Scendevamo dagli aerei come le star. (lettera aperta ai signori degli aerei, dei treni e delle navi)

Da che mi ricordi di esistere, se non altro in questa reincarnazione qui, viaggio.

Tra i primi ricordi che ho ci stanno l’aereo e la grande nave che entrava nel porto di Helsinki con a bordo i nonni siciliani che venivano a trovarci ogni anno. Nonna aveva paura di volare quindi si facevano tutta l’Europa in treno, poi un pezzetto nel Baltico in nave.

L’altro giorno ero in un aeroporto e mi sono ricordata di quando, a tipo tre anni, andavo ad aspettare l’arrivo di mio padre che lavorava già allora spesso in Africa. A quei tempi ci si affacciava sulla pista da una balconata senza reti e senza vetri. Sentivi l’odore della benzina e della gomma lasciata sull’asfalto dalle frenate degli aerei che venivano verso terra come angeli plananti.

La gente poi scendeva dalla scaletta come le star con il vento a scompigliare i capelli.

Beatles

 

 

 

 

 

Ho questo ricordo di hostess bionde e che mi parevano molto belle, con un piccolo foulard intorno al collo e uno strano cappellino azzurro in testa che lasciavano passare mio padre come un eroe o un divo del cinema: lui era magro magro, aveva la barbetta lunga, pantaloni chiari che sembravano di due misure più grandi, una camicia scura, una valigetta in una mano.

Io comincio a urlare e salutare con la mano, lui mi saluta con la mano e cammina più veloce, io sfuggo alle braccia di mio nonno finlandese e corro verso le scale.

Gli aeroporti un tempo erano abbracci commossi sotto il sole o tra la neve.

Quando poi viaggiavamo noi, fino tipo a una decina d’anni fa, arrivavi nel ventre metallico di un aereo che odorava di detersivo e spray per l’ambiente,  ragazze bellissime e con gambe spettacolari ti facevano entrare e dal momento in cui ti sedevi non ti davano pace: una caramellina, un bicchiere d’acqua, se per caso hai bisogno di un cuscino, un giornale, forse?

Ad un certo punto passava l’atteso carrello delle vettovaglie, ti davano un pasto in piccoli vassoi con il logo della linea aerea, e chissà perché tutto quel che davano da mangiare sull’aereo mi sembrava buonissimo, non era cibo, era una coccola, era divertente il fatto che fosse tutto piccolo, in miniatura.

D’altronde, oggi, i dietologi più esperti dicono che le porzioni più giuste per mantenere la linea sarebbero quelle del pasto in aereo.

 

Quale, pasto in aereo?

 

L’altro giorno quindi abbiamo preso un aereo e ho pensato con tristezza a quelle generazioni, come quella delle mie nipoti, che non sapranno mai cosa fosse un tempo un viaggio in aereo. Perché oggi, senza soluzione di continuità tra un volo superlowcost-viaggi-aggrappato-al-carrello e uno di una qualunque linea aerea, volare è quasi come farsi prendere a pedate su uno di quei carri in cui viaggiavano i galeotti portati verso le patrie galere di un tempo.

Analizziamo i viaggi di oggi.

Sali sull’aereo e molto spesso le hostess, poverette mal pagate con turni di ottanta ore consecutive e quindi non tanto portate al sorriso, a malapena ti dicono “ciao” quando passi.

La loro funzione è quella della signorina Rottermaier:

Come cazzo l’hai messa quella valigia??! dice il loro sguardo quando vengono a riposizionare le valigette di un centimetro per un centimetro concesse a bordo, spiaccicandole una contro l’altra mentre scuotono la testa con disprezzo verso noi stronzi passeggeri che non facciamo che creare problemi.

“Si sieda. Stia seduto. E’ occupato.” Usano frasi basiche per rivolgersi all’odiato passeggero e solo per sgridarlo del suo orrido comportamento da viaggiatore, di qualunque razza, paese d’origine, età o ceto sociale siano.

Il nostro, un volo Vueling a prezzo pieno, prevedeva che per sceglierti il posto tu dovessi pagare 7 euro in più per stare davanti (dove notoriamente, peraltro, sei il primo a morire, quindi diciamo che è una opzione per suicidi) e 5 euro in più per quelli dietro, e comunque per stare vicino a chi viaggia con te, sennò con “opzione casuale” non ti danno nemmeno il bene di morire accanto a un tuo caro in caso di incidente aereo, dato che a te ti mettono all’ 8B e lui al 30C (questo avendo pagato quasi cinquecento euro di biglietti in due per arrivare a Barcellona, che non è poco.)

