Nei ristoranti mi servono sempre per ultima

Una delle prime cose che ho scritto – nel senso di cose sensate che non fossero i versi in rima da bambina di otto anni, i raccontini su bambini-lupo salvati dagli zingari o il romanzo “Libera sui pattini”, scritto a tredici anni e che, se avessi trovato l’agente giusto, sarebbe uscito firmato da Moccia e ne avrei tratto bei soldoni come ghost writer –  al di là di questi avvii infantili, ormai immersa nel rutilante mondo della gavetta teatrale e cinematografica,  ho scritto un testo teatrale che si intitolava:

NEI RISTORANTI MI SERVONO SEMPRE PER ULTIMA.

Aveva molti attori, quindi anche se era piaciuto a un paio di registi, non se ne fece poi nulla. E’ stato un paio d’anni prima che io avessi il mio primo “premio importante” con un testo teatrale che infatti poi è stato messo in scena e ha fatto turnè. Di attori ne aveva quattro.

Oggi ha senso scrivere per il teatro se di attori ce ne sta uno, in scena, meglio se zero. Una scena vuota con una cesta che parla, tipo. L’ideale.

Comunque, il tema non è questo. Il tema sono I RISTORANTI (mangiare presso).

Il plot di quel mio testo si concentrava sulla filosofia di vita della protagonista: i ristoranti e quel che vi accade sono metafora della vita e del posto che occupi.

Se nei ristoranti ti servono sempre per ultimo o sbagliano sempre la tua e solo la tua ordinazione, non è – ripeto NON E’ – un buon segno.

Potreste dire: è che tu ti poni timido, la tua voce è sottile, non appari sicuro nelle ordinazioni.

Ma niente accade per caso. Se ovunque tu vada per nutrirti, fosse esso il ristorante o il bar nel quale consumi il tuo panino-pranzo, se ti trattano da uomo invisibile fin da quando sei alto tre mele e un barattolo, devi prendere di petto la situazione.

La vita sta tentando di dirti qualcosa, usando la più terribile delle palestre.

Ecco perché la postura al ristorante è fondamentale.

Oltre alla teoria sopra esposta, l’avere l’atteggiamento giusto al ristorante è stata per me una necessità professionale. In certi periodi, quando lavori, mangi parecchio fuori.

Se parliamo di teatro, poi, per chi lavora in teatro significa mangiare tardissimo, in ristoranti dove pare che ti facciano un favore, spendere cifre oscene per un piatto freddo, con i camerieri ti odiano.

Se fai l’aiuto regista o l’assistente alla regia se lo aspettano: la produzione è fiera di te perché fai sì che gli attori e il regista siano ben serviti e nutriti come desiderano. Quando poi fai il regista se lo aspettano tutti, perché – aoh – sei il regista, anche lì devi mostrare di avere le idee chiare e avere in pugno ogni situazione.

Imparare a gestire il contatto con il locale e i camerieri è una sorta di disciplina militare.

1) Si entra con postura decisa. Petto in fuori, schiena dritta, si punta verso l’interno.

MAI, dico MAI, restare timidi sulla porta, incrociare lo sguardo del capo cameriere o MAISSIMO del proprietario eventualmente presente mostrando di aver fame o freddo e non desiderare altro che sedersi e cibarsi.

MAI.

Procedere quindi decisi verso l’interno e aspettare che sia uno dei camerieri o il capo cameriere a parlarti. Ti può dire:

– Ha prenotato? –

In questo caso se NON hai prenotato, non dite mai, né iniziate la frase con: “No”.

Si instilla inconsciamente negazione, fallimento, torto.

– C’è posto per quattro? – così, dritto.

Quello ripete sicuramente:

– Non avete prenotato? –

Non cedete:

– Un tavolo per quattro c’è, pur senza prenotazione? –

“Pur senza” di solito spiazza. Oggi nessuno usa “pur senza”. Il cameriere tende a pensare che o sei un qualche signorone, oppure pazzo. Il primo lo vogliono come cliente, il secondo non lo irriterebbero mai per non aver problemi con la clientela.

Comunque può capitare che quello ti dica che proprio no, non c’è posto.

A quel punto è persa quindi con orgoglio, dignità e classe si va via, magari dicendo a uno dei tuoi compagni di avventura:

– Vabbè, torniamo a quello di prima. –

GIURO, da che ricordi mi è successo almeno tre volte che mi abbiano richiamato e detto qualcosa come:

– Senta, magari vi sistemiamo un tavolo lì. –

Segnate: considerare il sentimento irrefrenabile di concorrenza  di chi si occupa di ristorazione.

Se non si presenta la questione “prenotazione” dal punto 1) si va direttamente al punto:

2) Vi fanno sedere.

Non lasciate che il cameriere che vi deve servire fugga. Bloccatelo SUBITO mentre ancora vi sedete, togliete i cappotti, etc.

– Ci porta i menu? La lista dei vini, così prendiamo subito da bere?

Segnate: nessun ristoratore riesce a non avere un filo di godimento se TU STESSO alludi a “lista vini”. Lista vini è la parola magica,   il loro personale giochino erotico l’appioppiarti un vino da sessanta euro con una pizza da sei. Quindi nel 98% dei casi tornano in un secondo con menu e lista vini, terminata la lettura della quale da infame puoi benissimo chiedere quello della casa, al ristorante e in guerra tutto è lecito.

