c'è pure questo · il mondo dalla mia stanza · whatever

LA VITA RICOMINCERÀ MARTEDÌ (ovvero la crisi c’è, ma dipende dal tono in cui ce lo ricordano)

Oggi sono andata in banca, non era la mia agenzia, mi sono fermata ad un’agenzia di passaggio della mia banca perché dovevo – sic – fare un versamento al volo.

Questo per dire che non conosco la gente che lavora in quella filiale, anche se poi ormai gli impiegati delle nostre filiali cambiano alla velocità della luce, e al “ti offro un caffè/come sta la tua famiglia” del rapporto banca-cliente di un tempo ormai ci rapportiamo quasi sempre con gente che va, gente che viene e ci manca poco ti chiedano il documento anche per versare pure se hai il conto in quella filiale da quando sei nato.

Comunque, stavo aspettando in fila con lo sguardo di Whoopi Goldberg in “Ghost” whoopiquando deve mollare l’osso – non so perché ma ogni volta che metto dei soldi in banca mi pare di non averli più … o forse questa mia sensazione inconscia non è così folle, tutto considerato, visto che a quanto pare “faremo la fine della Grecia” – comunque mentre aspetto, involontariamente, ascolto e osservo una scena che si consuma alla mia sinistra.

Un giovane uomo, sui trent’anni, maglietta grigia con scritta, jeans, scarpe da ginnastica, fede al dito, capelli tagliati bene, dice al cassiere di aver telefonato qualche giorno prima per una questione di “rinegoziare il mutuo” e gli sarebbe stato detto di rivolgersi lì, alla propria agenzia.

Il cassiere gli indica un loculo dell’open space in cui ci troviamo:

“Deve parlare con la dottoressa Pinca Palla”.

Lui va da Pinca Palla.

“Sì?”

“Ho chiamato due giorni fa e parlato con un suo collega, devo rinegoziare il mio mutuo…”

Pinca Palla se lo squadra.

(Pinca Palla è una donna di una cinquantina d’anni, indossa un tailleur pantalone nero di quelli da iconografia della donna manager, ha molti anelli sulle dita, capelli tinti di nero nerissimo e cotonati, collana di finte perle, I-phone sul tavolo – che consulterà spesso durante la conversazione – molto trucco sugli occhi)

“Avrà parlato con il numero centrale, non con noi.”

(io mi chiedo, da cosa lo sa? La risposta è forse:  “i ragazzi con maglietta grigia e scarpe da ginnastica vengono dirottati direttamente alla centrale”?)

Gli fa segno di sedersi.

“Dunque, come le dicevo, io ho un mutuo, dovrei rinegoziarlo, perché vede, lo abbiamo fatto cinque anni fa. Però mia moglie ha perso il lavoro, quindi siamo un po’ strozzati…”

(il ragazzo è molto tranquillo, capisco che è il primo step di questa faccenda. Mi immagino lui e la moglie la settimana prima:

Flash back:

“Amore, così non ce la facciamo, ora arriva la prossima rata. Tra le bollette, l’asilo del bambino…”

“Senti, chiamo in Banca, quando abbiamo sottoscritto il mutuo hanno detto che casomai si poteva rinegoziare.”

“Che vuol dire?..”

“Magari ci abbassano le rate ma ci aumentano gli anni…”

Lei riflette.

“Mh…”

“Ma dai, invece che pagare per trent’anni pagheremo per trentacinque. Ma almeno al momento campiamo. Se tu non trovi qualcos’altro come facciamo?”

“Ok, hai ragione. Ma se ci dicono di  no?”

Lui sorride, prende il telefono.

“Non ti preoccupare, amore, ti ricordi quanto era gentile il signor Sparacazzate quando abbiamo firmato per il mutuo? Ha detto che si poteva rinegoziare…”

Ha telefonato, gli hanno detto di rivolgersi in agenzia. Lui pensa che uscirà di qui con il cuore più leggero, pensa che il mondo sia un posto ordinato e giusto).

Pinca Palla lo interrompe.

“Con calma. Lei si chiama?”

“Italiano medio giovane”

Quella, tra una ditata e l’altra sul suo I-phone digita qualcosa sul suo computer.

“Eh, ma lei ha un mutuo con tasso variabile…non si può…”

“Ma il signor Sparacazzate mi ha detto che si poteva rinegoziare in qualunque momento.”

La signora ha un atteggiamento che istiga sediate.

“Sparacazzate non so chi sia, si vede che lavorava qui prima di me e comunque non credo possa averle detto che… questo mutuo… si può rinegoziare in qualunque momento!”

Il ragazzo ha la voce adesso più preoccupata, un po’ stupita.

“…mi ha detto così. Ma anche al telefono il suo collega…”

Pinca Palla è sempre più acida, come se quello le stesse chiedendo di pagargli lei il mutuo.

