Dunque ci laveremo i capelli (ovvero facciamoci trovare pronte)

Sono nata di quasi quattro chili con i capelli neri ricci e gli occhi blu. I miei nonni finlandesi esultarono per i capelli neri ricci presi dal papà, i nonni siciliani per gli occhi chiari presi dalla mamma. A tutti, nel mondo, piace quel che non si ha in abbondanza.

Ed effettivamente un siciliano molto scuro e riccio non è strano che impazzisse per una scandinava biondo platino liscissima e viceversa. La mescolanza dei loro cromosomi naturalmente avrebbe potuto creare strani fenomeni.

E infatti dopo pochi mesi dalla mia nascita i miei capelli cominciarono a virare sul rosso e gli occhi dal verde al castano. Nonna siciliana pregava che gli occhi mi restassero verdi, nonna finnica che diventassero castani. Il dio della nonna scandinava era più forte, ma fece concessione a nonna sicula del fatto che la sua nipotina mista avesse capelli che lei definiva biondissimi, in realtà erano ramati, d’estate biondi, sì, ma non promettevano stabilità.

Arrivata bambina dalla Finlandia, dove ero “quella scura” diventai improvvisamente “la biondina”. A onor del vero d’estate i capelli mi diventavano talmente chiari che un giorno i parenti di papà accusarono mia madre di tingermi i capelli: quel passaggio continuo da un colore all’altro non si spiegava. I miei inverni erano in effetti l’anticipazione dello shatush.

E insomma qual è il punto?

Da che mi ricordi di esistere si è sempre fatto un gran parlare, spesso invadente, dei miei capelli. E mi sono resa conto che comunque non è una mia prerogativa e privilegio: il mondo, sulle femmine umane, si sente in diritto dovere di fare in ogni caso un gran parlare dei suoi capelli.

Religioni che su questo mostrare o meno i capelli femminili fanno costanti dibattiti – non a caso in chiesa, pure da noi in Italia, in teoria le donne se li dovrebbero coprire – saremo pure alla fame ma il parrucchiere è sempre pieno di donne che con la loro identità tricologia non hanno pace, chiome fluenti si affacciano da ogni cartellone pubblicitario.

Certo, anche tra uomini ogni tanto può scattare un “Ti sei tagliato i capelli”, ma ci si trova di fronte a situazioni tipo Dante de Blasio che si rasa a zero o di uno che s’è fatto crescere i capelli fino alle caviglie.

Mia nonna, quando nonno annunciava cose sul genere: “Sabato si va lì, martedì si va là”, alla notizia dell’invito lei rispondeva:

“Bene, allora mi laverò i capelli”.

che io tuttoggi trovo una delle frasi nonsense che mi facciano più ridere, anche perché farebbe pensare che nonna si lavasse i capelli ogni due anni. Di fatto li lavava ogni due giorni, quindi perché il suo primo pensiero, all’idea di vedere gente, andare in uno di quei posti per cui avrebbe tirato fuori la collana di perle, era di rassicurarsi e rassicurare che si sarebbe lavata i capelli?

Perché niente fa sentire a posto una donna quanto l’idea di avere i capelli in ordine, per una ragione non solo privata, intima, ma per un’altra su cui ho molto da riflettere ultimamente:

perché sui tuoi capelli, nessuno si fa i cazzi suoi.

Nella mia cronistoria capillifera, intorno ai vent’anni, come ogni giovine, ho fatto esperimenti vari.

Rossissimissimi punk, corti, varie sfumature di biondo.

Quando la gente ti incontra dopo qualche tempo che non ti vede, o nel caso tu cambi spesso pettinatura, per primissima cosa ti dice:

“Ma …” e riempite i puntini con:

Ti sei fatta rossa!

Ti sei fatta bionda!

Ti sei tagliata i capelli!

Che hai fatto ai capelli?

Hai fatto qualcosa ai capelli!

La prima cosa, con la sfrontatezza e l’invadenza con cui al massimo si tocca il pancione, senza chiederlo, ad una donna incinta.

A una che si fa le labbra a canotto nessuno avrebbe mai il coraggio di dire:

“Ma ti sei rifatta le labbra!”

“Che hai fatto alla bocca!”

“Argh!”

Nessuno direbbe:

“Ammazza che bocce ti sei fatta!”

ad una che si è rifatta il seno.

I capelli no, i capelli sono lì a disposizione di tutti, sono merce di pubblico dominio, carne da macello per commentatori del look dell’ultim’ora con un piglio paragonabile solo al critico di cinema della domenica e dell’allenatore di calcio del lunedì.

Dopo i tanti viaggi nel mondo del taglio e del colore, per molti anni sono stata bionda fissa.

La maggior parte dei rapporti personali degli ultimi anni quindi mi hanno conosciuto bionda.