Comunque tu, implacabile, mentre ancora gli altri commensali del tuo tavolo stanno mettendosi comodi, mostrandoti deciso, una persona con il mondo in pugno, uno che ormai quel ristorante lo governa come Achab, schiaffeggi il cameriere con:

– Che ci porta, due stuzzichini, una focaccia?-

Quelli perdono la cognizione di dove si trovino, li stai già travolgendo, li hai avviluppati in un mondo infantile: in quel momento sei papà, sei mamma, sei una valanga di informazioni che LUI dovrebbe dare a te, sei come quello che ti spia da un anno e quando ci esci dà tutte le risposte giuste, sa cosa ti piace, anticipa le tue risposte e tu pensi che sia quello giusto e non un serial killer.

Ricorda: sei tu che comandi,  sei  padrone della situazione.

A quel punto è fatta. Il tuo cameriere è il tuo migliore amico.

Anche studiare l’ambiente è importante: trattoria con foto del proprietario con Raffaella Carrà nell’ 83?

– Uh, ma qui è venuta la Carrà?????? – vi fa meritare una grappa offerta dalla casa.

3) Se nonostante la vostra abile tattica, metti che c’è un inferno di gente e tavolate di compleanno, il servizio è lento o qualcosa non va, basta davvero pochissimo per ottenere qualcosa: alzarsi e andare a prendere il formaggio, o un cestino di pane, o l’oliosalepepe.

Impazziscono, arrivano in quattro.

Lì scatta l’opzione “è pazzo/a” e rimando all’osservazione di cui all’inizio di questo post, magari si irritano, ma l’idea che ti metti a toccare la roba loro li manda talmente nel pallone che – scocciatissmi ma per non averti in mezzo alle palle – arrivano e prendono l’ordinazione/sollecitano in cucina, quel che è.

Ma c’è un’altra questione da gestire, per chi non vuole patire al ristorante, ed è molto delicata. Perché non è “esterna”, non riguarda il tuo rapporto con il ristorante e i ristoratori.

E’ interna.

Riguarda con chi siedi al ristorante, quando riesci a sedertici.

4) Addomestica il commensale.

Andare al ristorante soprattutto in più di quattro, oggi, può essere un vero incubo. Potresti non ordinare mai, non mangiare mai.

– Ma c’è lattosio, c’è latte? Io vorrei una parmigiana, ma senza latticini –

– Mica c’è carne? No, veeero? Io vorrei i saltimbocca, ma senza carne e senza burro –

– …. Non ho deciso…. Non so…. –

Il cameriere si guarda intorno, senti che lo stai perdendo, la penna sul blocchetto si fa leggera, un altro tavolo sta per conquistarlo, per portartelo via. Devi prendere subito, subito! la situazione in mano.

Postura: schiena dritta, sorriso da generale (non troppo compiacente), voce decisa, parole chiare, senza aggettivi, senza aggiunte.

– Per me di primo spaghetti alle vongole. –

– Con le vongole? –

Fissare il cameriere senza espressione: non è il momento di giocare. Poi puntare su quello cui dai fiducia, quello che sa.

– Tu volevi la norma, vero? –

Se non risponde in un secondo, cazzi suoi, imparasse a stare nei ristoranti.

– Lui norma. –

Fissate il commensale indeciso o diversamente ordinante negli occhi, freddi, diretti.

– Poi una parmigiana, un saltimbocca –

– Il lattosio, però…. –

– Il parmigiano non ha lattosio.  – tranchant, senza fermarsi.

Decisi! Andare, procedere, senza ascoltare, senza accogliere, senza pietà.

Lì riconosci gli amici, quelli per cui saresti disposto a morire. Ecco, sì, per loro potresti anche decidere che può valere la pena di non mangiare:

– Dunque – interviene un’altra voce dal tavolo – … sono due spaghetti, una norma, due parmigiane, un saltimbocca… – incroci lo sguardo del tuo amico o amica al tavolo, quello che ha capito, ha colto, e si è alzato con te sul tavolo:

Oh capitano, mio capitano!!!attimo-fuggente

 

Lì capisci, lì sai chi è tuo amico, tuo fratello. Uniti e compatti verso l’unico, fondamentale obiettivo:

 

ORDINARE ED ESSERE SICURI CHE ARRIVERA’ QUEL CHE HAI ORDINATO

 

Ricorda: se il cameriere va via tu non mangerai MAI.

Il ristorante è metafora della vita, avevo ragione a vent’anni.

Chi non ordina è perduto, chi non sa fare valere le proprie ragioni si becca il piatto scotto, la pietanza che non voleva, si dimenticano la sua ordinazione. Chi non pensa che al tavolo non ci sta solo lui ma che si è insieme, compatti e generosi, intorno a quel tavolo, è destinato alla più triste delle solitudini, quella di chi alza il ditino e sussurra:

– Ma quel risotto agli asparagi senza asparagi? –

 

 

Informazioni su anneriittaciccone

osservatrice conto terzi
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