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ORZOWEI (na-nananan-nanananà)

Mio nonno, quello siciliano, era un grande amante dei cani. Da quel che so ha sempre avuto un cane, a volte più di uno. Un paio di questi cani erano degli ex-cani poliziotto che aveva rilevato, tramite un suo amico commissario, per evitare loro una brutta fine.

Per questa ragione, perché il buon senso e l’amore per tutte le creature viventi di questa terra è una cosa che nasce dall’educazione che si riceve, mio padre era un amante degli animali davvero sfegatato, nel senso che amava moltissimo i cani ma tutti gli animali in genere, diceva di provare per loro “ammirazione e rispetto”.

D’altra parte, nella famiglia di mia madre, i miei nonni hanno sempre amato moltissimo gli animali, c’erano dei gatti, pensati soprattutto per tenere lontano i topi dalla loro casa su tre piani nel bosco, ma che ovviamente venivano coccolati e tenuti al caldo quando andava loro di stare in casa, sennò se ne andavano in giro e tornavano quando andava loro, e c’è sempre stato un cane. Ci sono state anche galline, che però poi si mangiavano (i cani, i gatti e i topi, no). Così come nella casa di campagna dei miei nonni siciliani, quando ci andavamo d’estate o per Pasqua, ci stavano diversi agnelli e capretti che alcuni pazienti di mio nonno – medico, che ha sempre aiutato le persone con pochi mezzi – gli regalavano per gratitudine.

In particolare passa alla storia uno di questi agnellini che gli era stato portato nella casa di città prima di essere poi trasferito nella più pratica casa di campagna, a cui avevo dato un nome. Fiocco.

Quando fu portato in campagna io ci sono rimasta malissimo, quindi non vedevo l’ora di andare lì per Pasqua per ritrovare Fiocco.

Il resto ve lo potete immaginare.

“Dov’è Fiocco, dov’è Fiocco, mamma non trovo Fiocco!” ha risuonato per tutta la mattina per le campagne e nella grande casa odorosa d’antico dei miei nonni, che era stata dei miei bisnonni, finché, poiché tormentavo con questa nenia gli ospiti a tavola, uno di questi, pensando di essere spiritoso, non proferì le parole mitologiche: Te lo stai mangiando.

Inutile dire che da allora non posso nemmeno più sentire l’odore di agnello senza avere la sensazione che stiano cucinando il mio cane.

Mio padre, in quell’occasione, tornando in macchina ha detto una cosa che per me è stata la falsariga del senso delle misura su certe faccende per tutta la mia vita:

Che crudeltà inutile.

Un ossimoro, si dirà, perché ogni crudeltà è inutile. La crudeltà è sinonimo di stupidità e di frustrazione.

Riguardo agli animali, tanto discussi in questi giorni per via di questa faccenda, quel che io ho imparato da persone intelligenti e forse a volte dispiaciute dalla vita ma non certo frustrate che – per mia fortuna – fanno parte della mia grande famiglia, è che si amano e si rispettano tutte le creature, al punto che tutt’oggi non sono del tutto sicura che le zucchine non provino dolore quando le si strappano dall’orto e al punto che detesto i fiori recisi e chi mi conosce sa che non deve MAI portarne, perché fin da piccola ho sempre pensato che strapparli via e togliere ai fiori ulteriore vita rispetto alla breve esistenza che spetta loro mi è sempre sembrata una crudeltà, una maniera tutta umana di utilizzare le cose belle della natura come personale gadget.

Oltre ad amare e rispettare tutte le creature che stanno su questa Terra (e se venisse fuori qualcosa di nuovo, anche non di questa Terra) mi è stato insegnato a prendere le difese dei più deboli quando questi sono più deboli, nel limite delle mie possibilità e se questo non significa fare ancor peggio a qualcun altro. (“Lasciatemi con una borraccia e andate” era difatti il mio personaggio nei nostri giochi da bambina).

Quel che la Natura ti insegna è che la realtà, secondo i nostri canoni moralisti è apparentemente crudele. Per un moralista (si veda: differenza tra morale e moralista del pluricitato Pier Paolo Pasolini ndb) il funzionamento stesso della Natura e dell’ecosistema dovrebbe esser il tripudio dell’Ingiustizia.

Basta vedersi un po’ di National Geographic per deglutire con difficoltà.

tigre

A questa affermazione mi è capitato di sentirmi rispondere: “Ma che stai a dì, gli animali non fanno mai crudeltà inutili, essi uccidono per mangiare!” e ho sempre risposto che li avrei lasciati volentieri a fissare i nostri quindici gatti che razzolavano in cortile per vedere cosa facessero con un topo mezzo morto e mezzo vivo prima di dargli il colpo finale. Noi umani per semplicità lo chiameremmo “giocare”. Ma non li ho mai giudicati buoni o cattivi per questo, crescere con molti animali intorno mi ha spiegato senza tanti fronzoli che cosa sia veramente, appunto, la Natura.