“Al centralino che le devono dire, avrà detto che doveva rinegoziare il mutuo, che ne sa il collega che mutuo ha sottoscritto, lei? Le ha detto che doveva venire in agenzia, ovvio!”

Il ragazzo è sempre più smarrito e, tenerissimo, parla a Pinca Palla come fossero due esseri umani e non un giovane uomo e una sciacalla gregaria, frustrata nella vita e tronfia del suo piccolo patetico potere.

“Guardi…” dice lui “Il punto è che mia moglie, appunto, ha perso il lavoro, quindi non ce la facciamo… è che non voglio trovarmi a non poter pagare e quindi…”

“Non può NON pagare.”  (manifestazione di intelligenza superiore, volevo farle un applauso)

“Certo, certo che non posso. Certo che voglio pagare. Ma io devo cambiare la rata, perché sennò finisce che ci ritroviamo il problema di non poter mangiare.”

Devo chiarire qui, per dovere di cronaca, che il giovane uomo ha un tono tranquillo, gentile, non patetico o elemosinante. Ha il tono del buon senso, del rispetto dell’altra ma anche di serena dignità.

Ma a questo punto le nubi nel cielo di sono addensate sopra l’edificio, gli uccelli hanno smesso di cantare, forse da qualche parte un vulcano è esploso:

Pinca Palla si aggiusta sulla sedia e fa (giuro, e giuro perché se me lo avessero raccontato avrei stentato a crederlo):

“Senta, non è che il suo problema del mangiare o non mangiare è un problema della banca, eh? il suo mutuo non è rinegoziabile…”

Io ho avuto un brivido lungo la schiena di quelli atavici. Ho temuto di cominciare da lì a poco a provare odio e istinti sgradevolissimi, mentre intanto era arrivato il mio turno alla cassa.

Un signore di mezz’età dall’aria simpatica mi aspettava dietro il vetro.

Io devo aver fatto un’espressione tremenda, e mi è scappato un: “Certo, allucinante…”

Quello capisce a cosa mi riferisco e fa un gesto vago, come a dire “che ci vuole fare…”

Intanto il ragazzo, con ostinata gentilezza ma qualcosa di rotto nella voce, dice:

“Senta io ho pagato, mica sono venuto qua perché non ho pagato e…”

E quella, giuro alla seconda, ribatte, spazientita:

“Ascolti, in ogni caso è una faccenda lunga. E’ l’una e venti, noi andiamo in pausa, torni alle due e mezza.”

“Non posso tornare…vado al lavoro, ho chiesto un permesso.”

Pinca Palla, sempre smanettando con l’I-phone, si alza e si tira su il pantalone. Vedendola in piedi noto che ha i tacchi a spillo sottili sottili.

“E allora venga lunedì.”

“Ma devo chiedere il permesso… “ anche lui si alza “Ma quindi si può fare qualcosa per rinegoziare il mutuo?”

Quella si allontana sculettando malamente verso un altro loculo e il ragazzo rimane lì in piedi.

“Venga lunedì!” conclude la sciacalla sui tacchi.

Io ne incrocio lo sguardo, me la osservo dalla testa ai piedi manco avessi i raggi X di Terminator. Il risultato del mio Voight Kampff, dopo un’accurata analisi del soggetto confermava: “Categoria: stronza col botto – Razza: sciacallina – Abbigliamento: coatta coi tacchi che si finge donna manager.”

Ma lì, in quel mio fissarla senza imbarazzo,  ho compreso che qualcosa della forza sciamanica della mia bisnonna mi è davvero passato nel sangue: Pinca Palla ha fatto un piccolo “ops” ed è quasi cascata da uno dei suoi sottili trampoli.

Esigua soddisfazione. Anche perchè la sciamana gandhiana che è in me non è nemmeno riuscita a farla cascare. Solo “ops”.

Per un paio di minuti ho pensato alla crisi, a quanto sia orrendo l’essere umano, a quanto mi dispiaccia per ognuno di noi, per tutta la gente che ogni giorno, fronteggiando i problemi e il mondo che cambia, potrebbe farlo meglio e con più rispetto di se stesso se solo questo nostro Paese non avesse perso il senso di

Quanto cambia qualunque cosa tu voglia dire ad un altro essere umano a seconda del tono che scegliamo di usare.

Perché quella orrida donna ha trattato quel giovane uomo da poveraccio, perché lo ha immediatamente messo sotto per una questione, potenziale poi, nemmeno ancora effettiva, di difficoltà economica? Perché quel genere di gente che ondeggia maldestramente sui tacchi, che si riempie di gadget e status che ne definiscano un presunto valore, gente che pensa che il proprio valore dipenda dalla cifra dello stipendio, può impunemente mancare di rispetto agli altri?

