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Accorato appello ai giornalisti italiani (con ricetta di torta alle mandorle)

La mattina a colazione Lorenzo e io abbiamo questa abitudine, che sicuramente fa un po’ vecchia coppia lei con bigodini in testa, lui con pigiama a righe: Lorenzo legge le notizie a voce alta e commentiamo, a farci più moderni c’è che invece di un giornale mio marito sfoglia i quotidiani online sull’Ipad.

Stamani, sabato, ci siamo svegliati un po’ più tardi, il tempo era grigio, pioveva tantissimo  e questo sicuramente influisce sui bioritmi e sull’umore, comunque sia ieri ho fatto una torta buonissima con le mandorle, il profumo di caffé riempiva l’aria, il cane scodinzolava felice aspettando la pappa e quindi l’atteggiamento verso la giornata che ci aspettava era tutto sommato positivo.

Ho addentato la mia fettona di torta alle mandorle e constatavo con orgoglio di aver fatto un buon lavoro,  guardavo il cielo fuori dalla finestra, cielo che prometteva schiarite, gli alberi in lontananza ancora verdi, lucidi di pioggia.

Ed è allora che Lorenzo fa uno sguardo ironico e mi mostra la schermata di apertura di un quotidiano online e leggo questa notizia:

“Ruby: ho visto Berlusconi che leccava i genitali a Belen mentre la Minetti gli faceva sesso orale.”

Scopro più tardi che in alcune di queste scene coreografiche che la ragazza avrebbe descritto vi sarebbe stata coinvolta anche Barbara d’Urso. La dottoressa Giò, insomma. L’ultima a destra nella foto.

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Bene.

Il mio è un appello.

Cari signori giornali e giornalisti, non potete non considerare, nel riportare le notizie e soprattutto nell’ideare i titoli, che la gente potrebbe star mangiando.

Al di là del fatto che, con tutto quello che sta succedendo nel mondo, tipo una nostra regione che sprofonda nell’alluvione, terremoti che sconquassano la terra, la crisi che spinge la gente ai gesti più disperati, come vi viene di mettere in apertura fosse pure di un giornale online le posizioni plastiche con cui S.B. svolge le sue attività ricreative, ma

STAVO MANGIANDO ed è tutta la giornata che mi si ripropone la colazione.

Per restare in tema,  sono sicura che a questo punto chi mi legge desidera conoscere la mia ricetta della torta alle mandorle, quindi eccola:

200 grammi di zucchero

200 grammi di farina 00

70 grammi di burro morbido (o margarina se volete fare gli ipocriti con linea e/o colesterolo)

125 grammi di yogurt meglio se alla vaniglia

3 uova

1 bustina di lievito per dolci

1 pizzico di sale

80 grammi di mandorle.

Preparazione:

Tritate finemente 40 grammi di mandorle, montate lo zucchero a velo.

Unite lo zucchero, le mandorle tritate, la farina, le uova, lo yogurt,  il lievito, la margarina o burro il sale e impastate (col frullino, chi invece fosse così figo da avere un Bimby regalato da zii e cugini per il matrimonio, tipo me, lo fa con il Bimby)

Imburrate o margarinate una teglia meglio se a forma di grosso plumcake, che da’ più soddisfazione, e spolveratela con un po’ di farina.

Versate il composto e nel frattempo vi lasciate cadere le altre mandorle schiacciate grossolanamente, così quando morderete la torta vi ritroverete i fanastici pezzettini di mandorla tra i denti.

Il forno deve essere a 180 gradi, ci schiaffate dentro la torta per circa venti/venticinque minuti.

Ecco pronta la vostra torta. Ora assaggiatela…

BERLUSCONI LECCA I GENITALI A BELEN MENTRE LA MINETTI GLI FA SESSO ORALE.

…effetto?

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Giochiamo che questo era il bunker e fuori c’era la guerra atomica

Ieri, buttando un occhio ai social, ho notato questo:

Molti ne hanno parlato con ironia e battute stiracchiate, qualcuno l’ha anche vista come una soluzione. Personalmente al di là di qualche rapido pensiero su quanto debba essere complicata la faccenda se ti scappa la pipì – soprattutto se hai bevuto un po’ – e su come ci si dovrebbe comportare se, sì, esci da sola, ma dovessi poi decidere per un incontro galante e devi mostrarti con una cosa del genere addosso, ma mi sono poi ovviamente sentita tristissima e altrettanto stupita di quando, dopo la tragedia dell’11 settembre, ho visto questo:

Ovviamente queste iniziative da una parte fanno anche ridere ma non troviamo incredibile, folle e pazzesco che a un certo punto si prenda atto del fatto che c’è gente orribile, esseri umani deviati e devianti che riescono a fare violenza ad altri esseri, e ci si rassegna che visto che non si potrà mai fare niente per risolverlo, allora attrezziamoci?