A voler essere pragmatici, non esistono creature più o meno buone su questa Terra, esistono creature che operano per la propria sopravvivenza e per perpetrare la propria progenie. Ma esistono anche solidarietà, empatia, regole sociali, sia in quel genere dell’animale nudo che è l’uomo che in quegli altri, tanto o poco pelosi che siano. La sola differenza è che noi possiamo pensarci su, sia prima che dopo. Che la nostra “morale”, quella che ci regola, sia perlopiù contrattuale, lo dimostra la Storia e anche quel che succede nel mondo, mi pare. E’ abbastanza evidente che il resto è molto confuso e la falsariga che seguiamo proviene da chi ci ha educato e come, da quanto siamo sereni con noi stessi o quanto abbiamo bisogno da qualcuno con cui prendercela.

Sempre a proposito di nonni, l’altro, quello già citato che è tornato da un campo di concentramento, ha raccontato cose che voi umani non potete nemmeno immaginare su quel che significhi governare questa falsariga morale quando si tratta di sopravvivere tu o aiutare a sopravvivere quelli che ti stanno accanto.

E nemmeno io mi posso immaginare, perché solo chi si trova in certe situazioni può comprendere cosa significhi patteggiare costantemente tra quel che pensi giusto e quel che l’istinto biologico, quell’Anima in senso aristotelico che genera e tiene in piedi il miracolo della vita, ci spinge a fare.

Questo è l’insegnamento più grande e più saggio che possiamo prendere proprio dagli animali:

gli animali agiscono per sopravvivere, per non fare morire i proprio piccoli, per non soccombere. Ma spesso aiutano il più debole della loro specie. Spesso adottano il cucciolo di un’altra specie, magari un secondo dopo averne ucciso la madre per nutrire i propri cuccioli, perché sentono che quel piccolo è più debole.

Gli animali non si chiedono se sia giusto o sbagliato, l’Anima dice loro che si aiuta chi è più piccolo, chi sta soffrendo, chi non ce la fa. Si fa per istinto: si è portati a pensare a chi, in quel momento, è più debole.

Un’altra cosa che mi hanno insegnano i miei nonni e miei i genitori, e che ora mia sorella trasmette alle sue figlie, è poi un altro principio che mi ha fatto alle volte discutere con presunti amanti degli animali (dico presunti perché chi ama veramente gli animali non ha bisogno di farsene vessillo per dare un senso alla propria identità o una ragione di presunta superiorità morale) : gli animali vanno trattati come animali, non vanno antropomorfizzati.

Va considerata e rispettata la loro natura, ecco perché al primo cane che mi è stato regalato per quanto leggessi ancora a malapena perché avevo appena iniziato la prima elementare, mio padre mi ha ricoperto di libri sulla natura del cane.

I miei stanchi occhi nella vita hanno visto di tutto: cani nel seggiolone, cani che mangiano filetto, cani portati dallo psicologo o a fare i massaggi.

Mio padre mi ha insegnato che quando decidi di vivere con un animale bisogna essere pronti ad adattarsi a lui e portare l’animale ad adattarsi a te. Ma cercando di capire le sue regole, i suoi principi di branco, di bisogno di qualcuno che decida, di necessità di spazi, di paletti da mettere, etc. senza crudeltà inutili pensate a mio vantaggio. Mi ha spiegato e dimostrato quanto sia, ad esempio, crudelissimo ed egoista castrarli, sterilizzarli, o tagliare le unghie ai gatti. Eppure, questi presunti animalisti che augurano a una ragazza di venticinque anni di morire, hanno sicuramente in casa animali che non hanno mai scopato e mai scoperanno, e si dicono pure che “è per il loro bene”. Un veterinario (serio, non di questi new age che stanno lì per togliere i sensi di colpa all’ “animalista” da salotto) mi ha spiegato, anche se basterebbe pensarci con il buon senso, che sterilizzare qualunque creatura bene certo non gli può fare. (e di certo non sarebbe contento per niente se sapesse cosa stanno per fargli, creatura). Ma certo è più comodo: avere un animale in casa nel pieno delle sue potenzialità è una gran scocciatura, poi quelli pisciano e puzzano, e poi devi fare in modo che ogni tanto si accoppino…noiosissimo.

Per non parlare di quelli che tagliano le unghie ai gatti: non farebbero prima a paralizzarli del tutto e tenerseli come dei piccoli gadget per il proprio piacere e per poter dire a se stessi che sono tanto buoni e amanti degli animali?