Ripeto alla stanchezza un concetto per me fondamentale: come è possibile che l’insulto, la mancanza di rispetto,  non siano i più gravi dei reati?

Ho versato i miei soldi – pezzi di carta che secondo l’orrida gente che sculetta malamente su tacchi sottili come lame ci definiscono e valutano –  ripetendo in cuor mio che l’umanità è perlopiù orrenda.

Il ragazzo ci è passato davanti,  l’impiegato di mezz’età dietro al vetro si è calato gli occhiali e lo ha chiamato con la mano.

Quello si è avvicinato.

“Sì?”

“Martedì” gli ha detto l’impiegato “Non venire lunedì. Vieni martedì”.

E gli ha fatto l’occhiolino.

Il ragazzo ha sorriso debolmente, rincuorato. Per non dire del bene che ha fatto anche a me.

Il cielo si è fatto azzurro, l’aria più leggera.

Martedì. Che ci sarà martedì, di diverso, in quell’agenzia?

Una persona migliore di Pinca Palla nel loculo dei mutui?

Una festa per i clienti in difficoltà, con palloncini e panettone di tramezzini, uno striscione che pende dal soffitto che dice: “Coraggio, ragazzi, passerà”?

Avrei abbracciato quell’impiegato, veramente.

Perché mi ha ricordato che domani c’è un martedì.

Per questo volevo raccontarvelo subito, ricordare immediatamente a chi in questo momento è preoccupato: c’è qualcosa che ci aspetta di migliore, gente più bella, speranza e soluzione. Per forza.

C’è sempre un Martedì.

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Non volevo fare Biancaneve (ovvero della libertà delle Rete: un conto è travestirsi da personaggio, un conto è il “getta la pietra e nascondi la mano”).

Stamattina leggevo i giornali (sì, ogni tanto li compriamo anche cartacei, soprattutto se ci sono gli inserti, ho un vero e proprio guitly pleasure per riviste come “il Venerdì” o “D donna”, “Io donna”…) e leggere un cartaceo fa un effetto diverso che sfogliare i quotidiani online sul computer o Ipad che sia, perché hai davanti a te una visione d’insieme, un po’ come gli appunti universitari sparsi sul tavolo con le sottolineature di tutti i colori per far ricorso alla memoria fotografica ed avere, appunto, una visione d’insieme. E’ utile soprattutto per la Storia.

Dunque oggi sfogliavo il giornale, dopo colazione, e la visione di insieme cuciva tra loro cose come violenza, donne uccise qua e là, minacce alla Boldrini (via web), insulti alla Kyenge (via web), la Biancofiore che si difende dalle accuse di omofobia e richiama, anche lei, agli insulti ricevuti via web, Rodotà che interviene sulla questione della cattiva interpretazione del concetto di “libertà d’espressione” quando si parla del web, e pone anche l’accento su quanto sia stata grave la violazione della posta elettronica dei deputati grillini, qualche giorno fa.

Una decina di giorni fa qualcuno ha clonato l’ identità di una delle mie mail (quella che consulto solo in web e che uso di più per lavoro), non hanno proprio invaso la mia casella e tutto ciò che contiene, hanno semplicemente clonato l’identità e cominciato a mandare mail con richieste di soldi o offerte di lavoro, di rolex a prezzi stracciati o viagra, “a nome mio”.

Ho risolto abbastanza facilmente, nel senso che ho mandato una mail di avviso a tutta la mia rubrica (soprattutto per tranquillizzare gli amici di non trovarmi in difficoltà bloccata in un Hotel nella Terra del Fuoco e in attesa di un vaglia, né di aver risolto la crisi vendendo patacche), cancellato la rubrica dalla casella, avvisato il provider e cambiato password.

Anni fa mi è invece successo che qualcuno fosse entrato proprio nella mia casella e da lì inviava mail che ho persino trovato tra la posta inviata – ma lì è stato qualcuno che conoscevo e che ha capito la mia password, un tempo eravamo tutti più ovvi nello scegliere la password – ed è vero che la sensazione di invasione del proprio spazio è paragonabile ad un furto in casa: qualcuno senza volto è entrato, ha toccato la tua roba, ha trattato male le cose che ami, preso cose tue.

Rodotà dice una cosa, nella sua intervista, che appare pacifica ma che è l’uovo di colombo:

ciò che è reato nella vita reale lo è anche nella vita virtuale

Aggiunge che ci sarebbero le leggi ma non si applicano, e via così.

Il punto, secondo me, è che la Rete ha galvanizzato e reso facilissimo un atto che in fondo l’essere umano conosce da sempre, e che è la scelta più vigliacca che una persona possa fare per esprimersi:

L’Anonimato.