Certo, è una delle bizzarre tendenze dell’umano statunitense quella di non farsi trovare impreparati davanti alla catastrofe, una forma di protezione psicologica che forse deriva loro dalla resilienza che il loro inconscio collettivo ha dovuto sviluppare in quanto pioneri all’avventura, basta pensare ai corsi che organizzano per poter sopravvivere alla fine del mondo, o dirgliene quattro agli alieni se dovessero presentarsi con cattive intenzioni.  Ma quel che è sicuramente universale è la tendenza a cercare di affrontare la paura escogitando una soluzione, insomma una difesa.

Da piccoli, con i miei cugini, si faceva una cosa che oggi trovo buffissima, ci ho ripensato vedendo il video della mutanda antistupro.

Noi ci esercitavamo alla resistenza. Resistere al freddo (sottozero non è quella passeggiata di salute che vi state immaginando) resistere alla fame, resistere appesi con le due mani a un ramo, resistere al buio, resistere con gli occhi chiusi, e via così.

Ma a cosa ci allenavamo mai, qual era il babau per cui volevamo farci trovare pronti?  I pretesti erano ovviamente: fuori c’è la guerra atomica, stanno arrivando gli alieni e faranno a fette il mondo, ci sono i ladri e noi dobbiamo scappare, c’è la guerra.

Se ci si pensa, quando leggiamo le schifose notizie delle violenze che fanno sulle persone, quali sono i primi pensieri? Intanto ci diciamo cosa avremmo fatto noi, rassicurandoci della convinzione che avremmo avuto la reazione giusta e ci saremmo salvati.

Poi, almeno per quanto mi riguarda, il mio primo inconscio pensiero, soprattutto se penso alle persone che amo, se solo penso alle mie nipoti che per me sono l’Intoccabilità assoluta,  è che devo proprio prendere qualche altra cintura di karate e che ho fatto male a mollare le arti marziali, il secondo pensiero è che devo decidermi a fare quel corso di tiro con l’arco, imparare a usare una pistola, tipo, anche se una volta un poliziotto mi ha spiegato che qualunque arma decidessimo di portarci addosso dovremmo sempre immaginarla come l’arma che al cento per cento verrà usata contro di noi, perché purtroppo, per uno più forte di te, strapparti un’arma dalle mani non ci vuole niente. Ma io lo penso, mi immagino come Olivia Dunham con la coda di cavallo e gli anfibi che sparo alle gambe al cattivo che sta aggredendomi o peggio ancora aggredendo una persona che amo.

La parte quella più civile, razionale e pacifista caccia via dalla centrale del cervello il topino vestito da Sarah Connor che già si immagina ad ammazzare stecchiti tutti i cattivi di questo mondo che volessero far male a quelli che amo o a me, ma mentre topino Gandhi mette topino Sarah Connor alla porta, mi assale un disagio tremendo per non avere risposta alla domanda:

Ma cosa si può fare perché non ci siano più teste di cazzo in questo mondo?

Quelli che tentano di calmare l’ansia inventando orrido intimo antiviolenza – senza nemmeno riflettere su cosa questo significherebbe in ordine di reazione in una persona violenta – o progettando di andare in ufficio con il paracadute in spalla, sono un po’ come noi bambini che ci chiudevamo per ore nello sgabuzzino per non avere più paura del buio.

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Dunque ci laveremo i capelli (ovvero facciamoci trovare pronte)

Sono nata di quasi quattro chili con i capelli neri ricci e gli occhi blu. I miei nonni finlandesi esultarono per i capelli neri ricci presi dal papà, i nonni siciliani per gli occhi chiari presi dalla mamma. A tutti, nel mondo, piace quel che non si ha in abbondanza.

Ed effettivamente un siciliano molto scuro e riccio non è strano che impazzisse per una scandinava biondo platino liscissima e viceversa. La mescolanza dei loro cromosomi naturalmente avrebbe potuto creare strani fenomeni.