Ho visto gente mettere reti dappertutto perché così i gatti non scappano. Ma se quelli vogliono andare via? Perché non accetti che i gatti non ti appartengono, non ti apparterranno mai? Si affezionano alla casa, avranno sempre tanto rispetto per te, ma sono spiriti liberi, cosa li sequestri a fare? Come se non facessi uscire tuo figlio di casa fino alla morte. Può finire sotto una macchina? E pure tu puoi finirci. Prendere un gatto, come è stato per noi, per mia sorella che li ama e ne ha sempre avuti, significa prendersi il rischio di quel dolore lì: loro, per natura, vanno e vengono.

Se tu amassi i tuoi gatti e non l’idea di possederli, rispetteresti il fatto di metterti in casa un marito poligamo ed avventuriero. Se non ti piace l’idea lasciali in pace, non li prendere.

Quel che insegnano mille specialisti (siamo travolti da tanti programmi in merito) è che devi sempre chiederti se pensi che queste bestie abbiano bisogno di te (100% dei casi: no. Rassegnatevi: no) o se non sei tu che hai bisogno di loro.

Se ti fa piacere avere un cagnolino, o un gatto, perché li hai trovati, li hai salvati da qualche situazione, ti devi adattare, hai a da’soffrì. Per condividere la vita con un animale non esiste avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Allora tu, che hai a casa un poveraccio a cui hai fatto tagliare le palle, e magari gli metti pure una ridicola maglietta della tua squadra del cuore, cosa hai da dire o da spartire con il fatto che ci si dovrebbe preoccupare di quello che fanno agli animali in Antartide o nei laboratori di ricerca? Prima levati la trave dall’occhio tuo, ci sarebbe da dire.

Questa gente spiattella con morbosità foto truculente sui social per dire “Esseri umani di merda! Uomini! Guarda che fate!” mentre magari quel poveraccio dietro di loro si sfragne dalla noia a guardare fuori dalla finestra con le sbarre perché da quando è nato non è mai uscito da quel cacchio di appartamento se non perché portato in una gabbietta dal veterinario o alla casa al mare (che gli fa schifo e non ci si ritrova), bene, non è il caso di pensare sempre mille volte prima di parlare o di farsi paladini della causa più à la page e adottare, invece, l’unico metro che ci è dato dal buon senso per combattere ogni giorno ciò che non ci piace, cioè guardandoci prima intorno?

Le vere battaglie sono quelle che si fanno senza tutta questa scompostezza. Firmare petizioni, chiedere spiegazioni, rivolgersi alla politica perché non siano eseguite crudeltà inutili sui più deboli, tutto ciò è un nostro dovere ma bisogna sempre, sempre saper fare dei distinguo e avere il senso della misura.

Quello che rende veramente grave la condizione del nostro mondo occidentale, con un culo troppo pieno, è l’affermazione assoluta dell’ipocrisia.

Quando ho letto la notizia sopra citata, mi si è accapponata la pelle ma non solo per le ragioni che stanno portando tutti, da che grande “animalista” fosse Hitler, a provare orrore per chi possa seriamente augurare la morte a un essere umano come a dire che la sua vita è “inferiore” per importanza a quella di un animale, ma mi sono venuti i brividi per l’oceano di stupidità, di cattiveria e crudeltà che alberga in chi non ha fatto altro che deviare la propria natura cattiva, lesiva e crudele in una veste che ritiene socialmente accettabile, questa gente pensa che la propria incapacità di relazionarsi con i propri simili, l’odio che hanno per gli altri (ma poi magari perché sono stati lasciati da uno o una che non li voleva, magari perché dicevano loro brutto a scuola, o perché pensano di essere dei geni incompresi e non potrebbero mai accettare la propria mediocrità) possano trovare sfogo nell’abbracciare la prima causa che passa, come il banale “amo più gli animali che gli esseri umani” facendo loro sì, una scala di valori della vita su questa terra.

Io proporrei a queste persone di aver veramente rispetto degli animali, tutti, e chiederne l’opinione magari chiudendosi in una gabbia con il dolce leone o facendo du’ passi con l’allegro branco di lupi selvatici. Perché non vanno a vivere nella Buona e Giusta Natura, in una bella giungla, senza minimamente compromettersi con l’orrida scienza umana, nemmeno un’aspirina, una cremetta idratante, niente. Veramente nella Natura, non con l’ipocrisia di comprarsi la magliettina fatta di mais da trecento euro e mangiando muesli biologico. Una bella giungla. Una savana. Un nordico bosco con orsi e lupi. Felici, con gli animali, a pari merito, come Orzowei.