Io personalmente non ho mai avuto un nickname, non mi sono mai “nascosta” nemmeno per gioco. Diciamo che ho evidentemente sempre avuto un’identità solida e una buona autostima, o che comunque probabilmente sono sempre stata contenta di me o non ho mai avuto problemi ad assumermi le conseguenze delle mie parole o azioni.

Non mi è mai servito, ma nemmeno piaciuto, inventarmi altre identità o nascondermi. Persino travestirmi per Carnevale, da piccola, non è che mi facesse impazzire. Quando sono arrivata in Italia – in Finlandia non avevamo nessuna festa del genere – mia madre, per integrarsi con gli altri e fare in modo che lo fossi io con gli altri bambini, decise di comprarmi un travestimento per una certa festa.

Siccome mia cugina, che era l’unica bambina amica che avessi appena arrivata qua, si vestiva da Biancaneve, mia madre pensò di comprarmi lo stesso vestito. Era il vestito della Biancaneve della Disney, per intenderci.  “Biancaneve” quella è.

Bene, ci fu tutta una tragedia perché non volevo mettermi il vestito, dicevo di sentirmi assurda e ridicola e la cosa su cui non ho voluto sentire ragioni sono stati i capelli: l’idea era una parrucca nera con il cerchietto (ero bionda e avevo i capelli lunghi, Biancaneve bionda non se po’ vede’) ma io quasi mi impiccavo per il rifiuto di non essere “più io”. Alla fine abbiamo patteggiato per il solo cerchietto sui miei capelli nature. (e, come è ovvio, non mi si poteva vedè, non potevo passare nemmeno per la sua stand in).

Parlavo ancora pochissimo italiano ma ricordo bene che quando le mamme degli altri bambini mi guardavano con quei sorrisi dolci che gli adulti riservano ai bambini – più o meno come si fosse tutti cretini – e mi dicevano “Chi abbiamo qui, Biancaneve??” io rispondevo, devastata dalle crisi di identità “No! Anne! Io Anne Riitta!”

Alcune foto di quella giornata raccontano tutto senza bisogno di aggiungere altro, basta lo sguardo.

Imbarazzo? disperazione? spaesamento?anne_biancaneve

Una già arriva dalla Finlandia e non capisce una mazza e mi dovete vestire così?

 

 

 

 

Comunque, questo per dire che una cosa che non ho mai capito fino in fondo è il bisogno di essere qualcun altro.

Se è per gioco, per vivere altre vite, per problemi di disturbo della personalità, sono altri discorsi – quanti Napoleone e Mosè ci circondano! – se è perché si tenta di mitigare la paura della morte dicendosi che esistono altre vite e in quella passata si era mercenari cinesi di stanza in Uruguay, lo capisco anche, e – in Rete – la creazione di alcuni personaggi ha tutta la mia riconoscenza perché sono divertenti, irriverenti (ma senza essere aggressivi violenti)  e al servizio degli altri come poteva essere un tempo la creazione delle Maschere,  al più moleste o irriverenti, ma quello che veramente non capirò mai è

l’incapacità di assumersi la responsabilità di quel che si dice e si fa soprattutto quando si aggredisce qualcuno.

Un tempo, mi raccontava nonna, esistevano le lettere anonime.

In Sicilia gli scrittori di lettere anonime facevano impallidire i vari pimpirulina78 o vendicatoresolitario93. Erano artisti del getta la pietra e nascondi la mano, e ci si mettevano di impegno con le loro lettere fatte di pezzi ritagliati da “Confidenze” o quotidiani locali.

O quelle belle scritture da prima elementare? Gli errori di grammatica?

Ah, quelli sì che erano tempi in cui essere anonimi richiedeva sforzo e rischio.

Ma oggi, con la Rete, nascondersi è facilissimo.

In teoria per iscriverti ad un forum o un blog dovresti lasciare la tua mail, nome cognome e indirizzo, ma immagino le mail più usate pullulino di Mario Rossi e Steven Spielberg abitanti in via dei Cavoli Rossi 25 – Transilvania.

Purtroppo di fatto un controllo non c’è e quindi chi più, chi meno, ha subìto in vita sua l’attacco vigliacco di qualcuno che si nasconde nel buio della sua stanzina sentendosi fichissimo o fichissima mentre ti scrive le peggio cose.

Di fatto risalire all’IP di un computer è un attimo, basta andare alla Polizia Postale o avere un amico chiamiamolo così, smanettone (a me è capitato di doverlo fare, giusto per capire chi fosse a divertirsi a mandare messaggi idioti), ma quel che più mi sconcerta e fa pena più che rabbia, è chi colma i propri complessi e frustrazioni insultando la gente senza un reale confronto.

Si tratta di coraggio delle proprie azioni e soprattutto coraggio dei propri pensieri.

