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LA VITA ETERNA DEI CANI (QUELLI RESISTENTI AGLI ALIENI)

Uno dei momenti più tristi della mia vita, anche se sia prima che dopo ce ne sono stati ovviamente di più pesanti, è quando – a sedici anni – la nostra adorata cagnolina Frick mi è morta tra le braccia.

Da che mi ricordi di esistere abbiamo sempre avuto una serie di animali intorno, soprattutto cani. Come ho già raccontato vengo da due famiglie, sia quella del Nord che quella del Sud, molto amanti degli animali. Attenzione, non gente in di-speciazione, termine che mi ha passato una persona intelligente con cui ho parlato tempo fa, cioè quei matti che si definiscono animalisti ma non in realtà colmano gravi problemi di comunicazione buttandosi sulle altre specie viventi che vivono su questo pianeta, spesso a loro insaputa e senza che gli sia stato richiesto.

A me è stato insegnato un atteggiamento sano e saggio di rispetto e amore per le altre specie, partendo dal presupposto che abbiamo diversi linguaggi, esigenze e spazi.

Io ho amato Frick visceralmente, ci è stata regalata dopo poco tempo che si era arrivati in Italia,  avevo sette anni e ovviamente mia sorella ed io ci siamo legate a Frick nella maniera totale che solo i bambini conoscono.

Dopo quella sua orrenda morte tra le mie braccia, ho giurato: mai più animali.

Un paio d’anni dopo trovo un cucciolo nella spazzatura, qualche squilibrato aveva buttato quattro cuccioli nel cassone. Ho sentito dei guaiti, pensavo fosse un cucciolo smarrito sotto i bidoni della spazzatura, invece alla fine ho capito che si trattava di un cucciolo dentro il cassone. Gli altri fratellini erano morti, lui quasi. La veterinaria mi disse: “Non so se supererà la notte”.

Mia madre quando l’ho portato a casa ha detto: “Sì, ma appena sta bene va via”.

Schizzo ha vissuto con noi, adorato da tutti e coccolato soprattutto da mia madre, per diciotto anni.

Quando poi è morto, in Finlandia con mia madre che lo teneva tra le braccia,  mia sorella e io ci siamo dette:

Mai più animali. Si soffre troppo.

Ora mia sorella ha un cagnolino che abbiamo salvato in un posto a Parigi, dove eravamo andate per festeggiare il compleanno di mia nipote nel – da anni – promesso Disneyland, e ha anche un gatto che ha salvato perché volevano abbatterlo.

Io ho incontrato mio marito e insieme al suo amore ho trovato

un cane.

Una cagnetta già anzianotta, un po’ malaticcia, e mi sono detta: l’unico modo per sopravvivere qua è non affezionarsi.

E infatti, non ci siamo per niente innamorate una dell’altra:

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Lo pensavo impossibile, un cane che ha una sua storia, che non ha fatto alcun imprinting infantile con me, arrivo io così, bellina bellina e nuova nella sua vita. Mi sono detta: avremo al più un rapporto di cordialità.

Ma non ho fatto i conti con la mia entità da pifferaio magico per cani, gatti e bambini piccoli che, anche mio malgrado,  attraggo.

Quindi Sherazade detta Shara mi si è attaccata accanto dal primo giorno e non mi ha più mollata.

Quando dico attaccata intendo che mi segue ovunque da quattro anni, anche se vado in bagno a fare pipì, e non tollera che io esca senza di lei. Lorenzo è il suo padrone e il suo grande amore ma io sono la compagna di merende, DEVO stare sempre con lei.

Nasce così un rapporto come le sorelle de “La famiglia”,  sempre insieme, a volte battibeccando: lei che mi abbaia polemica se non le sto dando abbastanza attenzione, io che la sgrido perché è bulimica e ha comportamenti poco dignitosi e osceni tipo ravanare nelle spazzature anche se ha mangiato otto chili di pappa, disturbare la gente quando mangia ricattandola con sguardi da piccola fiammiferaia.

Ma, contro ogni mia intenzione iniziale, è puro amore.

Shara ha da anni un tumore che però il suo veterinario è riuscito a tenere sotto controllo, in teoria avrebbe l’artrite, il colesterolo alto e qualunque cosa si possa immaginare, ma quello che ha sempre stupito tutti è la sua disperata vitalità. Oggi ha quindici anni, e fino a sabato scorso pur spelacchiata da età e cure per il tumore, quello che di certo si diceva di lei è sempre stato: ma che cane felice.