Ad una persona che mi ha fatto due palle così per una serata sulla presunta superiorità morale di chi non mangia carne (dopo aver detto le peggio cose di una signora filippina di servizio a casa di sua madre, peraltro) ho proposto questo, volevo un gesto che mi convincesse: “Chiuditi in una stanza senza acqua né cibo a tempo indeterminato, solo tu, un coltello e una gallina viva. E dimostrami che ti lasci morire di fame.”

Madre Natura e te che vi fate una bella chiacchiera. Non ci crederete: non l’ha fatto. Pazzesco, no? Non era certa quindi che la sua vita valesse meno di quella di una gallina. O che quella della gallina valesse di più. Vai a capire.

Il buon senso dovrebbe farci rifiutare ogni crudeltà inutile ma renderci anche umilmente consapevoli, e allo stesso tempo fieri, di riconoscere che siamo anche noi “animali di questa Terra” e quindi fallibili e quindi che non possiamo permetterci di giudicare chi si trova in situazioni estreme che spesso non riusciamo nemmeno ad immaginare. La vera grande differenza tra la “scimmia nuda” che siamo noi e gli altri animali, dovrebbe essere che agli esseri umani è stata data una scintilla che in sé contiene il potenziale di doni grandi come la pietas e appunto il buonsenso.

Io amo immensamente gli animali, come ho precedentemente scritto amo immensamente l’Umanità (ma mi da’ spesso sui nervi la gente, dove ad esempio chi ha insultato Caterina Simonsen è esattamente la “gente” che intendo), trovo crudele e discutibile che si faccia del male inutile a degli animali per trovare la crema antirughe perfetta. Mi dispiace pensare che si faccia del male inutile agli animali, così come mi si è spezzato il cuore quando, a diciassette anni, una compagna di scuola è morta di cancro nel giro di pochi mesi e la scienza non ha potuto salvarla, mi si è frantumato il cuore quando la scienza non ha potuto salvare mio padre, così come mi dispiace quando vedo quei poveri cani o gatti trattati come puppets da compagnia, così come trovo orrendo come uccidono i maiali e mi sono sempre chiesta perché non gli sparino un colpo in testa senza farli soffrire. Perché appunto il mio buon senso e l’intelligenza che mi è stata trasmessa mi hanno svelato presto che non esiste il mondo di Oz e che Madre Natura appare davvero crudele in sé e per sé, il suo sistema è crudele, e noi ne facciamo parte. Magari finché abbiamo il culo pieno potremmo non avere la lungimiranza e l’umiltà per vederlo, dentro di noi.

Ma, questi che si definiscono animalisti e augurano la morte a una ragazza che combatte da tutta la vita, insultano la dignità degli animali stessi, e – senza offese per il mondo dei polli – hanno il cervello più piccolo di quello di una gallina. Mi auguro davvero che i “veri” animalisti (quelli che combattono davvero per evitare le pluricitate “crudeltà inutili”) prendano posizione. Poi, non ho augurato e non auguro mai il male a nessuno, quindi a quella gente non augurerei mai di ritrovarsi per uno strano senso della giustizia universale a dover combattere per la propria vita o per quella di un parente che amano, e che quindi si ritrovino a riflettere su che abominio della natura sia la gente come loro, solo per quello che hanno detto ad una ragazza che passa sedici ore al giorno attaccata a un respiratore. Non lo augurerei, ma magari Madre Natura manderà loro un messaggio. Sa essere molto spiritosa.

 

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CAPOCHE’

Annunciato fin da dopo ferragosto nella pubblicità e nelle insegne dei negozi, minacciato dai TG che fanno la disamina di

Cosa faremo

Con chi

Cosa mangeremo

Dove

Cosa regaleremo

Spendendo quanto

Quanto ingrasseremo

fingendo di dimenticare nell’elaborazione di questo elenco quanti suicidi per solitudine e/o il presentarsi del ricordo della propria infanzia, comunque sia: Natale è passato.

Amo magnato,

amo bevuto

amo sentito i nostri parenti lontani e, per i più fortunati, fatto lo scambio dei regali con quelli vicini, adesso siamo lì a panzotta all’aria a guardarci Una poltrona per due o La vita è una cosa meravigliosa sfogliando riviste che inneggiano alla dieta post-natalizia e leggendo l’oroscopo dell’anno decidendo di crederci se dice bene, che sono cazzate se dice male. Insomma ci sentiamo al sicuro e finalmente fuori dalla temuta ricorrenza quando, subdolo, arriva l’ultimo colpo di coda, un fenomeno in fondo trascurato da quando le città si popolano di addobbi kitsch.

Via telefono, sms, incontri casuali per strada con indosso sciarpine e guanti nuovi di pacca trovati sotto l’albero, sui social, rischi di imbatterti nella seguente minacciosa domanda:

COSA FAI A CAPODANNO?

Ora, io personalmente si è capito che sono una falsa socievole. Sono una falsa magra e una falsa socievole.