Secondo me la tanto citata violenza crescente, come ho già detto, c’entra eccome con la cattiva abitudine consentita dalla maschera anonima che ti permette la Rete: ci si è abituati a ferire gli altri impunemente.

Impunemente è il termine giusto: perché ferire fisicamente o verbalmente qualcuno è un reato. Il male morale è punibile tanto quanto quello fisico.

La stessa vigliaccheria la vedo anche nelle azioni di quelli che ingaggiano degli hacker per violare la privacy di una persona – quale sia il lavoro che faccia, che sia personaggio politico o meno – per metterla alla gogna.

La gogna e il concetto di lettera scarlatta sono faccende che ho sempre disprezzato più di ogni cosa, e solo dopo anni di filosofia e sviluppo di un pensiero – e la sua pratica – non violente, sono riuscita a sopire la voglia di prendere a sediate le persone che lo fanno, quelli che tentano di distruggere le vite altrui tentando di ricorrere alla morte sociale o al pubblico ludibrio. E’ la cosa più primitiva e demente che ci possa essere. Ci risiamo: sono cose che offendono e rendono inaccettabile chi le fa molto più di chi le riceva, ricorrere alla gogna e al pubblico ludibrio è persino più vigliacco dell’insulto.

La cosa che addolora e che io collego sempre alla radice della crescente mancanza di rispetto per le donne, è che persino nel caso delle mail dei deputati M5S, in ogni caso in cui il bersaglio delle proprie frustrazioni sia una persona di sesso femminile,  la presunta “gogna” riguarda sempre e comunque la vita sessuale, il corpo, il comportamento sessuale.

E’ vero che questa tendenza ha contribuito e contribuisce ad alimentare una crescente rabbia e disprezzo per le femmine, in questo Paese e, mi spiace, è vero che la Rete c’entra moltissimo con tutto questo.

In una cosa sono di sicuro totalmente d’accordo con quello che ho letto oggi: quel che bisogna combattere è l’idea che possa esistere un anonimato “impunito”.

Chiunque voglia giocare un gioco di ruolo inventandosi un personaggio che osserva il mondo secondo il pensiero e la visione che attribuisce al suo alter ego, non dovrebbe poterlo fare per fare del male agli altri.

Un conto è travestirsi da Biancaneve, un conto mettersi il passamontagna per ammazzare di botte qualcuno e poi correre a nascondersi.

Ci hanno rotto le scatole per anni dissertando sulla differenza tra satira e insulto, e si vuol mettere invece in discussione la sottile linea che separa l’insulto dalla minaccia, confondendo l’idea di “privacy” e “libertà d’espressione” con quella della tutela del cittadino dalla violenza (sia essa fisica o morale: essere minacciati penso che sia una della più grande violenze morali che si possano immaginare). Per come la vedo io “libertà di espressione” non può essere separato dal concetto dell’assunzione di responsabilità di quel che si dice e le conseguenze che potrebbe comportare. Se solo si pensa cosa abbiano dovuto passare alcuni giornalisti o Assange, per essersi assunti la responsabilità delle loro parole o azioni. La libertà d’espressione è esattamente l’opposto del butto la pietra e nascondo la mano. Tirare fuori un concetto così alto per, di fatto, tutelare dei teppisti è da matti.

Chi scriveva lettere anonime, un tempo, o chi mandava lettere minatorie, veniva ricercato eccome, ovviamente fino a casa, e ovviamente sanzionato.

Insultare e peggio ancora minacciare qualcuno senza metterci il nome è terrorismo, violare lo spazio virtuale degli altri è furto con scasso.

Il mondo virtuale non è che la casetta per le bambole della nostra vita nel mondo, e non vedo perché debbano valervi altre regole. Per deduzione, l’abitudine ad un certo modo di trattare gli altri senza conseguenze,  mi sembra evidente che faccia poi perdere, nel macrocosmo della nostra vita sulla Terra, il controllo del rispetto dello spazio dell’altro e del suo diritto a vivere, a non essere d’accordo con noi, a non volere le stesse cose che vogliamo noi.

Queste forme di infantile coercizione e brutalizzazione delle vite altrui sono evidentemente collegate, ed è per questo che secondo me togliendo il costume ai bambini e ricordandogli che non sono né il Vendicatore Solitario né Jeeg Robot d’acciaio nella vita, e se hanno fatto male saranno puniti come il Mario o il Pasquale che ci sono sotto la maschera, può essere un passo molto utile a costringere le persone più vigliacche e infantili a ricordare che nel mondo democratico e civile, nel mondo degli adulti, nel mondo libero, ci si prende la responsabilità del proprio pensiero, così come delle azioni e parole con cui si decida di esprimerle.