Shara è sempre felice, sempre entusiasta, sempre curiosa.

Poi, una decina di giorni fa comincia ad avere una strana tosse.

Aveva già avuto qualcosa del genere ad ottobre quindi parliamo con il dottore, ci dice che è un po’ di polmonite, iniziamo la stessa cura di sei mesi fa.

Ma sabato, all’improvviso, la tosse diventa insistente, respira male e infine ha una bruttissima crisi in cui non respirava più. Eravamo a casa, Lorenzo sta montando un suo documentario qui con un montatore che meno male che c’era perché proprio nei cinque minuti che mio marito era uscito per comprare una cosa, la nostra cagnolina sembrava avesse smesso di respirare.

Stavamo per schizzare fuori per andare al pronto soccorso, ma lei piano piano si è ripresa, io buttata per terra esattamente come era successo con Frick, lei stesa su di me come una specie di Pietà canina, io totalmente presa nel mio pattern che ci è mancato poco urlassi “Frick, Frick nooooo!!” con la voce da sedicenne in stile Marnie.

Lorenzo arriva a casa e decidiamo di portarla al pronto soccorso veterinario.

Una dottoressa, una tipa gentilissima, ci fa però capire che siamo alla frutta. Ma, per capire cosa esattamente stesse togliendo a Shara così gravemente il respiro, le fanno i raggi e mentre Lorenzo la teneva per le zampe sul tavolo per prepararla ai raggi Shara mi guardava con gli occhioni da Gatto con gli stivali, una specie di “perché?” nello sguardo degli animali che stanno male che mi ha sempre spezzato l’anima.

Si sono messi in due a guardare le lastre di Shara, che parevano un’opera d’arte concettuale. Sentenza: aveva il polmoni messi male, e messo male un po’ tutto il resto.

Ci propongono di ricoverarla per metterla sotto ossigeno preparandoci al fatto che potrebbe morire lì, quindi Lorenzo e io ci guardiamo, chiediamo che cosa potremmo fare a casa, la dottoressa ci spiega che dovremmo comprare bombola dell’ossigeno, mille medicine, aerosol e in pratica organizzare una sala rianimazione in casa.

Noi ci guardiamo: e che problema c’è?

Casa nostra è diventata l’Ospedale di Barbie, abbiamo tutto, ci mancano solo i camici.

Così ci mettiamo lì e le diamo l’ossigeno (o meglio Lorenzo le dà l’ossigeno, da me Shara non si fa mettere strane mascherine in faccia e con la sua solita vis polemica da pari, mi guarda come a dire: “quella, te la metti te”), medicine, aerosol.

Shara sembra un po’ riprendersi, quando poi l’altra mattina accade la cosa più assurda che potessi mai vedere in lei: non vuole mangiare.

E ci accorgiamo che non cammina più. Cerca di alzarsi ma non ce la fa.

Senza pensare a nulla né perderci d’animo ci diciamo: ok, non cammina, vado a comprare i pannoloni.

Mentre dico alla ragazza del negozio dove la portiamo sempre a fare la toeletta, che le regala sempre mille biscottini, dove abbiamo comprato tutti i suoi guinzagli, cosa stia succedendo, la ragazza, quasi in lacrime, mi dice: “Lasciatela andare, piccina.” E io penso: Lasciarla andare dove?

Improvvisamente realizzo:

non mangia, non cammina.

Scoppio a piangere e scappo via come Rhett Butler quando corre per le scale per la figlia.

Ho perso i miei cani, ho perso i miei nonni, ho perso – cosa più devastante –mio padre e tutte le volte che ci si confronta con la strana faccenda chiamata dipartita, scomparsa, morte, non ci si sente, né veramente ci si può sentire preparati all’idea che davvero quella creatura adorata e tanto scontata non nella “tua” vita, ma nella Vita, possa poi diventare una cosa fredda e senza sguardo, non esserci più.

In buona sostanza non è che scompaiono, ci abbandonano e marciscono.

Quindi torno a casa, mi metto a fare quel che in questo caso ci è dato fare: occuparci di tutto come se dovesse essere semplicemente una nuova condizione, e che sarà così per sempre.