E infatti dopo pochi mesi dalla mia nascita i miei capelli cominciarono a virare sul rosso e gli occhi dal verde al castano. Nonna siciliana pregava che gli occhi mi restassero verdi, nonna finnica che diventassero castani. Il dio della nonna scandinava era più forte, ma fece concessione a nonna sicula del fatto che la sua nipotina mista avesse capelli che lei definiva biondissimi, in realtà erano ramati, d’estate biondi, sì, ma non promettevano stabilità.

Arrivata bambina dalla Finlandia, dove ero “quella scura” diventai improvvisamente “la biondina”. A onor del vero d’estate i capelli mi diventavano talmente chiari che un giorno i parenti di papà accusarono mia madre di tingermi i capelli: quel passaggio continuo da un colore all’altro non si spiegava. I miei inverni erano in effetti l’anticipazione dello shatush.

E insomma qual è il punto?

Da che mi ricordi di esistere si è sempre fatto un gran parlare, spesso invadente, dei miei capelli. E mi sono resa conto che comunque non è una mia prerogativa e privilegio: il mondo, sulle femmine umane, si sente in diritto dovere di fare in ogni caso un gran parlare dei suoi capelli.

Religioni che su questo mostrare o meno i capelli femminili fanno costanti dibattiti – non a caso in chiesa, pure da noi in Italia, in teoria le donne se li dovrebbero coprire – saremo pure alla fame ma il parrucchiere è sempre pieno di donne che con la loro identità tricologia non hanno pace, chiome fluenti si affacciano da ogni cartellone pubblicitario.

Certo, anche tra uomini ogni tanto può scattare un “Ti sei tagliato i capelli”, ma ci si trova di fronte a situazioni tipo Dante de Blasio che si rasa a zero o di uno che s’è fatto crescere i capelli fino alle caviglie.

Mia nonna, quando nonno annunciava cose sul genere: “Sabato si va lì, martedì si va là”, alla notizia dell’invito lei rispondeva:

“Bene, allora mi laverò i capelli”.

che io tuttoggi trovo una delle frasi nonsense che mi facciano più ridere, anche perché farebbe pensare che nonna si lavasse i capelli ogni due anni. Di fatto li lavava ogni due giorni, quindi perché il suo primo pensiero, all’idea di vedere gente, andare in uno di quei posti per cui avrebbe tirato fuori la collana di perle, era di rassicurarsi e rassicurare che si sarebbe lavata i capelli?

Perché niente fa sentire a posto una donna quanto l’idea di avere i capelli in ordine, per una ragione non solo privata, intima, ma per un’altra su cui ho molto da riflettere ultimamente:

perché sui tuoi capelli, nessuno si fa i cazzi suoi.

Nella mia cronistoria capillifera, intorno ai vent’anni, come ogni giovine, ho fatto esperimenti vari.

Rossissimissimi punk, corti, varie sfumature di biondo.

Quando la gente ti incontra dopo qualche tempo che non ti vede, o nel caso tu cambi spesso pettinatura, per primissima cosa ti dice:

“Ma …” e riempite i puntini con:

Ti sei fatta rossa!

Ti sei fatta bionda!

Ti sei tagliata i capelli!

Che hai fatto ai capelli?

Hai fatto qualcosa ai capelli!

La prima cosa, con la sfrontatezza e l’invadenza con cui al massimo si tocca il pancione, senza chiederlo, ad una donna incinta.

A una che si fa le labbra a canotto nessuno avrebbe mai il coraggio di dire:

“Ma ti sei rifatta le labbra!”

“Che hai fatto alla bocca!”

“Argh!”

Nessuno direbbe:

“Ammazza che bocce ti sei fatta!”

ad una che si è rifatta il seno.

I capelli no, i capelli sono lì a disposizione di tutti, sono merce di pubblico dominio, carne da macello per commentatori del look dell’ultim’ora con un piglio paragonabile solo al critico di cinema della domenica e dell’allenatore di calcio del lunedì.

Dopo i tanti viaggi nel mondo del taglio e del colore, per molti anni sono stata bionda fissa.

La maggior parte dei rapporti personali degli ultimi anni quindi mi hanno conosciuto bionda.

Quando, dopo un’estate in Grecia in cui i colpi di sole uniti ai raggi UV mi avevano infatti reso bionderrima, mi sono detta: vabbè, buttiamoci sul colore unico. Teniamoci bionde.

A quei tempi le reazioni erano:

“Ma sei bionda!”

“Sei diventata bionda!”

“Bionda?!”

Seguiti da commento non richiesto:

– NOo. Non mi piace, stavi meglio naturale.