 

 

di cinema · il mondo dalla mia stanza

cercatori di lavoro (addendum al fenomeno del “non risponditore giammai richiamatore”)

Tempo fa ho scritto un post su un argomento che trova sicuramente sponda in tutti noi, per “noi” intendo anche e soprattutto chi svolge una libera professione, quelli che in ogni settore si definiscono a volte frilèns, i più temerari artisti, i più realistici precari per eccellenza.

Il post suddetto (questo) parlava di quanto sia difficile ottenere uno straccio di rispetto in questo Paese e di quello strano fenomeno tutto italico del “non risponditore giammai richiamatore”.

Sinossi di quel post: da noi sfugge il concetto che a tutti livelli e in tutti i settori ci sono persone il cui lavoro (non a caso scrivo questo post il primo maggio…) è cercare lavoro, proporre, proporsi e/ma che il lavoro del loro interlocutore sarebbe in teoria risponderti, possibilmente incontrarti, valutarti e – in base al merito – scegliere o no se servirsi di te e/o quel che fai.

Molto semplice.

Stringo il fuoco su quello di cui mi occupo. Nel mio settore si muovono vari branchi tra loro interconnessi: scrittori che si propongono a registi oppure direttamente a produttori. Attori che si propongono a registi oppure direttamente produttori, raramente a scrittori. Produttori che si propongono a finanziatori, pubblici (pochi) privati (quasi non pervenuti).

Insomma è una danza spesso frenetica tra interlocutori disposti più o meno gerarchicamente, i ruoli a volte si invertono, tipo attore che diventa famoso e quindi è il regista o il produttore che cerca lui, poi magari il regista diventa famoso e l’attore che prima lo aveva sfanculato ma che ora è un po’ meno famoso cerca il regista, o anche produttore che prima era indipendente e nessuno lo cagava né lo cercava, che diventa più importante e allora tutti lo cercano etc etc.

Una frenetica danza.

Ma quello che appunto connota il nostro Paese e le sue regole non scritte è che chi ha la forchetta dalla parte del manico – chi vuole indovini perché non parlo di coltello – non risponde manco per dirti “crepa” se lo cerchi.

Quel post l’ho scritto perché la mia riflessione nasceva dallo stupore per un fatto: molte persone che nel tempo mi hanno contattato per propormi di collaborare (scrittori o attori, o aspiranti registi che volessero fare esperienza) mi hanno sempre detto di aver ricevuto la mia risposta con grande sorpresa, ricordandomi che in effetti il mio comportamento è stravagante: io rispondo sempre.

Non sono né famosa né chissà che, ma quando qualcuno che mi ha “trovato” perché sa che faccio la regista e, come a me, scrive – come è giusto che sia  – ad altri trecento registi, anche quando sto effettivamente lavorando e non avrei tempo per grattarmi la testa, rispondo sempre e vedo se posso essere utile.

Sarà che credo nel karma e non faccio agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me, sarà che sono coerente con quello che dico (o almeno ci provo) insomma, io rispondo.

Ma volevo a questo punto aggiungere un addendum – nello stile di Fabrizio Barca – che è forse più importante di quel post stesso ed è una riflessione sul come a volte ci si pone.

Ho un problema con i depressi (nel senso dell’atteggiamento, non della malattia, ovvio)  e i disfattisti, questo si sa.

Sarà che ho una soglia della pazienza e della considerazione di tutto ciò che potrebbe racchiudersi sotto la parola “dramma” un po’ altine, però personalmente mi tengo a bada e il mio Voight Kampff del vittimismo è sempre acceso.

E’ una mia idea, anche se sono in buona compagnia, che essere adulti non significhi diventare cinici, ma avere il senso delle proporzioni sì. Per me essere adulti (condizione che ti consente anche di tenerti dentro le cose più belle dell’essere bambini e quindi di giocare) significa uscire dal proprio egocentrismo, avere netto e definito il concetto del far parte di un tutto che è l’umanità. In questo tutto composto di sette miliardi di persone ci sono miliardi di esigenze, miliardi di problemi e miliardi di soddisfazioni.

E’ vero che ogni cosa è soggettiva, ma se scegliamo di fare questo mestiere è anche perché – in teoria – siamo disposti ad assumerci l’enorme rischio di non limitare tutto alla nostra soggettività.