Mentre mi stendo accanto a lei e la carezzo penso che non è proprio possibile che lei così vitale, ostinata e indomita, possa diventare una di quelle cose fredde e vuote che nel tempo hanno sostituito amate creature della mia vita come nell’Invasione degli ultracorpi. Casualmente, in televisione quella sera davano un dimenticabile “The host” – bruttino assai ma l’idea di questa tipa che resiste all’alieno che ne vuole prendere il corpo solo con la forza della sua mente, mi fa pensare che per una come Shara potrebbero esserci speranze.

Allora la coccolo e le dico quelle parole ridicole e inutili, soprattutto considerando che è un cane e quindi capisce solo il canese, che si dicono in queste situazioni: ti prego non mi abbandonare, non ci abbandonare.

Andiamo a dormire, o meglio io non chiudo occhio per sorvegliare ogni respiro della cagnolina, anche perché ho un po’ questa fissazione per cui va bene tutto, ma non si può essere soli-soli nell’ultimo istante. Se gli altri dormono tu sei solo.

La mattina Shara è ancora viva.

Anzi, quando le portiamo la pappa, mangia con il vecchio appetito da disturbo alimentare, lecca il fondo della ciotola.

Lorenzo prova a prenderla dalle anche.

E Shara si mette in piedi.

Un passo, poi un altro.

Lorenzo la porta dal dottore con sua mamma, il dottore dice che sì, la prognosi è riservata, dovrebbe rimettersi in piedi da sola per poter dire che a beffa di tutto sopravviverà anche stavolta, ma potrebbe effettivamente riprendersi e vivere ancora un po’.

Certo, dovremmo farle fare un po’ di ginnastica, massaggini per stimolare la colonna e le zampe.

Quindi ora casa mia è una SPA, non nel senso di società per azioni ma in quello più divertente di centro massaggi, olietto di argan, esercizi da me ideati di yoga per cani.

E andremo avanti così, grattando ogni minuto, visto che lei è felice, come sempre. Non soffre, non si lamenta, sembra molto felice dei massaggini, molto contenta di tutta l’attenzione che ha, decisamente contenta dei bocconcini in più che le arrivano. Finché sarà il cane felice che è, io non la lascio andare.

Perché io non sono una fanatica, se si tratta del mio cane.

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BISOGNA STARE ATTENTI A CIO’ CHE SI DESIDERA (del giorno in cui il mondo si svegliò e mancava qualcosa)

Una mattina il mondo si è svegliato e non si è accorto subito che qualcosa non andava. Che qualcosa fosse sensibilmente cambiato nel tran tran della vita quotidiana.

La gente si è svegliata, ha fatto pipì, colazione, dato da mangiare al gatto.

Non si è accorta, ad esempio, che sulla scatola dei biscotti c’era scritto solo “Frollini” oppure “Biscotti secchi”. Non si chiamavano più “Macine”, “Pan di stelle” ma solo biscotti alla panna o biscotti al cioccolato.

Dietro la scatola c’erano scritti solo gli ingredienti.

Non c’era scritto niente tipo: “Rendi più bello il tuo risveglio con una coccola di dolcezza”. Niente.

Solo gli ingredienti.

La gente andò al lavoro, a scuola, e non fece caso al fatto che non ci fossero cartelloni pubblicitari colorati, solo scritte che dicevano “compra questo, compra quello”.

Alla radio davano solo notiziari.

Poi non fecero caso che anche alla televisione davano solo notizie, c’erano dei talk show, certo.

Non si erano accorti che non c’erano più sale concerto, non c’erano più teatri, non c’erano più musei, gallerie d’arte, non c’erano più cinema, non c’erano più romanzi o raccolte di poesia.

Non si erano resi conto che non c’erano film da guardare, né nei cinema né in tv, né fiction, né spettacoli, né concerti, sparite le opere d’arte, spariti i dischi, i cd, i brani su iTunes, spariti video su youtube, spariti persino gli spot, spariti gli slogan, spariti i disegni, i romanzi, persino i racconti, sparite le poesie e i graffiti degli artisti di strada.

Gli uomini non capirono cosa fosse accaduto: era sparita ogni traccia d’arte e creatività, dissolti o risucchiati da chissà quale varco spazio temporale tutti i lavoratori della cultura, dello spettacolo, dell’intrattenimento, tutti gli artisti.