Tu dici, ok. Va bene, ti do’ questi fottuti dieci euro in più. E questo prima ancora di arrivare sull’aereo.

Arrivati al gate, se non hai avuto la furbizia di effettuare la scelta posto tipo sei mesi prima, (ovviamente a dieci o quattordici euro in più), se chiedi alla tipa con la divisina della linea aerea se c’è modo di cambiare posto, ella ti dice: “il volo è tutto pieno, due posti vicini comunque non ce li ho”, salvo poi che arrivati a bordo il retro del lussuoso menu di bordo recita così:

posti_ricatto

Cioè: le prime file sono vuote, e se vuoi un posto lo puoi pagare solo 110 euro (150 sulle tratte extra europee). Le file alle uscite di emergenza sull’ala sono vuote e se vuoi un posto lo puoi pagare 20 euro, tutto questo solo richiedendolo a bordo.

“Hai cambiato idea? Non hai abbastanza spazio?” recita l’invito stampato sul retro del menu. Un vero e proprio trappolone per gente ansiosa, che magari è disposta a tutto, una volta constato come è stato sistemato dalla “scelta casuale” del suo posto.

Non stupisce, dato che hai le ginocchia in bocca e la persona che viaggia con te sta a venti fila di distanza, che sulle buste per il vomito ci sia scritto enorme:

RESPIRA E STAI CALMO

in inglese e spagnolo.

Non è un invito contro il panico, è un invito contro la voglia di menare.

Ma tu dici: vabbè, mentre due hostess isteriche – una coi colpi di sole biondi, l’alta bruna, a malapena carine –  spiaccicano i tuoi mini trolley di un centimetro per un centimetro dentro le apposite cappelliere, sì: tu dici con rassegnazione vabbè.

Il mio sconosciuto compagno di viaggio seduto accanto mi legge lo sguardo mentre fisso il suddetto menu e sussurra: Che ladri.

La sua fidanzata, tre fila più in là ne incrocia lo sguardo e, severa, scuote la testa indicando con lo sguardo le hostess- Rottermaier e il suo labiale recita:

Guarda che ti sentono.

L’aereo decolla senza incidenti.

Le hostess iniziano il giro con il carrello dei loro prodotti costosissimi. Ti dessero un bicchiere d’acqua di fonte, na caramellina, no. Se vuoi, puoi comprare dei panini di gomma, cioccolata o beveraggi a prezzi accessibili, tipo otto euro un sandwich di gommapiuma o dieci il panino di cui sopra. E comunque te lo propongono fissandoti dritto negli occhi senza un sorriso e recitando la frase

Anythingtogdrinkanythingfromthemenu

Senza nemmeno il punto interrogativo.

Per principio decidiamo di morire disidratati piuttosto che prendere dell’acqua a cinque euro.

Dopo un po’mi alzo per andare a fare pipì. Essendo alla fila otto vado verso il bagno nella parte anteriore dell’aereo.

Ma proprio mentre arrivo verso il bagno vi entra la hostess bionda. La bruna mi dice, in spagnolo, che il bagno è occupato. Sempre con un tono da kapo’, ovviamente.

Io rispondo in inglese: Ok, non c’è problema, vado a quello dietro.

E lei, con un tono durissimo che va a scavare nel più atavico dei miei sentimenti di terrore mi fa:

WAIT HERE.

E mi indica di sedermi nella sedia da 110 euro. Mi ci metto solo in pizzo con un millimetro di chiappa perché temo che poi mi chiedano dodici euro per lo spazio occupato e mi chiedo: forse nel regolamento di codesta linea aerea chi è seduto fino alla fila quindici non è autorizzato ad utilizzare il bagno dietro? Boh.

La hostess bruna a un certo punto però tira la tendina in mezzo e mi fa un segno brusco con la mano come a dire di aspettare ancora.

Io, ormai nel personaggio di Anne alle elementari in mano alle suore, ergo prima pensa e poi parla perché potrebbe andarne di mezzo la tua vita, mi alzo timidamente e faccio un gesto come a dire guarda, non mi viene più, torno al mio posto e non fiato finché non atterriamo.

Lei, giuro su Dio, quasi urlando mi fa:

WAIT AQUI’!!