Chi mi conosce sa che amo spasmodicamente il cerchio magico della famiglia e amici, ho un’ammirazione profonda verso l’Umanità come concetto, ma detesto la gente. Ora, forse detesto è esagerato, ma diciamo che mi piace quando sta alla giusta distanza, non la apprezzo quando la vedo che si accalca dietro al giornalista che fa il suo servizio dalla strada e fanno ciao con la manina, non la apprezzo quando fa il pubblico nei programmi della De Filippi e consimili (i quali sono gente 2.0), non la apprezzo quando scrive nn e usa il k invece di ch, non la apprezzo quando fa i trenini alle feste di Capodanno mentre suona Brigittebardò-bardò.

Insomma, ci siamo capiti, la gente.

La gente, che si spalma democraticamente su ogni classe sociale, età, sesso, religione, razza, nazionalità e credo politico (con una forte tendenza però, c’è da dire, a destra)  ha ideato una serie di orrende trappole per mettere a dura prova i nervi e il buon gusto delle persone.

Il ferragosto al mare con il panino con la frittata e il cocomero;

L’apericena e/o chiamare “ape” l’aperitivo;

Il carnevale vestendosi da cretini, in stessa ricorrenza le donne solitamente dimesse che non vedono l’ora di avere l’occasione per vestirsi come squillo;

Andare a vedere il cinepanettone a Natale;

E ce ne sarebbero ancora molti, di esempi, alcuni legati a usi e tradizioni della loro terra.

Tra questi, forse in cima, annovero la squallida, appiccicosa, ansiogena tradizione del:

a capodanno DEVI divertirti, DEVI fare l’alba, DEVI andare a una festa, cena, cenone, evento, quel che l’è, con tutti i suoi crismi di mutanda rossa, lenticchie, farsi saltare una mano attraverso l’uso di un petardo.

Esattamente come ho scritto qui tempo fa del razzismo ottuso della gente che incontrandoti d’estate e trovandoti senza tintarella pensa che tu sia una persona molto infelice o forse con gravi problemi di disadattamento,  in questi giorni se osi rispondere alla suddetta domanda con:

“Penso niente, forse un paio di amici a cena”.

O PEGGIO

“Niente, staremo a casa come al solito, perché, che dovremmo fare?”

O PEGGISSIMO

“La nostra famiglia va fuori, ma noi restiamo a casa che non ci va di fare niente”.

La gente ti guarda come se tu avessi la peste bubbonica o fossi uno psicotico fuggito dalla clinica psichiatrica in pigiama verde e ciabatte.

Ci sono poi la gente che ti chiama o ti cerca per chiederti cosa fai a Capodanno perché è alla frenetica ricerca di “qualcosa da fare a Capodanno” e senti nel tono rotto della loro voce, in una sottesa isteria di fondo, che non stanno trovando cosa fare a Capodanno e sono pronti al suicidio perché il solo visualizzare di starsene a casa a guardare un film mangiando panettone e cappuccino li fa sentire gli ultimi della terra. DEVONO trovare qualcosa da fare a Capodanno.

Negli anni, da parte di alcuni di questa gente, mi è successo di sentirmi dire:

“Ah, stai a casa/ state a casa (stai/state distingue era single da era ammaritata ndb)  Ma senti, tu hai la casa grande (anche quando vivevo in 35 mq ndb) E se facciamo tipo una cena a casa tua e raccogliamo un paio di amici?”

e se io:

“No. Non ho voglia, veramente, con il casino di Capodanno. Facciamo una cenetta la settimana dopo.”

Un gelido silenzio all’altro capo del telefono. Leggi sgomento, disperazione, un respiro corto che urla che cazzo me ne frega a me di venire a cena nel tuo tugurio di merda la settimana prossima, io che cazzo faccio a capodannooooooo!

Dici, dove hai sviluppato questo trauma, questa convinzione che il Capodanno sia una cosa della gente.

Perché nei miei anni di vita ho ovviamente partecipato a qualche festa di Capodanno in cui sono stata bene e mi sono divertita (due, in una avevo dieci anni).

Il punto non è aver paura del Capodanno e l’eventuale partecipazione a una Festa o un cenone, ma il principio del a Capodanno ti devi per forza divertire, devi per forza uscire, devi per forza fare qualcosa, di base vestendoti come se stessi andando a una cena ristretta a Buckingham Palace, e sentirai freddissimo perché c’avrai le braccia di fuori in un normalissimo appartamento con tutte le finestre aperte perché fumano tutti, oppure peggio in un locale dove ci saranno due gradi, per non parlare di fuori, che poi magari piove pure perché ci dobbiamo vestire fingendo che Capodanno cada ad agosto, e poi rischi di beccare pure gente con i cotillons, che capite da soli che è come inciampare in un topo morto, e poi tutti avranno quel sorriso isterico sulla faccia, e poi è assurda tutta quell’allegria al conto di 10-9-8 e via così che ti dice che sei un passo in più vicino alla morte (ma che te ridi e te festeggi, imbecille, che il Tempo passa e ti lasci tutto alle spalle), che poi qualche demente ti rovescia lo spumante da due soldi addosso, che poi rischi di perdere un piede tornando a casa che magari pesti il petardo di un deficiente che lo ha lasciato lì.