Quando, dopo un’estate in Grecia in cui i colpi di sole uniti ai raggi UV mi avevano infatti reso bionderrima, mi sono detta: vabbè, buttiamoci sul colore unico. Teniamoci bionde.

A quei tempi le reazioni erano:

“Ma sei bionda!”

“Sei diventata bionda!”

“Bionda?!”

Seguiti da commento non richiesto:

– NOo. Non mi piace, stavi meglio naturale.

– Non ero naturale, erano colpi di sole.

– Ma dico, naturale, con i tuoi capelli, così sono troppo biondi.

– Ok.

– Dico, mi piacevi più prima.

– Me lo segno, grazie.

Oppure (sempre non richiesto)

– Fico! Stai meglio! Sei proprio una bionda, tu!

– Veramente io sono rossiccia.

– Ma sei il tipo biondo.

– Ok.

– Stai bene, mi piaci.

– Preso nota, grazie.

Negli ultimi due anni a un certo punto ho deciso che m’ero rotta le palle di tingermi, in più mi sono trasferita a duemila anni luce dall’unica parrucchiera di cui mi fidi, in più la mia base – seguendo coerentemente la follia della mia vita cromosomica – è cambiata ancora e non mi piace la ricrescita che si impasta male, quel biondo che diventa arancio… No.

Così li ho lasciati andare e ora sono del mio colore.

Castano con riflessi ramacciati. Una decina di capelli grigi che mio marito definisce biondi. (ma quello è l’amore)

Libera, liberissima da schiavitù, tinte, appuntamenti importanti dell’ultimo momento in cui ti dici “Cazzarola, c’ho una ricrescita orrida, e quando vado dal parrucchiere prima di…”

Ma chi non mi vedeva da tempo, fa:

– Ma non sei più bionda!

– Sì questo è il mio colore.

– NOOoo. Perché?

– (….ma che te lo devo spiegare a te? Ma è così importante? No.) Così.

– Mi piacevi più bionda! Tu sei bionda! Non ti stanno bene!

– Ok.

– Rifatti bionda!

– No.

Oppure

– Ma non sei più bionda!

– No.

– Eh. ehh-eh. meglio. (ti guarda) Sì, stai meglio, naturale. Sono i tuoi, vero?

– Mh.

– Sì, sono belli, che colore sono?

– Pervinca

– Ti stanno bene pervinca. Belli.

Qualche giorno fa:

– Amore, guarda che sabato abbiamo la festa tal dei tali! (contenti, bella festa di amici a cui teniamo molto ndr)

– Uh, allora mi laverò i capelli.

Essere a posto è un atto di gentilezza per chi ti invita, oltre che una tua vanità. Mi dico: ma dai, a questo giro mi regalo una messa in piega particolare, invece che sempre ‘sti capelli da ragazza di Nashville.

Entro timorosa dentro un parrucchiere vicino casa, di quelli che sembrano affidabili, non troppo fighetti, insomma senza l’aria da “mo’ te concio io”, di quelli che non siano degli Edward mani di forbice per cui tu chiedi una spuntatine e ti ritrovi Sinead o’ Connor. Pur trattandosi di messa in piega, i capelli so’ capelli e non si affidano al primo venuto.

Mi siedo sulla sedia girevole del parrucchiere.

– Quindi messa in piega.

– Sì.

– Ehi, ma questi capelli sono i tuoi, che bel colore. Sono naturali!

Mi aspetto un capannello di gente che accorra al suo richiamo: Ehi, venite a vedere! Sono i suoi!!! Venite! Toccateli!

– Sì, sono naturali.

– Belli i capelli naturali. Soffici.

– Mh.

Mi tocca i capelli come se cercasse di farli stare su dritti sulla testa, se li guarda. Non che mi faccia piacere, tutto ‘sto toccamento ma è un parrucchiere, i capelli lui te li deve toccare.

(pensieroso) Ma delle meches, dei colpi di sole, perché non facciamo due mescine piccole, che richiamano i tuoi riflessi?

– No. Non voglio tingerli per ora, me li tengo così.

– Ah, ho capito. Ma un hennè naturale? Biondo, sennò rosso. Hai tutti e due i riflessi.

(ho i capelli multicolor)

– Ma perché dovrei, che hanno?

– Dico, per riprendere a poco poco confidenza con la tinta.

– Ma mica mi fa paura la tinta, mi stanno bene così.

Lui mi guarda con l’aria di chi sa che se mai rimetterò piede lì dentro, piano mi convincerà. Il punto è che, per principio, il mio prossimo cambiamento, quando ne avrò voglia, non avverrà certo lì. Impiccione.

Magari se faccio un bello shatush di moda incontrandomi mi si dirà:

– Ma ti sei fatta lo shatush! Mh. Non mi piace, stavi meglio prima.

– Ma prima quanto?

– Quando sei nata.

The-ring

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osservatrice conto terzi
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