tutta la verità e gli equivoci sull’ “indignazione” e il suo valore costruttivo (come hessel ha chiuso l’argomento, per me)

E’ un argomento su cui mi trovo a discutere fin troppo spesso e il clima politico italiano non fa altro che darmi guazza: la differenza che corre tra polemica e dialogo, fosse anche dialogo acceso, sfociasse anche in una sana e appassionata litigata.

Pochi giorni fa, con una persona che stimo pure molto, mi sono ritrovata a tentare di spiegare il mio punto di vista sull’enorme sostanziale differenza tra due termini che riguardano un modo di vedere il mondo e che tracciano una linea precisa e inconfondibile su quel che si vuole ottenere quando non si è d’accordo con quel che dice un nostro interlocutore.

Cito sempre Foucault, che ancora prima di aver approfondito all’Università mi ha (naturalmente) affascinato dal punto di vista del pensiero, di cui – fra gli altri – un concetto mi ha guidato e confermato e riguarda l’idea che ho della “discussione”:  michelfoucault

Non è mai nata una buona idea dalla polemica.

Alcuni riducono la questione a un fatto di “toni”, cioè l’essere o meno aggressivi, essere o meno rispettosi ed educati. Per me non è una questione di toni, se ti va di urlare e il tuo sistema cardiovascolare lo regge, se ti va di bruciarti milioni di radicali liberi e favorire l’insorgere di un tumore alimentandoti con la rabbia, è un fatto tuo.

E’ un dato scientifico che la rabbia sia un sentimento accecante che toglie lucidità, spesso porta a fare del male fisico a un altro essere vivente, porta a disordini ormonali e scariche di adrenalina che fanno calare la razionalità e l’attenzione, favorisce gli incidenti e intossica l’organismo di talmente tante auto-tossine che ti ci vuole un mese per liberartene (con gioia del povero fegato).

Ma al di là dell’apparente battuta, la rabbia è il sentimento che muove il polemista.

Sdegno, indignazione, passione, sono quelli che al più muovono chiunque affronti invece un dialogo, che magari appunto sfocia in appassionata discussione.

Ci ho ragionato un po’, a suo tempo, e ho capito il concetto espresso da Foucault: la polemica non porta a nulla perché il polemista non vuole trovare una soluzione a un problema, vuole solo avere ragione.

Da qui si capisce perché spesso il polemista si riconosca dalla postura, è aggressivo anche quando ancora non si è detto nulla, prende di mira l’altro come vittima o spettatore delle sue sfuriate e soprattutto non ascolta mai, non ha nessuna intenzione d’ascoltare.

Due polemisti l’uno di fronte all’altro non sono due persone che stanno confrontando le proprie idee per trovare una verità, sono semplicemente due individui che stanno scaricando la propria rabbia per il fatto che tutti non si pieghino alla sua, di idea, che da’ per scontato essere quella giusta e universale e vorrebbe dunque imporre e non proporre.

Nessuna buona idea, nessuna soluzione è quindi nata dalla polemica, perché niente di buono può nascere dalla rabbia.

Chi è arrabbiato non lascia mai parlare l’altro anche perché ha deciso aprioristicamente cosa l’altro pensi e cosa vorrebbe dire, e quindi il suo unico scopo è zittirlo, rispondere furiosamente a critiche fantasma o anche dubbi che lui stesso inconsciamente ha e non vuole sentirsi dire.

Nella nostra politica, poi, gli ultimi vent’anni e un talkshowpensiero hanno convalidato questo tipo di scambio: tutti conoscono le direttive di Berlusconi ai “suoi” in caso di dibattito televisivo: alzare i toni, interrompere, parlare sopra l’interlocutore possibilmente con una parola o una frase chiave tipo il famoso: “lo dimostri, lo dimostri, lo dimostri, mi risponda, eh, mi dica, lo dimostri!” rendendo inudibile i tentativi di “ma infatti lo sto dimostrando, se mi fa parlare…” dell’altro.