– Non ero naturale, erano colpi di sole.

– Ma dico, naturale, con i tuoi capelli, così sono troppo biondi.

– Ok.

– Dico, mi piacevi più prima.

– Me lo segno, grazie.

Oppure (sempre non richiesto)

– Fico! Stai meglio! Sei proprio una bionda, tu!

– Veramente io sono rossiccia.

– Ma sei il tipo biondo.

– Ok.

– Stai bene, mi piaci.

– Preso nota, grazie.

Negli ultimi due anni a un certo punto ho deciso che m’ero rotta le palle di tingermi, in più mi sono trasferita a duemila anni luce dall’unica parrucchiera di cui mi fidi, in più la mia base – seguendo coerentemente la follia della mia vita cromosomica – è cambiata ancora e non mi piace la ricrescita che si impasta male, quel biondo che diventa arancio… No.

Così li ho lasciati andare e ora sono del mio colore.

Castano con riflessi ramacciati. Una decina di capelli grigi che mio marito definisce biondi. (ma quello è l’amore)

Libera, liberissima da schiavitù, tinte, appuntamenti importanti dell’ultimo momento in cui ti dici “Cazzarola, c’ho una ricrescita orrida, e quando vado dal parrucchiere prima di…”

Ma chi non mi vedeva da tempo, fa:

– Ma non sei più bionda!

– Sì questo è il mio colore.

– NOOoo. Perché?

– (….ma che te lo devo spiegare a te? Ma è così importante? No.) Così.

– Mi piacevi più bionda! Tu sei bionda! Non ti stanno bene!

– Ok.

– Rifatti bionda!

– No.

Oppure

– Ma non sei più bionda!

– No.

– Eh. ehh-eh. meglio. (ti guarda) Sì, stai meglio, naturale. Sono i tuoi, vero?

– Mh.

– Sì, sono belli, che colore sono?

– Pervinca

– Ti stanno bene pervinca. Belli.

Qualche giorno fa:

– Amore, guarda che sabato abbiamo la festa tal dei tali! (contenti, bella festa di amici a cui teniamo molto ndr)

– Uh, allora mi laverò i capelli.

Essere a posto è un atto di gentilezza per chi ti invita, oltre che una tua vanità. Mi dico: ma dai, a questo giro mi regalo una messa in piega particolare, invece che sempre ‘sti capelli da ragazza di Nashville.

Entro timorosa dentro un parrucchiere vicino casa, di quelli che sembrano affidabili, non troppo fighetti, insomma senza l’aria da “mo’ te concio io”, di quelli che non siano degli Edward mani di forbice per cui tu chiedi una spuntatine e ti ritrovi Sinead o’ Connor. Pur trattandosi di messa in piega, i capelli so’ capelli e non si affidano al primo venuto.

Mi siedo sulla sedia girevole del parrucchiere.

– Quindi messa in piega.

– Sì.

– Ehi, ma questi capelli sono i tuoi, che bel colore. Sono naturali!

Mi aspetto un capannello di gente che accorra al suo richiamo: Ehi, venite a vedere! Sono i suoi!!! Venite! Toccateli!

– Sì, sono naturali.

– Belli i capelli naturali. Soffici.

– Mh.

Mi tocca i capelli come se cercasse di farli stare su dritti sulla testa, se li guarda. Non che mi faccia piacere, tutto ‘sto toccamento ma è un parrucchiere, i capelli lui te li deve toccare.

(pensieroso) Ma delle meches, dei colpi di sole, perché non facciamo due mescine piccole, che richiamano i tuoi riflessi?

– No. Non voglio tingerli per ora, me li tengo così.

– Ah, ho capito. Ma un hennè naturale? Biondo, sennò rosso. Hai tutti e due i riflessi.

(ho i capelli multicolor)

– Ma perché dovrei, che hanno?

– Dico, per riprendere a poco poco confidenza con la tinta.

– Ma mica mi fa paura la tinta, mi stanno bene così.

Lui mi guarda con l’aria di chi sa che se mai rimetterò piede lì dentro, piano mi convincerà. Il punto è che, per principio, il mio prossimo cambiamento, quando ne avrò voglia, non avverrà certo lì. Impiccione.

Magari se faccio un bello shatush di moda incontrandomi mi si dirà:

– Ma ti sei fatta lo shatush! Mh. Non mi piace, stavi meglio prima.

– Ma prima quanto?

– Quando sei nata.

The-ring