e scuoto la testa sospirando. Dopo qualche minuto noto qualcosa di anomalo: il tabellone scorre molto lentamente e vi appaiono solo numeri progressivi riguardanti la lettera P (spedizioni).

Aspetto.

Aspetto.

Quello fa “bling” e scorre P3426, P3427… niente A, niente E e sopratutto niente C. Si libera un posto a sedere, nessuno si siede, sono tutti in piedi a braccia conserte e passeggiano davanti alle casse come leoni in gabbia. Io ancora sorrido, incrocio le gambe e faccio ballare il piedino (“tanto sono solo tre persone…”)
Circa venti minuti dopo, la ragazza strana sbotta “E che cazzo!! Ma non è possibile! E’un’ora e un quarto che aspetto! Ma si può sapere che succede! Devo pagare una bolletta, ma vi pare!!” Io faccio cadere l’occhio sul suo bigliettino: io ho C155. lei C154. UN’ORA E UN QUARTO???

Mi alzo, mi agito, entro nella rivoluzione che si sta creando nell’ampia stanza senza condizionatore chiamata ufficio postale. Tutti cominciano a rumoreggiare, premere verso gli sportelli con frasi a caso “aprite altre casse…perché funziona solo la spedizione… devo versare sul mio postamat..vi odio, dovete morire”. Chiedo lumi, gentile, alla vecchietta a me vicina che commenta con frasi impronunciabili tipiche del colore romano, lei mi spiega che va avanti così da un paio d’ore, cioè che andavano lentissimi e comunque andava avanti solo lo sportello “P”. Osservo con più attenzione e noto che in effetti sono aperti solo altri due sportelli (su otto) in cui una sta al computer e non si sa che cosa faccia, nell’altro c’è uno che chiacchiera con un ennesimo impiegato, alle loro spalle altre quattro persone sul fondo che non si capisce che cosa stiano facendo.

Con un atteggiamento da paciere, dato che dopo il momento sgradevole dell’altro ieri al Ministero mi ero ripromessa di non arrabbiarmi mai più ma cercare, e trovare sempre, parole logiche, atteggiamenti superiori e interlocutori, spiegando con calma insomma, dico alla ragazza che ormai si lanciava sul vetro della cassa 5 come una Walking Dead: “Forse c’è un qualche sciopero, deve esserci una qualche agitazione sindacale, chiediamo…”

E mentre la vecchina urla dietro di me “Sciopero -sto-beep – Sindacati nella -beep— della moglie loro che devono solo ringrazià lo stipendio che hanno ‘sti –beep— lo!” io, sempre sorridente dico: “No, signora, ci sono dei diritti in questo paese e lo sciopero è un diritto”. Ne sono convinta perchè diversamente non si spiegherebbe la totale mancanza di reazione degli impiegati alle urla e improperi degli utenti. Attribuisco questo atteggiamento alla saggezza di chi sa e non può spiegare, di chi preferisce gli insulti ma tiene per sé le ragioni di un dolore, un disagio troppo privato. Mi rivolgo all’impiegata della cassa 5: “Signora, ma cosa succede, come mai non si procede? La signorina qui (pensiero segreto: che ha un numero subito prima del mio) dice che aspetta da un’ora e un quarto e …” quella ruggisce: “E c’è da aspettà. C’è la fila”. Ho un lieve fremito al sopracciglio, noto una certa somiglianza tra la donna dietro al vetro e quella del Ministero dell’altro ieri ma faccio un profondo respiro diaframmatico e, calmissima: “Sì, certo, ciò non di meno pare stia funzionando solo la cassa delle spedizioni e…”

A questo punto un signore con capelli grigi ricci ricci viene fuori da un ufficio nascosto. “Che c’è? che succede??” esordisce l’uomo. Voci dietro di me sussurrano: “il Direttore..”

“Lei è il Direttore?” dico io, con un’espressione da assicuratore o agente immobiliare.  La ragazza accanto a me aumenta grugniti e quasi sbava sul vetro e biascica: “Stiamo aspettando da un’ora e un quarto, io avrei solo due persone davanti a me e sto qua da un’ora e un quartoooooo”.zombie

 

 

Quello, aggressivo, si rivolge  a noi due fissandoci, le mani sui fianchi: “Allora, come gestire l’ufficio lo so io, gli impiegati avranno diritto di andare a fare pipì, prendere un caffè? E lei non sta aspettando da un’ora e un quarto, non è vero, non è possibile! Comunque,  ora si siedono i colleghi e si fa tutto, ma smettete di lamentarvi che quando c’è fila si deve aspettare e basta”. La ragazza strilla, fuori di sè, mostrando il suo numeretto dove in effetti ci sta l’orario e lo dà a questo punto a un’ora e mezzo prima, dimostrando alla Giuria la prova fondamentale che inchioderebbe il Direttore, ma mentre la ragazza grida indicando l’orario, quello volta le spalle e fa per andarsene.

Il battito del cuore mi si accelera. Cotanta ingiustizia, mancanza di rispetto, aggressività, direte, potrebbero farti impazzire. Ma io non sto perdendo la calma. Alzo il tono della voce, sempre gentile, non urlo: alzo solo il tono e dico: “Scusi ma cosa siamo, la sua scolaresca, o pensa d’essere il secondino d’un carcere, lei? Siamo all’asilo? Come si permette a parlarci con questo tono? Lei è il Direttore di un ufficio di cui noi siamo utenti. Una pausa non dura un’ora e nemmeno una pipì, sennò uno si deve fare visitare. E non è per niente pertinente al suo ruolo mettere in dubbio quel che dice la signorina. E comunque andarsene mentre un utente parla.” Siccome quello non risponde e borbotta parole incomprensibili, io incrocio lo sguardo della walking dead vicino a me e ci leggo il senso di impotenza, di frustrazione, di assenza di vita di questa fottuta battaglia quotidiana che è vivere nel sistema di questo Paese. Dietro di me uno dice: “Aoh, io vado a pagare alla Sisal”, un cartello pubblicitario di “Poste italiane” appeso al muro invita alla domiciliazione delle bollette, tutto sembra dire: trova un’altra soluzione, tanto qua si sa come va. Ci vogliono uccidere, massacrare giorno per giorno dandoci la sensazione che non abbiamo diritti, ci fanno per favore quel che spetta di diritto, ci consumano quotidianamente e noi dobbiamo rivolgerci alla meditazione, alla preghiere, al training autogeno prima di uscire di casa perché sappiamo già che ci sarà un autista di bus, un impiegato, un vigile, qualcuno che senza ragione e senza diritto ci farà fare il sangue acido, ci umilierà, oppure sorrideremo felici come ci facessero un regalo quando sbrigano la nostra pratica, cioè quello per cui sono pagati.

Ma io ripenso alla mia promessa di non arrabbiarmi mai più, d’essere superiore, a ciò che mi è stato insegnato dai miei sul dialogo, sulla comprensione verso chi è evidentemente più stupido.

Mi avvicino al vetro e grido al Direttore: “Aoh, se vuoi ci vediamo fuori, stronzooooooo!!!”

 

 

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