Cioè, veramente. E’ finito un anno. Tempo di fare bilanci, di fare programmi e buoni proponimenti, capisco che la paura e il terrore di quel cacchio di cifre che corrono in avanti e tu inconsciamente sai che quelle avanti-avanti ti riguarderanno sempre meno, capisco che tutto ciò possa far venire voglia di stringersi a persone care per farsi coraggio  come se si stesse passando in un black hole e di là potrebbe esserci l’antimateria.  Ma stare lì a fare gli euforici lo trovo veramente riprovevole. E soprattutto questo bisogno di massificazione del SI (si deve, si fa) della gente, in questi momenti, mi dà un terrificante senso di morte.

Dunque da quest’anno a chi mi chiede Cosa fai a Capodanno, la mia risposta sarà

Capo-che?

 

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GAMSOU MAU!

La nostra vita è costellata di paure. Paura della morte, paura delle malattie, paura degli incidenti, paura della violenza dei nostri simili. Paura dei ragni, di certi colori, di prendere l’aereo, del buio.

La maggior parte delle paure nasce da sentimenti atavici, come ci spiega la scienza, da questioni esistenziali, come ci spiega la filosofia, oppure deriva da traumi, come ci spiega la psicanalisi.

Una delle mie più grandi paure, sicuramente derivante da traumi ma che credo entrerà a far parte del mio DNA al punto di farla diventare atavica nel giro di poche generazioni, è la

PAURA DI ANDARE ALLE POSTE.

Ma qui in Italia, eh? se vado all’ufficio postale in Finlandia o quando mi è capitato di andare in un ufficio postale francese quando stavo lì per lavoro, o persino americano, quando sono stata a New York anche se per poco tempo, sempre per lavoro, mi è parso non si trattasse nemmeno dello stesso campo (luogo ove tu ti rechi per spedire cose, e/o pagare bollettini).

Andare alle Poste in Italia significa salutare i parenti e gli amici, magari lasciare un testamentino biologico su cosa fare dei tuoi organi in caso tu venga dilaniato dai vecchietti in fila, dopodiché procedere verso l’ignoto.

Per evitare i bollettini, ormai qua ci siamo organizzati tra pagamenti alla Sisal e domiciliazioni bancarie. Sono tecniche base di sopravvivenza, come evitare di mettersi in autostrada intorno a ferragosto, evitare di prendere il bus negli orari di entrata e uscita dalle scuole, le pizzerie nel week end.

Ma come la mettiamo se devi spedire qualcosa?

Tipo     UN PACCHETTO?

Per evitare l’oscuro e pericoloso luogo che chiamano Ufficio Postale  per dare a quell’antro pieno di rischio e imprevisti un nome fintamente rassicurante, alle volte ho spedito le più banali cose in Finlandia tramite Dhl o Fedex.

Ma alle volte devi mandare una raccomandata.

Siccome in Italia i massacratori della psiche umana sono tutti in complotto, la burocrazia prevede che certe cose tu possa sbrigarle solo con la mitologica

“RACCOMANDATA CON RICEVUTA DI RITORNO”.

Sei in trappola.

Devi andare alle Poste. Devi.

Dunque stamattina mi sono svegliata già con i tremori. Dovevo spedire DUE raccomandate, e persino all’estero. Come dire fai la roulette russa con quattro proiettili dentro la pistola. Come dire: allora vuoi morire. roulette_russa

 

Ma, si sa, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

 

Dopo colazione ho fatto meditazione, ho riletto alcuni passi dei saggi, ho fissato fuori dalla finestra con la ferma determinazione che ce l’avrei fatta, sarei sopravvissuta anche stavolta.

In fondo nelle mie vene scorre il sangue di coloro che, pochi e con pochi mezzi, resistettero all’avanzata dei russi, essi combatterono strenuamente a quarantacinque gradi sottozero, essi tennero testa a una delle più grandi potenze mondiali. Mio nonno è tornato da un campo di concentramento percorrendo migliaia di chilometri a piedi ed è arrivato vivo, uno dei pochi sopravvissuti.

Ho pensato: Anne nelle tue vene scorre questa Storia di coraggio e resistenza, di onestà e sprezzo del pericolo.  Tu-ora-devi-andare.