Se cinque persone sono chiuse in un ascensore e una c’ha l’asma, l’altra è vecchia e fatica a stare in piedi, una è una mamma e l’ultimo il suo neonato che deve fare la sua poppata e io devo fare pipì, se sono un ragazzino egoista il mio dover far pipì è IL dramma che travalica qualunque tragedia della vita, figuriamoci le stupide esigenze dei miei compagni in ascensore, che crepi pure l’asmatico, muoia il vecchiaccio e se quel bambino non la pianta di strillare lo soffoco perché da’ fastidio a me; se, al contrario sono una persona adulta e armonizzata col resto del mondo capisco perfettamente che, quando arriveranno i soccorsi, la prima persona che avrà diritto è l’asmatico, e finchè i soccorsi non arrivano è ovvio che mi preoccupo per lui e per la persona anziana. Magari so anche che il bambino ha fame ma può aspettare, quindi il problema è meno grave (e certo non mi lamenterò per il suo pianto), ma di una cosa sono assolutamente certa: è vero che mi sta scoppiando la vescica ma non è un dramma. E’ un fastidio ma meno problematico di uno che rischia di morire soffocato.

Direte: ovvio.

E no.

Se sto scrivendo questo post è perché osservo spesso che non è ovvio per niente. Siamo circondati da gente per cui il proprio dolorino al piede dovrebbe, a detta del dolente, attirare la contrita attenzione di tutti molto più di quello che sta rantolando nell’angolo con il sangue alla bocca e il rantolante, anzi, viene accusato di rovinargli l’umore.

Quando si tratta di noi che lavoriamo nel settore dello spettacolo e/o della cultura, la cosa la sento ancora più insopportabile, e non solo per la mia personale idea di una professione “al servizio” dei fruitori (è una posizione tra altre possibili) e nemmeno – sia mai – perché penso anche solo minimamente essere vera l’affermazione di certi detrattori per cui sarebbe questo un settore “meno utile” se non “inutile” (togli intrattenimento e bellezza alla gente, soprattutto quando si è in un periodo particolarmente sotto pressione, e vedi che succede) ma perché in teoria dovremmo essere più osservatori di noi stessi e degli altri e quindi più consapevoli dei funzionamenti dell’animo umano, consapevoli delle priorità e delle proporzioni, per mestiere.

Ecco perché, anche quando parlo del mio lavoro e di quanto complicata e sì, diciamo per comodità “drammatica”, sia la condizione del mio settore in questo momento di crisi, e so bene quanto personalmente sia complicata e alcuni definirebbero drammatica la situazione professionale mia o di quelli che conosco, non riesco, proprio non riesco a farla – appunto – drammatica.

Sono anni che ci combatto anche politicamente: so quanta ingiustizia, quante storture scandalose e quanto immeritocratico sia il mio settore, ma anche lì: si fa la propria parte perché siano cambiate le regole, reinventate le leggi che regolano il Sistema, ma sinceramente mi vergognerei se questo diventasse più di una democratica e sacrosanta indignazione.

Ho marciato in piazza, fatto picchetti davanti a Montecitorio per protestare contro l’ottusità dell’allora ministro Bondi, occupato la Casa del Cinema e il red carpet del Festival di Roma per fare sentire la mia voce,  perché – per l’appunto – chi di mestiere avrebbe dovuto essere il nostro interlocutore non rispondeva e non richiamava.

Ma non mi sono mai lasciata prendere la mano nel senso del perdere di vista la misura delle cose.

Tutto questo per dire che, pur rispondendo sempre, a volte quando qualcuno mi scrive, oppure mi capita di leggere in giro le posizioni di chi, nel mio settore, cerca interlocuzione con i suoi referenti, c’è una cosa che mi suona male, ri-PREMESSO che:

a) trovo che come si pone la maggioranza di quelli il cui lavoro sarebbe rispondere, giudicare e scegliere, sia vergognoso e irrispettoso

b) so benissimo che in questo Paese c’è una enorme disfunzionalità della selezione, e quasi mai vince chi ha più merito

trovo però stucchevole e involontariamente complice della mancanza di rispetto verso il lavoratore precario, l’esplicitare nella ricerca di contatto cose come:

– “Non lavoro perché tanto in questo Paese, si sa, chi merita non lavora, si sa chi sono e perché quelli che lavorano/ qui lavorano solo i raccomandati e quelle che…” o generiche tirate contro il Sistema Italiano,  che fa tanto chiacchiericcio da cortile e ricerca di complicità nel pettegolezzo.

-“So che non risponderà…tanto non mi risponde mai nessuno…” che fa un po’ troppo penoso, e il tono di quello che se non rispondi si impiccherà come il fidanzato di Milk da’ ogni impressione tranne che quella professionale.

O anche – fatti reali, giuro – ti chiedono il tuo parere su una cosa che hanno fatto e se tu fai una critica:

“Professionisti di primissimo livello hanno visionato questa mia cosa e al contrario di lei mi hanno detto che…” ma allora che me lo chiedi a fare?

Il Lavoro, per noi che scegliamo il più aleatorio possibile, è sempre stato un viaggio, quando in zattera quando sullo yatch, per poi magari tornare sulla zattera, tra un’isoletta e l’altra. L’idea per cui la felicità è un concetto tremendamente oscillante è l’unica idea possibile di felicità soprattutto per noi.