Allo stesso modo Grillo ha imposto ai suoi di sottrarsi al dibattito per evitare il confronto, perché la sua, di direttiva (o meglio del Casaleggio pensiero) è il monologo senza contraddittorio, che è una via ancora più diretta  al nucleo centrale della natura della polemica – cui volevo arrivare:

IL VERO POLEMISTA CRITICA QUEL CHE FANNO GLI ALTRI

MA

NON PROPONE NULLA.

Mentre la discussione, foss’anche litigata, è una contrapposizione tra due possibilità magari animata da sdegno, insoddisfazione, chi è invece mosso dalla rabbia più che proporre – per dire, in una riunione condominiale  – qualcosa per migliorare la vita di tutti, attacca i difetti che attribuisce agli altri: tu non sai fare questo, tu sbagli in quello, il tuo cane piscia per le scale, l’ascensore è tenuto male, l’amministratore è un incapace.

Non consente a nessuno di criticare lui, perché urla e non lascia parlare e se anche, preso dai nervi ed esasperato dal tono offensivo dell’altro, dall’attaccato parte un insulto (ben sperato dal polemista perché è questo il livello di scontro che vuole) urla al complotto, all’attacco, e ha benzina per rincarare con il monologo distruttivo contro.

E comunque non ha davvero qualcosa da proporre, certo non una soluzione e certo non una soluzione utile a tutti.

Perché contrappongo termini come sdegno e indignazione a rabbia, senza considerarli minimamente sinonimi:

perché psicologicamente parlando mentre la rabbia ha valore distruttivo, si muove da meccanismi di difesa della psiche, considero l’indignazione quella di chi si scandalizza per una situazione che non condivide, una bugia che scopre, il venir meno di qualcuno ad una promessa e quindi chiede ragione: l’indignato ascolta, ancor prima di dire. Chiede spiegazioni e non è detto che non voglia delle scuse, più che altro chiede un cambiamento di comportamento.  los_indignados

Lo sdegno è la stanchezza che ti assale per le cattive abitudini o i comportamenti di qualcuno che, a ricaduta, provoca conseguenze anche nella tua vita, e allora anche lo sdegnato per prima cosa denuncia e chiede ragione, e propone comportamenti alternativi, spiegando che risultati ne deriverebbero secondo lui.

Anche lo “sdegnato” quindi fa domande più che proferire assolute verità e propone alternative a ciò che critica. Propone, più che criticare. La sua energia è volta al risultato, ad ottenere il correttivo, non la concentra tutta  a ripetere e ripetere, e ripetere e ripetere quanto sia brutto e puzzolente quello che critica.

L’arrabbiato o è qualcuno che mette al centro del suo problema non tanto un risultato che si aspetta ma la propria egoistica sofferenza, oppure è qualcuno che non ha mai avuto o ha perso il senso del collettivo e quindi “odia” chiunque non la pensi come lui, lo vive come una minaccia e vuole solo che quell’altro sparisca.

Nel migliore dei casi ha lasciato che il proprio essere ferito gli accechi la mente.

Un altro pensatore, tra gli altri, che mi ha ispirato più recentemente di Foucault (e certo non sono sola) è stato Stéphan Hessel, con il suo celebre  “Indignatevi” che ha per l’appunto stimolato quegli “Indignados” cui, chi da una parte, chi dall’altra, fa riferimento per giustificare idee a volte strampalate di “rivoluzione”.

el-grito-de-guerra-de-stephane-hessel-llega-a-espanaDue giorni fa trovo su un giornale una pagina a lui dedicata, dato che è recentemente scomparso, e ho letto avidamente quello che viene considerato il suo testamento, l’ultima cosa che ha scritto.

E per me, speculativamente parlando, si è chiuso un cerchio.

Per me il concetto è chiaro, pacifico, una falsariga solida che faccio mia sia per la vita quotidiana che, soprattutto, per la mia postura morale e politica.

L’indignazione dunque è costruttiva. Porta al cambiamento (parola che personalmente non amo, preferisco “trasformazione” come ho spiegato in un precedente post) ma, si chiede in questo ultimo scritto Hessel, come si attua davvero questo cambiamento, politicamente parlando?