E allora sì, sarei andata alle Poste, consapevole che avrei affrontato:

-il fatto che sicuramente l’elimina-code sarebbe stato rotto

-ci sarebbero stati almeno centoventi vecchietti organizzati con il demoniaco sistema del “io sono prima di lui e dopo di lei, senza considerare la signora che è seduta”

– ci sarebbe stata una sola cassa aperta per le raccomandate

– sarebbe arrivata una signora in carrozzella accompagnata da badante, che avrebbe asserito che per legge la signora ha diritto di passare avanti (è vero) ma sarebbe stata dilaniata da signori con gli occhiali da sole sulla testa che avrebbero cominciato a urlare “e ho capito, pur’ io sto male, ah cosa!”

– ci sarebbe stato quello che avrebbe urlato chiamate il direttore, e avrebbero litigato fermando almeno una delle casse, quella da cui il signore urlante stava contestando

– non si può pagare nessun servizio postale con il bancomat

– ci sarebbe stato un impiegato pazzo dietro ad una delle casse, di quelli ormai esauriti come i reduci del Vietnam e sarebbe capitato a me.

Pronta a tutto questo, ho respirato profondamente, salutato con tenerezza il mio cane che aveva intuito qualcosa e mi guardava con l’espressione che diceva:

“Ti prego, non andare…”

E sono andata.

Ho percorso i cento passi che mi separano dall’insegna gialla delle Poste Italiane ascoltando in cuffia la colonna sonora dell’Ultimo dei Mohicani.

L’Ufficio era popolato da circa trecentoquarantadue clienti, le casse aperte erano cinque, di cui una dedicata alle spedizioni postali.

L’elimina code non funzionava. Primo segnale.

Mi sono guardata intorno, un signore con gli occhiali da sole sulla testa mi ha detto:

“Sono io l’ultimo”.

Aveva tra le mani seicentoventisei buste da spedire, tutte con il suo modulino della raccomandata ben compilato.

Vado a cercare il modulo per le raccomandate estere sul tavolino in cui campeggia orgoglioso un espositore di moduli.

Vuoto.

Ma ad un certo punto, il Grande Imprevisto.  Arriva un omino che ha intenzione di ricaricare la macchinetta dell’elimina-code con un rullo di numeretti ben arrotolati. Io stavo ancora cercando di capire come risolvere il problema-modulo ma non mi era affatto oscuro cosa sarebbe accaduto e mi sono chiesta, in cuor mio, se quell’omino non fosse un pazzo, un suicida, un incredibile ingenuo.

I vecchietti con i culi ormai fusi con i posti a sedere (dieci in tutto), la badante con la signora in carrozzella, la giovane con le french con su disegnati dei babbi natali in tema con il periodo, gli uomini con gli occhiali da sole sul capo, prima hanno tutti girato le teste verso l’elimina code e quel povero signore dall’aria mite che armeggiava con la macchinetta, poi, ad un tratto e come un suol uomo, si sono lanciati verso l’omino e il suo rullo di numeri.

Del povero signore non è rimasto nulla, una scarpa di qua, un pezzo di camicia a quadri di là. Nemmeno le ossa, hanno lasciato.

Mentre ancora si compiva l’ignobile scempio sul portatore di numeri, un’impiegata ha urlato: “Allora adesso ricominciamo con i numeri, eh? Parto con l’uno!”

Una vecchietta, contusa e dolorante, urlava lamentandosi d’essere stata bellamente sorpassata nell’ordine della fila, la voce rotta mentre premeva con la mano sulla ferita da arma da taglio che qualcuno le aveva provocato su un fianco, ma nessuno le ha dato retta:

“All’età sua ancora non ha capito come funziona il mondo?” diceva lo sguardo dei più.

Finita questa ressa tutti hanno ripreso posto sgomitando e non facendo mancare i colpi bassi.

In tutto questo io ero rimasta in piedi accanto al tavolino dei non-moduli, a bocca aperta e stringendo forte le mie raccomandate.

Tanto ero comunque l’ultima, per cui quando ho visto che la situazione pareva tornata alla normalità e ognuno aveva ripreso il suo posto, mi sono avvicinata all’elimina-code e ho preso il mio numeretto, sudando molto e deglutendo sonoramente nel più irreale silenzio.

Mi sono guardata intorno e ho fatto un sorrisetto, poi mi sono messa da una parte ragionando sul seguente problema:

negli uffici delle Poste Italiane non danno moduli, però quando arrivi al tuo turno e chiedi il modulo si arrabbiano, dicono “ma perché non l’ha compilato prima” e se becchi l’ homo andiamo avanti si metta da parte e compili che poi la sbrigus, puoi rischiare di non lasciare mai più l’Ufficio Postale: quelli che vengono dopo, andando avanti, sono pronti a ucciderti pur di non fermare il flusso. D’altro canto io detesto religiosamente quelli che si infilano accanto a te che disbrighi la tua faccenda, spingendoti pure un po’, e chiedono il modulo che gli serve. Non è carino e toglie tempo all’utente di turno.