Resto lì basita maledicendo la assurda idea che mi è venuta di andare a fare pipì, cerco solidarietà nello sguardo dei primi delle file, i quali distolgono gli occhi da me e dalla scena come a dire “Ah, cazzi tuoi, non vedi che io viaggio col catetere? Come ti viene in mente di alzarti, a te?”

Intanto la hostess bionda tira via la tendina e mi fa segno che posso andare al bagno.

Mi spiega che avevano tirato la tendina  perché avevano aperto la porta della cabina di pilotaggio e se è aperta la porta, nessuno deve vedere.

Da cui ho dedotto che i piloti viaggiano nudi.

La hostess bionda aggiunge:

“Comunque ci sono due bagni anche dietro.”

Io, eretta come Giovanna d’Arco in battaglia contro l’umana iniquità, a questo punto mi gioco tutto, lancio uno sguardo di disprezzo verso i viaggiatori vigliacchi che non hanno fatto niente, dico niente, vedendomi in balìa delle hostess, e  mi difendo:

“Ma io lo avevo detto, io ci stavo andando…!”

La bionda traduce alla bruna, in spagnolo (perché evidentemente non parla inglese, in fondo perché dovrebbe) che io avevo manifestato l’intenzione di utilizzare i servizi igienici ubicati nella parte posteriore dell’aereo.

L’altra fa spallucce e dice “non avevo capito”.  Voleva lasciare a intendere di non avermi sequestrata nella fila uno dell’aereo con chissà quali intenzioni spaventose, dal cannibalismo al lancio dalla porta d’emergenza senza paracadute per essermi mossa dal mio posto.

A quel punto mi si è atrofizzata la vescica e quindi la pipì manco l’ho fatta. Sono entrata nel bagno, mi sono guardata allo specchio e mi sono chiesta:

da quando, e perché, la poesia e il senso di avventura, le coccole e le cure che riservavano un viaggio in aereo, sono diventate invece la vita di gente che viaggia su bus di Roma, ma con le ali?

Adoro viaggiare, ho sempre viaggiato tanto, ho sempre avuto tutte le persone amate lontane, sparse ai quattro lati del globo. Il movimento della gente nel mondo è il mio brodo primordiale. E’ bello che la gente si muova nel mondo, attraverso il mondo.

L’aereo che atterra, le porte scorrevoli dell’aeroporto, una nave che arriva, il binario di un treno, e l’emozione di arrivare o vedere arrivare, non stare nella pelle per rivedere persone che sono mesi, a volte anni, che ti mancano da morire, l’emozione di correre incontro a qualcuno di cui non si possono dimenticare gli occhi e il profumo della pelle, come gli abbracci ciccioni di nonna e il suo profumo di sapone, la giacca bella che si è messa per venirci a prendere all’aeroporto. Tu che guardi dal finestrino, sei nel cielo, tra le nuvole, la terra si avvicina, stai per rivedere la città che hai amato o stai per vederne una tutta nuova, mai vista, il cuore ti batte forte e sei felice.

Mentre una bellissima hostess bionda ti chiede se vuoi una caramella da scartare o un fazzolettino che profuma di pulito.

Vi prego signori delle linee aeree, signori che guidate i treni, che guidate le navi.

Ridateci l’amore, nei nostri viaggi.

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5 risposte a Scendevamo dagli aerei come le star. (lettera aperta ai signori degli aerei, dei treni e delle navi)

  1. Pingback: SI CALMI, SIGNORA, SI CALMI (vi prego NON volate MAI con VUELING, io sono recidiva e gli farò causa ma vi prego MAI) | anneriittaciccone

  2. Esther Pellegrini ha detto:

    Ciao! Sono capitata per caso sul tuo blog perché cercavo i menù degli Anni Venti e invece mi sono imbattuta in questo tuo memoriale bellissimo e dal sapore nostalgico. Ho riso dove dovevo ridere e mi sono intristita dove dovevo intristirmi. Brava, descrizione sarcastica eccellente e spero che tu scriva altri articoli come questo, poiché hai una buona penna. Ciao 🙂

  3. Esther Pellegrini ha detto:

    Ok, ho letto qualcosa della tua biografia e io, ecco… posso dire di sentirmi un’imbecille? Cioè, sono venuta a dirti che hai una buona penna e scopro tutto quel po’ po’ di roba nel tuo curriculum. Tipo fare la scoperta dell’acqua calda. Va be’, vado a gettarmi nel primo tombino aperto che trovo, vista la vergogna della figura di merda 😀 ari ciao!

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