Gli abitanti del pianeta Terra parevano inizialmente essersene dimenticati.

Era successo che gli dèi avessero, finalmente, c’è da dirlo, dato retta alle intense preghiere di quanti chiedevano con tutto il cuore che ci si liberasse da quelle masse di magnoni mangia pane a tradimento, quella gentaglia che invece di diventare adulta e darsi da fare produttivamente nel mondo concreto e reale non faceva che cazzeggiare; avevano pregato fino a far diventare bianche le nocche delle mani di far sparire quelli che non smettevano di “mettere le mani nelle tasche dei cittadini” per pagare i loro stupidi film, i loro spettacoli, concerti, mostre. Molti uomini avevano pregato di poter smettere di assistere a un flusso di denaro utile a foraggiare ‘sta gente che pensava solo a spendere soldi per dar voce ai propri capricci, nutrire la propria arroganza e riempirsi la pancia. Tanto si sapeva, erano solo menzogne quelle accampate da questi mangiatori di caviale dalle vite privilegiate: nessuna opera rientrava mai dei soldi impropriamente spesi, nessun Premio era mai un reale riconoscimento al valore di quel che fosse stato fatto ma un patetico scambio di favori tra gente collusa e in cattiva fede.

“Basta con questo schifo” pregavano quegli uomini “…ci sono cose molto più importanti a cui pensare, cose serie, molto serie.”

Gli esseri umani avrebbero finalmente smesso di soffrire assistendo allo scempio compiuto da questi fannulloni nevrotici che in più non facevano che schiaffare in faccia ai più sfortunati una vita di red carpet e lustrini, di puro divertimento per se stessi scandalosamente remunerato e che osavano pure chiamare “lavoro”,  tristi mercenari indifferenti alle fatiche di chi davvero lavora, chi davvero porta qualcosa alla società e si occupa di cose serie, molto serie.

Ecco che le preghiere di quei retti uomini furono esaudite.

Accadde però un fatto strano. Nel giro di poche settimane gli esseri umani cominciarono a manifestare chiari segni di squilibrio. Non avevano gli strumenti per capirlo ma mancavano loro le canzoni, mancava loro ridere delle battute di un comico, piangere per un film, mancava vedere un quadro, mancava loro sentire una frase che non fosse solo “compra la pasta” ma che persino nel proporgli di comprare la pasta stimolasse l’immaginazione.

Privata dello stimolo all’immaginazione improvvisamente nessuno sognò più.

Nessuno aveva voglia di migliorare la situazione in cui la sua nascita lo avesse destinato, nessuno ebbe la sensazione che qualcuno ne comprendesse le ingiustizie subìte o il dolore, nessuno poteva più nemmeno spettegolare o sognare di poter un giorno avere la vita di qualcun altro. Non c’era che lavorare, mangiare, dormire, fare sesso per procreare, alla fine la gente non aveva nemmeno voglia di conoscere, di sapere, di studiare. Voleva solo avere delle cose, mangiare a più non posso, possedere più degli altri. La gente diventò sempre più violenta, più egoista. Decisamente infelice.

Privata dell’immaginazione la gente cominciò piano piano a dimenticare la morale, perché nessuno lo aveva compreso prima:  la morale ha a che vedere con la Bellezza.

Bastò davvero poco e la gente alla fine non si innamorò nemmeno più.

Perché anche innamorarsi è qualcosa che si impara dalla Bellezza.

Passò ancora meno prima che i potenti si accorgessero che persino l’economia mondiale si accartocciava: la gente non usciva più e ci si rese conto con stupore che quella robaccia che un tempo avevano chiamato arte o intrattenimento, di soldi ne portava, eccome.

Quei pochi che gli dèi avevano condannato a ricordare che era un loro desiderio che si era deciso di esaudire, tentarono di porre rimedio, qualcuno tentò di ricordare come si scrivesse un verso, una scena, come suonasse la musica.

Ma gli dèi si sa, sono categorici e la volubilità umana già di suo li irrita parecchio: non tornano sulle loro decisioni.

Era stato richiesto che gli esseri umani dimenticassero come riconoscere e raccontare la Bellezza, eccoli serviti. Finalmente potevano guardare il deserto che avevano immaginato.

Quando ancora sapevano immaginare.

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