Mentre mi dibattevo in questo dilemma, sento montare del brusio proprio dalle parti della cassa adibita ai servizi postali. Riesco a percepire stralci di discorso:

“…non c’è linea… interrotto…raccomandate…ma li mortaci vostra …e io che c’entro.”

Mi avvicino e scopro che è crollata la rete e che non possono quindi proseguire con le accettazioni di raccomandate.

“Ma questa cosa quanto può durare? Ma torna fra cinque minuti?” chiedeva la donna che era di turno su cui di sicuro pesava un qualche sordido incantesimo: arriva il tuo turno dopo sessanta ore di attesa e si interrompe la linea?

“Boh.” Risponde l’impiegata “Cinque minuti, ore, tutto il giorno, quanno fa così, non se sa mai.”

La ragazza di turno sbuffa con un principio di pianto, si attacca al telefono e racconta a chissà chi la tragedia che sta vivendo.

Gli altri utenti in attesa di inviare raccomandate cominciano a rumoreggiare, alcuni si fanno avanti, quasi fieri:

“Ma io devo fare pacco celere..” “Io spedizione normale…” sperando che la disgrazia non coinvolga loro, come quando appresa di una malattia infettiva ci sono quelli che si dicono velocemente che per categoria, terra in cui vivono, razza o religione, la cosa non può riguardarli.

“Mo’ vediamo, forse le altre operazioni posso farle…” dice l’impiegata e si alza, mentre la ragazza al telefono urla:

“Ma io? Ma c’ero io!”

Gli utenti da non-raccomandata si accalcano adesso davanti alla cassa.

Intanto io penso che al di là di tutto potrebbe essere il momento buono per il mio problema. Mi avvicino alla cassa dove un collega della tipa, che forse è andata a informarsi  più probabilmente a far pipì, ne sta smanettando il computer e scuote la testa.

“Senta… dove trovo un modulo per raccomandate estere? Cioè due. Due moduli.”

Quello mi guarda con lo sguardo vuoto, poi si alza e cerca in un armadio alle sue spalle.

“Giovanna! ‘Ndo stanno i moduli delle raccomandate estere?”

Intanto io guardo la folla rumoreggiante alle mie spalle e sussurro qualcosa tipo “..tanto erano fermi…” ma nessuno mi calcola, sono ben altri i loro problemi e pensieri.

Arriva Giovanna.

“E non ci stanno. A chi servono?”

L’uomo mi indica. Io, non so perché, sorrido.

“Tesoro, non ci stanno. Compila questo. Poi facciamo noi”.

E mi consegna un modulo per raccomandate in Italia.

Lo osservo perplessa.

“Ma il codice non è un altro, scusi?”

“Non te preoccupà, ci pensiamo noi. Sempre se si può fare, oggi. Qua non parte.”

Mi metto da una parte, compilo il modulo mentre un senso di crescente insicurezza mi assale.

Vengo colpita da un’illuminazione: questo è un segno. Che si sia bloccato tutto è un segno: se io mando le mie raccomandate da qua con questi moduli impropri, non arriveranno mai. Questi non sanno quel che stanno facendo.

Così, senza farmi notare, esco.

Sono fuori, all’aria aperta. Potrei fuggire, tornare a casa ma io DEVO mandare queste raccomandate.

Devo andare ad un altro Ufficio postale.

Un altro girone. Un nuovo quadro del videogioco, che potrebbe essere ancora più tremendo.

Quando ci arrivo, a qualche chilometro da casa, ci sono circa ottocentoventidue persone inferocite.

Ma l’elimina-code funziona. Schiaccio il pulsante che dice “Servizi postali” e mi esce il più surreale dei bigliettini:

Servizio

NON

Disponibile.

Mi guardo intorno interrogativa. Un vecchietto con il giornale sottobraccio, pronto, mi fa:

“Non c’è linea, dice che non c’è linea almeno in tutta Roma, forse in tutta Italia.”

“Ma come, sotto Natale?”

“Appunto, le pare che sotto Natale le nostre Poste non vanno in tilt?”.

Guardo le mie raccomandate ormai stropicciate con sgomento.

“Le consiglio una cosa, se non c’ha fretta. Le mandi dopo Natale, così magari arrivano”.

Ho annuito debolmente, ho infilato la porta e sono uscita.

Fuori, nel mondo civile in cui ho la fortuna di vivere.  (e non ho spedito le raccomandate)