Giochiamo che questo era il bunker e fuori c’era la guerra atomica

Ieri, buttando un occhio ai social, ho notato questo:

Molti ne hanno parlato con ironia e battute stiracchiate, qualcuno l’ha anche vista come una soluzione. Personalmente al di là di qualche rapido pensiero su quanto debba essere complicata la faccenda se ti scappa la pipì – soprattutto se hai bevuto un po’ – e su come ci si dovrebbe comportare se, sì, esci da sola, ma dovessi poi decidere per un incontro galante e devi mostrarti con una cosa del genere addosso, ma mi sono poi ovviamente sentita tristissima e altrettanto stupita di quando, dopo la tragedia dell’11 settembre, ho visto questo:

Ovviamente queste iniziative da una parte fanno anche ridere ma non troviamo incredibile, folle e pazzesco che a un certo punto si prenda atto del fatto che c’è gente orribile, esseri umani deviati e devianti che riescono a fare violenza ad altri esseri, e ci si rassegna che visto che non si potrà mai fare niente per risolverlo, allora attrezziamoci?

Certo, è una delle bizzarre tendenze dell’umano statunitense quella di non farsi trovare impreparati davanti alla catastrofe, una forma di protezione psicologica che forse deriva loro dalla resilienza che il loro inconscio collettivo ha dovuto sviluppare in quanto pioneri all’avventura, basta pensare ai corsi che organizzano per poter sopravvivere alla fine del mondo, o dirgliene quattro agli alieni se dovessero presentarsi con cattive intenzioni.  Ma quel che è sicuramente universale è la tendenza a cercare di affrontare la paura escogitando una soluzione, insomma una difesa.

Da piccoli, con i miei cugini, si faceva una cosa che oggi trovo buffissima, ci ho ripensato vedendo il video della mutanda antistupro.

Noi ci esercitavamo alla resistenza. Resistere al freddo (sottozero non è quella passeggiata di salute che vi state immaginando) resistere alla fame, resistere appesi con le due mani a un ramo, resistere al buio, resistere con gli occhi chiusi, e via così.

Ma a cosa ci allenavamo mai, qual era il babau per cui volevamo farci trovare pronti?  I pretesti erano ovviamente: fuori c’è la guerra atomica, stanno arrivando gli alieni e faranno a fette il mondo, ci sono i ladri e noi dobbiamo scappare, c’è la guerra.

Se ci si pensa, quando leggiamo le schifose notizie delle violenze che fanno sulle persone, quali sono i primi pensieri? Intanto ci diciamo cosa avremmo fatto noi, rassicurandoci della convinzione che avremmo avuto la reazione giusta e ci saremmo salvati.

Poi, almeno per quanto mi riguarda, il mio primo inconscio pensiero, soprattutto se penso alle persone che amo, se solo penso alle mie nipoti che per me sono l’Intoccabilità assoluta,  è che devo proprio prendere qualche altra cintura di karate e che ho fatto male a mollare le arti marziali, il secondo pensiero è che devo decidermi a fare quel corso di tiro con l’arco, imparare a usare una pistola, tipo, anche se una volta un poliziotto mi ha spiegato che qualunque arma decidessimo di portarci addosso dovremmo sempre immaginarla come l’arma che al cento per cento verrà usata contro di noi, perché purtroppo, per uno più forte di te, strapparti un’arma dalle mani non ci vuole niente. Ma io lo penso, mi immagino come Olivia Dunham con la coda di cavallo e gli anfibi che sparo alle gambe al cattivo che sta aggredendomi o peggio ancora aggredendo una persona che amo.

La parte quella più civile, razionale e pacifista caccia via dalla centrale del cervello il topino vestito da Sarah Connor che già si immagina ad ammazzare stecchiti tutti i cattivi di questo mondo che volessero far male a quelli che amo o a me, ma mentre topino Gandhi mette topino Sarah Connor alla porta, mi assale un disagio tremendo per non avere risposta alla domanda:

Ma cosa si può fare perché non ci siano più teste di cazzo in questo mondo?

Quelli che tentano di calmare l’ansia inventando orrido intimo antiviolenza – senza nemmeno riflettere su cosa questo significherebbe in ordine di reazione in una persona violenta – o progettando di andare in ufficio con il paracadute in spalla, sono un po’ come noi bambini che ci chiudevamo per ore nello sgabuzzino per non avere più paura del buio.

sarah-connor

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osservatrice conto terzi
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