In questi ultimi mesi in Italia ci hanno davvero stuccato e stufato abusando di questo concetto, della demagogia d’un cambiamento mai espresso costruttivamente ma distruttivamente, tra inviti ad andarsene tutti a casa o in pensione (detto poi da chi proprio giovanotto non è) fino a quelli del picconamento, abbiamo insomma assistito solo a moti di rabbia, culti delle varie personalità, comandanti in capo che ordinavano l’attacco al forte per raderlo al suolo senza darci un minimo di idea di dove poi si sarebbe andati a vivere.

Chi si indigna ed è in buona fede, o almeno ha un pensiero realmente democratico, lo fa perché è stata violata nella sua società l’idea stessa di democrazia che abbraccia ideologicamente, e che ha delegato i suoi rappresentanti in Parlamento a difendere.

Le cose hanno preso una brutta piega e quindi  pretende dal basso, con forza, più che un cambiamento, che si torni al patto stretto tra elettori ed eletti.

Ma appunto, come usare bene la propria indignazione, come fare perché sia costruttiva?

Copio parola per parola quelle – illuminanti – di Stéphane Hessel, che sono certamente più autorevoli delle mie.

“E’ che non credo che il cambiamento possa venire da azioni rivoluzionarie o violente che distruggano l’ordine costituito. Io credo in un lavoro intelligente e a lungo termine, attraverso l’azione e la concentrazione politica, e la partecipazione democratica. La democrazia è il fine ma deve anche essere il mezzo. Gli indignati spagnoli sono stati criticati per l’incapacità di tradurre il loro movimento in un’organizzazione efficace. Da un certo punto di vista, è questa la loro principale debolezza. Un eccesso di organizzazione può essere un pericolo. E, in un certo senso sono particolarmente contento di vedere che gli Indignati spagnoli sono stati sufficientemente prudenti da evitare la tentazione di mettersi nelle mani di un grande leader incontestabile. Non c’è nessun bisogno di un’organizzazione piramidale, dove alcuni – i capi – danno ordini e gli altri eseguono.

Allora, come canalizzare questo impulso? Come farlo fruttare? Uno dei terreni in cui i giovani che vogliono cambiare le cose possono dimostrarsi utili è l’ambito dell’economia sociale e solidale. Quello della difesa dell’ecologia e dell’ambiente è un altro. Sono due facce della stessa medaglia, ci salveremo soltanto se creeremo un nuovo modello di sviluppo, socialmente giusto e rispettoso del pianeta.

Inoltre, bisogna ritrovare il gusto della politica, perché senza politica non può esserci progresso.

Ci sono molti modi di intervenire in politica, di suscitare il dibattito, di proporre idee.

Lo scrittore Vàclav Havel, storico dissidente contro la dominazione sovietica e difensore dei diritti umani, che assunse la presidenza dell’antica Repubblica Cecoslovacca dopo la caduta del muro di Berlino, una volta disse: “Ognuno di noi può cambiare il mondo. Anche se non ha alcun potere, anche se non ha la minima importanza, ognuno di noi può cambiare il mondo”.

I partiti politici tradizionali si sono chiusi troppo in se stessi. Sono anchilosati e hanno bisogno di una scossa. Nonostante tutto, però, continuano a essere uno strumento essenziale della partecipazione politica. Credo che non si debba neppure dubitare dell’opportunità di entrare in un partito. Io sono del tutto convinto che si debbano utilizzare le forze politiche esistenti. Meglio stare dentro che fuori. Ai miei amici ripeto sempre la stessa cosa: se volete combattere i problemi, se volete che le cose cambino, nelle democrazie istituzionali nelle quali viviamo il lavoro deve essere fatto con l’aiuto dei partiti. Perfino con i loro difetti, le loro imperfezioni, le loro insufficienze.

Ognuno di noi deve trovare il partito più vicino alle proprie preoccupazioni, il più disposto ad appoggiare le proprie rivendicazioni, ed entrare a farne parte.

Non ci si deve illudere. Non ne troverete mai uno, neppure uno, che coincida al cento per cento con la vostra linea.  Ma le cose stanno così, questo fa parte del gioco. Trovate che non abbiano abbastanza vigore? Che non siano abbastanza determinati? Non dimenticate che siete voi che potete infondere loro quel vigore e quella determinazione.” Stéphane Hessel.

 

 

 

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osservatrice conto terzi
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