Quando lavori sei felice, ma non solo e non tanto perché guadagni, sei felice perché ti senti parte integrante della società e ci hanno messo in testa che se lavori, solo allora sei “utile” e “produttivo”. tempi_moderni

In realtà il nostro diritto ad esistere non è legato alla nostra necessità nel mondo, ci siamo e abbiamo diritto di esserci. Essendo poi animali sociali, più che un dovere è un diritto anche trovare un nostro posto da cui partecipare, realizzarci e trovare soddisfazione.

Tutto questo è pacifico.

Scegliere di lavorare nell’industria dello spettacolo e/o nella cultura è una scelta difficile di per sé, in questo costante confronto con la presunta idea della nostra “utilità”, perché chi fa finta di credere che potrebbe esistere una vita umana senza cultura e senza intrattenimento, periodicamente tira fuori la leggenda della nostra inutilità, debolezza, capricciosità, esseri fragili dalla vita privilegiata e via discorrendo.

Però io penso che un punto assolutamente fermo della parte che noi dobbiamo fare per non dare guazza alla mancanza di rispetto del nostro ruolo e della nostra scelta dovrebbe essere quello di non “piagnucolare”.

Nel mio precedente post ho parlato della rabbia e quanto a me sembri un sentimento solo distruttivo, mentre l’indignazione la trovo la sua alternativa costruttiva.

Ugualmente secondo me le alternative al vittimismo e alla tendenza al melodramma da cui potremmo essere tentati quando siamo stanchi e stufi della giungla complicata in cui siamo costretti a muoverci, sono l’autoironia – rifugio, fonte di ispirazione e sopravvivenza psicologica – ma soprattutto  la schiena dritta.

Tempo fa, in un momento di impasse, mi sfogavo facendo di piccoli video casalinghi, fatti con il cellulare (detti “videetti”) che per me erano come delle strisce satiriche sulla mia condizione di regista indipendente. Sentivo forte intorno a me lo stesso disagio e quindi ho deciso di “scherzarci su”. Soprattutto in risposta al citato Bondi e ancor più di lui l’allora ministro Brunetta che per l’appunto davano a tutti gli operatori del settore del “privilegiato”, mostrando d’essere lontani anni luce dalla realtà dell’industria in cui lavoriamo. Non ci si “scherza su” per dire che la faccenda non è seria, ma per non soffrirci e per trovare una distanza più realistica tra sé e il problema.

Chi soffre, va da sé, non trova soluzioni.

Il più popolare è stato questo.

Mi sono sempre rifiutata di “soffrire” per la difficoltà, per le ingiustizie a cui ho assistito, per un sistema che non trovavo corretto etc.

L’ho già detto, fin da quando ero una ragazzina quando qualcosa non mi piace faccio quel che posso per modificarla e per contribuire a migliorare le regole (si tratti della scuola, l’università, il mio condominio) ma mi sono sempre rifiutata di farmi rovinare la vita. La vita, almeno quella che ricordiamo, è una, ed essere contenti e cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, oppure stare male per tutto è una nostra scelta.

Una soluzione per rigirare qualcosa che ci fa soffrire – certo, quando non si tratta di VERE tragedie (morte, malattia, incidenti invalidanti, invasione degli zombies e conseguente crollo della società conosciuta, radiazioni post atomiche, per dire) – è cercare di trasformarla in qualcosa che faccia ridere, prendersi in giro, non c’è niente di più forte di quel che viene detto da chi si autocritica per primo prendendosi in giro da solo. Cosa che da noi purtroppo sempre meno gente sa fare,  criticare gli altri sì, è sport nazionale, l’autoironia e l’autocritica sono in costante estinzione.

E secondo poi, appunto, la schiena dritta.

Se per primi diamo per scontato che siamo meritevoli di tutto il rispetto di questo mondo, anche quando abbiamo ricevuto mille “no” e mille porte in faccia, anche e soprattutto quando di fronte a noi c’è qualcuno che pensiamo che valga poco, che non sia adatto a quella poltrona etc, o per quanto possiamo averne “bisogno”, bene, se vogliamo essere rispettati chiedere lavoro è anche il nostro lavoro e non dovremmo mai circondare questa legittima iniziativa di “se” “ma”, excusatio, sottesi rimproveri, analisi sociologiche, gossip e lamentele.

Al di là del fatto che proprio noi che – scrivendo, catturando immagini, recitando e in vario modo collaborando – vogliamo raccontare le storie della gente, dovremmo anche avere sempre presente, nella valutazione del mondo, chi effettivamente abbia il problema più grave di quelli chiusi con noi nell’ascensore bloccato.